“Nel labirinto delle ombre” di Dean Koontz

Nel labirinto delle ombre è il secondo romanzo di Dean Koontz avente come protagonista Odd Thomas (il primo è Il luogo delle ombre). Negli Stati Uniti, Koontz è arrivato al nono “episodio”, tuttavia da noi le traduzioni si sono fermate proprio a questo secondo. Odd è un ragazzo con dei poteri: vede le persone morte e cerca di portarle verso la luce, inoltre (per farla breve) attira e/o viene attirato dai guai (lui lo chiama magnetismo psichico). Il primo romanzo mi era piaciuto molto, questo, invece, l’ho trovato parecchio deludente.

Un giovane amico di Odd viene rapito, dopo che il padre è stato ucciso. Odd deve muoversi in fretta poiché il ragazzo soffre di una patologia che rende le sue ossa fragili come il vetro (la stessa de “L’uomo di vetro” di Unbreakable, per capirci). Lo cerca, lo cerca per tutte le 360 pagine del romanzo. La scenografia è quella di un resort abbandonato nel deserto dove, ti assicuro, non succede assolutamente nulla. Mi fermo.

Quando leggo romanzi di questo genere mi chiedo se siano stati scritti per contratto. Un racconto di 30 pagine tirato in lungo e gonfiato per essere impacchettato come un romanzo. La trama è quella che hai letto sopra, non c’è altro. Il “labirinto” del titolo è il resort e il sottosuolo nel quale Odd si muove, girando a destra, poi a sinistra, poi in un condotto, poi sulle scale, poi nei corridoi… È meglio che sia più esplicito: quando leggo romanzi di questo genere mi sento proprio tirato per il culo.

È un peccato, perché Odd è un bel personaggio e la narrazione in prima persona ti dà la sensazione di essere al suo fianco e condividere le sue paranoie/paturnie. Non è mai pesante, mai noiosa. È la storia a essere noiosa, più che altro a non-essere, perché non c’è.
Come altro potrei spiegartelo? Potresti leggere questo libro anche saltando i capitoli pari, o quelli dispari, e capiresti tutto lo stesso.
Che delusione, caro Koontz.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)
Nel labirinto delle ombre (2009)

“Nope” di Jordan Peele

Sarà difficile parlarti di questo film senza fare spoiler, ragion per cui a un certo punto ti avviserò e deciderai tu se andare avanti o meno nella lettura.
Nope è il terzo film di Jordan Peele dopo Scappa Get Out e Noi. Di cosa parla? Eccoci.

Oj ed Em, fratello e sorella, gestiscono un ranch specializzato nell’allevamento dei cavalli destinati ai set cinematografici. Il ranch è posizionato all’interno di una valle dove, fin dalla prima scena, accadono cose molto strane. Ad esempio cadono oggetti dal cielo (in apertura una moneta trapassa il cranio del padre dei due ragazzi), spariscono persone e ci sono cali di corrente. È il classico scenario da avvistamento UFO, ed infatti l’avvistamento avviene. Anche il “vicino di casa”, il gestore di un piccolo parco a tema cowboy, viene coinvolto in queste stranezze ed entra, così, nella storia. È l’occasione di una vita: riuscire a filmare un UFO darebbe una svolta agli affari. I due ci provano e io mi fermo.

Come per i precedenti due film del regista nero (non in quanto necessaria distinzione, ma poiché pare essere un dettaglio molto importante) l’idea è molto buona e il film funziona bene per i 3/4 del tempo, poi c’è il crollo. Il crollo totale. Ma facciamo un passo indietro.

Dicevo, Peele è nero e lavora con attori prevalentemente neri. Non solo, anche guardando i film dove lui è sceneggiatore e produttore e non regista, si trova sempre questo filo conduttore sulle sue origini (vedi Candyman o BlacKkKlansman). Il tema del gruppo etnico, delle minoranze, è molto sentito. Solo che – te lo dico subito – a mio parere Peele non è Spike Lee, ma è il prodotto del nostro tempo ricco di messaggi ma privo di contenuti. Ogni volta che esce un film di Peele pare sia una sorta di piccolo evento, una storia che vada studiata. La domanda che ti pongo è: se Peele non fosse nero e non trattase il tema delle minoranze, sarebbe lo stesso? La mia risposta è no. Mi dispiace, ma io trovo i suoi film perdibili, hanno tutti del potenziale ma c’è una grande incapacità di gestirlo. Peele è il prodotto del nostro Netflix culturale, è l’apparenza che supera di gran lunga i contenuti.

