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“Caino” di José Saramago

“A Dio piace guardare, è un guardone giocherellone. Riflettici un po’… Lui dà all’uomo gli istinti. Ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa, per il suo puro divertimento… Per farsi il suo bravo, cosmico spot pubblicitario del film. Fissa le regole in contraddizione: una stronzata universale. Guarda, ma non toccare. Tocca, ma non gustare. Gusta, ma non inghiottire. E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista, è un gran sadico!
È un padrone assenteista, ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo?! No, mai!”

John Milton (Al Pacino),
da L’avvocato del Diavolo

Il Caino di Saramago attraversa tutti i principali eventi biblici, sballottato nel tempo e nello spazio, e si scontra più volte con il Signore.
Abramo e Isacco, l’arca di Noe, Sodoma e Gomorra, Mosè, il vitello d’oro, ecc… In 140 pagine il Premio Nobel portoghese rivede la Bibbia e la figura di Dio attraverso gli occhi del “fratello cattivo”. Quello che ne esce è un giudizio impietoso, ma non nei confronti dell’Uomo, quanto in quelli della divinità assenteista, saccente e altezzosa.

Caino è molto meno impegnativo, dal punto di vista della struttura, rispetto agli altri romanzi che ho letto di Saramago, ma di certo più sacrilego (per chi crede, almeno) e, comunque, altrettanto geniale. Da ateo convinto l’ho letto con gusto, sebbene non conosca benissimo il fantasy di riferimento (dovrò decidermi a leggere la Bibbia, prima o poi). Il Dio di Caino è esattamente quello di cui parla Al Pacino nella citazione qui sopra. Un Dio assente, che compare ogni tanto per ordinare qualcosa a caso, e poi scompare. Ha la psicologia di un bambino con dei superpoteri, un dittatore dispettoso e viziato.

In merito alla vicenda di Abramo e Isacco, Saramago riassume (più o meno) così la situazione: per decidere di sacrificare il proprio figlio Abramo deve essere un vero figlio di puttana, ma non meno del Signore che glielo ha proposto. Anche su Sodoma e Gomorra non si trattiene, il Signore compie una strage, bambini innocenti compresi. Si può dunque venerare un Dio simile, che ha tutti i difetti dell’uomo che ha creato? La risposta è no. Dio è palesemente un sadico (rivedi sopra, citazione sempre più azzeccata). Dio pone l’albero nel giardino dell’Eden senza motivo, solo per imporre una regola, solo per punire.

Come per le altre opere di Saramago, anche per Caino vale la regola del muro di parole. Ogni pagina è una distesa di lettere, senza paragrafi e capoversi, senza segni di interpunzione a delimitare i dialoghi.
Insomma, sei avvisato.

Libri che ho letto di José Saramago:
Cecità (1995)
L’uomo duplicato (2002)
Caino (2009)

“Glamorama” di Bret Easton Ellis

In un mondo in cui le tagline vanno per la maggiore, Glamorama (1999) potrebbe essere sponsorizzato così: «Quando Ellis incontra Palahniuk nasce un indigeribile pacco di 630 pagine».
Potrei fermarmi qui, credo tu abbia già intuito cosa penso di questo romanzo. Eppure a me Ellis piace, parecchio anche. Glamorama è il suo sesto libro che leggo (su otto che ha scritto) e il primo che ho trovato del tutto respingente (passami il termine). Mi dispiace, so che ci ha messo sette anni a partorirlo, quindi posso solo immaginare lo sforzo.

Di cosa parla Glamorama? Non mi è molto chiaro, cercherò di andare per punti.
La prima parte (circa 200 pagine) contestualizza il personaggio di Victor Ward, modello superficiale perfettamente inserito in un mondo altrettanto superficiale. Nulla di nuovo, è quanto si è già letto nei precedenti lavori di Ellis. È il pane di Ellis, per dirla in altri termini: la feroce critica sociale alla società dell’apparenza di Hollywood e, in generale, del mondo dello spettacolo. Qui non succede assolutamente nulla, ma nulla di nulla.
La seconda parte (altre 200 pagine) è occupata dal viaggio che Victor compie, via nave, per recarsi in Europa e dall’introduzione di nuovi personaggi che ricreano la “scenografia” hollywoodiana nel Vecchio Continente.
La terza e ultima parte (le 200 pagine conclusive) rappresenta il delirio di Victor (ma anche di chi legge). Non si capisce più cosa sia vero e cosa sia falso, dove finisca la realtà e cominci la fantasia del protagonista, drogato e inebetito. Complotti, terrorismo, attentati, film girati durante stragi dinamitarde. C’è di tutto.

