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“Caino” di José Saramago

“A Dio piace guardare, è un guardone giocherellone. Riflettici un po’… Lui dà all’uomo gli istinti. Ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa, per il suo puro divertimento… Per farsi il suo bravo, cosmico spot pubblicitario del film. Fissa le regole in contraddizione: una stronzata universale. Guarda, ma non toccare. Tocca, ma non gustare. Gusta, ma non inghiottire. E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista, è un gran sadico!
È un padrone assenteista, ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo?! No, mai!”

John Milton (Al Pacino),
da L’avvocato del Diavolo

Il Caino di Saramago attraversa tutti i principali eventi biblici, sballottato nel tempo e nello spazio, e si scontra più volte con il Signore.
Abramo e Isacco, l’arca di Noe, Sodoma e Gomorra, Mosè, il vitello d’oro, ecc… In 140 pagine il Premio Nobel portoghese rivede la Bibbia e la figura di Dio attraverso gli occhi del “fratello cattivo”. Quello che ne esce è un giudizio impietoso, ma non nei confronti dell’Uomo, quanto in quelli della divinità assenteista, saccente e altezzosa.

Caino è molto meno impegnativo, dal punto di vista della struttura, rispetto agli altri romanzi che ho letto di Saramago, ma di certo più sacrilego (per chi crede, almeno) e, comunque, altrettanto geniale. Da ateo convinto l’ho letto con gusto, sebbene non conosca benissimo il fantasy di riferimento (dovrò decidermi a leggere la Bibbia, prima o poi). Il Dio di Caino è esattamente quello di cui parla Al Pacino nella citazione qui sopra. Un Dio assente, che compare ogni tanto per ordinare qualcosa a caso, e poi scompare. Ha la psicologia di un bambino con dei superpoteri, un dittatore dispettoso e viziato.

In merito alla vicenda di Abramo e Isacco, Saramago riassume (più o meno) così la situazione: per decidere di sacrificare il proprio figlio Abramo deve essere un vero figlio di puttana, ma non meno del Signore che glielo ha proposto. Anche su Sodoma e Gomorra non si trattiene, il Signore compie una strage, bambini innocenti compresi. Si può dunque venerare un Dio simile, che ha tutti i difetti dell’uomo che ha creato? La risposta è no. Dio è palesemente un sadico (rivedi sopra, citazione sempre più azzeccata). Dio pone l’albero nel giardino dell’Eden senza motivo, solo per imporre una regola, solo per punire.

Come per le altre opere di Saramago, anche per Caino vale la regola del muro di parole. Ogni pagina è una distesa di lettere, senza paragrafi e capoversi, senza segni di interpunzione a delimitare i dialoghi.
Insomma, sei avvisato.

Libri che ho letto di José Saramago:
Cecità (1995)
L’uomo duplicato (2002)
Caino (2009)

“Guns – Contro le armi” di Stephen King

Il 14 dicembre 2012 Adam Lanza, 20 anni, entra nella Sandy Hook Elementary School armato di un fucile d’assalto M4 e uccide 27 persone. 20 sono bambini tra i 6 e i 7 anni. Una strage, uguale a molte altre verificatesi negli Stati Uniti. Lanza, alla fine, si suicida. Su Wikipedia c’è una interessante pagina che descrive tutte le fasi di quella tragica mattina, ti consiglio di leggerla. Così, per avere un’idea. Bambini nascosti nei bagni, sotto i banchi, persone che chiedono pietà, insegnanti che si sacrificano facendo scudo con il proprio corpo. È questo quello che succede in quei momenti. Il problema è che l’arma utilizzata da Lanza era un’arma da guerra, con caricatori da 30 colpi, non c’è modo di sfuggire.

