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Perché le serie tv sono i maccheroni Barilla e i film (alcuni) le tagliatelle tirate a mano della nonna

Ovvero: perché un buon film sarà sempre (forever and ever) migliore di una buona serie (se esiste).

Ci si siede a tavola, si mangia e si beve. Se sei al ristorante ordini al cameriere, altrimenti qualcuno farà avanti e indietro dalla cucina (talvolta tu stesso). All’inizio ci sono le novità (morti, gravidanze, cambi di lavoro), poi magari ci sarà l’argomento principe che intratterrà per un po’ (il single che non trova da scopare, quello che trova molto, l’innamorato/a non ricambiato/a, il tradito/a e via dicendo). Alla fine, con l’occhio obnubilato dall’ultimo (che poi non lo è mai) amaro consumato, salterà fuori la domanda: «Ma tu l’hai visto *prodotto-audiovisivo-a-piacere*?».

Ecco, questo in passato era uno dei miei momenti preferiti. Già, perché a me parlare di Cinema è sempre piaciuto (d’altra parte il mio percorso di studi era a indirizzo cinematografico, se non mi piacesse sarei un cretino). Tuttavia…

Tuttavia nell’ultimo decennio qualcosa è cambiato. Fondamentalmente il mercato, il rapporto investimento/ricavo nelle produzioni, ma non starei qui, ora, a discutere di questo (e del fatto se sia nato prima l’uovo o la gallina), se non per le sue dirette conseguenze. Se Sky fino a qualche anno fa viveva di film (e andare al cinema costava meno, diciamolo), adesso, insieme a Netflix, Amazon Prime e affini, spara una serie ogni cinque minuti.
[Solo per chi ha visto Big Mouth: mi viene in mente la scena in cui il maghetto in crisi di identità sessuale dice una cosa tipo: «Ommioddio! Netflix ha fatto una serie su un prestigiatore fallito che non ha ancora capito di essere gay! Netflix ha così tanti soldi che ha prodotto una serie solo per me!»]
Il risultato di tutto questo è, comunque, che il “prodotto audiovisivo” della domanda sopracitata sia sempre più spesso una serie tv, e non più un film, con mia grande delusione.

La risposta alla domanda non verterà più, quindi, su quanto sia stato bravo Jack Nicholson in quella particolare scena, quanti sputacchi abbia lasciato sulla scala (e in faccia a Shelley Duvall), ma in un mero e semplicissimo elenco c’è l’ho/mi manca, tutt’al più indirizzato verso un percorso esclusivamente curiosocentrico di quello che avverrà nella stagione successiva. «È meglio la terza», «Come la prima nessuna mai», «No, ma dalla quarta in poi non guardarla». E via al pavoneggiamento di quella che ho visto io e quella che hai visto tu, con l’aggiunta di qualche aggettivo per rafforzare quanto sia interessante (proprio) quella che ti manca.
E io muoio. Cerebralmente, si intende. Un altro amaro, grazie.

A me le serie non piacciono, lo sanno tutti. Nonostante questo, c’è sempre l’audace che cerca di farmi cambiare idea, quello che «devi vedere *ri-titolo-a-piacere* [variabile ogni anno, ovviamente], poi se non ti prende neanche quella allora ok, non ti piacciono le serie».
E io, siccome sono comunque umano (e anche stronzo), ciclicamente, ci casco.

