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“Prima Fondazione” di Isaac Asimov

Sono passati esattamente dieci anni dall’ultima volta che ho letto qualcosa di Asimov, un peccato. Ora ho deciso di leggere tutto il ciclo principale della Fondazione.
Facciamo un po’ di ordine, però, se no non si capisce nulla.

Oltre a parti di romanzi stand alone qua e là, il Ciclo dell’Universo della Fondazione consta di 14 romanzi divisi in:
• Ciclo dei Robot (4 romanzi, già letti prima della nascita del blog, più – in realtà – alcune raccolte di racconti dei robot che devo recuperare);
• Ciclo dell’Impero (3 romanzi, li trovi linkati sotto);
• Ciclo della Fondazione (trilogia originale + 2 prequel + 2 sequel).

Ti ancicipo che, per quanto riguarda l’eterna diatriba sull’ordine di lettura di questo ultimo ciclo, ho deciso che procederò nell’ordine di pubblicazione e non nell’ordine cronologico dei fatti. Dopo attenti studi ho capito che leggere prima i prequel rovinerebbe la storia, quindi andrà così. D’altra parte non farò altro che leggere come se stessi leggendo a partire dagli anni 50, come un lettore dell’epoca, di certo non può essere un errore.

Non posso raccontarti la trama, se non a grandi linee. In un futurissimo in cui le galassie sono state colonizzate dagli esseri umani in lungo e in largo, Hari Seldon, psicostoriografo, prevede l’imminente caduta dell’Impero seguita da trentamila anni di barbarie. Seldon ritiene però che, sebbene la caduta sia inevitabile, gli anni di barbarie possano essere limitati a mille agendo per tempo e indirizzando gli umani verso un futuro “guidato” dal passato. Il romanzo racconta i primi duecento anni di questo periodo, dividendo gli eventi in cinque capitoli collegati tra loro, ma comunque indipendenti. In sostanza, cinque racconti dei momenti salienti di questa prima fase di barbarie, dove per barbarie si intende la divisione “nazionalista” di alcuni pianeti che cercano di creare imperi indipendenti e non governati dall’Impero centrale, ridotto a un declino tale per cui la sua stessa esistenza è messa in dubbio dalle periferie.

Asimov è un genio, ma questo non serve sia io a ricordartelo. Il livello di complessità politica e sociale descritto nel romanzo ricorda molto da vicino cose che conosciamo bene, senza doverci spostare tra le galassie… Ti dico solo questo: Hari Seldon indirizza la storia dell’umanità creando una religione che possa veicolare le scelte dell’Uomo attraverso la paura degli dei. La religione è in realtà un travestimento che riguarda la capacità di controllare l’energia atomica, in mano a pochi eletti che agiscono empiricamente senza sapere come le cose funzionino a livello scientifico, così da ammantarle di un senso trascendentale incomprensibile. Asimov quindi non fa altro che scrivere un enorme metafora del nostro modo di vivere, per coma la vedo io.

Credo che leggerò questo Ciclo in modo piuttosto rapido, per non perdere il filo, alternando la sua lettura con altro ma senza fare passare troppo tempo. Ho già sei romanzi su sette, mi manca solo l’ultimo, che recupererò.

 

Libri che ho letto di Isaac Asimov

Romanzi
La fine dell’eternità (1955)

Ciclo dei Robot (Universo della Fondazione)
Abissi d’acciaio (1954)
Il sole nudo (1957)
I robot dell’alba (1983)
I robot e l’Impero (1985)

Ciclo dell’Impero (Universo della Fondazione)
Le correnti dello spazio (1952)
Il tiranno dei mondi o Stelle come polvere (1951)
Paria dei cieli (1950)

Ciclo delle Fondazioni (Universo della Fondazione)
Fondazione o Cronache della galassia o Prima Fondazione (1951)

“Atto d’amore” di Joe R. Lansdale

Atto d’amore è il primo romanzo di Joe Lansdale
ad essere stato pubblicato, dalla Zebra Books, nel lontano 1981. È un romanzo pulp, splatter, poliziesco e horror allo stesso tempo, forse anche un po’ giallo, dal momento che fino all’ultimo cerchi di capire chi sia l’assassino (e vieni ingannato bene).