È su queste note che Stephen King scrive Guns (Contro le armi), un breve saggio nel quale esprime la sua opinione sul possesso indiscriminato di armi negli Stati Uniti. L’opinione di chi – da bravo americano – qualche arma ce l’ha (tre pistole, dichiara), ma non capisce come le armi automatiche possano essere in libera vendita, insieme a caricatori che contengono più di dieci colpi. King è (giustamente) inflessibile: un’arma di questo tipo, da guerra, può servire solamente a compiere stragi.
Perché si possa porre un limite a una situazione senza controllo, dovrebbe essere la stessa National Rifle Association ad assumere un forte senso di responsabilità e favorire la limitazione della vendita di armi (cosa che, sappiamo tutti, non accadrà mai). King paragona una decisione di questo tipo alla sua scelta di ritirare il romanzo Ossessione dal mercato, poiché avrebbe ispirato le gesta di alcuni malati di mente. Una scelta, appunto, di responsabilità, senza alcun obbligo imposto, se non dalla propria coscienza. In Australia, spiega King, dove queste scelte sono state prese, le morti per arma da fuoco sono diminuite del sessanta percento. Un dato incontrovertibile.

Un breve, brevissimo saggio che racconta anche un’altra storia. Quella del piccolo editore Marotta&Cafiero (Scampia) che decide di azzardare e diventare – come recita lo slogan – spacciatore di libri, pizzo free. Una scelta coraggiosa e un bel segnale da una zona difficile, una volta tanto. La mia edizione di Guns, peraltro, ha la copertina variant (già introvabile), quindi la simpatia verso questi spacciatori di libri non può che essere enorme. Ora Guns finirà a fianco dell’altrettanto raro Ossessione, che ovviamente possiedo nella prima edizione Sonzogno…

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)

“Non andateci! Il mistero del Passo Dyatlov” di Svetlana Oss

Un paio di anni fa mi sono imbattuto in un film dell’orrore che si intitolava Il passo del Diavolo. In genere, se guardo un film in terza serata tendo ad addormentarmi, salvo che questo non sia davvero stupido o di bassa qualità. Non so perché accada, ma più fa schifo il film e meno mi viene sonno (è un controsenso, ma non posso farci nulla). The Devil’s pass faceva decisamente parte della categoria horror pecoreccio, motivo per il quale lo vidi tutto. Alla fine venne fuori una simpatica scritta: il film era ispirato agli eventi accaduti al Passo Dyatlov (Urali) nel 1959. Aprii l’enciclopedia che racchiude tutto lo scibile umano (Wikipedia) e caddì nel tunnel del mistero del monte Otorten (traduzione letterale: non andateci).

Ti faccio un riassunto approssimativo, perché il mistero è davvero complesso e contorto e, se ti va, su Wikipedia (e su centinaia di altri siti) c’è descritto tutto nel dettaglio.
Nel 1959 nove studenti universitari si avventurarono sugli Urali per una spedizione escursionistica. Erano preparati, equipaggiati e abbastanza esperti (lì le temperature scendono di parecchio sotto lo zero, non si può improvvisare). Per farla breve, non tornarono, dovettero andare a cercarli e quello che trovarono risultò abbastanza inquietante. I nove erano ovviamente morti, ma in circostanze piuttosto bizzarre. La loro tenda era stata tagliata dall’interno e i ragazzi – meglio, i cadaveri – furono recuperati in tempi diversi, causa congelamento e neve. Erano “distribuiti” nella zona attorno, a gruppi o in solitaria. Alcuni avevano un colore arancione scuro (non da congelamento), a una mancava la lingua, a un altro un occhio, altri ancora erano nudi. Il livor mortis indicava che certi corpi erano stati spostati dopo la morte. Quelli che trovarono vicino a un albero, a parecchia distanza dalla tenda, erano posti su un letto di rami, tagliati dall’albero stesso fino a un’altezza di cinque metri. Sui corpi vennero rilevate radiazioni oltre la norma e, durante quella notte, da diversi punti, vennero osservati forti bagliori nel cielo (bagliori riscontrati anche nei resoconti sui diari dei ragazzi). E poi: costole spezzate, fratture craniche, il tutto senza ematomi esterni. Insomma, ti sei fatto un’idea.

Diamo un volto ai nove, mi sembra empaticamente utile.