ALLERTA SPOILER
ALLERTA SPOILER

Anche l’idea successiva, quella per cui il disco volante non sarebbe un navicella aliena ma un animale che vive tra le nuvole, è in teoria buona e rappresenta sicuramente una novità. Il problema è che, come sempre, quando il non visto viene esplicitato finisce tutto in vacca. Dopo venti minuti di questa cosa che vola nel cielo – un ibrido tra una medusa e uno zeppelin sventrato, vagamente somigliante a una vagina – qualsiasi “magia del Cinema” decade e cominciano a sanguinarti gli occhi. Il monoespressivo Kaluuya non aiuta di certo, mentre scorrazza in groppa al cavallo a testa bassa per non guardare il mostro (eh sì, se lo guardi ti attacca).

Le tanto decantate critiche al sistema dello show business sono talmente esplicite che, a confronto, Zombie di Romero lanciava un messaggio criptico e nascosto.
Ho sentito vaghe associazioni tra Peele e Spielberg, ma non voglio nemmeno discuterne. Non scherziamo (e ricordati che io non sono un fan di Spielberg, è troppo ottimista e solare per i miei gusti).

È un peccato, perché Nope partiva davvero bene. Nelle inquadrature, nella storia, nelle ambientazioni. Poi però Peele, conscio della sua posizione, si adagia nella culla del nostro perbenismo che gli consente di fare poco e niente e non venire criticato. Che poi c’è il rischio che sembri tu stia criticando la giustamente intoccabile tematica delle minoranze e non un film, francamente, abbastanza assurdo.

Cosa mi è rimasto? Quasi niente. Sono giusto andato a rivedermi la cronaca nera dello scimpanzé Trevis, un evento che avevo dimenticato. Peele ne omaggia la vicenda mettendo in scena qualcosa di simile e mostrando uno scimpanzé che impazzisce sul set e massacra diversi attori. Tutto qui, nulla di più.

“La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker

Di questo romanzo si è parlato molto, moltissimo. È stato la fortuna del suo autore, Joël Dicker, che ha esordito a soli ventotto anni vendendo milioni di copie. È raro che io legga libri così “famosi”, lo sai, ma con La verità sul caso Harry Quebert (2013) ho vouto fare un’eccezione, anche perché mi è stato regalato (da una persona che manterremo anonima affibiandole un codice: T1). Quasi 800 pagine in meno di sei giorni. L’obiettivo – dichiarato – di Dicker era quello di scrivere una storia che obbligasse il lettore a non scollarsi mai dalla pagina, ci è riuscito.

La trama è nota. Nola Kellergan scompare nel 1975 all’età di quindici anni, dopo essere stata avvistata mentre scappava nel bosco inseguita da un uomo. Dopo trent’anni il suo corpo viene ritrovato nel giardino della casa di Harry Quebert, scrittore conosciuto sopratutto per il suo secondo e immortale bestseller Le origini del male. Si scopre che Harry nel ’75, a trentaquattro anni, aveva una relazione con Nola. È uno scandalo, Harry viene arrestato, condannato dal perbenismo dell’opinione pubblica. In suo soccorso corre un altro scrittore, il suo “discepolo” Marcus Goldman, deciso a indagare e a provare l’innocenza del maestro. Mi fermo.

Sarò sincero, questo è uno di quei romanzi che si dimentica in fretta. Ricco di colpi di scena, stravolgimenti e personaggi, difficilmente ti rimarrà in testa. È vero quello che dicono alcuni: non ti lascia niente, dopo. Tuttavia è altrettanto vero che, mentre lo leggi, non riesci a staccartene. È un vortice, un buco nero. Cominci a ipotizzare insieme a Goldman su cosa possa essere accaduto, a pensare di aver capito qualcosa (che, puntualmente, non hai capito). È un ottimo giallo quindi, un thriller che non lascia tirare il fiato e che strizza l’occhio sia a Twin Peaks (per l’ambientazione ristretta) che al Lolita di Nabokov. Ad aggiungere qualcosa in più c’è il rapporto tra Quebert e Goldman, un triangolo con la scrittura e lo scrivere. Una dichiarazione d’amore di Dicker alle turbe dell’artista.

