Ero un bullo, di Andrea Franzoso, racconta la storia di Daniel Zaccaro, giovane delinquente di Quarto Oggiaro dalla vita difficile che, dopo diversi “scavalli” (furti di motorini, piccoli borseggi) e rapine in banca, viene arrestato e si redime, riprendendo a studiare e laureandosi. Alla base di tutto, un padre assente e le amicizie sbagliate.
Un romanzo di formazione dedicato ai più giovani, specie quelli che rientrano nella “tipologia Zaccaro” e che, verosimilmente, non lo leggeranno. Franzoso scrive in modo molto scorrevole, ho terminato il romanzo in una sera. La vicenda dovrebbe essere nota per chi segue la cronaca, io non conoscevo Zaccaro perché non sono molto “sul pezzo” (il protagonista è comunque facilmente identificabile nella tipica fauna della periferia degradata).
Non mi dilungherò troppo, mentre te ne parlo mi rendo conto di non essere la persona più idonea a farlo (e non solo perché sono fuori target d’età). L’idea che un cosiddetto bullo possa redimersi è estranea al mio modo di pensare e alla mia esperienza, tanto che anche il protagonista mi ispira, in realtà, poca fiducia e simpatia. Il suo cambiamento mi sembra frutto dell’ennesima ricerca di approvazione. Daniel mi ricorda, più che altro, una canna al vento che si volge al Bene o al Male a seconda del contesto che lo circonda, senza una volontà propria.
Ho avuto la “fortuna” di non trovarmi mai nella posizione di essere un bullo e nemmeno un bullizzato (“fortuna” è tra virgolette perché se il primo ha una scelta, il secondo no). Fatico a voler per forza cercare una giustificazione nella delinquenza, da quella scolastica al vero e proprio “reato”. Te lo dirò in modo franco: chi ruba la mela per riempire lo stomaco può avere un motivo e una scusante, chi ruba e malmena per “fare serata” di scuse non ne ha. Mai.
Non leggo spesso romanzi gotici e non mi considero, quindi, un esperto del genere. Qui sul blog, infatti, ti ho parlato di pochi titoli. Senza andare cercare in archivio, mi vengono in mente Melmoth l’errante (1820) di Maturin e The woman in black (1983) di Susan Hill. Ovviamente, poi, c’è L’incubo di Hill House (1959) di Shirley Jackson che, peraltro, presenta molti punti di contatto con Il giro di vite (1898) di Henry James. Anzi, partiamo da questi, così almeno ci svaghiamo un po’ perché, come leggerai più avanti, di svago a questo giro ce n’è poco…
Sia il romanzo della Jackson che quello di James parlano di infestazioni, vere o presunte. Entrambi si collocano in quella linea sottile che divide il soprannaturale dalla malattia mentale (sì, lo so, questo è un piccolo spoiler ma non è grave). Inoltre, recentemente, i due libri hanno avuto delle trasposizioni – più “ispirate a”, che altro – per Netflix ad opera di Mike Flanagan, un regista che mi piace molto (se vuoi guardare una sua serie, però, scegli Black Mass). Mentre ho visto The haunting of Hill House prima di leggere il romanzo, con The haunting of Bly Manor è accaduto il contrario. Diciamo che, in qualche modo, a Il giro di vite ci arrivavo preparato. È incredibile: mi è piaciuta più la serie del romanzo (chi mi conosce sa che di serie ne guardo veramente poche e, in linea generale, odio questo tipo di format televisivo-fidelizzante-lobotomizzatore).
La trama è abbastanza conosciuta. Una istitutrice viene inviata a Bly Manor per prendersi cura di due bambini, Miles e Flora. La donna è affiancata da una governante, Mrs. Grose, che la sostiene e la aiuta in tutte le sue scelte. Miles è stato recentemente espulso da scuola, per motivi che non è dato sapersi. In realtà, entrambi i bambini si comportano, agli occhi dell’istitutrice, in modo strano/ambiguo. La donna si convince, così, che Miles e Flora siano segretamente in contatto con i fantasmi di due persone morte che avevano precedentemente servito a Bly (e che lei vede spesso apparire all’interno della proprietà). Mi fermo, per non svelare il finale, ma la trama è tutta qui.