Membri del gruppo di Dyatlov
I nove escursionisti morti al Passo Dyatlov (*Yudin: ritirato e rientrato in anticipo).

Prima di andare oltre, devo ricordarti una cosa. Come ti ho già detto quando ti ho parlato di Child 44: «Non ci sono crimini in Paradiso». Questo significa che, nell’Unione Sovietica dell’epoca, il crimine è stato sconfitto, così come il capitalismo, al quale è strettamente legato. È un dogma, punto. Quindi, se qualcosa di brutto avviene, non può che essere una disgrazia, una sciagura non derivante dalla volontà umana.

Preso da morbosa curiosità, ho iniziato a documentarmi e alla fine ho individuato questo libro: Non andateci! Il mistero del Passo Dyatlov, della giornalista Svetlana Oss. Non so perché non l’ho comprato subito, forse il titolo giacobbiano mi ha indotto a pensare (sbagliando) che si trattasse di uno di quei testi da edicola tipo UFO in forma, o cose simili. Non lo è. È un bel riassunto, un dettagliato riepilogo di ciò che si sa (e di ciò che si immagina) riguardo alla tragedia del Passo Dyatlov. La Oss propone una soluzione al mistero molto interessante – che io condivido e che non spoilero – razionale e verosimile.

Negli anni, a proposito di quanto sia potuto accadere al Passo Dyatlov, si è parlato di:
– condizioni climatiche estreme (venti, gelo);
– esperimenti militari (armi nucleari);
– UFO (nel senso più ampio di “oggetti non identificati”);
– KGB;
– yeti;
– tribù locali (Mansi);
– aggressione animale;
– pazzia o isteria di massa;
– presenza di una assassino nel gruppo.

La tenda degli escursionisti
Ritrovamento della tenda degli escursionisti.

Per qualche motivo, il cervello umano tende a scartare le soluzioni più credibili e prendere in considerazione le più bizzarre. Quando, poi, più elementi si mischiano in un’unica situazione, il frullato è assicurato.
Nel caso del Passo Dyatlov, c’era il veto di affermare che potesse esserci stato un crimine (nella Russia degli anni ’50, mai!), unito al coinvolgimento del KGB, incaricato di insabbiare tutto ciò che avrebbe potuto mettere a rischio la “sicurezza nazionale”. Insomma, c’erano tutti gli elementi per far sì che qualsiasi causa non fosse stata identificata come “morte per congelamento” divenisse un mistero. E, poiché quei nove ragazzi è molto improbabile siano morti per congelamento, il mistero si è ingigantito all’inverosimile.

Il libro della Oss propone una soluzione indagando a fondo nelle usanze delle tribù locali, facendoti scoprire gli effetti dell’amanita muscaria e tenendo sempre un occhio aperto sul contesto culturale e politico.
Certo, è solo una possibile soluzione, ma è così ben strutturata e convincente da essere davvero credibile. Secondo il mio parere, potrebbe essere la soluzione.

“Glamorama” di Bret Easton Ellis

In un mondo in cui le tagline vanno per la maggiore, Glamorama (1999) potrebbe essere sponsorizzato così: «Quando Ellis incontra Palahniuk nasce un indigeribile pacco di 630 pagine».
Potrei fermarmi qui, credo tu abbia già intuito cosa penso di questo romanzo. Eppure a me Ellis piace, parecchio anche. Glamorama è il suo sesto libro che leggo (su otto che ha scritto) e il primo che ho trovato del tutto respingente (passami il termine). Mi dispiace, so che ci ha messo sette anni a partorirlo, quindi posso solo immaginare lo sforzo.

