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“Mangiatori di morte” di Michael Crichton

Nel X secolo il Califfo di Baghdad invia come messaggero al Re dei Bulgari il dignitario islamico Ahmad Ibn Fadlan. Durante il viaggio, però, Ibn Fadlan si imbatte nei Normanni che lo costringono a prendere parte alla loro comitiva quale tredicesimo uomo non Vichingo (così richiede la tradizione – peraltro scopro solo ora che il film Il 13° guerriero con Antonio Banderas si ispira a questo romanzo, lo guarderò). Ibn Fadlan compie quindi un viaggio nel viaggio, che lo porta a scontrarsi dapprima con le differenze culturali e religiose tra lui e il popolo nordico e poi con “i mostri della bruma”, che combatte proprio insieme a Buliwif, leader dei Normanni, una volta integratosi nel gruppo di guerrieri.

Questa volta sono partito dalla trama, come quelli veri. No, non mi sto ammorbidendo, semplicemente non conoscevo questo romanzo e ciò mi fa pensare non lo conoscessi nemmeno tu (il mio mondo è me-centrico), ecco il motivo di questa scelta.
Mangiatori di morte è un libro stupendamente retrò, cosa probabilmente dovuta anche alla data di uscita, 1976. Sia chiaro, non lo dico in senso negativo, anzi. Nel leggerlo ha suscitato in me quelle emozioni che si risvegliano quando il sabato pomeriggio passano I Goonies in televisione. L’artificio del manoscritto ritrovato (tutta la narrazione sarebbe un testo/diario dello stesso Ibn Fadlan), l’avventura in terre sconosciute, l’esotismo delle parole misteriose in arabo (quando ancora l’associazione spontanea era con l’ignoto e non con il terrorismo). Tutto richiama a quel genere che poi sarebbe esploso nel cinema di fine anni ’70 inizio ’80.

Mangiatori di morte
si legge velocemente, è un romanzo breve di circa 170 pagine, ma non per questo superficiale. Ibn Fadlan descrive tutte le differenze che intercorrono tra lui e i Normanni dei quali analizza usanze e caratteristiche fisiche come fosse Piero Angela. Luoghi comuni (i Vichingi sporchi, brutti e spietati) e scienza si mescolano nella tipica narrazione di Crichton, con tanto di appendice in cui vengono elencate le fonti (alcune reali, altre meno, come il Necronomicon). La storia e la finzione si intrecciano creando qualcosa di totalmente diverso da Jurassic Park e Sol levante (gli unici due libri di Crichton che avevo letto). Il finale poi, “i mostri della bruma” (gli Wendol, dei quali purtroppo non posso svelarti troppo per non spammare), è anch’esso documentato in appendice e dotato di una solidità scientifica.

Ho già Next sulla mensola dei libri da leggere. Non mi fermerò lì, voglio procurarmi anche i primi libri di Crichton, quelli scritti con lo pseudonimo di John Lange.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)

“LaRose” di Louise Erdrich

Landreaux sta inseguendo un cervo da settimane. Si apposta, ne studia i movimenti, cerca di capire quale sia il giorno giusto per sparare. Il momento infine arriva e Landreaux preme il grilletto. A essere colpito, però, non è il cervo ma Dusty, suo nipote. Il bambino muore e con lui l’amicizia che univa Landreaux a Peter, il padre. Anche le mogli dei due uomini, sorelle, smettono di parlarsi. Le antiche tradizioni indiane prevedono, tuttavia, che chi uccida il figlio di qualcuno possa fare ammenda cedendo il proprio alla famiglia colpita dal lutto. LaRose.

Di Louise Erdrich ti ho già parlato in occasione della lettura del bellissimo La casa tonda e del meno entusiasmante Il giorno dei colombi. Indiana, scrittrice, classe 1954. Proprietaria di una libreria “specializzata” sui Nativi Americani e scrittrice premiata e riconosciuta.

