“Il terminale uomo” di Michael Crichton

Un po’ di numeri, per iniziare.
Il terminale uomo (1972) è il dodicesimo romanzo di Michael Crichton, il secondo da lui scritto senza utilizzare pseudonimi (il primo è Andromeda, 1969) e il sesto suo che leggo (gli altri li trovi a fine post). Nel 1974 dal libro è stato tratto un film, L’uomo terminale, con la regia di Mike Hodges (quello di Flash Gordon), che però non ho mai visto.

Il terminale uomo è un romanzo semplice. Qui, forse, urge una specifica: semplice per essere di Michael Crichton. Come nello stile dello scrittore, è infarcito di scienza e nozioni, tutto è studiato in maniera approfondita per creare quel senso di credibilità che caratterizza i suoi libri. Tuttavia la trama è molto lineare e lontana dagli intrecci più complessi dei suoi romanzi più recenti.

Harry Benson soffre di attacchi di raptus omicida, causati da un incidente che gli ha lesionato il Gulliver (scusa, mi è scappata). Viene sottoposto a un intervento innovativo che prevede l’inserimento di elettrodi proprio nel cervello, al fine di placare gli istinti violenti. Benson soffre anche di turbe psicotiche che gli fanno credere che le macchine, in particolare i computer, stiano complottando per raggiungere il potere. Ovviamente avere un computer impiantato nel cervello non aiuta… Terminato l’intervento, Benson fugge dall’ospedale e comincia a uccidere.

Il romanzo si divide in tre fasi. La prima fase è dedicata alle spiegazioni scientifiche e ai dubbi morali legati al controllo del comportamento. La seconda è quella dell’intervento chirurgico vero e proprio e dei test sulle stimolazioni cerebrali nelle varie aree del cervello (per me la parte più interessante). La terza è una classica caccia all’uomo. Sono 280 pagine che volano per qualità della scrittura e dinamicità. Un buon thriller fantascientifico (per l’epoca, ora temo lo sia meno), anche se non proprio memorabile.

È interessante come nel 1972 Crichton accennasse già alla possibilità di operare da un continente all’altro utilizzando un computer come braccio del chirurgo. Letto a posteriori questo romanzo rende l’idea di quanto lo scrittore avesse una visione lucida e informata riguardo ai progressi che avrebbe compiuto la scienza nei decenni successivi.
Ho già comprato altri sei libri di Crichton che attendono sulla mia mensola, quindi preparati anche tu al futuro che ti aspetta.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Dimenticami Trovami Sognami” di Andrea Viscusi

Ti avevo anticipato che mi sarei dedicato alla lettura di qualche autore italiano, no? Ecco.
Certo, per non correre troppi rischi, mi sono diretto su Andrea Viscusi, del quale ti avevo già parlato per l’antologia L’esatta percezione – Nove racconti (la personale che l’associazione RiLL dedica ad autori di particolare talento). Ho fatto bene, te lo anticipo.

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che si divide in tre parti e in miliardi di universi. Con i dovuti allarmi antispoiler accesi, ti racconto un po’ di trama, senza esagerare. In Dimenticami il protagonista, Dorian, viene selezionato per compiere un innovativo viaggio spaziale. Dovrà stare via per molto, molto tempo e allontanarsi dai suoi affetti, tra i quali la sua compagna Simona. Trovami introduce il personaggio del dottor Novembre, uno psicologo esperto di sogni. Novembre se la vedrà con un paziente particolare che pare avere la capacità di influenzare la realtà. Sognami mescola le carte delle due parti precedenti, delle realtà precedenti, degli universi precedenti… Non aggiungo altro.

Stavo per iniziare questa frase dicendoti che non sono un esperto di fantascienza, che non ne leggo molta e cose così. Poi ho digitato “fantascienza” nella casella di ricerca del blog (per verificare di cosa ti avessi parlato) e mi sono reso conto che tendo a sottostimare la quantità delle mie letture. È vero, probabilmente non potrei essere definito un espertissimo, ma qualcosa l’ho masticato, negli anni. Quindi, con le mie moderate competenze nel settore alieni/viaggispaziali/bracciatentacolateeaffini posso affermare che Viscusi riesce ad aggiungere al genere quel qualcosa che spesso manca: l’emotività. È questa, a mio avviso, la caratteristica più forte che ho apprezzato nel romanzo (non che l’intreccio sia da meno eh, da spaccarsi il cervello). La prima parte della storia, con problemi più terreni, crea l’empatia con i personaggi che ti consente di rimanere loro “attaccato” (concedimi il termine) anche nelle successive, più vicine alla fantascienza classica (e quindi leggermente più fredde). Chapeau.