Di cosa parla Glamorama? Non mi è molto chiaro, cercherò di andare per punti.
La prima parte (circa 200 pagine) contestualizza il personaggio di Victor Ward, modello superficiale perfettamente inserito in un mondo altrettanto superficiale. Nulla di nuovo, è quanto si è già letto nei precedenti lavori di Ellis. È il pane di Ellis, per dirla in altri termini: la feroce critica sociale alla società dell’apparenza di Hollywood e, in generale, del mondo dello spettacolo. Qui non succede assolutamente nulla, ma nulla di nulla.
La seconda parte (altre 200 pagine) è occupata dal viaggio che Victor compie, via nave, per recarsi in Europa e dall’introduzione di nuovi personaggi che ricreano la “scenografia” hollywoodiana nel Vecchio Continente.
La terza e ultima parte (le 200 pagine conclusive) rappresenta il delirio di Victor (ma anche di chi legge). Non si capisce più cosa sia vero e cosa sia falso, dove finisca la realtà e cominci la fantasia del protagonista, drogato e inebetito. Complotti, terrorismo, attentati, film girati durante stragi dinamitarde. C’è di tutto.

Te lo dico chiaramente: sono perfettamente cosciente del discorso metaforico sulla realtà e sulla superficialità, su quello che, insomma, Ellis intende denunciare. E sono anche d’accordo, mi trova sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non si può fare così, non con un volume lungo quanto un vocabolario. È troppo, punto.
Ho citato Palahniuk perché, quando nella trama sono cominciati a comparire terroristi, bombe e complotti, ho pensato a una situazione simile a quella del Fight Club. Magari.
In Glamorama Ellis ha messo il peggio del nonsense presente nei suoi due primi lavori (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) e lo ha mescolato con la violenza di American Psycho, togliendo la struttura che reggeva quei fantastici romanzi e creando un ibrido, appunto, indigeribile.

Curiosità: so che c’è stato un contenzioso con la produzione di Zoolander, all’epoca, risolto con un accordo economico per il quale Ellis non avrebbe più parlato in pubblico della cosa. Effettivamente, pensandoci, Derek Zoolander è l’estremizzazione comica (ma non molto più comica) del modello Victor.

Peccato. Mi mancano solo gli ultimi due romanzi di Ellis, Imperial Bedrooms e Bianco. Li recupererò, sperando di ritrovare il genio.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)

“Lampi” di Dean Koontz

Laura Shane nasce illesa solo grazie all’intervento di un misterioso uomo che impedisce al dottore di turno (un alcolizzato incompetente) di causare danni irreversibili. Lo stesso uomo la salva nuovamente a otto anni, durante una rapina. E poi ancora, qualche tempo dopo, da un maniaco in orfanotrofio. E ancora, e ancora, e ancora.
Laura chiama questo individuo “il custode”, poiché sembra vegliare sempre su di lei. Quando finalmente capisce che lui proviene da un altro tempo, il pericolo vero si avventa sulla sua famiglia, lasciandola vedova e con un figlio da proteggere.
Mi fermo.

Lampi (Lightning) se la batte con Incubi, quanto a noia, e mi dispiace. L’ho letto in poco tempo, nonostante le sue 430 pagine, ma il motivo è dovuto solo a un paio di serate inaspettatamente libere che ho passato con il libro in mano, non certo all’entusiasmo. La trama è interessante, i viaggi nel tempo mi piacciono, la prima parte della storia, in orfanotrofio, mi ha appassionato, ma poi è finita lì.

Credo che il problema principale di Lampi, per quanto mi riguarda, sia stato l’aver ucciso la sospensione dell’incredulità. E non l’ha fatto con i tunnel temporali – quelli funzionano (ovviamente se li si apprezza) – l’ha fatto con dei dialoghi forzati, per nulla naturali e spontanei, e con personaggi a tratti macchiettistici. L’amica della protagonista, che di lavoro fa la cabarettista, si esprime praticamente solo a battute. Sembra il Groucho di Dylan Dog: una cosa che può funzionare in un fumetto, ma non in un romanzo. I nazisti sono tutti stupidi e quadrati, “cattivi e basta”. Laura si trasforma in Steven Seagal, imparando a utilizzare Uzi e pistole e sapendo muoversi nell’ambiente della criminalità come Scarface. Insomma, mancano la profondità e il realismo.