LaRose è un romanzo complesso dal punto di vista psicologico, presenta infatti una serie infinita di risvolti…
La “cessione” di LaRose placa la sete di vendetta da parte di Peter e lenisce il senso di colpa di Landreaux. Allo stesso tempo, però, la vendetta agognata da Peter è latente e insieme ingiustificata (è stato un incidente), così come è persistente il dolore di Landreaux, che ha comunque posto fine a una vita. La madre acquisita di LaRose poi, Nola, oscilla tra il desiderio di morire, la tentazione di cercare Dusty in LaRose e la soddisfazione per aver sottratto un figlio alla sorella Emmaline, così come il cognato l’ha sottratto a lei.
Un evento fortuito, un caso drammatico, che sconvolge legami e amicizie creando una serie di sentimenti irrazionali che nascono, in fondo, dalla frustrazione di non poter riportare in vita il povero Dusty, di non poter tornare indietro. E poi c’è LaRose, che ora ha due famiglie, una sorella nuova e un amico in meno.

Louise Erdrich descrive tutto in modo molto delicato, sensibile. Forse più sensibile di quanto sia io. LaRose non è un romanzo leggero, mentirei se dicessi che è volato, così non è. 450 pagine di riflessioni e turbe non sono poche. Per le prime 200 peraltro, esclusa l’uccisione del bambino, non succede assolutamente nulla (e sì, ho cercato la morte anche io, travestendomi da cervo). Da metà libro in poi le cose cambiano un po’, le sottotrame si intensificano e rendono la lettura più scorrevole.

LaRose, per me, è una storia che non ha funzionato, dove lei era bella, intelligente e simpatica (aveva tutte le carte giuste), ma io non mi sono innamorato. Di chi è la colpa? Di nessuno. Mi sento anche un po’ in colpa, come Landreaux.

“Se scorre il sangue” di Stephen King

Ho finito ieri Se scorre il sangue (If it bleeds) e la domanda che mi sono posto subito dopo è stata: «E ora cosa leggo?». Già, perché, come ti ho sempre detto, Stephen King è casa. E, se King è casa, Se scorre il sangue è la poltrona comoda che conosci da sempre, che ti coccola le chiappe dall’infanzia alla vecchiaia. Un libro vero, un Re in gran spolvero che richiama i vecchi tempi quando i racconti erano tutti dentro le sue (vere) raccolte e non travestiti da romanzi. Se scorre il sangue raccoglie il triplo del materiale di Elevation e La scatola dei bottoni di Gwendy messi insieme ed è all’altezza de Il bazar dei brutti sogni (l’ultimo che mi è davvero piaciuto). Credimi, se la giocava duro, perché ultimamente mi sono riascoltato in audiolibro le raccolte “classiche” A volte ritornano e Scheletri (momento di nostalgia, le ho lette che avevo… lasciamo stare).

Mi è piaciuto tutto. La copertina, rossa, che nell’edizione italiana della Sperling & Kupfer è anche migliore di quella arancione (?) originale. La traduzione, questo Luca Briasco è fresco, ti tiene attaccato alle parole come faceva Tullio Dobner. La dimensione dei racconti, brevi sì (500 pagine, 4 racconti), ma non troppo da non farti entrare completamente nella storia, a braccetto dei personaggi. E ora, cosa leggo?

Il telefono del signor Harrigan
L’amicizia tra un ragazzino e un ricco magnate ritiratosi (quasi) a vita privata. Craig legge al miliardario dei romanzi nei lunghi pomeriggi e lo erudisce sull’utilizzo della tecnologia, regalandogli un Iphone. Diffidenza e rispetto si mescolano fino alla morte dell’uomo, che si porterà lo smartphone nella tomba…

La vita di Chuck
Indescrivibile dal punto di vista della trama, è la somma di tre racconti. Ma è anche una stupenda celebrazione della vita e della scrittura. Il titolo del terzo capitolo, Contengo moltitudini, è la perfetta sintesi di questa opera d’arte.

Se scorre il sangue
Bello e coinvolgente ma (devo dirlo, tirandomi addosso le ire di tutti) il racconto che ho comunque preferito meno. Holly Gibney (sì, quella della trilogia di Mr. Mercedes) si trova alle prese con un altro Outsider. La storia fila via che è un piacere, ma a me la protagonista non ha mai fatto impazzire nemmeno nelle altre sue comparse, mi spiace.