Un pacco, un pacco mostruoso. Un libro che non ho mai avuto voglia di prendere in mano per vedere come proseguisse la storia. Ostico anche nello stile, che risente pesantemente del tempo passato. James è verboso, ridondante e, soprattutto, noioso (casomai non si fosse capito). So di stare sparando su un mostro sacro e intoccabile, ma questo è quello che penso. Il giro di vite è osannato da molti (uno su tutti, Stephen King) come uno dei migliori romanzi gotici mai scritti, ma io l’ho odiato fin dalle prime pagine. Semplicemente, non accade nulla. Mai. La protagonista, inoltre, è vittima di una costante insicurezza che la rende insopportabile. Una sorta di desperate housewife decontestualizzata.
Per completezza, devo dirti che la lettura di questo romanzo è doppia. La prima, la più semplice, è quella che lo ritiene una classica ghost story. La seconda, più ricercata (ma nemmeno troppo), è quella che mette in dubbio la sanità mentale dell’istitutrice e legge l’intera vicenda come se fosse la descrizione della sua pazzia (la storia è narrata da lei sotto forma di diario, quindi si conosce solo il suo punto di vista). Non saprei quale delle due scegliere, ma spero nella seconda opzione, renderebbe il tutto meno banale.
180 pagine lette in una settimana. Per i primi due giorni mi sono imposto una lettura forzata di 50 pagine al giorno, poi la media è drasticamente calata… Peccato, mi aspettavo davvero tanto, dopo tutte le premesse.
Via d’uscita è l’antologia personale che l’associazione RiLL ha dedicato, nel 2021, a Valentino Poppi. Contiene undici racconti di genere al di là del reale (come direbbero dalle parti di RiLL) che spaziano dalla fantascienza pura al fantasy, passando talvolta anche per l’horror. Devo dire che, tra tutte le personali curate da RiLL che ho letto, questa è proprio quella che ha la varietà di (sotto)generi maggiore. Una caratteristica che ho gradito molto, perché non sapevo cosa aspettarmi ogni volta che iniziavo un nuovo racconto.
Tra le altre cose, Poppi è stato finalista al Premio Urania (anzi, ai premi, poiché si è piazzato sia nel concorso classico per romanzi che nello short per racconti) e ha vinto il Trofeo RiLL due volte, con i racconti Oggetti smarriti e Davanti allo specchio (che hanno dato poi i titoli alle antologie di RiLL, te ne ho già parlato e trovi i link a fine post). Insomma, la qualità della sua scrittura non si può dire non abbia portato risultati…
Come anticipato nella prefazione del volume, il titolo Via d’uscita è stato scelto perché la maggior parte dei protagonisti dei racconti cerca di fuggire da una situazione o da una difficoltà. L’esempio più immediato è quello de L’unica via d’uscita, dove un uomo cerca di scappare da un labirinto nel quale si è svegliato (a me è parso un bell’omaggio a Il cubo di Natali). Lo stesso accade in Un elfo dal sangue puro, anche se in questo caso la fuga del povero elfo è dal mondo intero. In Bimbi senza nome a cercare la “via d’uscita” è un bambino inseguito dal Gribbler (una specie di Slender Man) che vuole mangiarlo. Qui la realtà si sdoppia, divenendo onirica, e così anche le possibilità di salvezza: svegliarsi o scappare?
Un racconto che mi ha colpito molto per la capacità di ibridazione è stato Alarian della Valle. È davvero raro trovare un fantasy mischiato con la fantascienza. Un portale magico teletrasporta una creatura serpentiforme su un’astronave in viaggio nello spazio. La sensazione è quella di trovarsi con Smaug bloccato sulla Nostromo, per capirci. Qualcosa di totalmente inedito.