Non ho letto nemmeno un libro di quelli che l’autore cita nelle note come fonte di ispirazione, magari provvederò. In alcune parti di dialogo con l’Intelligenza Primeva mi sono però tornati alla mente gli scambi con l’entità in Sfera, di Crichton, altro romanzo che mi è piaciuto molto. Non credo che l’associazione sia casuale, anche Viscusi riesce a rendere totalmente credibile quello che scrive, tanto che mentre lo leggi ti pare sia tutto scientificamente dimostrato.

Bene, è quasi mezzanotte e potrei andare a dormire. Ma cosa sognerò? Già perché, se le coincidenze non esistono, i miei sogni potrebbero cominciare a diventare un problema, come quelli del protagonista. Viscusi dichiara (sempre nelle note) di avere un’ossessione per il numero 42. L’editore del libro è Zona 42. Questo blog si chiama PensieroProfondo42. Quindi, sarò io a retconizzare o verrò retconizzato?

“Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy

Cazzo, che romanzo.

Non sarà un inizio raffinato, il mio, ma concedimelo.
Non è un paese per vecchi è il secondo libro che leggo di Cormac McCarthy, dopo La strada, e non ho più alcun dubbio: devo leggere tutto quello che ha scritto. Che poi non ha scritto molto, su Wiki ci sono giusto una decina di titoli in quasi novant’anni di vita (McCarthy è del 1933).

Avevo visto il film omonimo dei fratelli Coen (e l’ho  rivisto appena terminato il romanzo) qualche anno fa. Lo ricordavo per la cazzutissima (ci risiamo) interpretazione di Javier Bardem, non tanto per la trama, che non mi aveva colpito. Invece devo amettere che anche la trama segue il romanzo per filo e per segno, quindi da quel punto di vista è stato fatto un lavoro eccezionale. Tuttavia il libro “è meglio”, come si suol dire.

Llewelyn Moss, un reduce del Vietnam texano, sta cacciando antilopi sul confine col Messico quando si trova sulla scena di quello che deve essere stato un regolamento di conti. Pick-up bucherellati, uomini bucherellati, cani bucherellati. Tanta droga e una valigetta con due milioni e mezzo di dollari. Moss prende la valigetta e scappa. Sulle sue tracce Anton Chigurh, psiocopatico folle assassino, che cerca la valigetta armato di una bombola ad aria compressa, un fucile e una moneta. Un uomo che sembra la Morte in persona. E, ancora, dietro loro due, lo sceriffo Bell che ce la mette tutta per trovare Moss e salvarlo dal suo destino.

Un romanzo di polvere, sangue e silenzi. Di dialoghi asciutti(ssimi), rimpianti e scelte. Nessuna anima è priva di sofferenza, qui. Chigurh sembra essere l’opposto esatto di un deus ex machina, l’incarnazione dell’assenza di pietà della vita che ti stritola senza possibilità di fuga. Il suo testa o croce ha il sapore di un cancro che ti becca nel momento in cui tutto sta andando per il meglio.

La storia è intervallata da capitoli nei quali, a cose concluse, lo sceriffo Bell riflette sul passato, sul futuro e sul senso dell’esistenza. Questo si perde molto (non del tutto) nel film, nonostante l’ottimo Tommy Lee Jones. In generale la trasposizione perde un po’ quel senso di solitudine che caratterizza i personaggi nel romanzo. Quella sensazione di essere tutti degli inutili sputi nell’Universo, per capirci.

Cazzo, che romanzo.

“Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne

Di Jules Verne avevo letto solo Dalla Terra alla Luna, ma avevo circa dieci anni (si parla di secoli fa) non lo ricordo molto bene. Mi era piaciuto, questo sì, lo ricordo. Poi più nulla fino a Il giro del mondo in ottanta giorni, che ho preso tra le mani per portare avanti il proposito di leggere più classici e autori italiani (ok, arriverò anche lì, una cosa alla volta). Peraltro, tra i titoli arcinoti di Verne, questo è il meno “attraente” dal mio punto di vista: mi hanno sempre attirato di più Ventimila leghe sotto i mari e Viaggio al centro della Terra. Comunque, è andata così.