La storia è molto semplice, infatti ho impiegato solo tre giorni a terminare il libro.
Un serial killer sadico, cannibale e necrofilo sta uccidendo donne a destra e a manca, facendo le peggio cose con i loro corpi. A indagare c’è il detective Marvin Hanson (che ricomparirà poi nel ciclo di Hap & Leonard, senza peraltro che io me ne ricordi) che prende il caso sul serio, troppo sul serio, tanto da farlo diventare una cosa personale. Le due ossessioni si incrociano in 250 pagine, fino all’epilogo con inevitabile scontro. Mi fermo.

È un Lansdale ancora acerbo, ma pienamente godibile. Nel leggerlo si ritrova un po’ dello stile di Koontz al quale l’autore stesso, nella postfazione, dichiara in parte di essersi ispirato. E, qui lo dico, Lansdale è superiore al prolifico Koontz da subito, anche se ha venduto molto meno (la qualità paga meno della costanza in editoria). Il romanzo è parecchio violento, per stomaci forti, con sbudellamenti e cotture di seni compresi nel pacchetto.

Un romanzo nel complesso leggero, insomma, ottimo per l’estate. Non siamo troppo critici, l’evoluzione di Lansdale è stata poi qualcosa di fenomenale.

Romanzi che ho letto di Joe R. Lansdale:
Atto d’amore (1981)
Il lato oscuro dell’anima (1982)
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Trilogia Ned la Foca:
Fuoco nella polvere (2001)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)
Bad chili (1997)
Rumble Tumble (1998)
Capitani oltraggiosi (2001)

“Il Talismano” di Stephen King e Peter Straub

Una prima premessa.
Come ti dico sempre, io di Stephen King ho letto tutto esclusi tre libri (ora due), che tengo/tenevo per dopo. A ottobre, però, uscirà il prossimo romanzo del Re, intitolato Other Worlds Than These, che sarà il terzo capitolo della serie scritta con Peter Straub, cominciata con Il Talismano, appunto, e proseguita con La casa del buio. Questi due romanzi erano proprio due dei tre che mi mancavano e quindi, facendo saltare i miei piani, ho deciso di leggerli per non perdermi proprio Other Worlds Than These. Anche perché girano voci che questa terza parte potrebbe essere legata alla serie de La Torre Nera (sarà vero?) e questo l’ha resa, ai miei occhi, irresistibile. Sì, Roland di Gilead mi manca tremendamente.

Una seconda premessa.
A questo punto dirai: «Tutto questo entusiasmo e poi per leggere Il Talismano ci hai messo un mese?». Eh, ti avevo parlato del fatto che ormai faccio molta fatica a stare sveglio a leggere la sera. Ecco, i microcaratteri della mia ambitissima prima edizione Sperling & Kupfer sono stati una vera e propria tortura. Non sto scherzando e per dimostrarlo ti faccio fare un esperimento pratico. Prendi il libro che stai leggendo in questo momento e conta quante righe ci sono per ogni pagina. Ne Il Talisamno le righe per pagina sono 45. Con il sonno che attenta alla tua resistenza non aiuta proprio per un cazzo.

Sulla trama sarò veloce ma questa volta, a grandi linee, qualcosa te la dico, perché ci sta tu possa non conoscere un romanzo non proprio tra i più recenti (1984) e nemmeno tra i più famosi di King. Peraltro un fantasy, genere poco frequentato dall’autore, se escludiamo Fairy Tale e Gli occhi del drago. Scritto a quattro mani con Peter Straub, autore molto apprezzato ma del quale purtroppo non ho mai letto nulla. Rimedierò.

Il dodicenne Jack, orfano di padre, sta assistendo impotente alla morte della madre a causa di un tumore che non lascia scampo. Con lei, si isola in un hotel ad attendere la morte. Durante questo “ritiro” conosce un uomo che gli spiega che esistono altri mondi oltre al nostro e che, sapendolo fare, si può flippare da un mondo all’altro. Non solo, attraversando l’America e un altro mondo denominato I Territori potrà trovare un talisamno che salverà la vita proprio della madre. Nel viaggio, a metà tra il nostro mondo e quell’altro, Jack scoprirà che anche suo padre sapeva flippare e che la sua morte è stata organizzata (non sto spoilerando, succede subito) dal falso amico di famiglia e socio del padre. Scoprirà anche che spesso, nei diversi mondi, ci sono diverse versioni delle stesse persone, i gemellanti. Dai, posso fermarmi.