Come sempre non ti cito tutti i racconti, così da non toglierti il piacere della lettura, ma non posso non parlarti di Uno sguardo verso le stelle, che chiude l’antologia. È la storia più triste e nostalgica della raccolta ed è forse la mia preferita. Una riflessione sul concetto della vita, che cambia totalmente a seconda di chi la osserva e del tempo che ha a disposizione per farlo. Un racconto sulle scelte e le opportunità che, come sempre, qualcosa danno ma qualcosa, anche, tolgono.
Nell’intervista a fine volume, Poppi spiega di amare le storie che partono dal quotidiano e che vengono poi sconvolte dall’avvento dell’irreale. È una cosa che apprezzo molto anche io. Alla fine, la parte interessante è la reazione dell’uomo messo di fronte all’inspiegabile, più che l’inspiegabile di per sé.
Via d’uscita ha rappresentato un ottima fuga di almeno un paio d’ore, quindi sono evaso anche io, oltre ai protagonisti dei racconti. Credo proprio che mi procurerò il romanzo Vizi e tentazioni, che Poppi ha pubblicato con Robin Edizioni nel 2020. Poi ci sentiremo ancora.
Frankie “The Machine” Macchiano, sessant’anni, è un ex malavitoso che si è ritirato a vita privata. Si gode il surf – rigorosamente nell’Ora dei Gentiluomini – e vende esche nel suo negozio sul molo di San Diego. Una ex moglie, un’amante, una figlia. Una vita tranquilla, insomma. Poi qualcuno gli tende un’imboscata e cerca di farlo fuori. Chi mai potrebbe volerlo morto? Dopo anni nella mala, frequentando boss e gangster di ogni tipo, i sospettati sono davvero tanti, forse troppi. Frankie Machine mette al sicuro le sue donne, chiude il negozio e sparisce, sotto un’altra identità. È un tipo organizzato, uno di quelli che non sbaglia mai. È The Machine, appunto, rispettato e temuto da tutti. L’ultima sua partita, quella con la morte, è appena iniziata.
L’inverno di Frankie Machine è il primo romanzo che leggo di Don Winslow, con colpevole ritardo. Sebbene, nel corso della storia, diversi mafiosi citino Il padrino come fosse la Bibbia, questo romanzo è mooolto più vicino allo stile di Quei bravi ragazzi. Diciamo pure che, se ti è piaciuto il film di Scorsese, amerai The Machine. So che De Niro ha acquistato i diritti del romanzo per trarne un film, potrebbe essere una scelta azzeccata (sempre che non si scada in un ringiovanimento forzato in stile The Irishman).
Frankie è uno della mafia che “ci piace”. La mafia con un codice etico, che non tocca donne e bambini e che uccide solo chi se lo merita. La mafia che aborre il coinvolgimento di civili, che reputa un disonore la morte di un innocente. Quella mafia d’altri tempi, insomma, con regole d’onore ferree. La mafia del cinema, di De Niro, Pesci, Liotta, Brando, Al Pacino e compagnia. La mafia epica, quella della voce narrante in sottofondo, dei ricordi e delle “buone azioni”. Una mafia fantascientifica, insomma.
Detto questo, a Frankie ti affezioni, non c’è niente da fare. Winslow – debitore di quanto descritto sopra, più che della realtà – ti cala in un mondo che non esiste e lo fa molto bene. E tu vorresti farne parte. Il Canone hollywoodiano è perfettamente rispettato ed è quello che stavi cercando. Quello che è quasi impossibile da trovare, oggi.
È inutile specificare che di questo autore mi sentirai parlare ancora…
ISBN Edizioni è fallita nel 2015: un vero peccato. I libri che pubblicava erano curati ed esteticamente molto piacevoli, anche dal punto di vista della leggibilità (parole per pagina, dimensione caratteri, eccetera). A fine post, inserirò una lista dei titoli che ho letto di questo editore – in particolare della collana Special Books – con la promessa di allungare l’elenco (ho già in mente di recuperare Skippy muore di Paul Murray, per dirne uno).