La trama mi pare quasi inutile raccontarla, considerato il numero spropositato di trasposizioni che sono state tratte da questo romanzo. Io ne ho in mente una di parecchi anni fa, con Pierce Brosnan…
Phileas Fogg, gentleman frequentatore del Reform Club londinese, scommette (ventimila sterline) di riuscire a circumnavigare il pianeta in 80 giorni. Parte, assistito dal suo servitore Passepartout. Viaggerà su vaporetti, navi, treni, elefanti e molti altri mezzi, inseguito dall’ispettore Fix, che lo crede (erroneamente) un ladro in fuga dopo un furto in banca. Lungo il tragitto incontrerà anche Auda, una giovane donna salvata da un sacrificio umano, che prenderà sotto la sua ala protettiva.

Come per H.G. Wells, altro grande padre della fantascienza classica, anche con Verne occorre calarsi per bene nel periodo in cui è stato scritto il romanzo, per capirne appieno le potenzialità e le ragioni del successo. Già perché, oggi, leggere una serie infinita di descrizioni di spostamenti e tecnologie meccaniche forse potrebbe annoiare ma nel 1873, senza tv e internet, rappresentava sicuramente qualcosa di straordinario.

L’avventura non manca, capiamoci, ho apprezzato in particolare la fuga a dorso d’elefante in India, l’assalto al treno da parte dei Sioux negli Stati Uniti e la corsa finale (con colpo di scena) per riuscire a vincere la scommessa. Certo, per forza di cose si perde buona parte dell’esotismo legato alla descrizione di parti del mondo che ormai si conoscono e che non sono più un mistero “irraggiungibile”, ma questo libro rimane un capolavoro di freschezza narrativa. La storia vola.

Quello di Verne era un mondo di grandi valori, di gesti eroici compiuti per senso dell’onore, un mondo caratterizzato da una confortante distinzione tra Bene e Male. Per un attimo mi è sembrato di avere ancora dieci anni. Questo è sufficiente per me, ci tornerò.

“La Luna e l’Eden – Racconti fantastici” di Laura Silvestri

La Luna e l’Eden, di Laura Silvestri, è una raccolta di nove racconti fantastici (in tutti i sensi) che il Trofeo RiLL, con Acheron Books, ha pubblicato nel 2020 per la collana Memorie dal Futuro. Ogni anno, infatti, RiLL affianca all’antologia legata al premio letterario (collana Mondi Incantati) un’antologia  dedicata a un singolo autore che si è distinto per i risultati ottenuti nelle varie edizioni del Trofeo. [Ti ho già parlato di diverse antologie di RiLL, trovi l’elenco a fine post.] Laura Silvestri si è distinta parecchio, poiché è arrivata diverse volte tra i finalisti del concorso e, nel 2019, l’ha vinto con Leucosya. Peraltro, a essere precisi, ha vinto anche il premio speciale tra i quattro racconti vincitori di Sfida 2020, il concorso parallelo al Trofeo. Insomma, per farla breve, Laura Silvestri è una che vince.

Per questo, nel leggere La Luna e l’Eden, ho ritrovato molti racconti che avevo già letto nelle antologie RiLL degli ultimi quattro anni. Me li ricordavo (cosa stupefacente, considerata la mia memoria breve) in particolare per lo stile velatamente malinconico e riflessivo che li caratterizza. La fantascienza di Laura funge da ponte per trattare molti temi e scavare nell’animo umano, soprattutto in quello femminile.

Credo che il mio racconto preferito, in questo senso, sia Mila. Parla di una donna che sta andando a vendere qualcosa (non posso dirti cosa, per non spoilerare) e racchiude in poche pagine una serie infinita di grossi difetti/problemi/ingiustizie della nostra società. Dalla mercificazione del corpo alla diseguaglianza sociale, passando per la superficialità. È un racconto scintilla in grado di far scoppiare un incendio che divampa e va ben oltre la storia narrata.

Ho apprezzato molto anche il sapore nostalgico delle occasioni mancate in Chi c’è dietro di te?, un racconto che parla del coraggio di (non) compiere le scelte che vorremmo nel corso della vita. Di rimpianti che potevano essere evitati.
Non tutto è nostalgia, eh. Ci sono anche diversi racconti che sconfinano nella risata, come A casa del Diavolo (sì, il coinquilino del protagonista è proprio Lui) o La saggezza di Tamerlax (una tirannia del futuro ambientata in provincia di Roma).

Recupererò i romanzi pubblicati dalla Silvestri, perché la potenzialità sul lungo è evidente in Le lunghe ombre dell’Eden (il racconto più esteso della raccolta, 22 pagine).
Quindi ci risentiremo.

