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“Il terminale uomo” di Michael Crichton

Un po’ di numeri, per iniziare.
Il terminale uomo (1972) è il dodicesimo romanzo di Michael Crichton, il secondo da lui scritto senza utilizzare pseudonimi (il primo è Andromeda, 1969) e il sesto suo che leggo (gli altri li trovi a fine post). Nel 1974 dal libro è stato tratto un film, L’uomo terminale, con la regia di Mike Hodges (quello di Flash Gordon), che però non ho mai visto.

Il terminale uomo è un romanzo semplice. Qui, forse, urge una specifica: semplice per essere di Michael Crichton. Come nello stile dello scrittore, è infarcito di scienza e nozioni, tutto è studiato in maniera approfondita per creare quel senso di credibilità che caratterizza i suoi libri. Tuttavia la trama è molto lineare e lontana dagli intrecci più complessi dei suoi romanzi più recenti.

Harry Benson soffre di attacchi di raptus omicida, causati da un incidente che gli ha lesionato il Gulliver (scusa, mi è scappata). Viene sottoposto a un intervento innovativo che prevede l’inserimento di elettrodi proprio nel cervello, al fine di placare gli istinti violenti. Benson soffre anche di turbe psicotiche che gli fanno credere che le macchine, in particolare i computer, stiano complottando per raggiungere il potere. Ovviamente avere un computer impiantato nel cervello non aiuta… Terminato l’intervento, Benson fugge dall’ospedale e comincia a uccidere.

Il romanzo si divide in tre fasi. La prima fase è dedicata alle spiegazioni scientifiche e ai dubbi morali legati al controllo del comportamento. La seconda è quella dell’intervento chirurgico vero e proprio e dei test sulle stimolazioni cerebrali nelle varie aree del cervello (per me la parte più interessante). La terza è una classica caccia all’uomo. Sono 280 pagine che volano per qualità della scrittura e dinamicità. Un buon thriller fantascientifico (per l’epoca, ora temo lo sia meno), anche se non proprio memorabile.

È interessante come nel 1972 Crichton accennasse già alla possibilità di operare da un continente all’altro utilizzando un computer come braccio del chirurgo. Letto a posteriori questo romanzo rende l’idea di quanto lo scrittore avesse una visione lucida e informata riguardo ai progressi che avrebbe compiuto la scienza nei decenni successivi.
Ho già comprato altri sei libri di Crichton che attendono sulla mia mensola, quindi preparati anche tu al futuro che ti aspetta.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Dimenticami Trovami Sognami” di Andrea Viscusi

Ti avevo anticipato che mi sarei dedicato alla lettura di qualche autore italiano, no? Ecco.
Certo, per non correre troppi rischi, mi sono diretto su Andrea Viscusi, del quale ti avevo già parlato per l’antologia L’esatta percezione – Nove racconti (la personale che l’associazione RiLL dedica ad autori di particolare talento). Ho fatto bene, te lo anticipo.

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che si divide in tre parti e in miliardi di universi. Con i dovuti allarmi antispoiler accesi, ti racconto un po’ di trama, senza esagerare. In Dimenticami il protagonista, Dorian, viene selezionato per compiere un innovativo viaggio spaziale. Dovrà stare via per molto, molto tempo e allontanarsi dai suoi affetti, tra i quali la sua compagna Simona. Trovami introduce il personaggio del dottor Novembre, uno psicologo esperto di sogni. Novembre se la vedrà con un paziente particolare che pare avere la capacità di influenzare la realtà. Sognami mescola le carte delle due parti precedenti, delle realtà precedenti, degli universi precedenti… Non aggiungo altro.

