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“L’apprendista di Goya” di Sara Di Furia

Arrivo decisamente in ritardo su L’apprendista di Goya (2019), avevo in programma di leggerlo da parecchio tempo ma – tra una pandemia e l’altra – ho rimandato a lungo. Un po’ perché desideravo procurarmi il libro a una delle presentazioni dell’autrice (che nel frattempo ho avuto il piacere di conoscere) e di presentazioni, nel 2020, non è che se ne potessero fare tante, un po’ perché l’arte pittorica è da sempre, per me, un argomento abbastanza ostico (un modo ben costruito per dire che sono una capra).
Alla fine, comunque, ho approfittato del Salone del Libro di Torino (dietro l’angolo… perché cercare a Brescia il libro di una scrittrice bresciana?) e sono riuscito ad averlo con tanto di dedica. Peraltro della Di Furia ti avevo già parlato de La regina rossa, romanzo storico-gotico di atmosfera Edgarallanpoiana (no, non il rapace, il maestro dell’horror).

L’apprendista di Goya si colloca ancora nel genere romanzo storico – meglio, thriller-storico – ma questa volta la trama non ha nulla a che vedere con il soprannaturale. A fare gli “onori di casa” sono omicidi, sangue, arte, sangue, intrighi e… sangue. Non troppo eh, non è un romanzo splatter, chiariamoci, ma quanto basta per tenere alta la tensione e il livello percepito di pericolo.

1791, Madrid. Il giovane Manuèl Alvèra si trasferisce dal colorificio di famiglia allo studio del pittore Francisco Goya, con l’incarico di occuparsi della produzione dei colori per il noto artista. In cambio, Goya si impegna a prepararlo per l’esame di ammissione alla Real Accademia di San Fernando. Mentre tra i due si instaura un complesso rapporto maestro-discepolo (reso difficile dal carattere instabile di Goya), a Madrid scorrazza libero e felice un misterioso serial killer, el diablo, che prende di mira solo gli artisti – diciamo – “birboni” (cioè quelli che dipingono le cose sconce, fregandosene dell’Inquisizione). Manuèl comincia a sospettare di tutti, a partire dal proprio maestro. Mi fermo.

Tutta la storia è narrata in prima persona da Manuèl e questo ti butta direttamente dentro lo studio di Goya. Sei lì anche tu, a creare i colori insieme al protagonista, a cercare di capire chi sia l’assassino, a tremare per quello che penserà il maestro di te. Se ciò non fosse sufficiente a coinvolgerti, c’è persino un po’ di erotismo qua e là, che non guasta mai (lo diceva pure Bukowski, ma non so se vale, come fonte).
Per scrivere questo romanzo deve essersi reso necessario un grande lavoro di ricerca, in diversi campi. Oltre a quello più evidente, cioè quello storico, vi è poi tutta l’attenzione dedicata alla composizione dei colori, alla descrizione dei pigmenti, e tutto ciò che riguarda la pratica della pittura.

Nonostante la mia scarsa conoscenza artistica (casomai non si fosse capito), questo romanzo mi ha coinvolto molto, tanto che ho terminato in soli due giorni le sue 300 pagine. Ti dirò di più: ho addirittura cercato Goya su Wikipedia, per fare un breve ripasso della sua vita e delle opere. Ora, questo per te potrebbe non significare niente, ma ti assicuro che è un evento veramente straordinario.
Te l’avevo già promesso dopo aver letto La regina rossa (poi è andata diversamente), ma te lo ripeto: recupererò anche Jack.

“Tre di nessuno” di Davide Camparsi

Tre di nessuno è un romanzo breve (o racconto lungo, se preferisci) di Davide Camparsi, scrittore veronese del quale ti avevo già parlato a proposito della bella raccolta di racconti fantastici Tra cielo e terra (una delle antologie monografiche curate dall’associazione culturale RiLL). Anche in questa opera, ho ritrovato tutte quelle caratteristiche che mi erano piaciute nei racconti di Camparsi, sebbene il genere di riferimento non sia più la fantascienza ma il crime (rurale padano, aggiungerei).