Quindi chiariamolo: io qualche serie l’ho vista. Certo, non quante ne hai viste tu, e non proprio quella lì che tu vorresti che io vedessi perché è superfantasmacalifragilistigorica e mi farebbe cambiare idea, ma ne ho viste. Tralasaciando gli anni Ottanta e le mitiche serie dagli episodi autoconclusivi (Magnum PI, MacGyver, Miami Vice, ecc.) che non fanno parte della diatriba (ma che ho visto tutte), passando per gli adolescenziali (miei, intendo) Novanta/Duemila con i vari Beverly Hills, X-Files, Dawson Creek, OC, ER, Doctor House, Smallville, fino ad arrivare a tempi più moderni.
Un breve elenco, poco esaustivo, non le ricordo tutte.
Being Erica (sì lo so, è femminile, ma la davano mentre mi allenavo), Chuck, True Detective (1°/2° stagione), Stranger Things (1° stagione), The Witcher (interrotto al 4° episodio per frattura osso membrico), Dark (sto guardano, credo interromperò), Maniac, Downton Abbey/The Crown (torturato da mia moglie), ecc, ecc, ecc.
Ho visto anche Black Mirror, che tecnicamente è un contenitore antologico, infatti mi è piaciuto.
[Non conto le sit-com, tipo Friends o Big Bang Theory, o i cartoni, come Big Mouth, Griffin, Simpson, F is for Family, che non rientrano nel prodotto tipo e mi divertono molto, perché più intelligenti].

Sviscerato parte del mio curriculum qui sopra, posso finalmente spiegarti perché, oltre a non piacermi, ritenga le serie tv un prodotto destinato a nutrire una volontà di mancanza di pensiero sempre più dilagante.

Il 90% del prodotto seriale è composto da curiosità.

Non è certo un mistero: la fidelizzazione. Quante volte hai visto Full Metal Jacket (blindatisssssime)? Quante Blade Runner? Ecco. Invece, quante volte hai visto la tua serie preferita? Al massimo due, se sei una bionda (si scherza) o se sei uno che segue tutto il campionato (non si scherza).
Il motivo è semplice, se togli il fattore curiosità (il “cosa succede dopo”) la serie si sgonfia di tutto il suo potere. Non a caso il problema spoiler nasce principalamente con la serialità. Hannibal Lecter scappa, lo sai, ma Il silenzio degli innocenti te lo riguardi. E.T. torna a casa a pagare la bolletta. Idem. Ma prova a leggere su Wikipedia la trama completa di una serie, prima di guardarla, e ti annoierai al secondo episodio. Perché, tendenzialmente, la serie non ha nulla da dire. Non la guardi perché è “bella” (non lo è, ma ci arrivo dopo), la guardi per sapere come va a finire, chi tromba con chi e chi scopre qualcosa e come reagisce (morboso, quasi da reality).

I tempi e le ripetizioni.
I tempi scenici del singolo episodio di una serie ricalcano quelli di un film senza avere lo stesso impatto emotivo, se non la prima volta che si verifica una determinata scena. Potrei farti mille esempi. In questo momento sto (stavo) guardando Dark. Nella telenovela (concedimi l’ironia) c’è una grotta misteriosa (fulcro della trama, per ora) e ogni tanto qualcuno ci finisce dentro. Cioè: musichetta, personaggio che entra/esce lentamente, personaggio teso/spaventato, fine/inizio episodio. La prima volta va bene, la seconda mi hai rotto il cazzo, la terza spengo la tv. È un po’ come la monoespressiva Wynona Rider che in Stranger Things, episodio sì e l’altro anche, insegue le lampadine che si illuminano. E io son lì che dico: «Ok, questo l’abbiamo già visto sei volte, cazzo, vienicene fuori, mi stai rubando minuti di vita preziosa». La ripetitività è assassina, insieme alla costruzione di alcune situazioni che sono ormai dei cliché. Esempio: fine episodio, musichetta dal dubbio impatto emotivo (magari con testo applicabile su qualsiasi personaggio), montaggio alternato di quello che fanno i protagonisti. Quello che piange in solitaria, l’altra che ride perché si è ripresa, uno che scopre qualcosa, qualcuno prende una decisione, un altro ricorda il morto di turno. Che palle.