Se dovessi sintetizzare (o semplificare) al massimo, ti direi che questo romanzo è un buon telefilm. Non è da buttare, si può vedere, ma non è memorabile, anzi. È un po’ come se dovessi ricordarti la settima puntata della terza stagione di Magnum PI

Sembra, da quanto leggo ovunque, che Intensity sia insuperabile: forse è venuto il momento di “sfoderarlo”. In ogni caso, non saranno un paio di libri mediocri a farmi mollare Koontz.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Later” di Stephen King

Later l’ho letto in due giorni, è un romanzo che si fa divorare. Non tanto per la trama (che non ha nulla di straordinario) quanto perché quando King parla dell’adolescenza o, comunque, mette in campo un protagonista ragazzino, non posso far altro che rimanere ipnotizzato.

Jamie è il figlio di un’agente letteraria, non sa chi sia suo padre e vede le persone morte (l’avevo detto che la storia non era straordinaria, no?). Va tutto abbastanza bene, fa amicizia con un anziano vicino di casa, aiuta qualche trapassato e via dicendo. La sua vita scorre regolare tra alti e bassi, fino a quando non incontra il Male. Mi fermo.

Per qualche motivo ero convinto che questo romanzo fosse un poliziesco con risvolti paranormali: non lo è (un poliziesco, intendo). Sì, la compagna della mamma (strizzatina d’occhio) di Jamie è una poliziotta, ma finisce qui. Non si può nemmeno definire un giallo, Later è un horror di formazione, genere del quale il Re è… Re, appunto. Insomma, non farti troppo influenzare dalla versione americana della copertina, che suggerisce un qualche tipo di mistery (che poi è uguale alla copertina italiana, ma c’è quella pistola con la scritta Hard case crime che, insomma…)

Ancora una volta King ti riporta a quelle amicizie caratterizzate da una grande differenza d’età (l’ultima era ne Il telefono del signor Harrigan, il primo racconto di Se scorre il sangue) che hanno contraddistinto diversi suoi romanzi. Lo fa bene, lo sa fare, lo sappiamo.
Oltre a tutto questo, in Later, c’è una sorta di dedica al mondo che gira attorno ai romanzi e che resta dietro le quinte, quello degli agenti letterari.

Non vorrei che fraintendessi, però, ora che ci penso. Sebbene le similitudini con Il sesto senso siano molte, il romanzo di King non ha nulla a che fare con il film di Shyamalan. La trama si sviluppa in tutt’altro modo e l’intervento del Male (con qualche similitudine con il male supremo di Derry, IT) è molto più approfondito. Se hai confidenza con il regno immaginifico creato da King, non ti sfuggirà di certo il “rituale” che prevede il mordersi la lingua a vicenda con il nemico. La tartaruga è dietro l’angolo, insieme ai Vettori.

Non credo che Later verrà ricordato come uno dei migliori libri di King, però lui ci ha buttato dentro parecchio, questo è indubbio. È un bel punto di connessione tra molte storie, che gli appassionati si potranno godere appieno. È più un romanzo sul come, che sul cosa. È più una sintesi sullo stile, che una nuova aggiunta. A me, comunque, è piaciuto molto, perché ha la leggerezza di Joyland. E poi lo sai che io con Stephen mi sento a casa, ed è in assoluto l’unico autore con il quale mi succeda.

Ora attendo con ansia Billy Summers (uscita USA in agosto). Ah, e ho già preordinato il saggio Guns – Contro le armi, che uscira a maggio in sole diecimila copie (Marotta&Cafiero editori, Scampia).
Chissene della regina: Dio salvi il Re.