Te lo dico chiaramente: sono perfettamente cosciente del discorso metaforico sulla realtà e sulla superficialità, su quello che, insomma, Ellis intende denunciare. E sono anche d’accordo, mi trova sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non si può fare così, non con un volume lungo quanto un vocabolario. È troppo, punto.
Ho citato Palahniuk perché, quando nella trama sono cominciati a comparire terroristi, bombe e complotti, ho pensato a una situazione simile a quella del Fight Club. Magari.
In Glamorama Ellis ha messo il peggio del nonsense presente nei suoi due primi lavori (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) e lo ha mescolato con la violenza di American Psycho, togliendo la struttura che reggeva quei fantastici romanzi e creando un ibrido, appunto, indigeribile.

Curiosità: so che c’è stato un contenzioso con la produzione di Zoolander, all’epoca, risolto con un accordo economico per il quale Ellis non avrebbe più parlato in pubblico della cosa. Effettivamente, pensandoci, Derek Zoolander è l’estremizzazione comica (ma non molto più comica) del modello Victor.

Peccato. Mi mancano solo gli ultimi due romanzi di Ellis, Imperial Bedrooms e Bianco. Li recupererò, sperando di ritrovare il genio.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)

“Vajont: quelli del dopo” di Mauro Corona

Vajont: quelli del dopo è il diciassettesimo libro di Mauro Corona che leggo. Sebbene il “confezionamento” sia quello del romanzo, si può tranquillamente parlare di racconto (sono 73 pagine che, impaginate correttamente, equivarrebbero a circa 35). Per la cronaca, l’ho letto in una mezz’ora di relax, tra un capitolo e l’altro del “complicato” (da tutti i punti di vista) Glamorama di Ellis, di cui ti parlerò nel prossimo post.

Sarò breve, tolte le ovvie osservazioni commerciali (che non mi toccano: ho comprato questo libro a un euro al mercatino), Vajont è l’ennesimo omaggio di Corona alla tragedia del 1963 e, soprattutto, alle vittime di una strage annunciata.
Costruito come una pièce teatrale, il racconto riporta un immaginario (ma non troppo) dialogo tra tre anziani avventori di un’osteria di Erto e l’oste. Centro della discussione, ovviamente, la diga. Con la scusa della baruffa (così come la chiama sempre Corona), mentre i quattro si rinfacciano accuse e offese, viene raccontato quanto accaduto a Erto dopo il disastro.

Oltre 2000 morti, questo è il tragico bilancio dell’ennesima e impunita strage di Stato ed è forse la sola cosa che si ricorda, sbagliando. C’è molto altro, dietro. Ci sono le vite spezzate dei superstiti, le nefandezze degli sciacalli, c’è una comunità distrutta e i tentativi di corruzione a opera di chi ha tentato di lavarsi la coscienza “un tanto al morto” (con tanto di prezziario per rimborso perdite, chiamiamolo così, da parte dello Stato).

Vajont: quelli del dopo ricorda tutto questo. Con nostalgia e rabbia. Inutilmente, purtroppo. Non siamo in grado di imparare dai nostri errori.

Libri che ho letto di Mauro Corona:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Vajont: quelli del dopo (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Lampi” di Dean Koontz

Laura Shane nasce illesa solo grazie all’intervento di un misterioso uomo che impedisce al dottore di turno (un alcolizzato incompetente) di causare danni irreversibili. Lo stesso uomo la salva nuovamente a otto anni, durante una rapina. E poi ancora, qualche tempo dopo, da un maniaco in orfanotrofio. E ancora, e ancora, e ancora.
Laura chiama questo individuo “il custode”, poiché sembra vegliare sempre su di lei. Quando finalmente capisce che lui proviene da un altro tempo, il pericolo vero si avventa sulla sua famiglia, lasciandola vedova e con un figlio da proteggere.
Mi fermo.

