Archivi tag: film

“Cattive acque” di Todd Haynes

Erano sette mesi che non andavo al cinema. L’ultimo film che ho visto in sala, e del quale ti ho parlato, è stato Knives Out a dicembre 2019. Sto ancora cercando di capire se abbia colpito più duro la pandemia o il costante aumento di prezzo dei biglietti. Ho visto Cattive acque (Dark Waters), di Todd Haynes, in un cinema all’aperto, con un freddo da sconfiggere una batteria di Imodium e a fianco una vecchia (il dispregiativo è voluto) che ha cercato di saltarmi alla giugulare perché pensava le stessi rubando il posto (scoprendo poi che aveva confuso la fila G con la H).

Cattive acque è un film quasi documentaristico, del tutto dimenticabile dal punto di vista cinematografico. Il suo pregio è la storia, vera, che riporta a galla una vicenda di qualche anno fa e che ha coinvolto una gigante società di produzione di prodotti chimici, la DuPont (titolare di moltissimi brevetti, tra i quali Nylon, Neoprene e Teflon). Vorrei essere chiaro: la DuPont ha deliberatamente ucciso moltissime persone in nome del profitto e ha contaminato il 99% delle specie viventi con le sostanze chimiche PFAS. Al momento, ovviamente, è operativa. Questo è il mondo in cui viviamo.

Il film racconta la storia di Robert Bilott, l’avvocato che ha scoperchiato il vaso di Pandora. Assunto da un povero contadino della Virginia, Bilott ha scoperto come nella zona dove la DuPont sversava i rifiuti derivati dalla produzione del Teflon si verificassero fenomeni, direi, di ogni tipo. Tumori, deformazioni, animali morti (il contadino ha perso 190 vacche) e disfunzioni varie. La battaglia è durata un ventennio, dalla metà degli anni ’90 in poi. Bilott ha organizzato la più grande raccolta di analisi del sangue della storia (non è un modo di dire), circa 70 mila persone hanno partecipato ai prelievi. Il risultato è stato schiacciante, la DuPont stava deliberatatmente avvelenando terreni e esseri viventi. I suoi stessi dipendenti, a fronte di grossi benefici economici, erano già da decenni vittime di varie problematiche, spesso mortali.

Questo è, a grandi linee, il riassunto di una vicenda molto articolata che rappresenta solo uno dei tanti casi in cui l’economia ha avuto il sopravvento sulla salute delle persone, con la complicità silenziosa del Governo (in questo caso quello degli Stati Uniti, ma…). La DuPont ha risolto il problema con 671 milioni di dollari di indenizzo alle vittime.
E continua a lavorare.

Mi fa piacere saperne qualcosa di più. Ora quando sentirò parlare di Teflon saprò cosa c’è dietro, mi ricorderò degli PFOA che hanno causato carcinomi renali, patologie tiroidee, carcinomi testicolari e coliti ulcerose. Peraltro anche io ho la colite ulcerosa, una malattia presente solo nei paesi industrializzati.
La verità è che non posso scrivere quello che penso, non credo sarebbe legale. Potrei scherzare e dirti che avrei voluto che Mark Ruffalo si fosse trasformato in Hulk facendo giustizia a modo suo, ma sarebbe ancora molto lontano da quello che io riterrei vera giustizia.

Questo è il mondo in cui viviamo.

P.S. Se desideri approfondire, ho letto un bell’articolo su Cinematographe.it, che spiega bene tutti i dettagli (storia vera/film). Te lo consiglio.

“Phantoms!” di Dean Koontz

Jennifer è un giovane medico e torna nella piccola cittadina di Snowfield insieme alla sorella minore Lisa, affidatale dopo la morte della madre. Entra in casa e trova la domestica morta, e blu. Presto le due ragazze scoprono di essere le uniche persone vive in tutta la città, gli altri abitanti o sono morti (in condizioni stravaganti) o scomparsi nel nulla. Jennifer sospetta un virus, un attacco batteriologico. Interviene lo sceriffo della contea vicina, con i suoi uomini. Il Male, l’Antico Nemico, si manifesta e le persone ricominciano a morire.