È stata una bella esperienza, vecchio stampo. Un King molto descrittivo e prolisso, come lo era una volta. 650 pagine (che poi saranno 1000 reali, con questi caratteri) che forse avrebbero potuto ridursi a 500 senza soffrire troppo, ma va bene così. Meglio di Fairy Tale ma non de Gli occhi del drago, per citare ancora i due altri fantasy. Forse avrei voluto affezionarmi di più a Jack, ma non ci sono riuscito. Vedremo, prima di ottobre leggerò anche La casa del buio e Jack tornerà come protagonista, ormai adulto, magari la mia empatia nei suo confronti subirà qualche scossone. Le parti emozionanti, comunque, soprattutto nel finale, non mancano.

A volte mi chiedo cosa farebbero gli editori di oggi se dovessero trovarsi a scegliere se pubblicare o meno un romanzo come questo (brand King escluso, ovviamente): un fantasy, di formazione, on the road. Troppi generi mischiati, non è quello che vuole il pubblico, difficile da incasellare e da vendere… Peraltro la narrazione non comincia “nel mezzo delle cose” ma comincia dai personaggi, come si faceva una volta. Come si faceva quando il bello non era l’azione ma vedere come un determinato personaggio, che avevi già conosciuto, reagiva all’azione stessa. Insomma come si faceva quando i romanzi erano ancora una cosa seria.

Fine del momendo nostalgico, ci risentiamo a breve. Se riesco adesso leggerò un saggio, ma non prendermi troppo in parola.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro due, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:

Il Talismano (1984, con Peter Straub)
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)
L’ultima missione di Gwendy (2022, con Richard Chizmar)
Fairy Tale (2022)
Holly (2023)
You like it darker (2024)
Never Flinch – La lotteria degli innocenti (2025)

I fumetti (sempre solo quelli di cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)
Sleeping Beauties (2023)
L’uomo in nero (2023)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)

“Odissea” di Christopher Nolan

Sì, lo so che è un po’ che non ci sentiamo, sto finendo Il Talismano di Stephen King e non si sta rivelando un’impresa facile – soprattutto a causa della narcolettica dimensione dei caratteri – ma di questo ne parleremo tra poco, lo prometto. Ebbene, ieri, in un cinema da 10 sale occupate tutte da film con Tom Holland (fuori anche con Spider-Man: Brand New Day), sono andato finalmente a vedere Odissea, di Christopher Nolan. Non l’ho visto in IMAX, te lo dico subito, così non ne parliamo più, che su questo argomento è già stato detto tanto e non andiamo a saturare oltre.

No, la trama dell’Odissea di Omero io non te la racconto. Dai, non ce n’è proprio motivo. Se non l’hai studiata a scuola avrai avuto modo di vedere almeno il film con Kirk Douglas, se non lo sceneggiato Rai. Ma poi, se tu non sapessi di cosa stiamo parlando, cosa staresti facendo qui e, soprattutto, perché dovresti essere andato a vedere Odissea al cinema? C’è Spiderman per te, peraltro Holland è fuori contemporaneamente con due film che hanno superato il miliardo di incassi ciascuno, nuovo record per un attore.

L’Odissea di Nolan è come avrebbe dovuto essere.
Potremmo chiuderla qui.
Ho visto esattamente quello che mi aspettavo: quello che una volta, nel buon vecchio Cinema, sarebbe stato definito – con un termine oggi un po’ in disuso e fuori moda – un kolossal. Chiunque vorrà riproporre il poema omerico sullo schermo dovrà ora confrontarsi con l’ennesimo centro di Nolan. In ogni caso credo che passeranno anni, prima che questo possa accadere (minacce di Musk permettendo).