Non posso raccontarti molto della trama, altrimenti rischio davvero di svelare troppo…
In un paesino nebbioso del nord Italia si incrociano le vite di tre grotteschi personaggi in cerca di riscatto sociale. Sono Lacarla (sì, tutto attaccato), aiutante focosa del prete che si è giocata i fondi della parrocchia alle “macchinette”; Duncan, una sorta di piccolo boss locale che ambisce alle politiche comunali; e (Super) Mario, meccanico a tempo pieno e saltuario leone “da bar” (stessa specie di quello “da tastiera” ma con habitat differente) che aspira al ruolo di supereroe. I tre (di nessuno, appunto) finiranno per scontrarsi, sotto lo sguardo innocente di Cippirì, una bambino con evidenti disturbi cognitivi (l’unico personaggio positivo della storia).

Non è difficile immaginare Lacarla perdere tutto al video poker – imprecando perché non esce mai l’ultima fragola – così come non lo è riconoscere in Duncan (ovviamente un soprannome di paese, alla Cisco o Balota) un qualunque delinquentello di periferia che sia riuscito a fare un minimo di “carriera” senza farsi arrestare. Ancora meno, distinguere Mario da uno qualsiasi di quei personaggi (con un bicchiere di vino come protesi perenne) che cercano il consenso in qualche bettola, declamando banalità come fossero assiomi incontestabili. Camparsi (che peraltro – ‘sti cazzi – quest’anno ha vinto anche il Premio Robot) te li serve già cotti con grande abilità, te li fa capire subito e tu, altrettanto subito, li disprezzi buttando loro adosso il disgusto accumulato osservando per anni i loro simili.

Come dicevo, i tre sono grotteschi, e non vedi l’ora che cadano, che crollino, che abbiano quello che si meritano. Sono grotteschi anche (e soprattutto) nelle loro ambizioni, pallide imitazioni di ruoli troppo alti e irraggiungibili. Il “supereroe” Mario è bloccato nei primi dieci minuti di un qualsiasi film di genere, quando ancora il protagonista si traveste con gli stracci e sbatte la testa contro i muri. Duncan è un Tony Montana dei poveri, che ha autorità solo su dei patetici derelitti allo sbando. Lacarla insegue la fortuna – ma continua a non beccare la fragola – e si dichiara vincente, ma lo fa imitando i tristi gesti scaramantici dei perdenti che incrocia sul suo cammino. E, alla fine, l’unico che ottiene ciò che vuole è proprio il lettore, che soddisfa il suo crudele e spietato bisogno di giustizia sociale.
Mi fermo qui, altrimenti spoilero.

Ho divorato le 128 pagine di Tre di nessuno in un paio d’ore. Sono contento, ti avevo detto che avrei letto più autori italiani quest’anno e, per ora, mi sta andando molto bene.

“Mussolini in Giappone” di Angelo Paratico

Esiste una lunghissima lista di nomi di personaggi famosi deceduti che in realtà NON sarebbero morti. Nella cultura pop, per forza di cose, questi presunti zombie sono molto conosciuti: Elvis (che vivrebbe a Buenos Aires), Jim Morrison (avvistato in… Molise!), Moana Pozzi (in India), Michael Jackson (recentemente apparso sullo sfondo di un selfie della figlia Paris) e via dicendo. Meno noti, sono gli zombie che appartengono al mondo della storia e della politica. Credo che ciò sia facilmente comprensibile: tutti desidereremmo risentire Freddie (tornato in incognito nella natia Zanzibar) che canta Bohemian Rhapsody, ma in quanti vorremmo riascoltare l’ennesimo discorso del politico di turno, fosse anche JFK in persona? Pochi, credo. Certo, probabilmente perché di politica ne abbiamo le palle piene (oggi più che mai), ma forse anche perché l’arte è senza tempo, mentre le personalità della “storia” (dittatori e politicanti vari) rimangono fortemente ancorate al loro periodo, a sbiadire nelle foto dei libri di scuola. Tuttavia, per gli appassionati del genere, una lista di questo tipo esiste. È meno romantica e più legata all’eterna ossessione del gomblotto (mito sempre attuale) e comprende, tra gli altri, Napoleone, Hitler e, ovviamente, Mussolini.

La morte di Mussolini, in particolare, è sempre stata avvolta da un certo alone di mistero. Le varianti sul luogo del decesso, e i dubbi sul reale esecutore che avrebbe sparato al Duce, si sprecano (fatti una googlata), fino ad arrivare alla consueta conclusione: Mussolini in verità non sarebbe morto (e forse è a Memphis a dar sfoggio del suo straordinario movimento pelvico).