Ratto
Torna il tema della scrittura e delle tempeste interiori che deve affrontare l’autore. King è bravissimo nel descriverle (se non lo sa lui, considerato il suo passato…). Questo racconto mi ha fatto venire in mente una frase di Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”. Ecco, Ratto ne è una buona rappresentazione e Drew Larson, che ha già avuto un esaurimento nervoso tentando di scrivere un precedente romanzo, dovrà affrontare tutti i suoi demoni, isolato dal mondo e pronto per una nuova stesura.

Sebbene, rispetto al passato, abbia notato un crescente aumento di product placement (non solo Iphone, ma anche Netflix, Amazon, ecc.), Se scorre il sangue scorre anche nella lettura. Credo che di meglio, al momento, non si possa chiedere, salvo lo zio Stephen non decida di tirar fuori dal cilindro un’altro romanzo costola de La torre nera. Un buon libro con cui iniziare, ma anche uno con cui ricordare i tempi andati. I migliori, sempre.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)

“Puzza di morto a Villa Vistamare” di Patrizia Fortunati

Puzza di morto a Villa Vistamare è un romanzo umoristico. Non solo, è il primo romanzo umoristico che abbia mai letto (perlomeno che io ricordi). Quindi è necessaria un po’ di scuola, per non fare confusione…

Il romanzo umoristico è un genere letterario caratterizzato dalla presenza di umorismo. La principale caratteristica è quella di descrivere la realtà enfatizzandone alcune parti, facendone una vera e propria parodia che ha lo scopo di divertire il lettore, ma anche di farlo riflettere su un determinato aspetto della realtà. Per questo, questo genere si discosta dal romanzo comico che ha invece lo scopo unico di far divertire il lettore.
(da Wikipedia)

Detto in altri termini: la differenza tra un romanzo comico e uno umoristico è la stessa che passa tra Vacanze di Natale (aggiungi un anno a piacere) e Monty Python – Il senso della vita (o qualsiasi film dei Monty Python).
Fine della lezione.

Come ti avevo anticipato, parlandoti di Chi ha ucciso il Pret de Ratanà, Puzza di morto a Villa Vistamare è giunto in finale alla terza edizione del “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano”. Il merito di questo successo è dovuto sicuramente al grande pregio di cui ti ho acennato sopra: l’intelligenza. Già, perché l’autrice, Patrizia Fortunati (che ho avuto il piacere di conoscere) racconta sì di anche fratturate, dentiere volanti e rimbabimenti senili, ma senza mai perdere di vista il messaggio di positività e speranza che i “vecchi” di Villa Vistamare portano tatuato sulle loro rugose pelli. Non starò ora a spiegarti perché, in questo preciso momento storico, un messaggio del genere sia particolarmente importante (se non lo capisci da solo significa che sei molto più rincoglionito dei suddetti vecchi).

Come sempre della trama parliamo poco, altrimenti che gusto c’è.
Nella residenza per anziani Villa Vistamare, il conte Giovanni Alfonso Maria Visconte terzo della Smeraldina muore. E muore lasciando in eredità agli altri ospiti, come indicato in una lettera, due milioni di euro. La lettera viene però intercettata proprio dagli anziani che, temendo di non entrare in possesso del malloppo, iniziano a muoversi segretamente affinché le volontà del Conte vengano rispettate (ancor prima che ci sia modo di non farlo!). Ne seguono furti d’auto (rigorosamente con patente scaduta), incendi (da sigarette narcolettiche), scambi di persona, protesizzanti cadute e mille altre situazioni paradossali(ssime).

Con Puzza di morto a Villa Vistamare si ride, si ride tanto (forse conviene leggerlo su una comoda, così, per sicurezza idrica e scenografia adeguata), tuttavia quello che resta, appunto, è la consapevolezza di quanto ci piaccia e ci dovrà sempre piacere vedere il mondo attraverso l’ironica consapevolezza di chi ha vissuto più a lungo di noi. Di quanto sia, concedimi, “utile e necessario”. E, di nuovo, mi fermo qui.