Io lo so che ci sono quelli che, fin dall’inizio, stanno cercando di fare la punta al cazzo (termine tecnico usato spesso nella critica cinematografica…) sui dettagli, gli elmi non storicamente accurati, eccetera, eccetera, eccetera… È un fantasy, l’Odissea è un fantasy. Punto. Vi siete mai accorti che non esistono i giganti con un occhio solo? Ecco.

Se proprio volessimo cagare il… ok, mi placo. Se proprio volessimo essere molto severi, le due critiche (sempre che lo siano) che potremmo fare sarebbero queste:
· Per forza di cose, dovendo seguire il poema epico classico, un po’ di personalizzazione registica si va a perdere, in rispetto a qualcosa che non può essere snaturato più di tanto. Tradotto: lo stesso film avrebbe potuto essere girato altrettanto bene da registi con una potenza visiva e sonora simile a quella di Nolan, come Villeneuve o Scott. È una colpa? In questo caso specifico, non credo.
· È un film senza tempo. Tolta la tecnologia IMAX (della quale, però, non ho potuto, come molti, fruire appieno) avrebbero potuto girarlo dieci anni fa, non sarebbe cambiato nulla. Di nuovo, è una colpa? Più che altro è qualcosa che indica una qualità duratura, probabilmente.

Nolan ha inserito comunque, con la giusta delicatezza e senza calcare la mano, qualche messaggio più attuale. Al di là di quello relativo al ruolo delle figure femminili, quello che mi ha colpito di più è stato quello riservato alla consapevolezza dell’orrore della guerra nella coscienza di Ulisse. C’è stato un pizzico del Kurtz di Brando nei suoi occhi, per un breve istante.

Credo di averti detto tutto quello che penso. Sì, anche io vorrei vedere Nolan che torna alla fantascienza di Inception o di Interstellar (meno a quella di Tenet), ma per ora va bene anche così. Accontentiamoci, finché c’è ancora Cinema.

“Corpi da reato” di James Ellroy

Era da parecchio che non proseguivo la mia lettura di James Ellroy, peraltro ho in sospeso ancora la terza parte della trilogia del sergente Hopkins. Corpi da reato è una raccolta di 9 racconti, inizialmente pubblicati su riviste. Tema centrale: omicidi con vittime donne, cioè femminicidi, se ci piace essere contemporanei (il libro è uscito nel 1999).

Sto diventando un po’ impermeabile allo stile di Ellroy che, sebbene sia estremamente caratteristico, è quasi sempre uguale a sé stesso. Frasi brevi, dialoghi succinti, crudezza delle descrizioni e delle situazioni. Talvolta (il primo racconto, Hush Hush, su tutti) è uno stile che sfocia nel nozionismo poliziesco, nell’elenco di nomi e luoghi, nella totale assenza di coinvolgimento emotivo (anche di chi legge). Talvolta, pare di leggere il referto di un’autopsia… 
Alcuni racconti più coinvolgenti di altri, certo, proprio dove lo stile non fagocita se’ stesso e lascia un po’ di spazio alla trama intesa in senso classico. Nessuno di questi racconti mi rimarrà in mente, tuttavia.

Un nota: è costante l’ossessione – dichiarata – di Ellroy per l’assassinio della madre da parte di ignoti. Un caso che ricompare più volte tra le righe di questi racconti, sia in forma implicita che, citato, in modo esplicito. Ho parlato già di questo in I miei luoghi oscuri, il libro in cui Ellroy racconta in prima persona la terribile esperienza che ha vissuto da bambino e la riapertura del caso decenni dopo (indagine alla quale ha partecipato attivamente).

Con Ellroy non partirei da Corpi da reato, se fossi in te. Per ora ti consiglio molto di più i primi due romanzi che trovi nell’elenco qui sotto o, meglio ancora, lo stesso autobiografico che ti ho appena ricordato. Vedi tu.

 

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
Perché la notte (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
L’angelo del silenzio (1986)
I miei luoghi oscuri (1996)
Corpi da reato (1999)

“Disclosure Day” di Steven Spielberg

Il blog sta spingendo di brutto ultimamente e io calco la mano parlando di film al cinema, che hanno mediamente più successo delle letture in quanto richiedono un impegno intellettuale minore. Forse dovrei provare, invece di intitolare i post in modo intelligente, a utilizzare titoli clickbait tipo: “Disclosure Day è davvero il miglior film di Steven Spielberg?”. Si sa mai che in questo modo riesca a monetizzare il blog. La massa aiuta, è cosa nota.

