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“L’estate della paura” di Dan Simmons

L’estate della paura è un romanzo che ho cercato per molto, molto tempo. È fuori stampa, raro e parecchio costoso. Ho avuto la fortuna di trovarlo in un lotto composto da una decina di libri horror, che l’inconsapevole venditore (eBay) mi ha ceduto per una quindicina di euro. Quando va bene, L’estate della paura viene venduto attorno agli 80 euro (ma anche a 200, a seconda dell’edizione). L’edizione Gargoyle che ho letto ha notoriamente qualche problema di impaginazione, ciò mi ha costretto a non aprire mai il volume per più di 40° e ad aumentare la mia paranoia nei confronti delle pieghe di lettura. Comunque, se mai ti interessasse, sono riuscito a preservarlo in maniera perfetta, il libro sembra ancora fresco di stampa e non tende minimamente a spaginarsi. E no, non lo vendo.

Questo infinito preambolo perché L’estate della paura è considerato un romanzo di culto da tutti gli appassionati di horror. Qualcuno (non io, te lo dico subito) lo ritiene addirittura superiore a IT. In realtà, il libro di Dan Simmons è un evidente omaggio al capolavoro di Stephen King, con il quale condivide tante tematiche. Una per tutte è la ciclicità del Male, che si riforma e colpisce di generazione in generazione. Ma potrei andare avanti: anche i protagonisti di questo romanzo sono tutti preadolescenti; anche qui, tra loro, è presente una sola ragazza; c’è un bullo spaccone con il serramanico sempre in tasca; c’è l’ambientazione in un piccolo paesino dove tutti si conoscono… insomma, ci siamo capiti. Ripeto, tuttavia, si tratta chiaramente di omaggio (IT esce nel 1986, L’estate della paura nel 1991), non di scopiazzatura.

La trama è conosciuta. A Elm Heaven (Illinois), Mike, Jim, Kevin, Duane, Dale e Lawrence trascorrono le giornate correndo sulle loro biciclette. La Old Central School ha appena chiuso i battenti e l’estate è iniziata. Poi, però, accade qualcosa, un ragazzino sparisce e un inquietante furgone comincia a girare per le strade, con il suo carico di morte. Non mi dilungo, è il Male, ovviamente, e il suo epicentro è nascosto proprio nella Old Central.

630 pagine, un mese di lettura. Tanto. Troppo. Se dovessi dirti cosa, in particolare, non mi abbia convinto non saprei da che parte iniziare. C’è la storia, c’è la “formazione” (sia come genere letterario, che come gruppo di personaggi), c’è la sfida tra Bene e Male. Eppure L’estate della paura non mi ha coinvolto, sono rimasto freddo come un cadavere, privo di emozioni. Avrei voluto affezionarmi a questi ragazzini, piangere e gioire con loro (come con i “perdenti” di Derry) e, invece, niente, il vuoto. Lo stile di Simmons probabilmente non ha aiutato, l’ho trovato molto prolisso in tanti punti (l’autore sembra peraltro avere un’ossessione per le misure, che in certe descrizioni appaiono davvero ingombranti con costanti specifiche in metri e centimetri). Un peccato, perché le aspettative erano davvero molto alte (direi sui 107 metri e 34 centimetri).

Chiariamoci, L’estate della paura è un buon romanzo, godibile. Forse davvero, in qualche modo, mi aspettavo un nuovo IT e sono rimasto deluso. So che esiste anche un seguito, L’inverno della paura (che in realtà ha solo uno dei ragazzi come protagonista nell’età adulta, un po’ come il Danny di Dr Sleep per Shining), ma devo ancora capire se lo leggerò. Vedremo.

“Quasi a casa” di Elena Moretti

Ti avevo già parlato di Blowjim, vincitore del “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano” 2018, Quasi a casa è invece il romanzo di Elena Moretti che ha vinto la prima edizione del Premio, nel 2017. L’ho recuperato al mercatino, subito dopo aver terminato il libro di Cavaciuti (dal momento che si facevano compagnia sullo scaffale). Sì, perché ci ho riflettuto e non leggo mai nulla di “nuovo”, dove per “nuovo” intendo romanzi di scrittori esordienti, sconosciuti. Se controlli gli ultimi titoli e autori di cui ti ho parlato, passando dal più leggero Malvaldi fino ad arrivare alla Trilogia siberiana di Lilin, se non addirittura a Le notti bianche di Doestoevskij, non potrai che accorgerti di questo fatto. E, allora, tanto vale scegliere delle opere che abbiano vinto un premio, per buttarmi (ogni tanto) in questo mondo.