Questa della lista, di solito, è una cosa che non faccio per gli editori (perché mi sembrerebbe una vera e propria marchetta), ma solo per autori/generi, tuttavia in questo caso farò un’eccezione.
Lolito ha in copertina un blurb di Nick Cave che lo definisce uno dei libri più tremendi e divertenti che lui abbia letto negli ultimi anni. In effetti lo è, tremendo e divertente. La cosa interessante è che Ben Brooks, enfant prodige della letteratura inglese (classe 1992), lo ha scritto a soli ventuno anni. E non è nemmeno il suo primo romanzo, quello – Fences – l’ha scritto a diciassette…
Il quindicenne Etgar ha appena scoperto che la sua fidanzata l’ha tradito con un ragazzo più grande, più muscoloso e più peloso di lui. Una vera e propria umiliazione adolescenziale, insomma (tipicamente maschile, a voler ben vedere). Si rifugia nell’alcool e nei documentari di Richard Attenborough, in compagnia di pochi amici e del suo cane. Poi decide di mettersi a chattare online e conosce Macy, una quarantenne annoiata e desiderosa di avventure. Etgar finge di essere più grande (da qui il gioco con il Lolita di Nabokov) e i due finiscono per incontrarsi in un hotel, dopo aver già fatto parecchio sesso virtuale. Mi fermo.
Lolito è il racconto di Etgar, spesso infarcito dei suoi pensieri in una sorta di flusso di coscienza alleggerito. Non è un pacco, insomma, come accade spesso con i flussi di coscienza. Sono presenti dialoghi e situazioni “normali” mischiati a vere e proprie digressioni nell’io più profondo di Etgar. È ironico e irriverente, talvolta onirico (forse troppo). È un romanzo che si legge in poche ore, vola via. Magari una cinquantina di pagine in meno avrebbero giovato, ma temo che questa sia una mia opinione personale, perché tenderei a tagliare tutto quello che diventa troppo impalpabile (vedi -> onirico).
È uno stile interessante quello di Brooks, molto asciutto, difficile da trovare in autori italiani. Mi ha ricordato una versione soft di Ellis. Dovrebbe esserci qualcos’altro di suo proprio tra gli Special Books, lo recupererò sicuramente.
Nell’introduzione di La morte ci sfida (Dead in the West, 1984) Lansdale, all’epoca al suo terzo romanzo, scrive qualcosa di fantastico. Lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come consolidata abitudine anche di Stephen King. Ti dice di non aspettarti “alta letteratura” da quello che hai tra le mani ma, piuttosto, di abbassare le luci, prendere dei pop-corn, goderti il temporale e prepararti ad affrontare un viaggio che sarà molto simile alla visione di un horror b-movie. Di divertirti, insomma. E io mi sono divertito, molto.
Il reverendo Jebidiah Mercer giunge nella cittadina di Mud Creek (Texas) con l’intenzione di riportare i peccatori sulla retta via. Non che il reverendo sia un uomo tanto retto – capiamoci – è dedito al whisky, non disprezza la compagnia femminile ed è molto, molto, molto veloce con la pistola. Ed è proprio mentre Jeb sta iniziando ad ambientarsi che la cittadina viene invasa dagli zombie. Il reverendo si allea con il dottore di Mud Creek, la di lui affascinante figlia e un giovane ragazzo che ambisce a diventare un pistolero, e cerca così di resistere ai non-morti. Mi fermo.