Patrizia Fortunati non è alla sua prima opera (e si vede/legge), ha scritto diversi libri. Il suo primo romanzo, Marmellata di prugne, risale al 2013. Ne sono seguiti altri tra i quali Trecento secondi e Altrove. Qualcosa dovrò recuperarlo, per forza, magari Benni, Celestina e tre piani in ascensore che, essendo destinato ai ragazzi, mi aiuterà a mantenermi immortale e giovane come è stato fino ad ora.

“Chi ha ucciso il pret de Ratanà” di Franco Busato

Come ormai saprai, non leggo spesso gialli (salvo tu non voglia considerare Ellroy un giallista ma, insomma, non mi pare il caso). Forse l’autore più affine a questo genere del quale posso dire di aver letto parecchio è Malvaldi, con il suo BarLume. Se escludiamo i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, l’ultimo “vero” giallo del quale ricordo di averti parlato qui è Il bosco di Mila, della mia concittadina Irma Cantoni (che aveva vinto il premio “Fai viaggiare la tua storia”).
Ecco, anche Chi ha ucciso il Pret de Ratanà è legato a un premio. Il premio è ovviamente il “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano” e Franco Busato, l’autore, era uno dei tre finalisti, nel 2019, insieme a Patrizia Fortunati, con Puzza di morto a Villa Vistamare (la mia prossima lettura), e al sottoscritto, con L’amico giusto.

Purtroppo (per te) ora ti pippi una mia breve divagazione (quasi sventramitica, ma questa è difficile da capire) sui premi non “di genere”. I premi di questo tipo accostano tra loro romanzi molto dissimili. Quindi: gialli, horror, fantasy, thriller, sentimentali, di formazione, ecc. (o vuoi che vada avanti?). Ciò che giunge alla selezione finale rappresenta il meglio dei vari generi che hanno partecipato. Fatta la “scrematura”, a mio parere, entra in gioco una certa dose di fortuna. Chi valuta gli ultimi titoli, per stabilire il vincitore, sarà per forza influenzato (soprattutto in caso di giuria popolare) dai gusti personali e dalle preferenze “di genere”, appunto. Pensarla diversamente è lecito (sai che sono aperto alle tue errate opinioni), ma sarebbe un po’ come affermare che si possa effettivamente stabilire cosa sia meglio tra Stairway to Heaven e Vesti la giubba, tra una lasagna e un profitterol. Tra un giallo, un romanzo umoristico e uno di formazione. Semplicemente, non si può.
Chi ha ucciso il Pret de Ratanà è, per farla breve, l’unico giallo giunto in finale, e quindi il vincitore “di categoria”.
Fine divagazione.

Raccontare la trama di questo romanzo senza svelare nulla è praticamente impossibile, poiché l’intrigo e il mistero sono gli elementi fondamentali che spingono alla lettura. Sarò quindi ermetico (come un Tupperware) e cercherò di non rivelarti troppo.
Milano. Un runner viene ucciso in una chiesa. Un neonato scompare dal passeggino mentre la madre riposa su una panchina. Un cadavere mummificato viene ritrovato in un forno. Questi tre eventi sono in qualche modo collegati? Ad indagare, ufficialmente, ci pensa la commissaria Delia De Santis e, meno ufficialmente, il suo compagno Solo Molina, eccentrico e stravagante ex-truffatore dalla mente geniale.

Chi ha ucciso il Pret de Ratanà non è il primo romanzo di Busato che ha come protagonista Solo Molina, è stato infatti preceduto da altre due indagini svolte dallo stesso personaggio: Delitto a Villa Arconati e Bolfolk killer (dovrò recuperarli al più presto). Ciò non mi ha però procurato alcun problema di lettura, la trama è godibile anche senza conoscere il “passato” di Molina, che viene solo vagamente accennato in alcuni passi.
L’intreccio è parecchio articolato, anche se non me ne sono accorto fino a quando non ho provato a ricostruirlo. La complessità della storia è infatti ben nascosta dall’abilità narrativa dell’autore (non si perde mai il filo, nonostante i continui colpi di scena).

Come direbbe Solo Molina che, tra le altre sue strane particolarità, raggruppa spesso aggettivi in gruppi di tre, questo è un giallo interessante, avvincente, coinvolgente. Se ami il genere non resterai deluso.