Ho scoperto solo ora che esistono due seguiti, sempre con Goldman protagonista: Il libro dei Baltimore e Il caso Alaska Sanders. Li leggerò, perché anche se questo è puro intrattenimento, è un intrattenimento che funziona. Nel frattempo recupererò anche la serie tratta da La verità sul caso Harry Quebert, con Patrick Dempsey.
Se ami i gialli questo libro ti piacerà, non ho dubbi.

“Le Cronache di Narnia” di C.S. Lewis

Ho impiegato esattamente un mese a leggere Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis. Una lettura mal distribuita, peraltro, poiché delle circa 1200 pagine del volume ne ho lette 1000 nella prima settimana (ero in vacanza a Fuerteventura) e le restanti 200 nelle tre settimane seguenti.
La saga di Lewis è considerata, insieme a Il Signore degli Anelli di Tolkien e La saga di Terramare della Le Guin, una delle opere fondamentali del fantasy. È inutile che te lo dica, immagino, ma tant’è.

Il volume comprende tutti e sette i romanzi che compongono l’opera, più il saggio di Lewis Tre modi di scrivere per l’infanzia.

Nello specifico, in ordine di cronologia narrativa, i romanzi sono:
• Il nipote del mago (1955)
• Il leone, la strega e l’armadio (1950)
• Il cavallo e il ragazzo (1954)
• Il principe Caspian (1951)
• Il viaggio del veliero (1952)
• La sedia d’argento (1953)
• L’ultima battaglia (1956)

Da tre romanzi sono stati tratti altrettanti film che, tuttavia, non ho visto. Ne vale la pena? Magari me lo dirai tu. Per il momento non sono disponibili né su Netflix né su Prime, quindi mi attacco.

Al centro di tutto la possibilità per dei giovani ragazzi inglesi di accedere al regno di Narnia (dove gli animali parlano) attraverso la magia. Poiché a Narnia il tempo scorre in modo diverso rispetto all’Inghilterra, i ragazzi si troveranno a vivere avventure di anni (diventando adulti a Narnia e poi re e regine) in quelli che sono pochi minuti sulla Terra. Talvolta i ragazzi tornano a Narnia e sono trascorsi millenni, altre volte pochi giorni. Insomma, ci siamo capiti. Su tutto domina la figura del leone Aslan, una sorta di divinità amichevole e portatrice di bene, deus ex machina di quasi ogni trama. E no, non starò a raccontarti le trame di tutti e sette i libri.

Che dire, tra le tre grandi saghe citate sopra, quella di Narnia si piazza, a mio parere, sul gradino più basso del podio. È indubbia la capacità di Lewis di portarti in un altro mondo, ma credo di essere arrivato “tardi”. È colpa mia, mica di Lewis, eh. Narnia sarebbe di certo risultato molto più gobile parecchio tempo fa, diciamo tra gli undici e i quattordici anni di età. La costruzione della trama è molto semplice per un adulto e, soprattutto, ripetitiva. Il leone Aslan che arriva e sblocca la trama per sette volte di seguito è davvero difficile da digerire. Questo è anche il motivo per il quale ho faticato molto a finire la saga: una volta terminata la mia vacanza “canaria”, ho trovato sempre qualcosa di meglio da fare piuttosto che mettermi a leggere. Non ero curioso.

È un libro che consiglio? Assolutamente sì ma, appunto, ai più giovani. Lo dovrebbero fare leggere a scuola, senza alcun dubbio.

“Elvis” di Baz Luhrmann

In Elvis Luhrmann mette in mostra principalmente il rapporto tra l’artista e il suo manager/aguzzino, il Colonnello Tom Parker. Ti preavviso che non conosco bene la vita di Elvis Presley, quindi non mi inoltrerò troppo in un’analisi sulla verosimiglianza storica degli eventi.