La morte ci sfida è un fantawestern, qualcosa di assolutamente appagante. Un omaggio pulp a più generi, leggero e veloce, che potrebbe essere letto tutto d’un fiato (per chi ha la fortuna di avere del tempo a disposizione, fortuna che io ho di rado). È esattamente così come te lo aspetti, non ti delude. Wikipedia mi informa che esistono anche un “prequel”, Texas Night Riders (credo ancora non tradotto, purtroppo), e un sequel, Deadman’s Crossing (che so essere uscito nell’antolgia Il grande libro degli zombie di Fanucci). Sarebbe davvero stupendo se i tre romanzi fossero riuniti in una trilogia, per poterli assaporare nella loro interezza. Perché io ci sguazzo in queste cose di sangue con uno stile un po’ eighties, ormai dovresti saperlo.
Questo è il primo libro di Lansdale che leggo, ma è nato un nuovo amore. Ti avviso, sai cosa ti aspetta.
P.S. Nel frattempo sto leggendo Il grande libro di Stephen King, di Beahm, ma lo alterno alla narrativa poiché è un (bellissimo, ti anticipo) saggio di 700 pagine, peraltro scritto abbastanza fitto. Te ne parlerò appena lo finisco.
Un’antologia che raccoglie stili e storie diverse, che narrano Brescia e i suoi abitanti. Ma non solo. Un viaggio che coinvolge presente, passato e futuro: è così riusciamo a percepire queste voci, immergendoci in piccoli stralci di vita. A volte guardando dal buco della serratura, altre spalancando la porta.
Ogni anno Historica Edizioni indice diversi concorsi gratuiti (non ci sono tasse d’iscrizione e il premio è la pubblicazione) dedicati sia a generi letterari definiti che a specifiche aree geografiche. Senza girarci troppo attorno, nel 2021 ho partecipato al concorso riservato a Brescia (la mia città, guarda caso) e ho così avuto il piacere di vedere il mio racconto Il freddo consumatore selezionato per l’antologia Racconti bresciani. Non è da solo, ovviamente; ci sono altri 34 brevi racconti a fargli compagnia, scritti da altrettanti autori residenti/domiciliati/nati nel comune o nella provincia di Brescia.
È stato piacevole leggere questa antologia, ricca di ricordi e aneddoti legati alle “mie zone”, che in realtà conosco troppo poco. Ho potuto distinguere chiaramente gli autori meno giovani, che narrano di una Brescia di altri tempi, da quelli contemporanei, che descrivono una città più moderna. È così che si salta dalla metropolitana al fascismo, dal lockdown alla guerra, attraverso una sorta di diario della memoria condiviso e geolocalizzato. Non mancano anche i racconti più “classici”, che poi sono i miei preferiti. Ma io, si sa, sono di parte, preferisco sempre la finzione alla realtà…
Il piccolo satellite Scoop, inviato nello spazio dalla Nasa, precipita in uno sperduto paesino dell’Arizona: tutti gli abitanti muoiono all’istante, tranne un anziano e un neonato. I due vengono portati in una base sotteranea segreta, dotata di un sistema di analisi avveneristico e diretta da un team di scienziati preparati per emergenze di questo tipo. La base è anche predisposta per autodistruggersi con una bomba nucleare, nel caso i sistemi rilevino la fuoriuscita di batteri o virus pericolosi…
Andromeda è il decimo libro di Crichton che leggo (gli altri li puoi trovare a fine post) e anche il più datato, poiché risale al 1969. Non ho visto il film omonimo di Robert Wise del 1971, né la miniserie del 2008. So però che di recente (2021) è uscito il romanzo postumo L’evoluzione di Andromeda, scritto da Michael Crichton e completato da Daniel H. Wilson. Ho quindi parecchio materiale da recuperare, a quanto pare.