Stavo per iniziare questa frase dicendoti che non sono un esperto di fantascienza, che non ne leggo molta e cose così. Poi ho digitato “fantascienza” nella casella di ricerca del blog (per verificare di cosa ti avessi parlato) e mi sono reso conto che tendo a sottostimare la quantità delle mie letture. È vero, probabilmente non potrei essere definito un espertissimo, ma qualcosa l’ho masticato, negli anni. Quindi, con le mie moderate competenze nel settore alieni/viaggispaziali/bracciatentacolateeaffini posso affermare che Viscusi riesce ad aggiungere al genere quel qualcosa che spesso manca: l’emotività. È questa, a mio avviso, la caratteristica più forte che ho apprezzato nel romanzo (non che l’intreccio sia da meno eh, da spaccarsi il cervello). La prima parte della storia, con problemi più terreni, crea l’empatia con i personaggi che ti consente di rimanere loro “attaccato” (concedimi il termine) anche nelle successive, più vicine alla fantascienza classica (e quindi leggermente più fredde). Chapeau.

Non ho letto nemmeno un libro di quelli che l’autore cita nelle note come fonte di ispirazione, magari provvederò. In alcune parti di dialogo con l’Intelligenza Primeva mi sono però tornati alla mente gli scambi con l’entità in Sfera, di Crichton, altro romanzo che mi è piaciuto molto. Non credo che l’associazione sia casuale, anche Viscusi riesce a rendere totalmente credibile quello che scrive, tanto che mentre lo leggi ti pare sia tutto scientificamente dimostrato.

Bene, è quasi mezzanotte e potrei andare a dormire. Ma cosa sognerò? Già perché, se le coincidenze non esistono, i miei sogni potrebbero cominciare a diventare un problema, come quelli del protagonista. Viscusi dichiara (sempre nelle note) di avere un’ossessione per il numero 42. L’editore del libro è Zona 42. Questo blog si chiama PensieroProfondo42. Quindi, sarò io a retconizzare o verrò retconizzato?

“Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy

Cazzo, che romanzo.

Non sarà un inizio raffinato, il mio, ma concedimelo.
Non è un paese per vecchi è il secondo libro che leggo di Cormac McCarthy, dopo La strada, e non ho più alcun dubbio: devo leggere tutto quello che ha scritto. Che poi non ha scritto molto, su Wiki ci sono giusto una decina di titoli in quasi novant’anni di vita (McCarthy è del 1933).

Avevo visto il film omonimo dei fratelli Coen (e l’ho  rivisto appena terminato il romanzo) qualche anno fa. Lo ricordavo per la cazzutissima (ci risiamo) interpretazione di Javier Bardem, non tanto per la trama, che non mi aveva colpito. Invece devo amettere che anche la trama segue il romanzo per filo e per segno, quindi da quel punto di vista è stato fatto un lavoro eccezionale. Tuttavia il libro “è meglio”, come si suol dire.

Llewelyn Moss, un reduce del Vietnam texano, sta cacciando antilopi sul confine col Messico quando si trova sulla scena di quello che deve essere stato un regolamento di conti. Pick-up bucherellati, uomini bucherellati, cani bucherellati. Tanta droga e una valigetta con due milioni e mezzo di dollari. Moss prende la valigetta e scappa. Sulle sue tracce Anton Chigurh, psiocopatico folle assassino, che cerca la valigetta armato di una bombola ad aria compressa, un fucile e una moneta. Un uomo che sembra la Morte in persona. E, ancora, dietro loro due, lo sceriffo Bell che ce la mette tutta per trovare Moss e salvarlo dal suo destino.

Un romanzo di polvere, sangue e silenzi. Di dialoghi asciutti(ssimi), rimpianti e scelte. Nessuna anima è priva di sofferenza, qui. Chigurh sembra essere l’opposto esatto di un deus ex machina, l’incarnazione dell’assenza di pietà della vita che ti stritola senza possibilità di fuga. Il suo testa o croce ha il sapore di un cancro che ti becca nel momento in cui tutto sta andando per il meglio.