“Phantoms!” di Dean Koontz

Jennifer è un giovane medico e torna nella piccola cittadina di Snowfield insieme alla sorella minore Lisa, affidatale dopo la morte della madre. Entra in casa e trova la domestica morta, e blu. Presto le due ragazze scoprono di essere le uniche persone vive in tutta la città, gli altri abitanti o sono morti (in condizioni stravaganti) o scomparsi nel nulla. Jennifer sospetta un virus, un attacco batteriologico. Interviene lo sceriffo della contea vicina, con i suoi uomini. Il Male, l’Antico Nemico, si manifesta e le persone ricominciano a morire.

Phantoms! (1983) è il quarto romanzo che leggo di Dean Koontz e anche il migliore (per ora). In realtà potrei averlo già letto da “giovane” ma, grazie a un rincoglionimento galoppante, non ricordo. Ti dirò di più, non ricordo nemmeno il film con Ben Affleck che ne è stato tratto e che ho visto (di questo son sicuro), quindi la situazione è abbastanza grave. Dannazione, avevo appena festeggiato il mio primo indispensabile hater (vedi i commenti di L’urlo e il furore) e vedevo davanti a me un futuro radioso, invece pare sia pronto per la fossa!

Rispetto alle mie precedenti letture Koontziane, Phantoms! ha una struttura più complessa, personaggi più articolati (e numerosi) e una profondità maggiore. Ci sono alcune vicinanze con altre storie successive che trattano l’argomento del Male rappresentato in forma simile. L’inizio, per dire, ricorda Silent Hill (videogioco o film, quello che vuoi). L’Antico Nemico, che comunica tramite lo schermo di un computer, riporta alla memoria Sfera (il film almeno, il libro di Crichton, del 1987, non l’ho ancora letto). E poi, ovviamente, IT (1986). Insomma, di tutto si può accusare Koontz tranne che di aver copiato, anzi…

Ora non voglio anticiparti troppo, perché questo romanzo si divide fondamentalmente in due parti e spoilerare significherebbe ucciderne almeno una. Nella prima, infatti, regna il mistero, l’impossibilità di capire cosa stia avvenendo a Snowfield. Nella seconda il mistero è svelato e si deve combattere il Male (per come te lo sto descrivendo, non è svelato). Quello che mi è piaciuto, però, è anche la giustificazione che Konntz dà a questo Male, la sua vera origine, che io condivido del tutto (questa è per chi ha letto il libro).

Di Koontz ho sulla mensola Intensity, ma in arrivo anche Lampi, Incubi e La casa del tuono. Non credo che riuscirò mai a leggere tutta la sua produzione, dal momento che ha scritto 105 romanzi e non so quante raccolte di racconti, ma tu stai pur certo che per un po’ ti parlerò ancora di lui…

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Los Angeles Nera: Le strade dell’innocenza” di James Ellroy (Trilogia del sergente Hopkins)

Un po’ di eventi storici, prima.
Tra il 1984 e il 1985 James Ellroy scrive la “trilogia del sergente Hopkins” composta da Le strade dell’innocenza, Perché la notte e La collina dei suicidi. Nel 2018 io leggo I miei luoghi oscuri, romanzo nel quale Ellroy racconta dell’omicidio della madre, e ne resto folgorato. Nel 1988 esce Indagine ad alto rischio, film con James Woods tratto proprio da Le strade dell’innocenza. A cavallo tra il 2018 e il 2019 leggo i primi due romanzi dello scrittore, Prega Detective e Clandestino, decidendo che dovrò leggere tutto quello che ha scritto, in ordine rigorosamente cronologico. Nel 2012 la serie di documentari America tra le righe dedica un’intera puntata a James Ellroy: Ellroy Confidential. 2020: cerco Indagine ad alto rischio su Netflix e non lo trovo, come del resto succede ogni volta che cerco qualcosa su Netflix (vedasi puntata precedente con L’uomo duplicato di Saramago e l’introvabile Enemy). Mi incazzo come una iena con le emorroidi e me la prendo con le recenti produzioni commerciali e insulse della piattaforma.
Bene, ora che anche tu hai potuto constatare come la mia vita e quella di Ellroy siano indissolubilmente collegate, posso raccontarti di cosa parla il primo libro della trilogia.