È interessante e strano allo stesso tempo il modo in cui questo romanzo sia “invecchiato”. Già, perchè la struttura, i personaggi e la storia narrata risultano estremamente freschi e scorrevoli, pur presentando una “fantascienza tecnologica” in linea con il Commodore 64. Nelle schermate del computer, riprodotte tra le pagine (un artificio caratteristico di Crichton), scopri cose davvero divertenti, come ad esempio una raffigurazione del corpo umano, stilizzato e squadrettato, terribilmente retrò. Eppure non hai la sensazione che ti prende quando guardi uno di quei film di fantascienza anni Sessanta, dove ci sono un sacco di grossi pulsanti illuminati e gli scienziati hanno tute fluorescenti con vistosi microfoni. È questo, ad essere strano. Ti sembra di leggere un moderno e attuale romanzo di fantascienza, nel quale sia stata buttata dentro la tecnologia di trenta/quaranta anni fa.
Per il resto Andromeda si divora in un paio di giorni, anche perché è relativamente breve (siamo sulle 330 pagine). L’unico rimpianto è quello di non aver potuto vivere la visionarietà di Crichton negli anni corretti, così da poterne apprezzare il genio in tempo reale. Ma anche così, quando ti descrive il tuo tempo dal suo tempo, è semplicemente grandioso.
Per gran parte questo Stephen King sul grande e piccolo schermo, di Ian Nathan, è stato un gigantesco viaggio amarcord nella mia infanzia e adolescenza. Mi sono sentito come quando ritrovi un vecchio album di foto, dimenticato in un cassetto, e riscopri momenti della tua vita andati persi nel tempo. Una sensazione alla Stand by me, per capirci. Ecco.
Un lavoro titanico, deve essere stato un lavoro titanico. Io lo so bene.
Stacco, flashback.
Mi sono laureato nel 2010, il titolo della mia tesi era Stephen King Audiovisivo (seguito da un sottotitolo blablabla che non ricordo). Anni e anni di letture di libri e visioni di film condensati in poche pagine (come se si potesse davvero riassumere l’enorme universo narrativo del Re). Una comparazione divisa per macrotemi tra romanzi, racconti e trasposizioni varie. Un lavoro titanico, appunto, anche se molto dilatato nel tempo. Ho iniziato a leggere Stephen King a dodici anni (Gli occhi del drago) e non ho più smesso. In realtà, a voler essere precisi, il primo film horror che ho visto, a circa otto anni, è stato Unico indizio la luna piena, quindi ancora precedente alle mie letture. Fine del flashback.
Alcune locandine di film tratti da opere di King.
Ian Nathan analizza ogni singola produzione e, in un paio di pagine per ognuna (quattro/sei per le opere maggiori), ne racconta la genesi e gli aneddoti più curiosi. Un lavoro volutamente e necessariamente di superficie (ci sono interi libri dedicati a singoli film, vedi Shining) ma molto molto interessante, soprattutto per quanto riguarda le produzioni minori – i b-movies tanto amati da King – delle quali spesso si conosce poco o nulla. Tutto questo mi ha riportato indietro, alle VHS da 180/240 minuti, alle programmazioni notturne, al videoregistratore (alias The Mangler) che si impianta e rovina scene fondamentali, alla speranza che il palinsesto non subisca ritardi (altrimenti ciaociao finale). Che tempi, altro che Netflix, quella sì che era sofferenza vera. Il timer indicava 2 ore e 59 minuti e, mentre un Brivido ti correva lungo la schiena, potevi solo sperare che il film terminasse nei 4/5 minuti extra di nastro. Quasi mi commuovo.
Da: Pet Sematary – Carrie – It – Misery
Quello che risulta evidente, leggendo questo volume, è come la produzione principale delle trasposizioni, con il tempo, si sia spostata (purtroppo, ma io sono di parte) dal cinema alla tv, con il sopravvento della serialità. A King non dispiace, è sempre stato molto più aperto di me, in questo senso. Non starò qui a discutere di questo, l’ho già fatto in Perché le serie tv sono i maccheroni Barilla e i film (alcuni) le tagliatelle tirate a mano della nonna, esplicitando tutti i miei malumori a riguardo.