Cosa ho visto.
Ho visto un film molto curato dal punto di vista estetico, nei costumi, nella teatralità, nella musica. Un film che definirei “patinato”, un termine che utilizzo per categorizzare quei film che risultano molto graditi alle “signore bene” di una certa età. Hai presente quei film che non turbano nessuno e che hanno quel minimo di falsa trasgressività utile a far sorridere i bigotti, senza però essere offensivi? Ecco. Prima serata Rai, per capirci.

Come puoi facilmente intuire, Elvis non mi è piaciuto.

È impossibile non apprezzare la musica di Elvis Presley, anche solo per l’eredità storica che ha lasciato. Per quanto mi riguarda, però, Elvis non è mai stato tra i miei artisti preferiti. Mancava di rabbia e l’ho sempre visto un po’ come un “manichino”, concedimi il termine. Mi aspettavo, così, che il film di Luhrmann mi offrisse l’occasione di andare sotto questa superificie (sicuramente un mio problema) e scoprire l’uomo e il suo disagio interiore. Invece no. Il film di Luhrmann mi ha raccontato la storia di un manichino, appunto.

Manca tutto. Manca la tragedia, il dramma, il turbamento. Manca il colpo nello stomaco e l’empatia con il personaggio. C’è un attore, Austin Butler, che è molto somigliante dal punto di vista fisico ma che non trasmette nulla dell’emotività necessaria a farti legare con Elvis. Eppure Elvis muore di infarto a 42 anni a causa dei suoi abusi… cioè, doveva essere bello tormentato, no? Il tormento viene relegato in un angolo, insieme alle dipendenze. Gli ultimi anni, quelli difficili, scorrono veloci in pochi minuti. Ma io ricordo qualcosa su un Elvis bulimico che si abbuffa di cibo dalla mattina alla sera, che fine ha fatto? Dai, dove è finito tutto questo? Trenta secondi di Butler imbolsito/imbalsamato non sono sufficienti a colmare questa lacuna (Christian Bale avrebbe preso 50 chili in due settimane, pur di essere coerente con la parte).

In tutto questo Tom Hanks ci sta benissimo, d’altra parte anche lui non ha mai recitato in film che coinvolgano emotivamente, escludendo solo Philadelphia, Il miglio verde e, forse, Apollo 13.

Peccato, una grande occasione persa. Il Cinema dei brillantini e dei lustrini. Roba per signore, appunto.

“Il bar subito dopo e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” AA.VV.

Questa è la quindicesima antologia di RiLL che leggo (trovi le altre a fine post) ed è relativa alla XXVII edizione del Trofeo (2021).  Sono un po’ triste perché ho terminato tutte le antologie che avevo acquistato e ora dovrò attendere quella dell’edizione 2022, comunque…
All’interno ci sono dodici racconti: i primi cinque classificati al concorso letterario, i quattro racconti del premio SFIDA (il premio “parallelo” organizzato da RiLL) e i tre racconti scelti tra i concorsi letterari esteri gemellati con il Torneo (per questa edizione: Premio Visiones, AHWA e Nova Short Story).

Al primo e secondo posto (prima volta nella storia del Trofeo) si è classificato lo stesso autore: Nicola Catellani. Un’impresa che è ancor più degna di nota se consideri che nel 2021 il Trofeo ha battuto il record di racconti iscritti: 522. Il bar subito dopo e Urne elettorali sono accomunati da una visione ironica e realistica del mondo, mi sono piaciuti molto. Nel primo, un deceduto si trova in un bar, dove la barista sembra sapere tutto di lui; nel secondo, lo spoglio delle urne prevede anche il conteggio dei voti dei morti. È fantastica la capacità di Catellani di non cadere nel “tranello politico” e di ironizzare su tutto e tutti allo stesso modo.

Il terzo classificato è in assoluto il mio racconto preferito di tutta l’antologia: Tunnel di Elia Gonella. Struggente e riflessivo, parla di un ragazzo/uomo/vecchio che incrocia di sfuggita, nel corso degli anni, le varie versioni di sé stesso nei tunnel della metropolitana. Una storia interamente raccontata, senza nemmeno un dialogo o una battuta. Angosciante e terribilmente vero, è un racconto che vorrei aver scritto io.