Quasi a casa è una storia di riscatto e rinascita che segue per filo e per segno i canonici punti di questa tipologia narrativa. Adrian, un sedicenne italo-romeno con grossi problemi familiari alle spalle, finisce a vivere in una malga, gestita da una Vecchia (così lui la chiama), una sorta di comunità di recupero per minori “difficoltosi”. Qui, tra il passato che fatica a scomparire e il presente che piano piano lo avvolge, scopre valori come l’amicizia, l’amore e il rispetto. Nel frattempo anche i suoi compagni di avventura rivelano le loro storie, le loro difficoltà. Tutti hanno un doloroso segreto da nascondere, non solo gli ospiti della malga, ma anche chi, in un modo o nell’altro, ci gravita intorno. Il romanzo è scritto sotto forma di diario dello stesso protagonista, con tutti gli errori lessicali e lo stile discorsivo che seguono questa scelta.

Come tu ormai sai (te l’ho spiegato anche parlandoti dell’ultimo libro che ho letto Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler), io non credo nel Bene, non credo faccia parte della nostra specie. Io credo semplicemente che l’uomo sia destinato al Male. Senza giustificazioni o colpe, è un difetto intrinseco che ci porterà all’estinzione (senza drammi, siamo un inutile sputo nell’Universo). Non bastano pochi esempi di lungimiranza per cambiare la nostra essenza. Le opere d’arte, i viaggi nello spazio, le cure per le malattie, si perdono di fronte all’innegabile e immenso FATTO che siamo l’unica specie che si autodistrugge, uccidendo i propri simili, l’ambiente in cui vive e le altre specie. Cercare il Bene nell’Uomo sarebbe come affermare che, siccome siamo riusciti a far risolvere il cubo di Rubik a un orango (sparo, eh), allora tutti gli orango siano in grado di risolverlo. Invece quell’orango è l’eccezione, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo, e l’eccezione non fa la regola. Noi non siamo dei Leonardo da Vinci, noi siamo quelli che si ammazzano (e ammazzano) per il black friday, questo è il nostro stadio evolutivo medio.

Ti sei pippato tutta questa mia manfrina solo per farti capire che chi ha scritto Quasi a casa è molto probabile creda nel Bene. Il suo protagonista, pur avendo una passato di violenza che si ripercuote su reazioni a sua volte violente (da cui fatica a sfuggire), utilizza nell’intercalare delle espressioni “dure” come che scorno! e vive un amore delicato e contornato da timidi baci (molto femminile). Questo è quello che chiamo ottimismo. (Per darti un punto di vista completo dovrei anche parlarti del finale del libro, cosa che non faccio per non spoilerarti tutto). Io non credo si possa recuperare l’intera specie a causa dei difetti congeniti, figuriamoci il singolo individuo! Quindi comprenderai che il problema non è dirti se mi sia piaciuto o meno il romanzo, ma farti intendere quanto questo romanzo rappresenti un punto di vista totalmente diverso dal mio. Di sicuro ha creato uno spunto di riflessione e questo è sempre positivo.

In poche parole, se sei una persona buona, piena di ottimismo, fiduciosa negli esseri umani e felice di vedere trionfare l’amore, questo libro fa per te. Ma, se sei così, sei qui per errore, non stai certo seguendo questo blog per scelta, quindi addio.

“Vite pericolose di bravi ragazzi” di Chris Fuhrman

Quando leggo libri come questo (pochi) mi chiedo perché non sia un titolo estremamente noto a tutti. Cioè, dovrebbe essere uno di quei romanzi che dici: «Hai presente Vite pericolose..?» e il tuo interlocutore fa cenno di sì con la testa, perché lo conosce chiunque. Sto cercando di contenere quello che penso, per mantenere un po’ di quel distacco emotivo necessario alla credibilità che, per convenzione, non dovrebbe mai sfociare nella tifoseria estrema. Ma no, anzi, me ne sbatto: Vite pericolose di bravi ragazzi è uno dei più bei romanzi sull’adolescenza che abbia mai letto. E ne ho letti.

Ora però sono terribilmente incazzato. Già, perché Fuhrman è morto di cancro a 31 anni, e questa è la sua unica opera. Avrei voluto non leggerlo, e per un po’ ci sono riuscito, ma questo dannato libro mi ha inseguito sugli scaffali delle librerie, fino a cadermi in mano in una rivendita di stock editoriali.

La trama è questa: la fine dell’adolescenza.
Poi c’è tutto il resto, ma quello che conta è la capacità incredibile che ha avuto l’autore di descrivere il breve periodo di confine appena prima dell’età adulta. Ci sono sbronze, risse, amori, sesso, alcool, droga, amicizia, morte. E c’è Francis, che vive tutto sulla sua pelle, come ha fatto chiunque. Francis è il lettore, è lo sguardo insicuro e timoroso della prima esperienza. E’ la sensazione di fare cose cattive, anche quando non lo sono, ma lo appaiono perché ancora sconosciute.

Grazie Chris, avrei preferito non scoprirti.