Libri RiLL di cui ti ho parlato:
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“Vero all’alba” di Ernest Hemingway

Sono stato in Africa con Hemingway.
Un’Africa da caccia grossa, con i portatori, i fucili e le tende (altro che resort). Un romanzo autobiografico non facile da affrontare, questo Vero all’alba, da molti punti di vista. Pubblicato postumo nel 1999, e curato dal figlio Patrick, ti consiglierei di leggerlo solo se A) ami terribilmente Hemingway, B) ami terribilmente l’Africa (e sei disposto a ignorare la stupidità della caccia) e C) ami terribilmente Hemingway e l’Africa.

Trama: in questo romanzo non accade nulla, per 370 pagine.
Fine della trama.
Potresti tranquillamente aprire il libro a un capitolo qualsiasi e iniziare a leggere, poi richiuderlo e riaprirlo ancora a un altro e andare avanti così. Non ti accorgeresti di nulla, zero cronologia.

Cosa c’è nel romanzo? La quotidianità della vita di Hemingway durante un safari di cinque mesi che fece in Kenya, con la quarta moglie. Le battute di caccia al leone, le differenze culturali con le tribù del posto, tanta terminologia swahili, le notti insonni e l’affetto per Debba, una wakamba che vorrebbe sposare il buon Ernest (che ci sguazza).

Inciso.
Hemingway è stato ampiamente criticato per la sua vena viril-cacciatrice, non sarò io ad aggiungere novità a queste critiche. Le ho viste anche io le foto di quelli che vanno a sparare al leone o all’elefante e, fosse per me, avrebbero tutti un foro in fronte. No, non c’è diplomazia, la stupidità umana non la merita, la diplomazia. Certo, con Hemingway si parla di altri tempi e posso capire che il “tema” fosse meno social e meno sentito. Non ridurrei, comunque, questo romanzo al problema della caccia.
Fine dell’inciso.

Credo che Vero all’alba mi accompagnerà a lungo, come ha fatto Fiesta – E il sole sorgera ancora. Una lettura non leggera ma che ti resta attaccata addosso. Probabilmente tra qualche anno mi sembrerà davvero di essere stato in Kenya con Hemingway, così come ora mi sembra di essere stato a Pamplona. Lo stile di scrittura, l’ineguagliabile semplicità, ti entra nelle ossa anche se la storia è inesistente.
Questo è Hemingway e, ti ricordo, che il blog nasce dalla mia enorme ammirazione per Il vecchio e il mare.
Quindi, comunque, rispetto.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
I quarantanove racconti (1938)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)

“L’isola dei pirati” di Michael Crichton

Felice come un bambino.
Ecco, questa è una buona sintesi. Leggendo L’isola dei pirati di Michael Crichton mi sono sentito felice come un bambino. Potrei smettere ora di parlarti di questo romanzo, ho già detto quanto basta, quanto necessario.
Ci ho messo un po’ a finirlo, ma il motivo è che sto facendo troppe cose contemporaneamente e quindi, negli ultimi tempi, sto dedicando meno tempo alla lettura. Ma L’isola dei pirati è un libro che ti incolla, uno di quelli che puoi iniziare a leggere al mattino e finire la sera senza mai fermarti.

1665, Giamaica. Il corsaro (non chiamatelo pirata, si incazza) Charles Hunter è incaricato dal governatore Almont di recuperare un galeone spagnolo ancorato nell’isola fortificata di Matanceros e protetto dal temibile capitano Cazalla. Ovviamente c’è di mezzo un tesoro. Hunter parte sul suo sloop con un manipolo di uomini, ognuno dei quali è esperto in un ramo particolare (navigazione, esplosioni, combattimento…). Affronta tutto e tutti, compreso il temibile kraken. Mi fermo.

Sebbene la vicenda sia frutto di fantasia, non mancano le nozioni storiche e tecniche, così come è caratteristico dello stile di Crichton. In questo caso grande attenzione è dedicata alle navi dell’epoca, alle tecniche marinare e alle usanze “piratesche”. Intrattenimento al cento per cento, sì, ma intelligente.

L’isola dei pirati è un romanzo postumo, è stato trovato nel computer di Crichton dopo la sua morte (avvenuta nel 2008). Ho letto che Spielberg starebbe lavorando per girare un adattamento cinematografico, spero sia vero.
Quello che mi stupisce è sempre l’incredibile versatilità con cui questo autore passa(sse) da un genere all’altro senza alcun problema, con buona pace di chi vorrebbe targettizzare i lettori (e quindi gli scrittori) ad ogni costo.