Phantoms! (1983) è il quarto romanzo che leggo di Dean Koontz e anche il migliore (per ora). In realtà potrei averlo già letto da “giovane” ma, grazie a un rincoglionimento galoppante, non ricordo. Ti dirò di più, non ricordo nemmeno il film con Ben Affleck che ne è stato tratto e che ho visto (di questo son sicuro), quindi la situazione è abbastanza grave. Dannazione, avevo appena festeggiato il mio primo indispensabile hater (vedi i commenti di L’urlo e il furore) e vedevo davanti a me un futuro radioso, invece pare sia pronto per la fossa!

Rispetto alle mie precedenti letture Koontziane, Phantoms! ha una struttura più complessa, personaggi più articolati (e numerosi) e una profondità maggiore. Ci sono alcune vicinanze con altre storie successive che trattano l’argomento del Male rappresentato in forma simile. L’inizio, per dire, ricorda Silent Hill (videogioco o film, quello che vuoi). L’Antico Nemico, che comunica tramite lo schermo di un computer, riporta alla memoria Sfera (il film almeno, il libro di Crichton, del 1987, non l’ho ancora letto). E poi, ovviamente, IT (1986). Insomma, di tutto si può accusare Koontz tranne che di aver copiato, anzi…

Ora non voglio anticiparti troppo, perché questo romanzo si divide fondamentalmente in due parti e spoilerare significherebbe ucciderne almeno una. Nella prima, infatti, regna il mistero, l’impossibilità di capire cosa stia avvenendo a Snowfield. Nella seconda il mistero è svelato e si deve combattere il Male (per come te lo sto descrivendo, non è svelato). Quello che mi è piaciuto, però, è anche la giustificazione che Konntz dà a questo Male, la sua vera origine, che io condivido del tutto (questa è per chi ha letto il libro).

Di Koontz ho sulla mensola Intensity, ma in arrivo anche Lampi, Incubi e La casa del tuono. Non credo che riuscirò mai a leggere tutta la sua produzione, dal momento che ha scritto 105 romanzi e non so quante raccolte di racconti, ma tu stai pur certo che per un po’ ti parlerò ancora di lui…

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Il tunnel dell’orrore” di Dean Koontz

Per questo romanzo di Dean Koontz, terzo che leggo dopo Cuore nero e Il luogo delle ombre, è doverosa un’introduzione che definirei storiografica (nel senso che ti racconto la storia della sua creazione).
Ok? Partiamo.

Nel 1980 Koontz non era ancora quel mostro di vendite che è ora (si parla di qualcosa come 500 milioni di copie) e, anzi, era abbastanza sconosciuto al grande pubblico. Tirava quindi a campare accettando anche scritture a compenso. Una di queste è quella che gli offrono i produttori del nuovo film di Tobe Hooper (hai presente? Non aprite quella porta, Poltergeist… ecco, lui), che si sarebbe intitolato The Funhhouse. Desiderano, infatti, ricavare un romanzo dalla sceneggiatura originale di Larry Block. Koontz accetta e scrive, appunto, Il tunnel dell’orrore, peraltro utilizzando la sceneggiatura solo per l’ultimo quinto della storia, che lui ricrea e approfondisce sviluppando tutta una parte iniziale inesistente. Per ragioni di marketing  scrive sotto lo pseudonimo di Owen West (uno dei mille che utilizza) e il romanzo, che in origine sarebbe dovuto uscire contemporaneamente al film, viene pubblicato in anticipo e vende milioni di copie. Poi esce anche il film di Hooper e il libro smette di vendere all’improvviso. Io il film non l’ho visto, ma così a occhio non deve essere un granché…

Horror puro anni ’80, senza fronzoli, tutto intrattenimento e cervelli spappolati. Una gioia per le mie papille oculari.
Trama (poca, as usual).
1955. Ellen scappa di casa con un giostraio per sfuggire alla madre bigotta. L’uomo, tale Conrad, diventa violento, lei resta incinta e partorisce un freak simil-satanico. Disperata, lo uccide (a ragione, è una bestia immonda e malefica). Conrad le giura vendetta.
1980. Ellen si è sposata e ha avuto due figli. È anche diventata bigotta quanto la madre, e alcolizzata. Sua figlia Amy ha 17 anni (anche lei resta incinta, ma abortisce) e per una serie di eventi finisce nel luna park dove Conrad ha il suo tunnel dell’orrore… Non aggiungo altro, ma qui inizia il film (e gli squartamenti).