Lampi (Lightning) se la batte con Incubi, quanto a noia, e mi dispiace. L’ho letto in poco tempo, nonostante le sue 430 pagine, ma il motivo è dovuto solo a un paio di serate inaspettatamente libere che ho passato con il libro in mano, non certo all’entusiasmo. La trama è interessante, i viaggi nel tempo mi piacciono, la prima parte della storia, in orfanotrofio, mi ha appassionato, ma poi è finita lì.

Credo che il problema principale di Lampi, per quanto mi riguarda, sia stato l’aver ucciso la sospensione dell’incredulità. E non l’ha fatto con i tunnel temporali – quelli funzionano (ovviamente se li si apprezza) – l’ha fatto con dei dialoghi forzati, per nulla naturali e spontanei, e con personaggi a tratti macchiettistici. L’amica della protagonista, che di lavoro fa la cabarettista, si esprime praticamente solo a battute. Sembra il Groucho di Dylan Dog: una cosa che può funzionare in un fumetto, ma non in un romanzo. I nazisti sono tutti stupidi e quadrati, “cattivi e basta”. Laura si trasforma in Steven Seagal, imparando a utilizzare Uzi e pistole e sapendo muoversi nell’ambiente della criminalità come Scarface. Insomma, mancano la profondità e il realismo.

Se dovessi sintetizzare (o semplificare) al massimo, ti direi che questo romanzo è un buon telefilm. Non è da buttare, si può vedere, ma non è memorabile, anzi. È un po’ come se dovessi ricordarti la settima puntata della terza stagione di Magnum PI

Sembra, da quanto leggo ovunque, che Intensity sia insuperabile: forse è venuto il momento di “sfoderarlo”. In ogni caso, non saranno un paio di libri mediocri a farmi mollare Koontz.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Congo” di Michael Crichton

In questo periodo sono parecchio impegnato e faccio fatica a trovare il tempo per scrivere sul blog, ho quindi scelto di leggere Congo, di Michael Crichton, per la sua lunghezza (circa 400 pagine) così da potermi prendere una breve pausa. Un piano perfetto, se non fosse che l’ho letto in quattro giorni… Non c’è niente da fare, Crichton è (era) un intrattenitore insuperabile e Congo ne è l’ennesima prova.

Il romanzo si apre con lo sterminio di una spedizione statunitense, in cerca di diamanti blu nella foresta pluviale del Congo, nei pressi dei vulcani Virunga. Poche immagini di una cam riportano, oltre a un mare di cadaveri con la testa spappolata, qualche fotogramma di quello che sembra essere un gorilla, sebbene dalle caratteristiche sconosciute. Viene inviata una seconda spedizione. Oltre alla “manodopera locale”, del nuovo gruppo fanno parte anche la dottoressa Karen Ross (sempre in cerca di diamanti), il mercenario/guida Munro e il dottor Peter Elliot, con il gorilla di montagna Amy. Quando la spedizione arriva nei pressi della città di Zinji (in pratica alle leggendarie miniere di Re Salomone) viene attaccata da qualcosa di sconosciuto. Mi fermo.

Di Congo avevo visto la trasposizione di Frank Marshall (più famoso in veste di produttore che di regista) del 1995. Non la ricordo molto, dovrei riguardarla. Dal momento che sto divagando… dovrei riguardare anche Gorilla nella nebbia, il film (con Sigourney Weaver) sulla storia della studiosa di gorilla di montagna Dian Fossey, brutalmente uccisa da ignoti (presumibilmente bracconieri). Ti ricordo che il gorilla di montagna è una specie a estremo rischio di estinzione, anche se negli ultimi anni è riuscita a superare il migliaio di esemplari.