Ad ogni modo, il primo evento di fantascienza si è presentato alla cassa, dove il biglietto è costato 3,50 euro invece dei soliti 11/12 euro. “Festa del Cinema” o qualcosa di simile. Che culo, non lo sapevo. Dura quattro giorni eh, non esaltiamoci troppo… intanto le sale erano piene, di lunedì.

Premessa, non sono una fan di Spielberg. Amo i suoi capolavori: Lo squalo, Indiana Jones, E.T., ci mancherebbe, ma mediamente mal sopporto l’ottimismo che permea i suoi film. Spielberg ha sicuramente un’idea dell’Umanità migliore della mia, sulla riga di “volemose bene” e “facciamo l’amore e non la guerra”. Buon per lui – e per Dawson Leery forse – tuttavia io spesso lo trovo abbastanza ingenuo e anche un po’ illuso. Questo è.

Il complotto americano tiene nascosta la presenza degli alieni – i soliti grigi – al popolo, tuttavia c’è qualcosa, una non ben identificata forza, che sta spingendo attraverso i due protagonisti per svelare il grande segreto. C’è un Josh O’Connor che sembra John Nash e una Emily Blunt che parla una sacco di lingue da un momento all’altro, per capirci. Misteri, quasi miracoli. Ci sono poi tecnologie aliene, letture del pensiero, fughe rocambolesche, la figlia di Bono Vox (Eve Hewson, indicizza bene), i cattivoni nascondoni (tra i quali Colin Firth, brrr che cattivone => vedasi appunto l’ottimismo di Spielberg). Un miscuglio di quello che il regista ha già portato al cinema, un riassunto, forse un testamento.

Per rispondere alla domanda: no, non è il miglior film di Spielberg e, forse, è anche abbastanza dimenticabile. Poi è la mia opinione eh. È un film di spiegoni per il grande pubblico, dove nulla è lasciato all’interpretazione o all’intuito. È un film adatto per l’impegno che le persone, oggi, sono disposte(ottimismo)/capaci(realismo) a/di dare di fronte allo schermo.

Eventuali alieni, parere personale, arriverebbero da noi o per conquistare qualcosa o per aiutarci (sarebbero in ogni caso superiori e più evoluti, per forza di cose), quindi per annientarci o per farci crescere.
In sintesi: io non credo che sapremmo crescere, Spielberg sì. Difficile andare d’accordo.

“Michael” di Antoine Fuqua

Ormai al cinema ci vado tanto di rado che questo blog, nato principalmente per parlare di libri e film, parla solo di libri… Un po’ è dovuto al fatto che “c’ho un’età” e la sera ormai mi addormento, un po’ al monopolio delle sale nella mia città che ha portato i costi del biglietto a prezzi folli. Infatti, questa volta, sono andato al “cinema di paese” (che, peraltro, ha molto poco da invidiare al monopolio stesso) dove il biglietto, 5 euro, costa meno della metà della multisala.

Prima di parlare di Michael di Antoine Fuqua, ti faccio qualche altra doverosa premessa:
1 – Quando ero bambino Michael Jackson era il mio cantante preferito (di chi non lo era?), avevo anche qualche cassetta dei Jackson 5, perché già da piccolo tendevo ad approfondire le mie passioni oltre alla normale media.
2 – Non conosco, però, la vita di Michael, oltre alle notizie che tutti abbiamo sentito nel corso del tempo. Non so dirti, quindi, se il film sia stato romanzato in stile Bohemian Rhapsody, stravolgendo la realtà in favore dei doverosi turning point tanto cari al pubblico-capra, o se la storia della sua vita sia stata seguita per filo e per segno.
3 – Di Fuqua ho visto tutto, tranne l’ultimo film con Will Smith che non ho ancora recuperato. È quello che ritengo un buon regista intrattenente, difficilmente ci si annoia guardando un suo film, difficilmente farà la storia del Cinema.