Scherzi a parte, è in questo filone che si inserisce Mussolini in Giappone, il nuovo romanzo di Angelo Paratico. Cosa sarebbe successo se… Mussolini fosse scappato su un sommergibile diretto in Giappone?
E qui tu mi dirai: questa cosa mi ricorda tanto La svastica sul Sole di Dick (romanzo distopico per eccellenza se si parla di una realtà alternativa nella quale fascismo e nazismo non siano stati sconfitti). Invece no, perché l’autore non è caduto in questo tranello e ha creato qualcosa di nuovo. Mussolini fugge, sì, ma a questo punto Paratico si dedica meno agli eventi storici e più all’uomo, al padre, all’amante. Si dedica più a Benito, che al Duce. È una distopia emotiva, più che storica.

Mussolini si mette in salvo grazie all’utilizzo di un sosia, che viene fucilato al suo posto. Un vero e proprio doppelgänger (o kagemusha, in Giapponese) sacrificale, che muore a fianco della Petacci, fiero di regalare in questo modo un’altra occasione al Duce. Ma chi si sdoppia davvero, nella narrazione, è proprio Mussolini. Non più un uomo forte e dallo spirito tenace, quanto un essere pieno di rimpianti e di dubbi, al quale manca la famiglia e che si condanna per l’alleanza con quel “pazzo” di Hitler. Per dirla in poche parole: si sdoppia e diventa una versione migliore di sé stesso (o, semplicemente, cessa di essere Mussolini…). Arrivato in Giappone, al suo servizio viene messa una geisha, Aya. Con questo stratagemma, Paratico ha modo di mostrarti anche un inedito Mussolini “in amore”, dolce e romantico.

La ricostruzione storica è molto curata e rende la lettura interessante senza mai scadere nel temutissimo infodump. Questo romanzo si legge davvero velocemente, io l’ho terminato in un paio di giorni.
C’è solo una cosa che mi domando, alla fine. Se Mussolini fosse stato davvero così riflessivo e pieno di dubbi, se avesse davvero disprezzato Hitler, se fosse stato umano come il protagonista del romanzo… sarei qui a parlarti di questo libro o ci troveremmo in un paradosso storico-politico-emotivo?

Libri che ho letto di Angelo Paratico:
Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (2018)
La settima fata (2019)
Una feroce compassione (2020)
Mussolini in Giappone (2021)

“Billy Summers” di Stephen King

Billy Summers è un sicario, un cecchino esperto che si è fatto le ossa a Falluja. Viene ingaggiato per uccidere un uomo (un uomo cattivo, poiché altrimenti Billy non accetterebbe l’incarico) che deve testimoniare durante un processo. È un lavoro lungo e ben retribuito, l’ultimo. Billy deve trasferirsi in un paesino sotto falsa identità e aspettare il momento giusto, che potrebbe arrivare dopo diversi mesi. Ma Billy sente puzza di bruciato e così si costruisce anche un’altra identità, a pochi chilometri di distanza, come via di fuga in caso il mandante dell’omicidio decida di fargli la pelle. E intanto comincia a scrivere un romanzo autobiografico, nel quale racconta gli orrori della guerra, e della vita. Quando tutto andrà per il verso sbagliato, come lui aveva pronosticato, Billy troverà un’inaspettata spalla sulla quale poter contare, una vera e propria redenzione su due piedi.
Mi fermo.

Cos’è Billy Summers? È difficile dirlo, e questo è uno dei motivi per i quali l’ho adorato. In un settore nel quale sembra che si debba incasellare tutto in un genere definito, King tira fuori un romanzo che i generi li attraversa tutti. È di certo un romanzo di formazione, ma è anche una revenge story. È un romanzo di guerra (le pagine scritte da Billy, ambientate in Iraq, hanno un carattere tipografico e uno stile diverso), ma anche un racconto di azione pura, con risvolti gangster. È, a tratti, una storia on the road. E come lasciare fuori gli accenni al soprannaturale, all’Overlook Hotel di Shining, che, seppure restando marginali rispetto alla trama, lasciano una porta aperta sull’insondabile. Per finire, è un fantastico inno al piacere della scrittura, un’analisi (o forse auto-analisi) sulla medicina (o forse droga) della creatività come via di fuga.