L’assenza di assenza che diventa assenza di empatia.
Ho sempre ritenuto il non-visto il mezzo più potente di una trama o di un personaggio. Pensa solo a quanta poca paura ti fa il mostro di un film horror dopo aver scoperto le sue (spesso) ridicole fattezze. È l’immaginazione l’arma più potente, anche se il pubblico di oggi pare non abbia nessuna intenzione di compiere alcuno sforzo a livello creativo (dopo una giornata di lavoro, pff). È il pacchetto ancora chiuso che contiene il regalo migliore. La realtà, la conoscenza, è una delusione rispetto al potere della (mia) mente.
La serie mostra tutto. Tutto. Non solo per quel che riguarda la trama, ma anche per i personaggi. Questo il motivo per cui non ho mai provato alcun tipo di empatia con i personaggi di una serie, li guardo con lo stesso grado di emotività che mi sprigiona un documentario sulle abilità mimetiche del camaleonte. Al massimo son curioso di sapere se su una scacchiera diventerà a quadretti.
Il soggetto in questione, totalmente svelato, perde qualsiasi possibilità di agganciare il tuo vissuto. Perché il tuo vissuto è diverso. Lo è per forza, in 30 ore di serie di quel personaggio saprai tutto, anche da che lato è girato mentre si fa il bidet (io guardo il muro, sappi che se gli dai le spalle ti considero mio nemico).

Capiamoci, io non metto in dubbio la qualità scenografica ed estetica dei prodotti (Stranger Things, ad esempio, è gli anni Ottanta!) e nemmeno alcuni spunti interessanti (la metafisica di Rust, in True Detective, è uno spettacolo). È l’insieme a non funzionare. Il rapporto tempo/qualità è nettamente sbilanciato, venti ore di una “buona” serie non mi daranno mai quello che mi danno dieci film. Alla terza ora di visione mi chiederò sempre se non stia sprecando del tempo. La diluizione del prodotto fidelizzante, sostanzialmente, uccide il mio desiderio di proseguire.
Ricordiamoci che un film nasce con una trama, con qualcosa da dire di definito. La serie (non sempre, ma spesso) viene prolungata in nuove stagioni se ci sono gli ascolti, inventando on demand (poca arte, molto mercato).

Ancora, mi chiedo. Viviamo in un mondo dove la maggior parte dei lavori e delle occupazioni sono ripetitive. A mio parere, escludendo tutto ciò che riguarda la creatività (arte in genere, cinema, musica, narrativa), tutti i lavori sono ripetitivi. Che voglia dovrei avere di trovare uno svago altrettanto ripetitivo?
«Dopo ore di lavoro non ho voglia di pensare».
Il successo della serialità è la tristissima conseguenza della cultura del “che bello, è venerdì” / “voglio morire, è lunedì”. Se dovessi vedere la mia settimana/vita in questa ottica, arrivando a sera senza “voglia di pensare”, cercando l’addormentamento cerebrale, non mi metterei davanti a una serie tv, mi suiciderei, sarebbe più dignitoso. Io voglio pensare. Voglio creare ciò che non vedo, voglio stupirmi ogni volta, non voglio che il mio treno cognitivo proceda al ritmo del “chissà chi scoperà/ucciderà/scoprirà chi”. Chi se ne frega.

Ecco perché questo è un percorso al contrario, figlio del mercato (di nuovo, uovo o gallina?). Ci abbiamo messo decenni a capire che il pane con il prosciutto è meglio del Tegolino. Lo sapevamo già, ma abbiamo dovuto passarci attraverso, convincerci fosse meglio il Tegolino, farci venire le allergie, le intolleranze, farci invadere dalla plastica e poi tornare al buon panino. Ma quando questo succede in una cultura asservita al consumismo (perché la serialità non è solo sullo schermo, ma anche nei libri, ad esempio), quando la volontà di non-ragionare ha la meglio, quante possibilità ci sono di tornare indietro? Quali malattie svilupperà una specie che preferisce non aver voglia di pensare? E saranno letali?

Ecco, se il sonno della ragione genera mostri, per me le serie sono un narcotico, anche se solo uno tra i tanti. La più recente che ricordi ad avere stimolato il mio intelletto è stata forse Star Trek (quella con William Shatner, ovviamente).