Koontz a me piace, non c’è niente da fare. Chiariamoci, non è Stephen King (per restare in tema parco divertimenti il suo Joyland è di gran lunga superiore), ma ha una scrittura semplice che fa letteralmente volare via il tempo. E poi questa atmosfera retrò da Venerdì con Zio Tibia mi ha riportato alle mie prime esperienze con le notti horror di Italia Uno. Un genere, l’horror, che ormai è pieno di fantasmi inquieti e presenze tormentate, ma che una volta era più semplice e più gustoso. Anche ne Il tunnel si ritrovano dei piacevoli stereotipi che hanno fatto epoca (chessò, Liz, l’amica puttanella di Amy, che non ha alcuna profondità psicologica ma solo profondità inguinale).

Bene, ci risentiremo quindi di certo con Phantoms e Intensity, dal momento che li ho già in libreria.

“Knives Out – Cena con delitto” di Rian Johnson

Sono andato a vedere Knives Out – Cena con delitto aspettandomi qualcosa di molto simile a Assassinio sull’Orient Express e non sono rimasto deluso. Di Rian Johnson, peraltro, avevo già visto Brick – Dose mortale, Looper e Star Wars: Gli ultimi Jedi (che non ricordo nemmeno quale fosse della saga: Star Wars mi ha stufato). Per questo giallo, in stile Agatha Christie (non a caso Johnson dichiara apertamente di essersi ispirato a diversi film tratti dai romanzi della nota scrittrice britannica), è stato inoltre messo insieme un cast eccezionale: Chris Evans, Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Michael Shannon,  Christopher Plummer e, ovviamente, un leggermente imbolsito Daniel Craig (che non vedo l’ora di rivedere nei panni di James Bond in 007No Time to Die).
Ma che cazzo, piantiamola di dire stronzate…

Sono andato a vedere Knives Out – Cena con delitto per lei, Ana de Armas. Il “delitto” è chiaro ed evidente fin da subito: questa povera e umile ragazza è stata imbruttita (è un termine un po’ forte, lo so) e resa quasi irriconoscibile nei panni di una sciacquetta qualunque, ben lontana dalla bellezza androide di Blade Runner 2049 o da quella innocente e casalinga di Trafficanti. Ma, soprattutto, in un ruolo totalmente diverso da quello che tutti ricordiamo e che l’ha resa indimenticabile: la pazza psicopatica di Knock Knock. Anche ora, mentre scrivo, non posso immaginare cosa abbia provato Keanu Reeves nell’essere violentato dalle due protagoniste di quel film (per ben due volte, prima sotto la doccia e poi nel letto, mentre veniva chiamato “papino”). Non riesco a dimenticare il terrore nei suoi occhi e gli inutili tentativi con i quali provava a ribellarsi a quella tortura.

Knock Knock (2015) di Eli Roth

Ti prego, non farmici più pensare, è uno strazio. Torniamo a Knive Out
C’è un omicidio, un ricchissimo scrittore muore con la gola tagliata. Attorno a lui una famiglia di parassiti, un’infermiera dolce, bella e premurosa (ehm…), due agenti di polizia e un detective privato. Non posso certo dirti altro, essendo un giallo. Tuttavia ti anticiperò che il mistero non risiede solo in chi abbia compiuto il delitto, ma in tanti altri piccoli dettagli che servono a tenere sempre desta l’attenzione e l’interesse. E ci riescono.

Probabilmente non ricorderò Knive Out a lungo, come tutti i gialli si basa su un mistero che, una volta svelato, rende quasi inutile qualsiasi ulteriore visione del film. Però mi è piaciuto, è intrattenimento allo stato puro e centra il suo obiettivo in pieno. Due ore sono volate come niente, grazie anche a una buona dose d’ironia che non guasta mai. Insomma, te lo consiglio, se vuoi svagarti è l’ideale.
Ma smettiamola: c’è Ana de Armas, serve altro?