Il romanzo è, ovviamente, spettacolare. Sono talmente tanti gli argomenti toccati da Crichton (con la consueta competenza scientifica) che farne un elenco qui diventerebbe riduttivo. Vulcanologia, tecnologia delle comunicazioni, zoologia, ecologia… Senza parlare degli studi sui primati e sul loro modo di comunicare. Amy, il gorilla femmina che fa parte della spedizione, è stata addestrata fin da piccola al linguaggio dei segni. Solo riguardo a questo singolo argomento, Crichton ne approfitta per portarti in un tunnel che parte dall’etica della sperimentazione animale per arrivare alla comunicazione interspecie. Ed è così per ogni tema affrontato nel romanzo.

Un dettaglio (o, meglio, una triste curiosità). Trattando spesso, in Congo, il problema della conservazione della natura e delle specie a rischio, lo scrittore riporta alcuni dati “preoccupanti” relativi al 1980. Quei dati “proccupanti” oggi sarebbero “confortanti”. Non aggiungo altro.

Di Crichton ho già sulla mensola dei “da leggere”: La grande rapina al treno, Punto critico, Timeline, Preda e Next. E non ho nessuna intenzione di fermarmi a questi.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“La vendetta di Seneca” di Vincenzo Gueglio

Leggere questo La vendetta di Seneca, di Vincenzo Gueglio, è stato come fare un viaggio nel tempo. Mi sono trovato catapultato in un’epoca buia, caratterizzata da un costante clima di paura, dove il potere tirannico veniva esercitato con crudeltà e senza alcun rispetto nei confronti dei “sudditi”. Erano gli anni attorno al 2000 (d.C.) e frequentavo il Liceo Scientifico: un’esperienza a tutti gli effetti terrificante. Tra le ore più temibili c’erano quelle di latino (una lingua a me ignota, soprattutto nel triennio) e quelle di filosofia (forse un po’ meno temibili, dai, dipendeva molto dall’insegnante). Ed è per questo che, rispolverando titoli di datata memoria – come il De brevitate vitae e l’Apokolokýntosis – ho rischiato di rimanerci. Seriamente.

La vendetta di Seneca è un romanzo colto, coltissimo, colterrimo. Su questo non ci piove. La competenza di Gueglio è tale da riportarti davvero nell’Antica Roma (oltre che su quel dannato banco), sia per quanto riguarda la vera e propria ricostruizione storica, che per lo stile di scrittura, che ricalca la lingua dell’epoca. Mentre leggi hai la sensazione di camminare al fianco di Seneca, di sentire i rumori e i dialoghi che riempiono le strade della capitale.

Seneca è sospettato di fare parte della congiura di Pisone ai danni di Nerone. Condannato a morte, il filosofo viene rilasciato dopo due settimane di durissima detenzione nel Tulliano (non sto neanche a spiegarti cosa sia, se non lo conosci questo libro non fa per te). Seneca si incammina verso casa, sapendo che l’indomani verrà ucciso. Il cammino che lo divide dalla sua abitazione, e dalla moglie Paolina, è un cammino fisico, ma anche filosofico. Lungo la strada, l’uomo si interroga sulla propria vita, sulle scelte fatte e sugli ideali seguiti, domandandosi quanto il suo credo filosofico “regga” con l’approssimarsi della morte e quanto lui sia davvero capace di accettare il proprio destino, senza tentare, appunto, un’ultima vendetta nei confronti dell’ex allievo, ora tiranno, Nerone.

Oltre al romanzo, il libro contiene anche: un’appendice, Seneca secondo Boccaccio (un commento di Boccaccio alla Divina Commedia di Dante, con riferimento a Seneca); un’interessante postfazione di Sergio Audano, che ti consiglio di leggere prima del romanzo (per fare un ripasso di storia); un Indice dei nomi e delle cose notevoli, cioè un elenco dettagliato dei personaggi e dei luoghi (in pratica le “note”).

Come avrai capito, La vendetta di Seneca non è un romanzo per tutti, anche se, a ben guardare, tratta un tema abbastanza universale: quello della coerenza. Nello specifico, la capacità di essere fedeli a sé stessi e alle proprie idee anche di fronte alla morte. Ora credo che sia venuto il momento di ripassare filosofia… leggendo questo libro mi sono accorto di ricordare molto, molto poco di quella che è una materia fantastica (sempre che non te la facciano odiare a scuola).