Pollice verde di Cristina Amerio è al quarto posto. Gran risultato, considerato che l’autrice è al suo primo racconto in assoluto. Una storia divertente e scorrevole, un pronto soccorso per piante gestito da una donna e da Vasco, un ginepro parlante. Qualcuno ricorda La piccola bottega degli orrori?

Quinto si piazza Luca Notarianni con Malarazza, un ottimo racconto horror (devo dire che dalle parti di RiLL gli horror sono meno frequenti). Non ti racconto la trama, ma sappi che c’è un’immagine di una forza devastante: delle donne accecate – e private di tutti i sensi – alle quali sono stati amputati gli arti per essere utilizzate esclusivamente come… vabbè, mica posso dirti tutto.

Con un po’ di campanilismo non ti parlo dei tre racconti “esteri”, che sono comunque eccellenti, ma qualche nota sui quattro vincitori di SFIDA è, invece, dovuta. Per inciso, la SFIDA 2021 prevedeva l’obbligo di inserire all’interno del racconto la frase «Per favore, non leggermi nel pensiero».
L’impostore, di Saverio Catellani (fratello di Nicola), racconta del rapporto tra un ragazzino e un vecchio, un telepate con qualcosa da nascondere. Il liuto e l’arpa, di Giorgio Smojver, rielabora due ballate medievali danesi. L’amore è una rockstar vecchio stile, di… ok è il mio racconto, ipotizza un mondo dove tutti sanno tutto di tutti. Regola 37D, di Francesca Cappelli, mette in scena un torneo di magia nel quale anche gli haters possono dare libero sfogo alle loro pulsioni.

170 fantastiche pagine “Al di là del reale”.

Libri RiLL che ho letto:
Domani Forse Mai di Francesco Troccoli (2012)
La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2014)
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tutto inizia da O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)
Via d’uscita di Valentino Poppi (2021)
Il bar subito dopo e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2021)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“Drive-in. La Trilogia” di Joe R. Lansdale

Drive-in. La Trilogia contiente i tre romanzi del noto ciclo horror-splatter-comico-grottesco di Joe R. Lansdale.
Nello specifico:
• Il drive-in (1988)
• Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
• La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)
Un unico tomo, 540 pagine. Non per tutti ma…  cominciamo con un po’ di trama.

[Parte 1] Texas. Jack (protagonista e narratore) si reca all’Orbit (enorme drive-in da 4000 posti auto) con alcuni amici per la consueta rassegna horror del venerdì. Una cometa sfiora il drive-in e tutti gli spettatori si trovano “imprigionati” da un muro di oscurità (una sorta di The Dome, ma buio). Nel microcosmo del drive-in regna il caos, per un tempo indeterminabile (giorni? mesi? anni?). Violenze, stupri, cannibalismo, crocifissioni. Un fulmine colpisce due degli amici di Jack che diventano un essere unico: il Re del Popcorn. Il Nemico.
[Parte 2] Jack viaggia fuori dal drive-in con un paio di compagni, lungo una strada che pare non aver fine. Ci sono i dinosauri e “La città di merda”. In un mondo che non sembra essere più il Texas, gli unici sopravvissuti sono quelli che erano presenti alla famosa notte del drive-in. Tra questi un nuovo nemico: Popalong Cassidy e la sua testa-televisore.
[Parte 3] Qui Jack (e la sua nuova compagnia) naviga nel mare all’interno di un bus. Il bus viene inghiottito da un pesce gatto gigante nel quale vivono dei cannibali e delle creature del buio. Il bus viene cagato dal pesce gatto e Jack cerca di raggiungere una sorta di Stairway to Heaven che dovrebbe dare un senso a tutto.