Ho letto quasi tutto di Stephen King (me ne mancano 3), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)

“Le ripetizioni” di Giulio Mozzi

È davvero complicato parlarti di questo romanzo. Inizio, perché da qualche parte dovrò pur iniziare, ma sono dieci minuti che osservo lo schermo bianco, decidendo da dove. Non lo so.
Parlarti della trama mi sembra riduttivo (anche se ci arriverò) perché Le ripetizioni, di Giulio Mozzi, va molto oltre il semplice intreccio, il consueto raccontare eventi. Fermati e guarda la copertina, Il ritratto di gentiluomo di Giorgione (cerchia), guarda quegli occhi che sembrano sondarti. Se li fissi per qualche secondo, finirai per distogliere lo sguardo, per paura che quegli occhi si muovano. Ecco, questo è Le ripetizioni, romanzo che, scopro ora, è stato giustamente proposto (da Pietro Gibellini) per il LXXV Premio Strega. Ipnotico è il termine che mi viene più naturale, ma anche inquietante e vero.

Nelle prime pagine (sì, sì, poi ci arrivo alla trama) parla dell’odore del bosso. Il protagonista cerca di ricostruire un ricordo d’infanzia attraverso viaggi, fisici e mentali, perdendosi in una sorta di labirinto mnemonico-olfattivo. Lo ammetto, ho pensato: che palle. Ma era solo perché ero distante da quella particolare tematica. Poi l’argomento è cambiato (non ricordo, al momento, come) e mi sono trovato a leggere qualcosa che conoscevo, che era più attinente alla mia realtà. E, cazzo, se era avvolgente. Era completo. Una perfetta descrizione di emozioni e sensazioni. Ho subito compreso che non avrei sentito mia ogni parte del romanzo (è impossibile, bisognerebbe essere il protagonista), ma che nei momenti in cui questo si sarebbe realizzato sarebbe stato molto destabilizzante.

Le ripetizioni racconta la vita di Mario. O, forse, dovrei dire le vite. Mario ha una futura sposa, Viola; una ex, Bianca, da cui forse ha avuto una figlia; un amante, Santiago, che lo rende schiavo, fisicamente e, soprattutto, mentalmente. Mario ha dentro di sé il Bene e il Male, come tutte le persone che frequenta (fatta eccezione per Santiago, che ha solo il Male). Ed è forse questa la vera ripetizione, quella dell’animo umano che, sia che appartenga a Mario, a Viola, a chi legge o a chi scrive, presenta zone di grande luce e di estrema oscurità. Mario è l’Uomo (per come lo interpreto io, almeno).

Mi è capitato pochissime volte di entrare in questo tipo di intimità con il personaggio di un romanzo. Di sentirmi chiuso dentro il suo cervello. Un’analisi del pensiero profonda e articolata che non è certo facile da digerire, soprattutto nelle perversioni (e ce ne sono) più spinte. Le ripetizioni non è un romanzo per tutti, te lo dico. C’è chi rimarrà sconvolto dalle violenze più estreme, quasi sempre attinenti alla sfera sessuale. Ma, come spesso accade, credo che saranno quelle persone che desiderano puntare il dito per mostrarsi migliori (un po’ come è accaduto per American Psycho di Ellis), senza capire il vero significato delle cose. Senza andare oltre la superficie. Perché il Male esiste, c’è, e fa parte di noi. E trionfa, è evidente.

Seguivo Mozzi sui social e qui su WordPress (con il blog della sua Bottega di narrazione), ma non avevo mai letto un suo libro. So che i precedenti non erano romanzi, ma raccolte di racconti. A questo punto li recupererò, per forza. Magari parto da Il male naturale che è abbastanza discusso (sempre per via di tematiche “difficili”), quindi farà al caso mio.

E ora, scusami, ma mi hanno appena consegnato Later, di Stephen King. Quindi ti saluto.

“Dimenticami Trovami Sognami” di Andrea Viscusi

Ti avevo anticipato che mi sarei dedicato alla lettura di qualche autore italiano, no? Ecco.
Certo, per non correre troppi rischi, mi sono diretto su Andrea Viscusi, del quale ti avevo già parlato per l’antologia L’esatta percezione – Nove racconti (la personale che l’associazione RiLL dedica ad autori di particolare talento). Ho fatto bene, te lo anticipo.