Come ti dico sempre, con Stephen King io ritorno a casa. È vero, ci ho messo un po’ a leggere le quasi 550 pagine di questo tomo, ma è stato un periodo complicato, pieno di cose da fare. Se ne avessi avuto il tempo, avrei finito Billy Summers in due giorni anziché in dieci. Ma in questi dieci giorni – questa è una cosa che mi accade solo con il Re – la mia testa era sempre in due posti contemporaneamente. Una parte di me sbrogliava i casini del lavoro, l’altra era sempre in una villetta, o in un interrato, o su un’auto, o tra le montagne (a casa del vecchio Bucky).
L’altra era Billy Summers.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

“Oceano” di Francesco Vidotto

Ho appena finito di leggere Oceano e la prima sensazione che ho provato è stata il rimpianto. Dovevo aspettarmelo, considerato quanto mi era piaciuto Fabro, non poteva che essere così. Ma ora ti spiego il perché del rimpianto, un attimo.

Sono stato al Salone del libro di Torino (ahimè di sabato, quando c’è più casino) e, ovviamente, ho fatto la spesa (un buon venti chili di libri).
Apro un piccolo inciso.
Ho acquistato solo da quegli editori che proponevano offerte dedicate alla fiera. Non ho mai capito perché si dovrebbe pagare un biglietto di ingresso per poi pagare la merce a prezzo pieno (che, in fin dei conti, significa a un prezzo più alto rispetto all’acquisto sui vari siti online). Edizioni Minerva era uno degli editori che applicavano degli sconti, e qui chiudo l’inciso e arrivo al mio rimpianto.
Di Francesco Vidotto, al Salone, ho comprato solo Oceano e Siro, lasciando lì (nel tentativo di contenere l’emorragia monetaria) Il selvaggio e Zoe.
È stato un errore.

Oceano racconta la storia di un uomo, quasi centenario, che fa visita a Vidotto (in più riprese) e gli racconta la propria vita, chiedendogli di scriverne un libro. Gli incontri si susseguono e la trama della vita di Oceano (perché è questo il nome dell’uomo) prende forma, come l’amicizia tra l’anziano e lo scrittore. Oceano ha affrontato la guerra, le difficoltà e l’amore, sempre con grande coraggio e umiltà. Ha una moglie, Italia, e un figlio che, però, non si vede mai… mi fermo.

Così come accadrà in Fabro (che è successivo), anche in Oceano Vidotto descrive la vita del protagonista con uno stile che definirei poetico. In poche pagine lo scrittore condensa tutti gli eventi che contano – quelli che hanno un vero significato – e te li propone con la forza di un pugno nello stomaco. Non perché siano particolarmente violenti (spesso non lo sono), ma perché, terminato il romanzo, sei costretto a riflettere sulla vita (l’Universo e tutto quanto, aggiungerei).
Terminato il romanzo, tu sei Oceano. Tu tiri le somme e cerchi di capire cosa hai fatto, cosa non hai fatto e cosa avresti dovuto fare. Come Oceano, che non ha mai visto il mare e che cerca, per quello che può, di recuperare.

P.S. Ci risentiamo a breve. Di certo con Siro, ma anche con tutto il resto dei “venti chili”. Son riuscito a trovare la Trilogia della frontiera di McCarthy (grazie a Libraccio) e tanto altro. E poi, lo sai, ieri è uscito Billy Summers

“Los Angeles Nera: Perché la notte” di James Ellroy (Trilogia del sergente Hopkins)

Il sergente Lloyd Hopkins torna per la seconda volta, dopo Le strade dell’innocenza, ed è nuovamente a caccia di un serial killer. È John Havilland, psichiatra geniale e deviato, che utilizza i propri pazienti per uccidere, programmando le loro menti con le sue abilità “terapeutiche”. In questo mare di sangue è annegato anche un poliziotto, Jungle Jack Herzog, scomparso da tempo e inutilmente ricercato da Hopkins. Non manca la pupa di turno, Linda Wilhite, prostituta di lusso e vera e propria calamita per ogni uomo che le graviti attorno, serial killer e poliziotti compresi.