Mi fermo, credo tu ti sia fatto un’idea…

Ti dico la verità, se questi romanzi non fossero stati scritti da Lansdale non mi sarebbero piaciuti. Il livello di delirio e di assurdità è tale che, a confronto, la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams potrebbe essere stata creata da un ragioniere. Eppure in Lansdale c’è qualcosa di incredibile, una capacità di semplificare e alleggerire senza eguali. Le pagine volano, comunque, anche se in realtà della trama non te ne frega poi molto. Perché non c’è un limite a quello che Lansdale tira fuori, la blasfemia è solo la punta dell’iceberg. Tutto – TUTTO – può succedere (e succede) in questa storia. Jack che mangia frutti al piscio di cane. La fuga di un bus tramite il buco del culo di un pesce, con relativi morti annegati nella merda. Il Re del Popcorn che nasce dalla fusione di due persone, vomita popcorn e nutre così i suoi fedeli, dipendenti dal popcorn stesso. Un cannibale che parla con il cazzo in mano, sempre. Il sesso, il sesso ovunque. Senza mai essere eccitante o pornografico, chiariamoci. Mi pare che sia stato Bukoswski ad aver detto una cosa tipo: «Scrivo delle storie e poi, per vendere, ci infilo dentro le scopate». Ecco, così fa Lansdale con il Drive-in, ma senza l’erotismo. Tutti scopano con tutti. Costantemente. E poi… i dinosauri che attraversano la strada, le auto che non consumano benzina, gli alcolici distillati con alghe putride e sputo. Potrei andare avanti all’infinito.

La trilogia del Drive-in è solo il secondo libro (che poi sarebbero tre, ovviamente) di Lansdale che leggo, dopo il bellissimo La morte ci sfida. Intrattenimento puro al 100%, anche in questo caso. Un po’ troppo onirico per i miei gusti,  ma indubbiamente unico nel suo genere. Ho già da parte Fuoco nella polvere (primo della trilogia Ned la foca), ma se hai qualcosa da consigliarmi – magari uno stand-alone – è più che ben accetto. E sì, prima o poi comincerò anche la serie di Hap e Leonard, che pare essere il suo capolavoro. Dammi tempo.

“Top Gun: Maverick” di Joseph Kosinski

La scena di apertura di Top Gun: Maverick vede una portaerei in piena azione, con caccia che atterrano e decollano e, soprattutto, la voce di Kenny Loggins che canta Danger Zone.
Ho iniziato a sognare, subito, e non ho più smesso.

Top Gun: Maverick riesce dove hanno fallito tutti.
Dove hanno fallito gli Indiana Jones, i Rocky, i Ghostbusters, gli Star Wars (sì, per me anche Star Wars) e i Rambo vari con sequel perdibilissimi. Dove ha fallito anche Villeneuve con Blade Runner 2049 – un film indubbiamente stupendo – ma che non ti riporta indietro. E non vado nemmeno a citare le produzioni netflixiane di seconda categoria con risparmiabilissimi reboot e remake.
Top Gun: Maverick è la definitiva, riuscita, eccezionale, perfetta operazione nostalgia. È esattemente quello che desideri vedere.

Maverick ha scelto di non fare carriera, testa aerei segreti che superano i mach 10 e tira a campare, ricordando l’amico Goose. Viene richiamato ad addestrare la squadra dei migliori Top Gun al mondo per una missione apparentemente senza ritorno. C’è da andare a far saltare un deposito di uranio in territorio nemico. Tra i piloti anche Rooster, il figlio di Goose. Sotto l’ala protettiva di un morente ammiraglio Iceman, Maverick non è cambiato, è rimasto sé stesso. Stessa moto, stessa giacca di pelle, stessi Ray Ban.
E, incredibilmente, funziona.

Ero abbastanza terrorizzato. L’assenza di Tony Scott (che, ricordiamolo, si è lanciato da un ponte) al timone non mi dava molte speranze. Anche se, però… però Oblivion di Kosinski mi era piaciuto molto. Ma ero terrorizzato lo stesso, dai, siamo onesti, è inutile girarci intorno. Tom Cruise che a sessant’anni si mette a guidare i caccia e salva il mondo. L’ennesima Mission Impossible – divertente eh, non c’è dubbio – non poteva essere il nuovo Top Gun. Mi sbagliavo.