La storia è intervallata da capitoli nei quali, a cose concluse, lo sceriffo Bell riflette sul passato, sul futuro e sul senso dell’esistenza. Questo si perde molto (non del tutto) nel film, nonostante l’ottimo Tommy Lee Jones. In generale la trasposizione perde un po’ quel senso di solitudine che caratterizza i personaggi nel romanzo. Quella sensazione di essere tutti degli inutili sputi nell’Universo, per capirci.

Cazzo, che romanzo.

“Vero all’alba” di Ernest Hemingway

Sono stato in Africa con Hemingway.
Un’Africa da caccia grossa, con i portatori, i fucili e le tende (altro che resort). Un romanzo autobiografico non facile da affrontare, questo Vero all’alba, da molti punti di vista. Pubblicato postumo nel 1999, e curato dal figlio Patrick, ti consiglierei di leggerlo solo se A) ami terribilmente Hemingway, B) ami terribilmente l’Africa (e sei disposto a ignorare la stupidità della caccia) e C) ami terribilmente Hemingway e l’Africa.

Trama: in questo romanzo non accade nulla, per 370 pagine.
Fine della trama.
Potresti tranquillamente aprire il libro a un capitolo qualsiasi e iniziare a leggere, poi richiuderlo e riaprirlo ancora a un altro e andare avanti così. Non ti accorgeresti di nulla, zero cronologia.

Cosa c’è nel romanzo? La quotidianità della vita di Hemingway durante un safari di cinque mesi che fece in Kenya, con la quarta moglie. Le battute di caccia al leone, le differenze culturali con le tribù del posto, tanta terminologia swahili, le notti insonni e l’affetto per Debba, una wakamba che vorrebbe sposare il buon Ernest (che ci sguazza).

Inciso.
Hemingway è stato ampiamente criticato per la sua vena viril-cacciatrice, non sarò io ad aggiungere novità a queste critiche. Le ho viste anche io le foto di quelli che vanno a sparare al leone o all’elefante e, fosse per me, avrebbero tutti un foro in fronte. No, non c’è diplomazia, la stupidità umana non la merita, la diplomazia. Certo, con Hemingway si parla di altri tempi e posso capire che il “tema” fosse meno social e meno sentito. Non ridurrei, comunque, questo romanzo al problema della caccia.
Fine dell’inciso.

Credo che Vero all’alba mi accompagnerà a lungo, come ha fatto Fiesta – E il sole sorgera ancora. Una lettura non leggera ma che ti resta attaccata addosso. Probabilmente tra qualche anno mi sembrerà davvero di essere stato in Kenya con Hemingway, così come ora mi sembra di essere stato a Pamplona. Lo stile di scrittura, l’ineguagliabile semplicità, ti entra nelle ossa anche se la storia è inesistente.
Questo è Hemingway e, ti ricordo, che il blog nasce dalla mia enorme ammirazione per Il vecchio e il mare.
Quindi, comunque, rispetto.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
I quarantanove racconti (1938)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)

“L’isola dei pirati” di Michael Crichton

Felice come un bambino.
Ecco, questa è una buona sintesi. Leggendo L’isola dei pirati di Michael Crichton mi sono sentito felice come un bambino. Potrei smettere ora di parlarti di questo romanzo, ho già detto quanto basta, quanto necessario.
Ci ho messo un po’ a finirlo, ma il motivo è che sto facendo troppe cose contemporaneamente e quindi, negli ultimi tempi, sto dedicando meno tempo alla lettura. Ma L’isola dei pirati è un libro che ti incolla, uno di quelli che puoi iniziare a leggere al mattino e finire la sera senza mai fermarti.

1665, Giamaica. Il corsaro (non chiamatelo pirata, si incazza) Charles Hunter è incaricato dal governatore Almont di recuperare un galeone spagnolo ancorato nell’isola fortificata di Matanceros e protetto dal temibile capitano Cazalla. Ovviamente c’è di mezzo un tesoro. Hunter parte sul suo sloop con un manipolo di uomini, ognuno dei quali è esperto in un ramo particolare (navigazione, esplosioni, combattimento…). Affronta tutto e tutti, compreso il temibile kraken. Mi fermo.