Quindi, cosa ho visto ieri sera? Sto ancora cercando di capirlo, la realtà è questa. Ci sono dei punti saldi, però. Jaafar Jackson, figlio di Jermaine Jackson, è bravissimo nella parte di Michael, su questo non c’è dubbio. Al di là della somiglianza fisica (che dalla vita in giù è meno evidente, Michael era molto più esile) è proprio eccellente nell’imitazione dello zio, non c’è che dire. Le musiche e le coreografie sono quelle che ci si aspetta, cioè il massimo. La sensazione è quella di rivivere il momento di ascesa di Michael Jackson, un vero e proprio ritorno al passato e a quel qualcosa che non tornerà più a livello qualitativo (non solo per la morte del cantante, si intende).

Ci sono, tuttavia, alcune cose che vanno dette. Non che ci fosse qualche pruriginoso bisogno da parte mia di sapere di più sulla vita di Michael Jackson, rispetto a quel poco che sapessi già, ma il film non dice nulla di più di quanto già noto. Il padre padrone Joseph “Joe” Jackson, l’incidente e le ustioni durante lo spot della Pepsi, la vitiligine (casomai ci fosse ancora qualche coglione che ancora pensa si possa cambiare colore della pelle con la chirurgia), l’insicurezza di Michael. Insomma, la sensazione è quella di aver visto un bel compitino, un film girato come il pubblico si aspetta. Per quanto mi sia piaciuto, non credo comunque che lo riguarderei, al massimo occuperei il tempo guardando un concerto originale.

Non mi è chiaro se assisteremo a un seguito, il film si ferma al Bad World Tour (1987-1989, proprio gli anni in cui io iniziavo ad appassionarmi). Le voci dicono ci sia ancora molto materiale per mettere insieme una seconda parte, ma pare che ci siano anche molti problemi per gestire tutta la questione legata alle accuse di pedofilia (alle quali io non ho mai creduto) e la successiva deriva giuridica.

Quello che ne esce è un Michael Jackson molto fragile e insicuro ma dotato di uno straordinario dono, forse irripetibile nel suo genere. È l’idea che si era già fatto chi aveva visto tutti i documentari e gli approfondimenti. Il doppiaggio, con una voce infantile/femminile, sottolinea e rinforza queste caratteristiche.

Non lo so, forse mi aspettavo qualcosa di più. Forse, però, questo film non è stato girato per la generazione che è riuscita a vivere, anche solo in parte, quel periodo, ma per la nuova generazione “instagrammabile” che non ha la minima idea di cosa sia il mistero in stile Greta Garbo che Michael stesso cercava di inseguire.

“Hap & Leonard – Capitani oltraggiosi” di Joe R. Lansdale

Capitani oltraggiosi e il sesto romanzo della serie di Hap & Leonard, i due quasi investigatori creati da Joe Lansdale. Sarò breve, perché ormai le cose che ti dico su questa serie rischiano di essere forse sempre le stesse… ma non troppo.

Il lato positivo di questo episodio sono, come sempre, i personaggi. Hap e Leonard rimangono assolutamente intrattenenti, irriverenti e privi di qualsiasi forma di correttezza e rispetto verso qualsiasi categoria sociale. Sappiamo, in questo periodo, quanto ci sia bisogno di questa assenza di politically correct per riuscire a vedere le cose da una prospettiva intelligente. Intelligente sì, perché Lansdale, come ci ha ormai abituato, rinuncia alla correttezza nella forma ma non nei contenuti. Si può ridere ed essere volgari e irrispettosi comunicando comunque dei buoni valori. Benvenuti nel mondo reale.

Il lato negativo, ahimè, questa volta è la trama. Una trama a tratti inconsistente, quasi che i personaggi vengano sballottati da una parte all’altra senza una vera e propria logica (come, forse, nella vita vera eh). Tra viaggi in Sud America e gangster locali, ritorni negli States e scene pulp, questo romanzo si conclude in modo brusco, forse troppo. Peccato.

Ho già acquistato i prossimi due romanzi della serie (che purtroppo Einaudi non ha ancora pubblicato in un terzo tomone-trilogia) e il successivo Una coppia perfetta – I racconti di Hap e Leonard, quindi non sarà certo questo inciampo a fermarmi.