Top Gun: Maverick è la celebrazione di un Cinema che non esiste più. Quel Cinema nel quale sai esattamente dove andrà a parare ogni scena, ogni sequenza, ma che comunque ti emoziona. L’ottimismo degli anni Ottanta all’ennesima potenza. Il sogno che diventa realtà, lo schermo che è migliore della vita. La pausa dalla quotidiniatà, l’eroismo, l’amicizia virile. La centralità della trama e dei personaggi che non vengono “invasi” dai deliri del politacally correct a tutti i costi (sì, ok, c’è una donna tra i piloti ma c’è e basta, fa battute su chi abbia le palle o meno e il fatto che ci sia non diventa il centro gravitazionale della storia, cazzo).

Si era parlato del fatto che Cruise potesse avere un ruolo marginale rispetto a un nuovo protagonista. Grazie al cielo non è successo. Non sentivo proprio l’esigenza dell’Adonis Creed di turno. Non questa volta. Cruise è invecchiato, sì, e ogni tanto qualche battutina c’è. Ma, posso dirtelo senza mezzi termini, non è la scenetta trita e ritrita proposta in Arma Letale 4 e nemmeno la merda propinata, più recentemente, in Bad Boys for life. Cruise è cazzutissimo e non ce n’è per nessuno, è lui quello più in canna di tutti. È Maverick.

A tutto questo, aggiungi le scene girate davvero all’interno dei caccia: gli attori hanno recitato trasportati da piloti professionisti. Aggiungi che la dimenticabile canzone di Lady Gaga (mi spiace, ma con i Berlin non c’è confronto) è relegata in una microscena secondaria e finale. Aggiungi che hanno sostituito Kelly McGillis con Jennifer Connelly senza alcuna pietà (e senza falsi buonismi), perché lei, a differenza di Cruise, ha accumulato davvero 35 anni in più. Aggiungi che hanno ricostruito la voce di Val Kilmer, sottoposto a tracheotomia per il tumore che lo ha quasi ucciso (nel film e nella vita). Aggiungi una serie infinita di riproposizioni e omaggi al primo Top Gun (frasi, scene, tensioni tra i personaggi) che incredibilmente non pesano.

Aggiungi tutto questo e – fermo restando che non siamo di fronte al Il Padrino e sappiamo di che tipologia di Cinema stiamo parlando – avrai uno tra i migliori sequel mai realizzati.

“Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953” di Richard Matheson

Ho appena terminato Tutti i racconti Vol.1 di Richard Matheson, che contiene i racconti scritti tra il 1950 e il 1953. Sono 600 pagine, un bel malloppone. La raccolta completa è composta da quattro volumi, tutti editi da Fanucci, per un totale di oltre 2000 pagine. Stamattina, peraltro, sono molto soddisfatto perché sono riuscito a recuperare anche il terzo – quello più raro, a quanto pare – e l’ho trovato nella stessa edizione tascabile degli altri che possiedo (il mio lato autistico ringrazia). Detto questo, avrai già intuito che, uno alla volta, li leggerò tutti. Te li alterno con altre cose, per non diventare monotematico, anche se potrei tranquillamente fare un’endurance e affrontarli in sequenza. Adoro Matheson, insieme a Bradbury (ti avevo parlato della sua autoantologia Cento racconti) è uno dei miei autori preferiti per quanto riguarda la narrativa breve di fantascienza (ma non solo, come vedremo).

Da dove iniziare… è difficile. Sono 34 i racconti contenuti nel Vol.1 e Matheson, come sempre, spazia tra diversi generi. Fantascienza, appunto, ma anche horror, grottesco, weird e fantasy. Forse è questo il suo primo pregio, la capacità di non annoiare mai, non fossilizzarsi su un singolo genere narrativo. Certo, la fascia cronologica (inizio anni ’50) porta con sé dei must irrinunciabili per gli autori dell’epoca, due su tutti Marte e i razzi spaziali (spesso diretti… indovina dove?). Matheson non fa eccezione e una piccola parte delle sue storie somigliano molto a quelle di Bradbury, per queste tematiche. Tuttavia, lui va oltre e già dal primo racconto, Nato d’uomo e di donna (quello che ho preferito meno dell’intera raccolta), lancia un chiaro segnale di ibridazione tra fantascienza e horror. Essendo questa una raccolta senza “esclusioni”, ci sono poi alcuni racconti che hanno un sapore vagamente sperimentale, dove la trama appare secondaria rispetto allo stile.
La varietà che Matheson propone è tale da lasciare spazio anche a un vero e proprio western, Occhi di sceriffo, che non ha proprio nulla di soprannaturale.