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che si divide in tre parti e in miliardi di universi. Con i dovuti allarmi antispoiler accesi, ti racconto un po’ di trama, senza esagerare. In Dimenticami il protagonista, Dorian, viene selezionato per compiere un innovativo viaggio spaziale. Dovrà stare via per molto, molto tempo e allontanarsi dai suoi affetti, tra i quali la sua compagna Simona. Trovami introduce il personaggio del dottor Novembre, uno psicologo esperto di sogni. Novembre se la vedrà con un paziente particolare che pare avere la capacità di influenzare la realtà. Sognami mescola le carte delle due parti precedenti, delle realtà precedenti, degli universi precedenti… Non aggiungo altro.

Stavo per iniziare questa frase dicendoti che non sono un esperto di fantascienza, che non ne leggo molta e cose così. Poi ho digitato “fantascienza” nella casella di ricerca del blog (per verificare di cosa ti avessi parlato) e mi sono reso conto che tendo a sottostimare la quantità delle mie letture. È vero, probabilmente non potrei essere definito un espertissimo, ma qualcosa l’ho masticato, negli anni. Quindi, con le mie moderate competenze nel settore alieni/viaggispaziali/bracciatentacolateeaffini posso affermare che Viscusi riesce ad aggiungere al genere quel qualcosa che spesso manca: l’emotività. È questa, a mio avviso, la caratteristica più forte che ho apprezzato nel romanzo (non che l’intreccio sia da meno eh, da spaccarsi il cervello). La prima parte della storia, con problemi più terreni, crea l’empatia con i personaggi che ti consente di rimanere loro “attaccato” (concedimi il termine) anche nelle successive, più vicine alla fantascienza classica (e quindi leggermente più fredde). Chapeau.

Non ho letto nemmeno un libro di quelli che l’autore cita nelle note come fonte di ispirazione, magari provvederò. In alcune parti di dialogo con l’Intelligenza Primeva mi sono però tornati alla mente gli scambi con l’entità in Sfera, di Crichton, altro romanzo che mi è piaciuto molto. Non credo che l’associazione sia casuale, anche Viscusi riesce a rendere totalmente credibile quello che scrive, tanto che mentre lo leggi ti pare sia tutto scientificamente dimostrato.

Bene, è quasi mezzanotte e potrei andare a dormire. Ma cosa sognerò? Già perché, se le coincidenze non esistono, i miei sogni potrebbero cominciare a diventare un problema, come quelli del protagonista. Viscusi dichiara (sempre nelle note) di avere un’ossessione per il numero 42. L’editore del libro è Zona 42. Questo blog si chiama PensieroProfondo42. Quindi, sarò io a retconizzare o verrò retconizzato?

“Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy

Cazzo, che romanzo.

Non sarà un inizio raffinato, il mio, ma concedimelo.
Non è un paese per vecchi è il secondo libro che leggo di Cormac McCarthy, dopo La strada, e non ho più alcun dubbio: devo leggere tutto quello che ha scritto. Che poi non ha scritto molto, su Wiki ci sono giusto una decina di titoli in quasi novant’anni di vita (McCarthy è del 1933).

Avevo visto il film omonimo dei fratelli Coen (e l’ho  rivisto appena terminato il romanzo) qualche anno fa. Lo ricordavo per la cazzutissima (ci risiamo) interpretazione di Javier Bardem, non tanto per la trama, che non mi aveva colpito. Invece devo amettere che anche la trama segue il romanzo per filo e per segno, quindi da quel punto di vista è stato fatto un lavoro eccezionale. Tuttavia il libro “è meglio”, come si suol dire.

Llewelyn Moss, un reduce del Vietnam texano, sta cacciando antilopi sul confine col Messico quando si trova sulla scena di quello che deve essere stato un regolamento di conti. Pick-up bucherellati, uomini bucherellati, cani bucherellati. Tanta droga e una valigetta con due milioni e mezzo di dollari. Moss prende la valigetta e scappa. Sulle sue tracce Anton Chigurh, psiocopatico folle assassino, che cerca la valigetta armato di una bombola ad aria compressa, un fucile e una moneta. Un uomo che sembra la Morte in persona. E, ancora, dietro loro due, lo sceriffo Bell che ce la mette tutta per trovare Moss e salvarlo dal suo destino.