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“Later” di Stephen King

Later l’ho letto in due giorni, è un romanzo che si fa divorare. Non tanto per la trama (che non ha nulla di straordinario) quanto perché quando King parla dell’adolescenza o, comunque, mette in campo un protagonista ragazzino, non posso far altro che rimanere ipnotizzato.

Jamie è il figlio di un’agente letteraria, non sa chi sia suo padre e vede le persone morte (l’avevo detto che la storia non era straordinaria, no?). Va tutto abbastanza bene, fa amicizia con un anziano vicino di casa, aiuta qualche trapassato e via dicendo. La sua vita scorre regolare tra alti e bassi, fino a quando non incontra il Male. Mi fermo.

Per qualche motivo ero convinto che questo romanzo fosse un poliziesco con risvolti paranormali: non lo è (un poliziesco, intendo). Sì, la compagna della mamma (strizzatina d’occhio) di Jamie è una poliziotta, ma finisce qui. Non si può nemmeno definire un giallo, Later è un horror di formazione, genere del quale il Re è… Re, appunto. Insomma, non farti troppo influenzare dalla versione americana della copertina, che suggerisce un qualche tipo di mistery (che poi è uguale alla copertina italiana, ma c’è quella pistola con la scritta Hard case crime che, insomma…)

Ancora una volta King ti riporta a quelle amicizie caratterizzate da una grande differenza d’età (l’ultima era ne Il telefono del signor Harrigan, il primo racconto di Se scorre il sangue) che hanno contraddistinto diversi suoi romanzi. Lo fa bene, lo sa fare, lo sappiamo.
Oltre a tutto questo, in Later, c’è una sorta di dedica al mondo che gira attorno ai romanzi e che resta dietro le quinte, quello degli agenti letterari.

Non vorrei che fraintendessi, però, ora che ci penso. Sebbene le similitudini con Il sesto senso siano molte, il romanzo di King non ha nulla a che fare con il film di Shyamalan. La trama si sviluppa in tutt’altro modo e l’intervento del Male (con qualche similitudine con il male supremo di Derry, IT) è molto più approfondito. Se hai confidenza con il regno immaginifico creato da King, non ti sfuggirà di certo il “rituale” che prevede il mordersi la lingua a vicenda con il nemico. La tartaruga è dietro l’angolo, insieme ai Vettori.

Non credo che Later verrà ricordato come uno dei migliori libri di King, però lui ci ha buttato dentro parecchio, questo è indubbio. È un bel punto di connessione tra molte storie, che gli appassionati si potranno godere appieno. È più un romanzo sul come, che sul cosa. È più una sintesi sullo stile, che una nuova aggiunta. A me, comunque, è piaciuto molto, perché ha la leggerezza di Joyland. E poi lo sai che io con Stephen mi sento a casa, ed è in assoluto l’unico autore con il quale mi succeda.

Ora attendo con ansia Billy Summers (uscita USA in agosto). Ah, e ho già preordinato il saggio Guns – Contro le armi, che uscira a maggio in sole diecimila copie (Marotta&Cafiero editori, Scampia).
Chissene della regina: Dio salvi il Re.

Ho letto quasi tutto di Stephen King (me ne mancano 3), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)

“Le ripetizioni” di Giulio Mozzi

È davvero complicato parlarti di questo romanzo. Inizio, perché da qualche parte dovrò pur iniziare, ma sono dieci minuti che osservo lo schermo bianco, decidendo da dove. Non lo so.
Parlarti della trama mi sembra riduttivo (anche se ci arriverò) perché Le ripetizioni, di Giulio Mozzi, va molto oltre il semplice intreccio, il consueto raccontare eventi. Fermati e guarda la copertina, Il ritratto di gentiluomo di Giorgione (cerchia), guarda quegli occhi che sembrano sondarti. Se li fissi per qualche secondo, finirai per distogliere lo sguardo, per paura che quegli occhi si muovano. Ecco, questo è Le ripetizioni, romanzo che, scopro ora, è stato giustamente proposto (da Pietro Gibellini) per il LXXV Premio Strega. Ipnotico è il termine che mi viene più naturale, ma anche inquietante e vero.