Come ti avevo anticipato qualche tempo fa, ho deciso di leggere i romanzi di Ellroy in ordine cronologico, partendo dal primo. Perché la notte è il quarto che ha scritto (io, in realtà, ne ho letti cinque), il secondo della trilogia del sergente Hopkins. Di certo non il migliore, anzi.

Ho trovato la struttua abbastanza macchinosa e parecchio ostile, non sono mai stato invogliato a prendere il libro in mano per scoprire come procedesse la storia. Ventisette capitoli, alternati tra il punto di vista di Hopkins e quello dell’assassino, senza incognite o misteri. Sai tutto, in tempo reale, e questa onniscienza non ha di certo aiutato. Il solo angolo di ignoto che Ellroy ti concede è quello della reazione di Hopkins alle malefatte di Havilland man mano vengono scoperte (tu, però, le conosci già).

In una parola: un romanzo noioso. Peccato.
Non è stato sufficiente il consueto stile di scrittura asciutto (duro e puro, direi) di Ellroy, per emozionarmi. Confido in La collina dei suicidi, terzo della trilogia e del tomone che ho tra le mani. Ma non a breve, no, non a breve…

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
Perché la notte (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
I miei luoghi oscuri (1996)

“Velocity” di Dean Koontz

Velocity è un thriller molto godibile, che si legge rapidamente nonostante le 400 pagine abbondanti. Sono contento, davvero. Dopo quella cosa orribile che è stata L’ultima porta del cielo temevo il peggio, invece Koontz è riuscito a farmi ricredere. Peraltro, essendo uscito nel 2005, Velocity è anche il romanzo più recente che ho letto di questo autore (gli altri li trovi a fine post). Lo piazzerei al secondo posto, dopo Phantoms!, tra i miei preferiti. Ho grandi aspettative per Intensity, del quale tutti parlano benissimo, e che è già sulla mia mensola.

È l’idea di base a funzionare, l’incipit, direbbero i “tecnici”.
Billy è un tipo qualsiasi, fa il barista e ha una compagna che, a seguito di una reazione allergica (te la faccio semplice, in realtà si tratta di un avvelenamento alimentare), si trova in un coma semi-profondo (in pratica: sogna e parla ogni tanto, dicendo cose apparentemente senza senso). Un giorno Billy esce dal bar e trova un biglietto sul parabrezzo della sua auto. I biglietto dice che, se lui non farà nulla, morirà un’adorabile insegnante e se, invece, avviserà la polizia, morirà un’anziana filantropa. Billy ignora il messaggio e muore un’insegnante. Seguirà una secondo biglietto, un terzo e così via, fino a quando Billy sarà talmente coinvolto da temere per la vita della propria compagna. Mi fermo.

Ripeto: un romanzo che mi ha coinvolto. È puro intrattenimento, chiaro, ma è davvero divertente tentare di capire, insieme al protagonista, chi possa essere l’assassino. Non credo si possa parlare di “giallo” (i puristi non sarebbero d’accordo), ma il confine tra questo genere e il thriller, qui, è molto sottile.

Un’ultima curiosità, prima che mi dimentichi. A badare a Barbara, la compagna di Billy, c’è un dottore che vorrebbe “staccarle la spina”. Questo è un dettaglio del tutto marginale per la trama del romanzo, eppure Koontz ci tiene a spiegare come il dottore in questione sia un sostenitore della bioetica utilitaristica. Il tema era molto sentito anche in L’ultima porta del cielo, evidentemente è qualcosa che tocca profondamente l’autore. Sarebbe interessante capire il perché, studierò.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)

“Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne

C’è un tempo per tutto. Purtroppo, mi è ormai chiaro, che il tempo per leggere Verne sia passato da un bel pezzo, e mi dispiace. Ricordo di aver letto, da bambino, Dalla Terra alla Luna (1865) e di averlo apprezzato moltissimo. Ero affascinato dal viaggio spaziale e mi ero stupito per il modo in cui Verne avesse precorso i tempi, raccontando quell’avventura con un realismo incredibile, un secolo prima che l’Apollo 11 compisse l’impresa. Non l’ho più riletto, quel romanzo. Forse dovrei, per verificarne la presa emotiva. Per capire se, ancora, appaia tutto così verosimile anche per una mente “adulta” (si fa per dire, eh).