Sebbene la vicenda sia frutto di fantasia, non mancano le nozioni storiche e tecniche, così come è caratteristico dello stile di Crichton. In questo caso grande attenzione è dedicata alle navi dell’epoca, alle tecniche marinare e alle usanze “piratesche”. Intrattenimento al cento per cento, sì, ma intelligente.

L’isola dei pirati è un romanzo postumo, è stato trovato nel computer di Crichton dopo la sua morte (avvenuta nel 2008). Ho letto che Spielberg starebbe lavorando per girare un adattamento cinematografico, spero sia vero.
Quello che mi stupisce è sempre l’incredibile versatilità con cui questo autore passa(sse) da un genere all’altro senza alcun problema, con buona pace di chi vorrebbe targettizzare i lettori (e quindi gli scrittori) ad ogni costo.

Ora devo solo capire se mi sia nata una nuova passione per i pirati o se la passione riguardi Crichton, indipendentemente dall’argomento trattato. Lo scoprirò presto: tra i libri già pronti da leggere ho Ai confini della Terra, la trilogia del mare di William Golding. Nel frattempo ho iniziato Vero all’alba, di Hemingway, quindi ci risentiremo a breve. Tema: Africa. Preparati al safari.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Odore di chiuso” di Marco Malvaldi

1895, Maremma toscana. Nel castello del barone Romualdo Bonaiuti, un tranquillo weekend di “consueto” far nulla viene sconvolto dalla morte del maggiordomo Teodoro. A questa, segue una anonima schioppettata che ferisce il barone stesso. Mentre sembra che la colpevole di tutto sia la cameriera Agatina, una serie di personaggi (residenti del castello e ospiti momentanei) sfilano di fronte al delegato di polizia incaricato formalmente di risolvere il mistero. Il formalmente è d’obbligo, poiché sarà Pellegrino Artusi, invitato speciale del barone, a suggerire la soluzione.

Come sai, di Marco Malvaldi ho letto tutta la serie del BarLume (vedi a fine post) e anche il romanzo Argento vivo. Peraltro ho avuto modo di ascoltarlo personalmente a Librixia, nel corso di un paio di presentazioni, e ho scoperto che è anche un abile e divertente oratore (qualità per nulla scontata). Questo già dovrebbe dirti qualcosa poiché, come ri-sai, io di autori italiani ne leggo davvero pochi (mi sono promesso, quest’anno, di recuperare). Malvaldi, insomma, mi piace.

Odore di chiuso è il primo di due libri (il secondo, che ho già, è Il borghese Pellegrino) con protagonista Pellegrino Artusi, cuoco letterato dal cervello rapido. Sebbene il contesto storico sia ovviamente diverso, questo romanzo è un giallo classico nello stile del BarLume. Detto in altri termini: non si sa chi sia l’assassino e si ride parecchio. I personaggi presenti nel castello vengono descritti nelle loro qualità e, soprattutto, nei loro difetti. L’occasione si presta per prendere in giro determinate categorie sociali, storiche e meno storiche.

Dietro la goliardia, e qualche gradita volgarità toscana, si cela, come al solito, un lavoro di ricerca e di preparazione non indifferente. Non solo per quanto riguarda la trama, che è articolata e complessa (oliata alla perfezione, direi), ma anche per le informazioni (sia storiche che scientifiche) che vengono distribuite qua e là durante la vicenda.
Duecento pagine che si leggono veloci ma che, per essere scritte, devono aver richiesto parecchio tempo. Ed è esattamente questo che mi piace in Malvaldi, la differenza di passo tra la presunta leggerezza e la meticolosa costruzione che questa leggerezza nasconde.