Il dato semi-aggiornato di Nathan (è un valore quasi incalcolabile, considerando le produzioni secondarie e i lavori in corso) parla di 65 film e 30 produzioni televisive. Mi sono accorto di aver visto praticamente tutto fino al 2010 (che caso…) e di aver perso qualcosa negli anni successivi. Questo soprattutto per quanto riguarda le serie, non tanto per l’ostilità palesata sopra, quanto perché sono distribuite su più piattaforme ed è diventato impossibile stare al passo senza dover sottoscrivere diciotto abbonamenti diversi. Vedrei volentieri Castle Rock, che, a quanto ho capito, pare essere un omaggio riuscito abbastanza bene.
A breve ti parlerò anche de Il grande libro di Stephen King, di George Beahm, nel quale mi aspetto di trovare, vista la considerevole mole, parecchie cose che ancora non so (difficile, ma non impossibile, sebbene io mi ritenga il “fan numero uno” del Re).
È davvero difficile parlarti di questo romanzo di Michael Crichton, non so proprio da che parte cominciare. Ma, dovendo partire, facciamolo da una disambiguazione: Next (2006) non ha nulla a che vedere con l’omonimo film del 2007 interpretato da Nicolas Cage (ispirato, invece, a un racconto di Philip K. Dick), così non facciamo confusione. Anche perché di confusione ce n’è già abbastanza nella trama, dove si incrociano le storie di moltissimi personaggi (e altrettanti nomi da ricordare) in una sorta di Magnolia letterario della biogenetica. Next sembra essere quasi un esperimento di Crichton, che abbandona la linearità che lo contraddistingue per buttarsi in una denuncia satirico-thriller-grottesca della moderna “tratta” dei geni (le sequenze di DNA, non i geni delle lampade).
Wikipedia ti offre un riassunto della trama abbastanza comprensibile, ma forzatamente semplificato e ridotto all’osso. La verità è che per tutto il romanzo non riesci a capire dove ti stia portando l’autore. Ci sono scimmie parlanti, grosse corporation farmaceutiche, università arriviste, furti di proprietà corporali a fini di studio/lucro (ossa, sangue e simili), pappagalli parlanti (con costrutti sintattici, si intende), invecchiamenti precoci, fughe da “cacciatori di taglie cellulari” e così via. Per farla breve: un gran casino.
Una volta terminato Next – che paraltro è lungo ben 480 pagine – hai chiaro cosa intendesse fare Crichton (cioè denunciare la selvaggia brevettazione dei geni) tuttavia ti resta davvero poco dall’esperienza come lettore. La parte più interessante del libro sono le note in coda, nelle quali lo scrittore spiega quale sia la situazione, perlomeno negli USA, riguardo al commercio e alla detenzione dei diritti sui geni e sulle cellule umane. Un argomento poco noto per chi non sia americano e ancor meno per i non addetti al settore, ma che in realtà ci riguarda tutti. E non stiamo nemmeno parlando di brevetti sui vaccini, di quelli ormai qualcosa ne sappiamo, ma di brevetti su parti del DNA. Crichton fa un paragone molto comprensibile: è come se stessero brevettando una parte del corpo umano, ad esempio il naso (quindi qualcosa di presente in natura, non un prodotto dell’uomo), e poi ti costringessero a pagare dei diritti per tutto ciò che lo riguardi (indossare occhiali, annusare un piatto di lasagne…). Ovviamente brevettare un gene implica un successivo blocco della ricerca, poiché troppo dispendiosa in diritti. Non mi addentro oltre, non mi pare il periodo storico adatto, che poi rischiamo che arrivino a commentare le scimmie urlatrici anziché quelle parlanti…
Mi è piaciuto Next? Nì. È molto buona l’intenzione, ma la storia è davvero troppo dispersiva. Crichton scrive così bene da riuscire comunque a fartela leggere, poiché le singole sottotrame risultano scorrevoli e interessanti. Tuttavia, se non hai mai letto nulla di questo autore, NON COMINCIARE DA NEXT.