È terrificante, lo so, ma ora Verne mi annoia. Credo che il problema non sia suo (di sicuro). Credo che il problema risieda nella perdita dell’innocenza. Ho alzato il livello della sospensione dell’incredulità a un punto tale per cui ho perso la capacità di credere. Come tutti, del resto, da Babbo Natale in poi. Con Il giro del mondo in ottanta giorni mi ero esaltato, lo ammetto. Ma quanto di quell’entusiasmo era reale? Non lo so, forse era solo nostalgia, bisogno di crederci, appunto.

Venendo a Viaggio al centro della Terra, la storia la conosci. Dopo aver scoperto un documento antico, il professor Lidenbrock, suo nipote Alex e la guida Hans, si avventurano all’interno di un vulcano islandese che – secondo il sopracitato documento – nasconderebbe la via per il centro della Terra. Tra le altre cose, attraverseranno un mare interno, tanto grande da farli sbucare sull’isola di Stromboli.

Cosa mi è piaciuto.
La descrizione dei paesaggi, dei mostri marini, di tutto ciò che non è reale. Foreste di funghi grandi quanto alberi, enormi coccodrilli, addirittura un gigante. Tutto questo è fantastico, davvero. Fonte di ispirazione per la fantascienza che verrà.

Cosa non mi è piaciuto.
Lo schematismo dei personaggi, stereotipati nei generi di appartenenza, e il modo che hanno di relazionarsi tra loro. Lidenbrock è lo scienziato, crede fermamente nel suo scopo (raggiungere il centro della Terra) e non fa mai – MAI – una piega. Axel mette in dubbio lo zio, ha spesso paura e vorrebbe sempre tirarsi indietro. Hans è una sorta di deus ex machina, fa costantemente in modo che le cose vadano bene e risolve il problema della mancanza di realismo. Dove sono finiti i bagagli? Li ha recuperati Hans. Perché non sono morti tutti? Li ha salvati Hans. Chi procura il cibo? Sempre Hans. E via dicendo.

È chiaro, si parla di una scrittura di un secolo e mezzo fa, me ne rendo conto. Tuttavia la mancanza di profondità psicologica si fa sentire, ben più che nei romanzi del (quasi) contemporaneo H.G. Wells. È una lettura per ragazzi – e io ragazzo non sono più – ma non solo, è una lettura per ragazzi di un altro tempo, forse più ingenuo, più innocente.
Non so se tornerò su Verne, per ora non credo. Vedremo.

“L’estate della paura” di Dan Simmons

L’estate della paura è un romanzo che ho cercato per molto, molto tempo. È fuori stampa, raro e parecchio costoso. Ho avuto la fortuna di trovarlo in un lotto composto da una decina di libri horror, che l’inconsapevole venditore (eBay) mi ha ceduto per una quindicina di euro. Quando va bene, L’estate della paura viene venduto attorno agli 80 euro (ma anche a 200, a seconda dell’edizione). L’edizione Gargoyle che ho letto ha notoriamente qualche problema di impaginazione, ciò mi ha costretto a non aprire mai il volume per più di 40° e ad aumentare la mia paranoia nei confronti delle pieghe di lettura. Comunque, se mai ti interessasse, sono riuscito a preservarlo in maniera perfetta, il libro sembra ancora fresco di stampa e non tende minimamente a spaginarsi. E no, non lo vendo.

Questo infinito preambolo perché L’estate della paura è considerato un romanzo di culto da tutti gli appassionati di horror. Qualcuno (non io, te lo dico subito) lo ritiene addirittura superiore a IT. In realtà, il libro di Dan Simmons è un evidente omaggio al capolavoro di Stephen King, con il quale condivide tante tematiche. Una per tutte è la ciclicità del Male, che si riforma e colpisce di generazione in generazione. Ma potrei andare avanti: anche i protagonisti di questo romanzo sono tutti preadolescenti; anche qui, tra loro, è presente una sola ragazza; c’è un bullo spaccone con il serramanico sempre in tasca; c’è l’ambientazione in un piccolo paesino dove tutti si conoscono… insomma, ci siamo capiti. Ripeto, tuttavia, si tratta chiaramente di omaggio (IT esce nel 1986, L’estate della paura nel 1991), non di scopiazzatura.