Nella mia enorme pila di libri da leggere, oltre a Il borghese Pellegrino, ho anche Vento in scatola. Ci risentiremo a breve, quindi.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

Altri romanzi:
Odore di chiuso (2011)
Argento vivo (2013)

“Incubi” di Dean Koontz

Melanie, all’età di tre anni, viene rapita dal padre Dylan e per i sei anni successivi la madre Laura ne perde le tracce. Poi Melanie viene ritrovata mentre si aggira nuda e sola in mezzo alla strada. È scappata da una casa delle “torture” dove il padre e altri complici la sottoponevano a esperimenti mirati a raggiungere il completo controllo dell’inconscio, utilizzando una sedia elettrica e una camera di deprivazione sensoriale. Nella casa sono tutti morti, uccisi da qualcuno che possiede una forza sovrumana. Melanie è in stato catatonico e la madre, insieme al detective Dan Haldane, cercano di venire a capo di quanto accaduto. Man mano che le indagini procedono, e che vengono scoperte altre persone implicate negli esperimenti, i cadaveri cominciano a moltiplicarsi. Mi fermo.

Sesto romanzo di Dean Koontz che leggo (gli altri li trovi in fondo al post) e primo a non piacermi. I motivi sono tanti, forse troppi.

Il primo e più incisivo è sicuramente la prevedibilità. La storia è costruita per metà come un horror e per l’altra metà come un poliziesco/giallo. Chi compie gli omicidi?
[SPOILER] Se non fosse già intuibile dai primi capitoli, ci pensa una copertina ai limiti della legalità a fornire la risposta. Inaccettabile questa scelta, è un po’ trovarsi davanti la foto del maggiordomo con il coltello in mano. Non si fa. Pensavo fosse una scelta per sviare i sospetti, invece è solo una scelta del cazzo (quando ci vuole…). [FINE SPOILER]

Il secondo motivo è l’inutile lunghezza. 380 pagine per raccontare qualcosa che avrebbe richiesto meno della metà dello spazio. Concetti ripetuti svariate volte, pippe mentali e inutili descrizioni. Prolisso, punto. Ci ho messo una vita a leggerlo, non ho mai avuto lo stimolo a proseguire, non sono mai stato curioso.

Il terzo è la macchinosità. Di tutto. Della trama, dei ragionamenti, delle emozioni. I protagonisti arrivano ad accettare situazioni inaccettabili attraverso dubbie deduzioni logiche. Le difficoltà psicologiche vengono annullate dall’appiattimento intellettuale dei personaggi, che paiono tagliati con l’accetta. Mi ha ricordato quando si inventano le storie giocando tra bambini e ci si fa andare bene qualsiasi cosa: «Allora facciamo che tu non riesci a uccidermi perché io ho mangiato la caramella dell’immortalità». Certo, come no.

La sensazione è quella di un libro che sia stato scritto perché doveva essere scritto. Non c’è anima, non c’è passione. Un compitino svolto per la sufficienza.
Può succedere, capiamoci, ma sono contento di aver già letto altro di Koontz perché se fossi partito da Incubi mi sarei fatto un’idea sbagliata (un po’ come approcciare Stephen King partendo da Rose Madder).
Vedremo, ho Lampi e Intensity ancora sullo scaffale.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Sfera” di Michael Crichton

Sfera è il quarto romanzo di Michael Crichton che leggo. Sto procedendo in un ordine abbastanza casuale anche se, a voler essere pignolo (e forse anche un po’ psicopatico, ma la cosa non mi spaventa), dovrei cominciare dall’inizio, cioè dai romanzi che Crichton ha scritto con lo pseudonimo di John Lange (il primo, del 1966, è Non previsto dal computer). Ciò per dire che, come forse ti ho già anticipato, intendo leggerli tutti e Sfera non ha fatto altro che rafforzare questa mia convinzione.