Nelle prime pagine (sì, sì, poi ci arrivo alla trama) parla dell’odore del bosso. Il protagonista cerca di ricostruire un ricordo d’infanzia attraverso viaggi, fisici e mentali, perdendosi in una sorta di labirinto mnemonico-olfattivo. Lo ammetto, ho pensato: che palle. Ma era solo perché ero distante da quella particolare tematica. Poi l’argomento è cambiato (non ricordo, al momento, come) e mi sono trovato a leggere qualcosa che conoscevo, che era più attinente alla mia realtà. E, cazzo, se era avvolgente. Era completo. Una perfetta descrizione di emozioni e sensazioni. Ho subito compreso che non avrei sentito mia ogni parte del romanzo (è impossibile, bisognerebbe essere il protagonista), ma che nei momenti in cui questo si sarebbe realizzato sarebbe stato molto destabilizzante.

Le ripetizioni racconta la vita di Mario. O, forse, dovrei dire le vite. Mario ha una futura sposa, Viola; una ex, Bianca, da cui forse ha avuto una figlia; un amante, Santiago, che lo rende schiavo, fisicamente e, soprattutto, mentalmente. Mario ha dentro di sé il Bene e il Male, come tutte le persone che frequenta (fatta eccezione per Santiago, che ha solo il Male). Ed è forse questa la vera ripetizione, quella dell’animo umano che, sia che appartenga a Mario, a Viola, a chi legge o a chi scrive, presenta zone di grande luce e di estrema oscurità. Mario è l’Uomo (per come lo interpreto io, almeno).

Mi è capitato pochissime volte di entrare in questo tipo di intimità con il personaggio di un romanzo. Di sentirmi chiuso dentro il suo cervello. Un’analisi del pensiero profonda e articolata che non è certo facile da digerire, soprattutto nelle perversioni (e ce ne sono) più spinte. Le ripetizioni non è un romanzo per tutti, te lo dico. C’è chi rimarrà sconvolto dalle violenze più estreme, quasi sempre attinenti alla sfera sessuale. Ma, come spesso accade, credo che saranno quelle persone che desiderano puntare il dito per mostrarsi migliori (un po’ come è accaduto per American Psycho di Ellis), senza capire il vero significato delle cose. Senza andare oltre la superficie. Perché il Male esiste, c’è, e fa parte di noi. E trionfa, è evidente.

Seguivo Mozzi sui social e qui su WordPress (con il blog della sua Bottega di narrazione), ma non avevo mai letto un suo libro. So che i precedenti non erano romanzi, ma raccolte di racconti. A questo punto li recupererò, per forza. Magari parto da Il male naturale che è abbastanza discusso (sempre per via di tematiche “difficili”), quindi farà al caso mio.

E ora, scusami, ma mi hanno appena consegnato Later, di Stephen King. Quindi ti saluto.

“Il terminale uomo” di Michael Crichton

Un po’ di numeri, per iniziare.
Il terminale uomo (1972) è il dodicesimo romanzo di Michael Crichton, il secondo da lui scritto senza utilizzare pseudonimi (il primo è Andromeda, 1969) e il sesto suo che leggo (gli altri li trovi a fine post). Nel 1974 dal libro è stato tratto un film, L’uomo terminale, con la regia di Mike Hodges (quello di Flash Gordon), che però non ho mai visto.

Il terminale uomo è un romanzo semplice. Qui, forse, urge una specifica: semplice per essere di Michael Crichton. Come nello stile dello scrittore, è infarcito di scienza e nozioni, tutto è studiato in maniera approfondita per creare quel senso di credibilità che caratterizza i suoi libri. Tuttavia la trama è molto lineare e lontana dagli intrecci più complessi dei suoi romanzi più recenti.

Harry Benson soffre di attacchi di raptus omicida, causati da un incidente che gli ha lesionato il Gulliver (scusa, mi è scappata). Viene sottoposto a un intervento innovativo che prevede l’inserimento di elettrodi proprio nel cervello, al fine di placare gli istinti violenti. Benson soffre anche di turbe psicotiche che gli fanno credere che le macchine, in particolare i computer, stiano complottando per raggiungere il potere. Ovviamente avere un computer impiantato nel cervello non aiuta… Terminato l’intervento, Benson fugge dall’ospedale e comincia a uccidere.