Lloyd Hopkins è un sergente duro (ma giusto) con alle spalle un trauma oscuro che lo fa vivere in una sorta di oniricità costante nella quale (a lui) è sempre ben chiaro cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ha una moglie, tre figlie e molte amanti. Il poeta, invece, è un serial killer che, dopo essere stato stuprato da dei coetanei durante l’adolescenza, è impazzito e ha deciso di uccidere tutte le donne che rientrano nei canoni che ha prefissato. I due ovviamente sono destinati a scontrarsi e a rendere sempre più sottile il confine tra Bene e Male.

Come sempre Ellroy scrive un noir con i controcazzi, tutti i personaggi del romanzo sono estremamente turbati e tra loro, casomai ci fosse, non si salverebbe nemmeno un neonato (avrebbe il Male dentro e qualcosa da nascondere). Tradimenti, droga, violenza, stupri, omicidi e perversioni: il condimento è questo e le anime innocenti sono altrove. Non a tutti piace, né Ellroy né quello che racconta. Per inciso lo scrittore si definisce così (da Wiki): “…un americano religioso, eterosessuale di destra. […] Un cristiano nazionalista, militarista e capitalista. […] Non sento il bisogno di giustificare le mie opinioni. […] Nella mia vita mi sono concentrato su poche cose e da queste sono riuscito a trarre profitto. Sono molto bravo a trasformare la merda in oro”.
Ecco, credo tu ti sia fatto un’idea.

La copertina che vedi là sopra te la riproporrò quindi altre due volte, perchè è quella di un librone che contiene tutti e tre i romanzi della trilogia. Li alternerò ad altre letture, per non scassarci i maroni a vicenda con un unico filotto. Ti consiglio Le strade dell’innocenza? Naturalmente sì, anche se non nascondo mi siano piaciuti di più i primi due romanzi dell’autore. Vedremo comunque come andrà avanti con il “buon” Lloyd.

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
I miei luoghi oscuri (1996)

“L’uomo duplicato” di José Saramago

È da quando ho visto Enemy (2013) di Denis Villeneuve che ho in mente di leggere L’uomo duplicato (2002) di José Saramago. Bene, ora l’ho fatto.
Parto subito dicendoti che romanzo e film sono molto diversi, sebbene entrambi geniali. La lettura non ha fatto altro che confermarmi la straordinarietà del film di Villeneuve, psicologicamente molto più complesso rispetto al libro, dal quale è ispirato. Ma, come puoi immaginare dal titolo del post, non sono qui a parlarti di cinema, quindi…

Tertuliano Máximo Alfonso è un professore che insegna storia nelle scuole medie. Una vita ordinaria, un lavoro ordinario, una relazione ordinaria con Maria da Paz, che lui non sembra nemmeno amare molto. La monotonia dei suoi giorni viene sconvolta quando vede un film, consigliatogli da un collega, dove recita una parte minore un certo Daniel Santa Clara. Daniel è identico a Tertuliano, persino nella posizione dei nei. Tertuliano decide quindi di indagare, scoprire chi sia questo attore e conoscerlo. Mi fermo.

Della trama successiva non posso svelare molto, anche perché gli avvenimenti non sono tanti e quindi rischierei di rendere poco piacevole la tua lettura. Tuttavia posso anticiparti, senza timore di spoiler, che non stiamo parlando di un thriller, di un gemello separato alla nascita o qualcosa di simile. Siamo più dalle parti del doppelgänger, cioè del doppio non biologico, irrazionale e sconosciuto. Insomma, è un classico caso di “cosa succederebbe se…”.

Così come per Cecità (al momento l’unico altro romanzo che ho letto di Saramago), anche per L’uomo duplicato la situazione a-normale è la scusa utilizzata per sondare l’animo umano, la sua complessità e i suoi limiti. La vicenda in questo caso è molto più leggera e digeribile, certo, ma l’analisi dei pensieri del protagonista è altrettanto accurata, la sua coscienza sezionata e scomposta fin nei minimi particolari. Di Tertuliano si sa tutto, dietro ogni sua singola decisione c’è un preciso ragionamento che lo caratterizza come individuo e che viene spiegato in modo lineare senza lasciare dubbi. Si può dire che Saramago faccia una vera e propria autopsia dell’anima del protagonista.