A differenza di Jurassic Park, del quale avevo già visto il film di Spielberg (bello, ma comunque inferiore al romanzo), con Sfera sono partito a mente abbastanza libera. L’abbastanza è d’obbligo perché, in realtà, anche da questo libro è stato tratto un film, omonimo, nel 1998 (di Barry Levinson con Dustin Hoffman, Samuel Lee Jackson e Sharon Stone) del quale però non ho mai visto la fine. Non perché non fosse coinvolgente, capiamoci, quanto perché lo mandano sempre e solo su Rete 4 e ciò si traduce o in dieci ore di pubblicità (fascia pomeridiana) o nel fare l’alba con i Bellissimi che iniziano regolarmente a mezzanotte (e il film dura qualcosa come due ore e mezza). Comunque, ora, lo recupererò di certo.

Della trama non posso dire molto perché, dopo il primo centinaio di pagine (su circa 380), i colpi di scena si susseguono e ti darei troppe anticipazioni (tradotto nel fichese moderno: spoilererei).
A trecento metri di profondità, sul fondo del Pacifico meridionale, viene trovata una gigantesca astronave, precipitata almeno da trecento anni. Sul posto vengono inviati, oltre ai consueti elementi dell’esercito/marina, un gruppo selezionato di scienziati. Tra questi c’è lo psicologo Norman, incaricato di controllare il benessere “interiore” dei membri della spedizione (è lui il punto di vista del lettore), il matematico Harry e la biologa Beth. Presto si scopre che l’astronave non è extraterrestre ma americana, costruita con una tecnologia ancora sconosciuta, e che al suo interno contiene un oggetto “raccattato” probabilmente nello spazio, cioè una misteriosa sfera. Mi fermo qui.

Un libro stupendo, che ho letto in nove giorni solo perché in questo periodo sono molto incasinato, ma che altrimenti mi avrebbe tenuto incollato dalla prima all’ultima pagina. Come sempre nella narrativa di Crichton a essere potente non è solo la storia, ma anche tutto quello che l’autore inserisce per rendere verosimile quanto accade. La scenografia è scientifica, documentata e ricostruita con criterio.
Ti faccio qualche esempio.
Il gruppo di scienziati deve, ovviamente, trasferirsi a vivere in strutture costruite sul fondale oceanico. Crichton ti spiega cosa succede al corpo umano a quella pressione, come si compensa l’ossigeno e tutta la procedura di decompressione. L’astronave sembra essere transitata vicino a un buco nero. Crichton ti spiega quali sono le leggi che regolano lo spazio-tempo al variare della gravità e della velocità dei pianeti. La sfera comunica in un sistema numerico. Crichton illustra i vari tipi di codice matematico, dal più complesso fino al binario. Essendo poi il protagonista uno psicologo, Crichton espone quelle che sono le basi della psicologia… e via dicendo.
La cosa incredibile è che non risulta mai noioso o pesante, le informazioni sono così intrecciate alla narrazione da divenirne parte integrante (era così anche con i dinosauri).

È puro intrattenimento, chiaro, ma è intrattenimento intelligente. Ho già recuperato Next, Congo, Punto critico e La grande rapina al treno. Non mi fermerò.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)

The woman in black (La donna in nero) di Susan Hill

The woman in black (La donna in nero) è un romanzo gotico del 1983 scritto da Susan Hill. Dal libro sono stati tratti due adattamenti cinematografici con lo stesso titolo, uno del 1989 di Robert Wise e l’altro del 2012 di James Watkins, con Daniel Radcliffe (che ho visto e che non ricordo).
Il gotico è un genere che ho frequentato ben prima di iniziare a scrivere questo blog, leggendo i classici come Dracula, Frankenstein, Il monaco e Il castello di Otranto. Dovrei rivederli, perché sono passati talmente tanti anni che è come se non li avessi letti. Talvolta dubito seriamente di averlo fatto, ma ricordo di avere avuto un enorme Mammut (scomparso, forse rapito) della Newton e Compton che si intitolava I grandi romanzi gotici e che li conteneva tutti e, allo stesso modo, ho impressa l’immagine di un segnalibro che piano piano conquistava l’interminabile tomo.
Qui sul blog, di gotico, troverai solo Melmoth l’errante di Charles Robert Maturin e, decisamente più recente, La regina rossa di Sara di Furia.