Un romanzo di polvere, sangue e silenzi. Di dialoghi asciutti(ssimi), rimpianti e scelte. Nessuna anima è priva di sofferenza, qui. Chigurh sembra essere l’opposto esatto di un deus ex machina, l’incarnazione dell’assenza di pietà della vita che ti stritola senza possibilità di fuga. Il suo testa o croce ha il sapore di un cancro che ti becca nel momento in cui tutto sta andando per il meglio.

La storia è intervallata da capitoli nei quali, a cose concluse, lo sceriffo Bell riflette sul passato, sul futuro e sul senso dell’esistenza. Questo si perde molto (non del tutto) nel film, nonostante l’ottimo Tommy Lee Jones. In generale la trasposizione perde un po’ quel senso di solitudine che caratterizza i personaggi nel romanzo. Quella sensazione di essere tutti degli inutili sputi nell’Universo, per capirci.

Cazzo, che romanzo.

“Incubi” di Dean Koontz

Melanie, all’età di tre anni, viene rapita dal padre Dylan e per i sei anni successivi la madre Laura ne perde le tracce. Poi Melanie viene ritrovata mentre si aggira nuda e sola in mezzo alla strada. È scappata da una casa delle “torture” dove il padre e altri complici la sottoponevano a esperimenti mirati a raggiungere il completo controllo dell’inconscio, utilizzando una sedia elettrica e una camera di deprivazione sensoriale. Nella casa sono tutti morti, uccisi da qualcuno che possiede una forza sovrumana. Melanie è in stato catatonico e la madre, insieme al detective Dan Haldane, cercano di venire a capo di quanto accaduto. Man mano che le indagini procedono, e che vengono scoperte altre persone implicate negli esperimenti, i cadaveri cominciano a moltiplicarsi. Mi fermo.

Sesto romanzo di Dean Koontz che leggo (gli altri li trovi in fondo al post) e primo a non piacermi. I motivi sono tanti, forse troppi.

Il primo e più incisivo è sicuramente la prevedibilità. La storia è costruita per metà come un horror e per l’altra metà come un poliziesco/giallo. Chi compie gli omicidi?
[SPOILER] Se non fosse già intuibile dai primi capitoli, ci pensa una copertina ai limiti della legalità a fornire la risposta. Inaccettabile questa scelta, è un po’ trovarsi davanti la foto del maggiordomo con il coltello in mano. Non si fa. Pensavo fosse una scelta per sviare i sospetti, invece è solo una scelta del cazzo (quando ci vuole…). [FINE SPOILER]

Il secondo motivo è l’inutile lunghezza. 380 pagine per raccontare qualcosa che avrebbe richiesto meno della metà dello spazio. Concetti ripetuti svariate volte, pippe mentali e inutili descrizioni. Prolisso, punto. Ci ho messo una vita a leggerlo, non ho mai avuto lo stimolo a proseguire, non sono mai stato curioso.

Il terzo è la macchinosità. Di tutto. Della trama, dei ragionamenti, delle emozioni. I protagonisti arrivano ad accettare situazioni inaccettabili attraverso dubbie deduzioni logiche. Le difficoltà psicologiche vengono annullate dall’appiattimento intellettuale dei personaggi, che paiono tagliati con l’accetta. Mi ha ricordato quando si inventano le storie giocando tra bambini e ci si fa andare bene qualsiasi cosa: «Allora facciamo che tu non riesci a uccidermi perché io ho mangiato la caramella dell’immortalità». Certo, come no.

La sensazione è quella di un libro che sia stato scritto perché doveva essere scritto. Non c’è anima, non c’è passione. Un compitino svolto per la sufficienza.
Può succedere, capiamoci, ma sono contento di aver già letto altro di Koontz perché se fossi partito da Incubi mi sarei fatto un’idea sbagliata (un po’ come approcciare Stephen King partendo da Rose Madder).
Vedremo, ho Lampi e Intensity ancora sullo scaffale.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)