Lo stile di scrittura è unico e non facile da digerire, io lo conoscevo e quindi ero preparato. La divisione in paragrafi è praticamente assente o, meglio, i paragrafi sono spesso lunghi diverse pagine. Lo stesso per le frasi, talvolta non si incontra un punto per decine e decine di righe. Il discorso diretto è un flusso continuo separato solo da virgole nel botta e risposta; ad aiutare a capire dove finiscano le parole di uno e inizino quelle dell’altro ci sono solo le maiuscole. A fronte di tutto questo devo dirti che, dedicata la giusta attenzione al testo (serve concentrazione), la comprensione non è difficile. Bisogna però essere pronti a entrare nel libro, senza altre distrazioni. Il flusso unico che ne esce è qualcosa di veramente spettacolare. Insomma, bisogna proprio essere bravi, per scrivere così e rimanere comprensibili.

Come già ti avevo detto per Cecità, terminata la lettura senti di aver appreso qualcosa e non, semplicemente, di esserti intrattenuto con della narrativa. Saramago ti stimola a pensare, la sua opinione fuoriesce dal testo (il narratore non la nasconde di certo) obbligandoti a prese di posizione e riflessioni alle quali non sei più molto allenato (stordito da tutta la spazzatura lobotomizzante che circola normalmente). Che dire, chapeau.

Adesso credo che mi riguarderò Enemy, per apprezzare le differenze abissali che lo rendono unico rispetto al romanzo, eppure doppio…

“Storia di Neve” di Mauro Corona

Ho fatto due conti, su Wikipedia, e mi risulta che Mauro Corona abbia scritto trentadue libri (uno più uno meno) e io, con Storia di Neve, ne ho letti quindici (li trovi elencati a fine post). Questo supertomo (circa 820 pagine) l’avevo lasciato appositamente da parte, sperando mi regalasse grandi soddisfazioni come L’ombra del bastone e Il canto delle manére, ma purtroppo non è andata esattamente così…

Partiamo con un po’ di trama (ermetica).
Neve nasce a Erto nel 1919. È una bambina strana, ogni tanto compie qualche miracolo, curando dei malati, ma è molto fragile, tende a sciogliersi come un cubetto di ghiaccio, trasformandosi in acqua. Questo accade soprattutto quando le capita di incontrare per le vie del paese un suo (quasi) coetaneo, Valentino, per il quale ha una forte attrazione resa impossibile proprio dalle circostanze.
Intanto Felice, il padre di Neve, fiutando l’affare dei miracoli ne organizza di finti per rafforzare la nomea della figlia e far sì che le persone bisognose la raggiungano in pellegrinaggio, pronte ad aprire le tasche in cambio di una speranza. Felice accumula ricchezze, complici e amanti mentre in paese iniziano a sparire i testimoni “scomodi”.
Mi fermo.

Storia di Neve è di certo un romanzo cupo e violento, su questo non c’è alcun dubbio. I personaggi buoni, o che comunque si salvano, si possono contare sulle dita di una mano, Neve inclusa. I morti sono tanti e spesso se ne vanno in modo truculento, talvolta al limite del grottesco (esempio: due amanti vengono divorati dai topi durante un amplesso e continuano a montarsi – come direbbe Corona – fino a quando diventano scheletri). L’erotismo è sempre dietro l’angolo, ogni occasione è buona per stupri, accoppiamenti vari e alzate di còtole, senza tuttavia mai entrare nei particolari (non ci sono descrizioni di tipo pornografico). Insomma, per quanto riguarda il sesso c’è più quantità che qualità.
Le vicende di Neve e di suo padre Felice rappresentano la parte centrale della storia ma sono circondate da mille altre sottotrame che si dipanano nel corso dei ventinove anni di vita della protagonista (non è uno spoiler, lo si sa da subito).