Il romanzo si divide in tre fasi. La prima fase è dedicata alle spiegazioni scientifiche e ai dubbi morali legati al controllo del comportamento. La seconda è quella dell’intervento chirurgico vero e proprio e dei test sulle stimolazioni cerebrali nelle varie aree del cervello (per me la parte più interessante). La terza è una classica caccia all’uomo. Sono 280 pagine che volano per qualità della scrittura e dinamicità. Un buon thriller fantascientifico (per l’epoca, ora temo lo sia meno), anche se non proprio memorabile.

È interessante come nel 1972 Crichton accennasse già alla possibilità di operare da un continente all’altro utilizzando un computer come braccio del chirurgo. Letto a posteriori questo romanzo rende l’idea di quanto lo scrittore avesse una visione lucida e informata riguardo ai progressi che avrebbe compiuto la scienza nei decenni successivi.
Ho già comprato altri sei libri di Crichton che attendono sulla mia mensola, quindi preparati anche tu al futuro che ti aspetta.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Dimenticami Trovami Sognami” di Andrea Viscusi

Ti avevo anticipato che mi sarei dedicato alla lettura di qualche autore italiano, no? Ecco.
Certo, per non correre troppi rischi, mi sono diretto su Andrea Viscusi, del quale ti avevo già parlato per l’antologia L’esatta percezione – Nove racconti (la personale che l’associazione RiLL dedica ad autori di particolare talento). Ho fatto bene, te lo anticipo.

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che si divide in tre parti e in miliardi di universi. Con i dovuti allarmi antispoiler accesi, ti racconto un po’ di trama, senza esagerare. In Dimenticami il protagonista, Dorian, viene selezionato per compiere un innovativo viaggio spaziale. Dovrà stare via per molto, molto tempo e allontanarsi dai suoi affetti, tra i quali la sua compagna Simona. Trovami introduce il personaggio del dottor Novembre, uno psicologo esperto di sogni. Novembre se la vedrà con un paziente particolare che pare avere la capacità di influenzare la realtà. Sognami mescola le carte delle due parti precedenti, delle realtà precedenti, degli universi precedenti… Non aggiungo altro.

Stavo per iniziare questa frase dicendoti che non sono un esperto di fantascienza, che non ne leggo molta e cose così. Poi ho digitato “fantascienza” nella casella di ricerca del blog (per verificare di cosa ti avessi parlato) e mi sono reso conto che tendo a sottostimare la quantità delle mie letture. È vero, probabilmente non potrei essere definito un espertissimo, ma qualcosa l’ho masticato, negli anni. Quindi, con le mie moderate competenze nel settore alieni/viaggispaziali/bracciatentacolateeaffini posso affermare che Viscusi riesce ad aggiungere al genere quel qualcosa che spesso manca: l’emotività. È questa, a mio avviso, la caratteristica più forte che ho apprezzato nel romanzo (non che l’intreccio sia da meno eh, da spaccarsi il cervello). La prima parte della storia, con problemi più terreni, crea l’empatia con i personaggi che ti consente di rimanere loro “attaccato” (concedimi il termine) anche nelle successive, più vicine alla fantascienza classica (e quindi leggermente più fredde). Chapeau.

Non ho letto nemmeno un libro di quelli che l’autore cita nelle note come fonte di ispirazione, magari provvederò. In alcune parti di dialogo con l’Intelligenza Primeva mi sono però tornati alla mente gli scambi con l’entità in Sfera, di Crichton, altro romanzo che mi è piaciuto molto. Non credo che l’associazione sia casuale, anche Viscusi riesce a rendere totalmente credibile quello che scrive, tanto che mentre lo leggi ti pare sia tutto scientificamente dimostrato.

Bene, è quasi mezzanotte e potrei andare a dormire. Ma cosa sognerò? Già perché, se le coincidenze non esistono, i miei sogni potrebbero cominciare a diventare un problema, come quelli del protagonista. Viscusi dichiara (sempre nelle note) di avere un’ossessione per il numero 42. L’editore del libro è Zona 42. Questo blog si chiama PensieroProfondo42. Quindi, sarò io a retconizzare o verrò retconizzato?