La storia è molto semplice ed è raccontata al passato dal protagonista, a dodici anni di distanza. Sarò sintetico.
L’avvocato londinese Arthur Kipps si reca in uno sperduto paesino per gestire l’eredità di un’anziana cliente venuta a mancare. A Crythin Gifford, tale è il nome del paese, incontra l’omertà degli abitanti che non vogliono in alcun modo parlare della tenuta dell’anziana e si tengono anche ben distanti da tutto ciò che la riguardi. L’enorme casa è costruita tra le paludi (e le immancabili nebbie) e raggiungibile solo in certi orari del giorno a causa delle maree che allagano l’unica via di collegamento. Arthur, durante i suoi sopralluoghi, comincia a sentire strane urla e suoni e si imbatte più volte, guarda caso, nel fantasma della donna in nero. Mi fermo.

Ho letto il libro in un paio di giorni e devo dire che mi è piaciuto. Temevo di impantanarmi (restando in tema con le paludi) in lunghe e noiose descrizioni (ho questa idea sul genere gotico, ma non ricordo se derivi dall’esperienza o se sia un preconcetto), ma non è successo. Anzi, The woman in black è il classico romanzo che ti fa sfruttare ogni minuto utile per proseguire nella lettura (mi è capitato di leggerlo anche in accappatoio appena uscito dalla doccia, per capirci). È breve, si tratta di meno di duecento pagine, e quindi più leggero dei suoi cugini d’altri tempi, ma io se fossi in te ci butterei un occhio.

Adesso dovrò recuperare quel dannato Mammut (dico, sarà mica facile nascondersi per un mammut) e ho già in testa di rivedere il film con Radcliffe, anche se non mi pare mi avesse colpito particolarmente. Vedremo.

“Venti racconti allegri e uno triste” di Mauro Corona

Se ho fatto bene i conti, Mauro Corona dovrebbe aver scritto, tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, 34 libri (di cui alcuni a quattro mani). Un autore molto prolifico, considerato che la sua prima pubblicazione, Il volo della martora, è del 1997. Venti racconti allegri e uno triste è il sedicesimo libro che leggo di Corona (visto che, appunto, stiamo facendo i conti).

Non mi dilungherò.
Come evidente dal titolo, si tratta di ventuno racconti e i temi sono quelli classici dello scrittore: la natura, le bevute, la montagna e, in generale, la vita. La distinzione tra i racconti allegri e quello triste è smontata dallo stesso Corona nella prefazione, poiché in tutti si possono trovare parti comiche e altre più riflessive, come caratteristico del suo stile narrativo. L’ispirazione deriva da fatti reali implementati dall’utilizzo della fantasia (sempre spiegato in prefazione).
Devo ammettere che, rispetto ad altre sue raccolte, ho trovato effettivamente una maggiore leggerezza nel modo di narrare le vicende, dove per leggerezza intendo una minore presenza di violenza, sesso e atmosfere cupe. Aiuta, in questo, anche la brevità dei racconti (il libro consta di circa 150 pagine).

Che dire, a me Corona piace, mi rilassa e alcune sue ottime riflessioni hanno il grande e difficile potere della semplicità. Ti consiglierei Venti racconti allegri e uno triste se hai lo stomaco debole e non desideri essere turbato (insomma, è un libro con la T di “per tutti”). Se vuoi leggere racconti meno allegri potresti dirigerti su Come sasso nella corrente, anche se io continuo a consigliarti il romanzo Il canto delle manére.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)