Ora devo solo capire se mi sia nata una nuova passione per i pirati o se la passione riguardi Crichton, indipendentemente dall’argomento trattato. Lo scoprirò presto: tra i libri già pronti da leggere ho Ai confini della Terra, la trilogia del mare di William Golding. Nel frattempo ho iniziato Vero all’alba, di Hemingway, quindi ci risentiremo a breve. Tema: Africa. Preparati al safari.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Odore di chiuso” di Marco Malvaldi

1895, Maremma toscana. Nel castello del barone Romualdo Bonaiuti, un tranquillo weekend di “consueto” far nulla viene sconvolto dalla morte del maggiordomo Teodoro. A questa, segue una anonima schioppettata che ferisce il barone stesso. Mentre sembra che la colpevole di tutto sia la cameriera Agatina, una serie di personaggi (residenti del castello e ospiti momentanei) sfilano di fronte al delegato di polizia incaricato formalmente di risolvere il mistero. Il formalmente è d’obbligo, poiché sarà Pellegrino Artusi, invitato speciale del barone, a suggerire la soluzione.

Come sai, di Marco Malvaldi ho letto tutta la serie del BarLume (vedi a fine post) e anche il romanzo Argento vivo. Peraltro ho avuto modo di ascoltarlo personalmente a Librixia, nel corso di un paio di presentazioni, e ho scoperto che è anche un abile e divertente oratore (qualità per nulla scontata). Questo già dovrebbe dirti qualcosa poiché, come ri-sai, io di autori italiani ne leggo davvero pochi (mi sono promesso, quest’anno, di recuperare). Malvaldi, insomma, mi piace.

Odore di chiuso è il primo di due libri (il secondo, che ho già, è Il borghese Pellegrino) con protagonista Pellegrino Artusi, cuoco letterato dal cervello rapido. Sebbene il contesto storico sia ovviamente diverso, questo romanzo è un giallo classico nello stile del BarLume. Detto in altri termini: non si sa chi sia l’assassino e si ride parecchio. I personaggi presenti nel castello vengono descritti nelle loro qualità e, soprattutto, nei loro difetti. L’occasione si presta per prendere in giro determinate categorie sociali, storiche e meno storiche.

Dietro la goliardia, e qualche gradita volgarità toscana, si cela, come al solito, un lavoro di ricerca e di preparazione non indifferente. Non solo per quanto riguarda la trama, che è articolata e complessa (oliata alla perfezione, direi), ma anche per le informazioni (sia storiche che scientifiche) che vengono distribuite qua e là durante la vicenda.
Duecento pagine che si leggono veloci ma che, per essere scritte, devono aver richiesto parecchio tempo. Ed è esattamente questo che mi piace in Malvaldi, la differenza di passo tra la presunta leggerezza e la meticolosa costruzione che questa leggerezza nasconde.

Nella mia enorme pila di libri da leggere, oltre a Il borghese Pellegrino, ho anche Vento in scatola. Ci risentiremo a breve, quindi.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

Altri romanzi:
Odore di chiuso (2011)
Argento vivo (2013)

“Un canto di Natale” di Charles Dickens

Dopo aver visto S.O.S. fantasmi di Richard Donner (con il mitico Bill Murray), dopo aver visto A Christmas Carol di Zemeckis e dopo aver visto, persino, La rivolta delle ex con Matthew McConaughey, ho deciso che forse, per concludere degnamente questo 2020 dai toni un po’ cupi (così dicono), avrei dovuto leggere Un canto di Natale di Charles Dickens. Quindi l’ho fatto.
In realtà questa scelta fa parte di un progetto più ampio che vorrei iniziare nel 2021, cioè quello di inserire un maggior numero di classici (ne ho affrontati pochi), e anche di autori italiani, tra le mie letture. Vedremo.

Non ti racconto la trama di Un canto di Natale. Guarda, è quello dei tre fantasmi (Natale passato, presente e futuro) che fanno visita all’avaro Ebenezer Scrooge convertendo il suo animo alle gioie della festa e dell’altruismo. Tanto ti basti.
Ti consiglio il sopraccitato Scrooged (S.O.S. fantasmi), se vuoi fare un ripasso, il migliore tra i tre film che ho visto io e anche il più divertente (Wikipedia, comunque, riporta ben ventinove trasposizioni cinematografiche, puoi sbizzarrirti).