Romanzi che ho letto di Joe R. Lansdale:
Il lato oscuro dell’anima (1982)
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Trilogia Ned la Foca:
Fuoco nella polvere (2001)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)
Bad chili (1997)
Rumble Tumble (1998)
Capitani oltraggiosi (2001)

“Banco” di Henri Charrière

Pensavo fossero trascorsi due o tre anni dalla mia lettura di Papillon e, invece, boooom… salta fuori che l’avevo letto nel 2018, otto anni fa. Che botta. Il tempo passa, la vita passa, la morte si avvicina.

Detto questo, ho letto Banco, il seguito che Henri Charrière ha scritto e che racconta della sua vita in Venezuela, una volta evaso, fino ad arrivare alla pubblicazione del suo primo libro e al successo letterario globale.

È stato tutto esattamente come mi aspettavo. Anche questo è un tomone da quasi 600 pagine scritto in modo molto scorrevole e coinvolgente. Charrière riprende lo stile in prima persona al tempo presente che aveva già caratterizzato Papillon e ti porta dentro la sua storia, di fianco a lui, per mano, oserei dire. Tuttavia… tuttavia Banco non è Papillon, non ha la stessa carica e non ha le stesse cose da dire. Banco è una grande autocelebrazione dell’autore che, giustamente, cavalca l’onda del successo. Forse – se quello che è raccontato nel primo libro è vero – Banco è anche l’occasione per Charrière di togliersi qualche sassolino in più dalla scarpa.

Imperdibile? No, sicuramente no. Lo leggi per lo stile, non per la storia. Se vuoi sapere come ha vissuto Papi in Venezuela, dei suoi vari business, dei suoi amori… questo è il libro giusto. Se vuoi, insomma, percorrere ancora un pezzo di strada con lui, Banco è il libro che ti consente di godere di un po’ di luce riflessa dell’insuperabile Papillon.

“In caso di necessità” di Michael Crichton

Tempi lunghi, tempi lunghi per qualsiasi cosa. È passato quasi un mese dal mio ultimo post, sto leggendo meno in questo periodo. È passato ancora di più dall’ultimo libro che ho letto di Michael Crichton, quasi due anni… Eppure è un autore che mi regala sempre grandi soddisfazioni, non so come mai sia trascorso tanto tempo.

Questo In caso di necessità è stato pubblicato sotto lo pseudonimo di Jeffery Hudson quando l’autore stava studiando medicina, nel 1968. C’è una bella intro, scritta al momento della riedizione degli anni ’90, in cui Crichton spiega come all’epoca non volesse in alcun modo farsi conoscere e come scrivesse i romanzi a tempo di record. Un libro in due settimane, durante le vacanze di Natale, per potersi pagare gli studi (ogni anno, si intende). Fa ridere ora: alla proposta di un’edizione migliore lui si ribella, perché ciò che gli interessa è solo la velocità dei pagamenti necessari per gli studi, non il successo letterario.

Una minorenne muore durante un aborto. Viene ingiustamente arrestato un medico abortista e un suo amico patologo si mette a scavare per capire chi sia il vero colpevole. Inutile rivelare altro.

C’è già tutto Crichton in questo romanzo, sebbene sia tra i suoi primi. L’accuratezza scientifica – d’altra parte era uno studente di medicina; la trama che ti tiene incollato, ricca di dialoghi e colpi di scena; il dilemma etico e morale – l’aborto era illegale negli Usa, ma tollerato sottobanco. Un romanzo leggero ma intelligente, che ti fa pensare. Quello che fa impressione è che sia stato scritto 58 anni fa, ma è fresco come se fosse stato pubblicato ieri.

Te lo consiglio? Sì, assolutamente, è un giallo più che godibile. Peraltro anche migliore di alcuni suoi romanzi successivi e più “maturi”.

 

Libri che ho letto di Michael Crichton:
In caso di necessità (1968, pseudoimo Jeffery Hudson)
Andromeda (1969)
Casi di emergenza (1970)
Codice Beta (1972)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Preda (2002)
Stato di paura (2004)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)