Farti un elenco di ciò che mi è piaciuto di più sarebbe forse noioso e inutile, anche se alcune storie, per qualche motivo, le ricordo meglio di altre. Come Eliminazione lenta, ad esempio, dove un uomo vede scomparire piano piano tutte le persone che conosce. O Gravidanza indesiderata, la storia di una donna che rimane incinta mentre il marito è via per lavoro, pur dichiarando di essergli sempre stata fedele. E ancora, L’astronave della morte, che parla dell’atterraggio di tre astronauti su un pianeta e del ritrovamento di una navicella troppo simile a quella su cui viaggiano, con dei cadaveri che sembrano proprio i loro.

Quello che più mi esalta in Matheson e l’utilizzo del bizzarro per studiare l’atteggiamento dell’uomo quando è costretto a confrontarsi con l’inconsueto. Una caratteristica che amo anche in Stephen King che, non a caso, dichiara spesso di essere debitore nei confronti dello stesso Matheson.

Fine della prima puntata, ci risentiremo presto con il Vol.2, quello dedicato ai racconti scritti tra il 1954 e il 1959.

Libri che ho letto di Richard Matheson:
Io sono leggenda (1954)
Tre millimetri al giorno (1956)
Io sono Helen Driscoll (1958)
La casa d’inferno (1971)
Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (2013)

“I difensori della terra – Atto di forza” di Philip K. Dick

Quando penso ad Atto di forza ci sono delle immagini che irrompono nel mio cervello. Non c’è niente da fare, è una libera associazione, arrivano e basta.

Gran film quello di Verhoeven, grandi effetti speciali. Per l’epoca qualcosa di incredibile, ricordo ancora i servizi al telegiornale che parlavano di innovazione. Ispirato a Ricordi in vendita o Ricordiamo per voi, in realtà ha poco da spartire con il racconto. Da bambino adoravo Schwarzenegger, avrò visto Commando e Predator decine di volte.

Mi sono trovato tra le mani questo libro che contiene nove racconti di Philip K. Dick ed era venduto in abbinamento alla VHS (!!!) del film. Da qui una discreta confusione nel titolo, che in copertina richiama il primo racconto della raccolta, I difensori della terra, e in costa riprende il titolo del film – Atto di forza, appunto – che però non è quello del racconto originale. Marketing, per farla breve.

Di Dick avevo già letto Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (cioè Blade Runner) e La svastica sul sole. Un autore geniale, un precursore nelle idee e nelle tematiche affrontate, non c’è che dire. Un autore che, però, non mi prende mai. Non so perché, ma le sue storie non mi coinvolgono emotivamente, sarà per questo che a leggere questa raccolta (240 pagine) ho impiegato due settimane. Mi dispiace e mi rendo conto di stare parlando di un “mostro sacro” della fantascienza, ma non posso farci nulla.

Ci sono autori che inseriscono l’elemento fantastico per studiare la reazione dell’essere umano (vedi Bradbury, per stare tra i classici), e sono i miei preferiti. Con Dick, invece, l’elemento fantastico è già talmente presente nella vita dei suoi personaggi da diventare quasi parte dello sfondo. Il protagonsita dei suoi racconti mi pare più che altro un lavoratore assillato dai propri problemi (indipendentemente dal fatto che l’ambientazione sia nel 2500 piuttosto che ai giorni nostri). Ma ci riproverò, leggero ancora Dick, perché ne vale sempre la pena.

E ora ti lascio con l’immagine che tutti – peromeno i maschi della specie cresciuti negli anni 80/90 – ricordiamo (non censurata non si trova, chiedo perdono). La mitica prostituta mutante a tre tette.

La vita, l'universo e tutto quanto.

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