Che dire, mi aspettavo qualcosa di più filosofico. L’intento di critica sociale è chiaro: la condanna delle differenze economiche e dell’egoismo che porta alla povertà. Allo stesso modo Dickens evidenzia la cecità di chi sta dalla parte “fortunata” della barricata, come se l’individualismo fosse una scelta inconsapevole. Una visione, a suo modo, ottimista. Io non credo che gli uomini siano ciechi, sono semplicemente stupidi o, nella migliore delle ipotesi, stronzi. Insomma, che Scrooge non conosca le condizioni in cui vive il suo dipendente mi pare piuttosto improbabile, per capirci. Forse potrebbe essere spaventato dall’idea di morire da solo, quello sì, ma è comunque una motivazione radicata nell’egoismo.

Ho apprezzato, in modo particolare, la presenza dei due “bambini” nascosti sotto il mantello del fantasma del Natale presente: Miseria e Ignoranza. Per Dickens rappresentano i poveri, condannati al triste destino dalla classe dirigente (siamo nel 1843, ricordiamolo).
Se, per il contesto di allora, poteva starci, non credo che la metafora funzioni allo stesso modo (perlomeno non del tutto) anche oggi. È vero forse per la miseria (quella vera, non l’aperitivo o le vacanze mancate), ma ho come l’impressione che l’ignoranza sia diventata una scelta di comodo. Essere ignoranti è molto meno faticoso. Accendi la tv, compra, compra, compra, guarda la partita, compra, compra, compra, paragona il divano alla guerra, compra, compra, compra. Il 2020 non ha fatto altro che confermare le mie convinzioni.

“Incubi” di Dean Koontz

Melanie, all’età di tre anni, viene rapita dal padre Dylan e per i sei anni successivi la madre Laura ne perde le tracce. Poi Melanie viene ritrovata mentre si aggira nuda e sola in mezzo alla strada. È scappata da una casa delle “torture” dove il padre e altri complici la sottoponevano a esperimenti mirati a raggiungere il completo controllo dell’inconscio, utilizzando una sedia elettrica e una camera di deprivazione sensoriale. Nella casa sono tutti morti, uccisi da qualcuno che possiede una forza sovrumana. Melanie è in stato catatonico e la madre, insieme al detective Dan Haldane, cercano di venire a capo di quanto accaduto. Man mano che le indagini procedono, e che vengono scoperte altre persone implicate negli esperimenti, i cadaveri cominciano a moltiplicarsi. Mi fermo.

Sesto romanzo di Dean Koontz che leggo (gli altri li trovi in fondo al post) e primo a non piacermi. I motivi sono tanti, forse troppi.

Il primo e più incisivo è sicuramente la prevedibilità. La storia è costruita per metà come un horror e per l’altra metà come un poliziesco/giallo. Chi compie gli omicidi?
[SPOILER] Se non fosse già intuibile dai primi capitoli, ci pensa una copertina ai limiti della legalità a fornire la risposta. Inaccettabile questa scelta, è un po’ trovarsi davanti la foto del maggiordomo con il coltello in mano. Non si fa. Pensavo fosse una scelta per sviare i sospetti, invece è solo una scelta del cazzo (quando ci vuole…). [FINE SPOILER]

Il secondo motivo è l’inutile lunghezza. 380 pagine per raccontare qualcosa che avrebbe richiesto meno della metà dello spazio. Concetti ripetuti svariate volte, pippe mentali e inutili descrizioni. Prolisso, punto. Ci ho messo una vita a leggerlo, non ho mai avuto lo stimolo a proseguire, non sono mai stato curioso.

Il terzo è la macchinosità. Di tutto. Della trama, dei ragionamenti, delle emozioni. I protagonisti arrivano ad accettare situazioni inaccettabili attraverso dubbie deduzioni logiche. Le difficoltà psicologiche vengono annullate dall’appiattimento intellettuale dei personaggi, che paiono tagliati con l’accetta. Mi ha ricordato quando si inventano le storie giocando tra bambini e ci si fa andare bene qualsiasi cosa: «Allora facciamo che tu non riesci a uccidermi perché io ho mangiato la caramella dell’immortalità». Certo, come no.

La sensazione è quella di un libro che sia stato scritto perché doveva essere scritto. Non c’è anima, non c’è passione. Un compitino svolto per la sufficienza.
Può succedere, capiamoci, ma sono contento di aver già letto altro di Koontz perché se fossi partito da Incubi mi sarei fatto un’idea sbagliata (un po’ come approcciare Stephen King partendo da Rose Madder).
Vedremo, ho Lampi e Intensity ancora sullo scaffale.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

La vita, l'universo e tutto quanto.

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