La trama è conosciuta. A Elm Heaven (Illinois), Mike, Jim, Kevin, Duane, Dale e Lawrence trascorrono le giornate correndo sulle loro biciclette. La Old Central School ha appena chiuso i battenti e l’estate è iniziata. Poi, però, accade qualcosa, un ragazzino sparisce e un inquietante furgone comincia a girare per le strade, con il suo carico di morte. Non mi dilungo, è il Male, ovviamente, e il suo epicentro è nascosto proprio nella Old Central.

630 pagine, un mese di lettura. Tanto. Troppo. Se dovessi dirti cosa, in particolare, non mi abbia convinto non saprei da che parte iniziare. C’è la storia, c’è la “formazione” (sia come genere letterario, che come gruppo di personaggi), c’è la sfida tra Bene e Male. Eppure L’estate della paura non mi ha coinvolto, sono rimasto freddo come un cadavere, privo di emozioni. Avrei voluto affezionarmi a questi ragazzini, piangere e gioire con loro (come con i “perdenti” di Derry) e, invece, niente, il vuoto. Lo stile di Simmons probabilmente non ha aiutato, l’ho trovato molto prolisso in tanti punti (l’autore sembra peraltro avere un’ossessione per le misure, che in certe descrizioni appaiono davvero ingombranti con costanti specifiche in metri e centimetri). Un peccato, perché le aspettative erano davvero molto alte (direi sui 107 metri e 34 centimetri).

Chiariamoci, L’estate della paura è un buon romanzo, godibile. Forse davvero, in qualche modo, mi aspettavo un nuovo IT e sono rimasto deluso. So che esiste anche un seguito, L’inverno della paura (che in realtà ha solo uno dei ragazzi come protagonista nell’età adulta, un po’ come il Danny di Dr Sleep per Shining), ma devo ancora capire se lo leggerò. Vedremo.

“La grande rapina al treno” di Michael Crichton

Nella Londra del 1855, in piena epoca vittoriana, un gruppo di criminali mette a segno una straordinaria rapina a un treno che trasporta lingotti per un valore di 12.000 sterline (un’enormità, allora), destinati alle truppe britanniche impegnate nella guerra in Crimea.
Un fatto vero, documentato, che Crichton racconta nel suo La grande rapina al treno (1975), ricostruendo la vicenda in modo verosimile grazie al recupero degli articoli di giornale e delle testimonianze in tribunale. Nel 1979 l’autore girerà anche il film omonimo, con Sean Connery e Donald Sutherland, che purtroppo non ho (ancora) visto.

Un romanzo straordinario, avvincente (no, non è un modo di dire). Crichton, come sempre, approfitta dell’occasione per descrivere in modo approfondito il contesto, gli usi e i costumi del periodo storico. La condizione della donna, la criminalità, l’avvento del treno, la giustizia, sono solo alcuni dei temi affrontati parallelamente alle vicende di Edward Pierce (la “testa” del colpo) e soci.

La maggior parte del romanzo è incentrata sulla pianificazione della rapina. Questo perché, nel 1855, l’unico modo per aprire una cassaforte era possederne la chiave (o una sua copia), il tempo degli esplosivi, della tecnologia e delle sostanze corrosive non era ancora giunto. Le cassaforti presenti sul treno necessitavano di quattro chiavi e queste erano, ovviamente, ubicate in luoghi diversi e sicuri. Pierce, per recuperarle, si servirà di diversi complici tra i quali un ferramenta (scassinatore), un biscia (esperto di intrusione) e un paino (borseggiatore).
E qui entra in gioco un altro protagonista del romanzo: il linguaggio della malavita. Crichton ricostruisce il gergo criminale e così, insieme ai nomignoli (vedi sopra), vengono fuori tutta una serie di curiose espressioni volte a definire azioni e situazioni. Far neve significa rubare i panni stesi. Un soffia che fa una loffia è un informatore che offre una falsa soffiata ai miltoniani (gli sbirri).

La grande rapina al treno mi ha ricordato, nella struttura, L’isola dei pirati, altro romanzo di Crichton che mi era piaciuto molto. L’autore ha scritto una trentina abbondante di libri, prima di morire prematuramente. Sono contento di averne letti solo otto, ho ancora una buona scorta.
Ho già sulla mensola Next, Preda, Punto critico e Timeline. Preparati.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)