A differenza di molte persone, io non ho mai avuto problemi con la presenza di violenza, stupri o negatività. Te lo dico perché molte critiche che ho letto, rivolte al romanzo, sono proprio dirette verso queste forti caratteristiche che permeano la narrazione. Quello che, in realtà, non mi è piaciuto de La storia di Neve è la sua lunghezza. Credo che se Corona avesse scritto 400 pagine, invece di 800, la storia sarebbe filata molto meglio. Purtroppo questa prolissità si paga spesso con (tri-quadri)ripetizioni, personaggi che vengono presentati tante (troppe) volte allo stesso modo (quasi che Corona dubitasse che il lettore potesse ricordarsene) e l’uso continuo di similitudini (ogni cosa è come qualcos’altro, nello stile dell’autore, certo, ma qui si esagera). Peccato.

Di bello c’è che il romanzo non è ben identificabile in un singolo genere. Come dicevo, in alcuni momenti potrebbe rientrare addirittura nel gore, ma altre volte sembra un fantasy e altre ancora una storia di mistero. Questa parte dell’esperimento (perché credo che lo sia) l’ho gradita parecchio.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Sol levante” di Michael Crichton

Quando ti avevo parlato de Il cammino del Giappone – Shikoku e gli 88 templi ti avevo anche anticipato che sarei presto tornato in Oriente… e, infatti, eccomi qua.
[Sì, ci starebbe uno stacchetto con tipica musica locale, ma non abbiamo tutti ‘sti effetti speciali. Al limite si va a mangiare in un all you can eat. Ah, no, adesso non si può.]

Sol levante è il secondo romanzo di Michael Crichton che leggo, dopo Jurassic Park, e  sottoscrivo quanto già detto per i dinosauri: nonostante l’edizione datata che avevo tra le mani (in alcuni punti i caratteri erano finamai smangiucchiati) il libro è volato.
A onor del vero, giusto per non dire solo cattiverie di questa Edizione Club, era presente un “amico” che non incontravo da tempi immemori: il cordino segnalibro. Un piccolo dettaglio retrò ma di una comodità impagabile. Ora è raro trovarlo, ma io lo imporrei per legge agli editori. Fine dell’excursus sul cordino.

La trama è conosciuta, anche grazie al famosissimo film omonimo di Philip Kaufman con Sean Connery e Wesley Snipes, ma te ne riporto comunque un po’. Senza esagerare, è sempre un thriller/giallo, quindi…
A Los Angeles, durante una festa nel grattacielo della Nakamoto (multinazionale giapponese), una ragazza viene strangolata dopo un rapporto sessuale bello perverso come piace a noi. Incaricato di risolvere il caso è l’agente Peter Smith, al quale viene inviato in supporto John Connor (no, non è tornato indietro nel tempo => Terminator), esperto di tutto ciò che riguardi il Giappone. In ballo ci sono interessi economici che coinvolgono grosse aziende e importanti politici. Stop.

Se in Jurassic Park alla trama principale veniva associato tutto un discorso sull’utilizzo smodato della scienza, in Sol levante l’attenzione si sposta sulle strategie economiche commerciali tra USA e Giappone. Il fuoco sull’argomento è talmente mirato che Crichton ci tiene, in fondo al romanzo, a specificare che nella storia ha esternato quelle che sono le sue opinioni personali e non quelle di tutti gli informatori (un lunghissimo elenco di nomi) che l’hanno aiutato nella stesura. Negli USA il dibattito (siamo nel 1993) era infatti accesissimo. L’America si stava svendendo al Giappone? Le tecnologie dovevano essere protette dal Governo? Crichton ritiene apertamente che gli USA si siano venduti per mancanza di carattere e spirito di sacrificio, che non abbiano saputo/voluto difendersi in nome di un ideale di liberismo economico perdente, sconfitto dalla spietatezza della cultura giapponese (per la quale il commercio sarebbe ritenuto una guerra da vincere ad ogni costo).

La potenza di questo romanzo è quindi doppia, da una parte per la storia incalzante, il mistero, il thriller vero e proprio, dall’altra per gli argomenti trattati sotto la trama. Un poliziesco con molta sostanza appiccicata addosso. Certo, la scienza dei “dinosauri” era un tema universale, e di sicuro più condivisibile, rispetto al conflitto economico nippo-statunitense, ma spero di ritrovare questo tipo di bipartizione anche nei prossimi libri di Crichton che, di sicuro, leggerò.