“Parasite” di Bong Joon-ho

Oggi ti parlo di Parasite, il cui titolo originale è 기생충.
Scusa, era bello iniziare così.
Regista: Bong Joon-ho. Attori: Song Kang-ho, Park So-dam, Park Seo-joon, Lee Sun-kyun…
Perdonami, era bello iniziare anche così.
La verità è che Parasite è il primo film sudcoreano a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes (2019). Mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto molto e ho già messo nella lista dei “da vedere” altri film di Joon-ho, primo tra tutti Okja (2017). Nonostante questo incipit continui a somigliare sempre più a uno scioglilingua (o annodalingua), in realtà il regista è conosciuto anche per pellicole più vicine ai “gusti” occidentali, come ad esempio Snowpiercer con Chris Evans.
Io, tra i suoi, avevo visto The Host, ma qui torniamo in Oriente.

Rivelare la trama significherebbe dire molto, perché Parasite è un film che di minuto in minuto continua a mutare, come una malattia che impara a sfuggire alle cure, senza mai fermarsi su un genere preciso (questa è una delle cose che ho apprezzato di più). Inizia come una commedia, prosegue come un thriller, torna alla commedia, passa al nero-grottesco e, facendo di nuovo sorridere, si occupa anche/soprattutto di critica sociale. Per un pubblico abituato (o addomesticato) a tenere tutto sotto controllo, e a dare un nome preciso a ogni cosa, questo potrebbe rappresentare una difficoltà, ma per me è un incredibile valore aggiunto. Dimenticati l’alienante abitudine a punti di svolta ben calibrati (minuto 30… minuto 60…), dimenticati di capire cosa stia succedendo. E, aggiungerei, finalmente, cazzo.

Due righe al volo.
Il primogenito di una famiglia povera (e furba, e scroccona d’abitudine) trova lavoro presso una famiglia ricca, riuscendo poi a far assumere anche sorella e genitori (senza dichiararne il legame).
Mi devo già fermare, perché dopo le iniziali gag, dovute all’inevitabile confronto sui “valori” dei ricchi e quelli dei poveri, Joon-ho infila un colpo di scena dopo l’altro che ti portano ovunque tranne dove pensi di essere.

Devi andare a vederlo per capire. Due ore e un quarto che passano veloci e che ti fanno alzare dalla poltrona frastornato ma felice. Guardando le persone attorno a me, a fine proiezione, era lampante la domanda che avevano stampata sul volto: cosa abbiamo visto?
Abbiamo visto qualcosa di lontano dalla nostra cultura, raccontato furbescamente con il nostro linguaggio ma con una qualità e originalità che abbiamo dimenticato, preferendo rimanere sul terreno stabile e sicuro dell’Hollywood style imperante.
Viva la Corea del Sud.

“Joker” di Todd Phillips

Devo dire che quest’anno al cinema ci sono andato poco, Joker è solo il settimo film che vedo nel 2019. Credo che la cosa sia in parte dovuta al fatto che dove abito c’è un monopolio dei cinema e delle multisale e ormai il biglietto costi attorno ai 10 euro. Una volta andavo a vedere tutto, ora ci rifletto meglio. Detto questo, nonostante l’alto livello mantenuto nelle mie poche e oculate scelte, Joker è sicuramente il miglior film tra quelli visti da gennaio a oggi. Onestamente è anche un film di cui è difficile parlare, bisognerebbe vederlo e basta.

Joaquin Phoenix è semplicemente straordinario. Nella costante diatriba che si apre ogni volta che compare un nuovo attore ad interpretare il personaggio, non dico che Phoenix sia il migliore in assoluto, ma lo è sicuramente per quanto riguarda questo particolare film, con le scelte che lo hanno caratterizzato e la particolare tipologia di genere. Nessuno ci sarebbe stato meglio, ha una fisicità perfetta per il ruolo.

Viene analizzata la nascita della psicosi. Arthur Fleck è un emarginato, con un lavoro precario da clown, aspirazioni da comico irrealizzabili, una madre malata di mente a carico e tante bugie alle spalle. Ovviamente è beffeggiato e bullizzato dai più forti, da chi è integrato nel sistema, che è comunque sbagliato e corrotto. È già dipendente da psicofarmaci, ma il film mostra da dove arrivi quello che poi diventerà il nemico di Batman e quando esattamente un banale malato si trasformi in un’icona di rivolta per i disperati. C’è una bella scena in cui Arthur Fleck si toglie una maschera da pagliaccio per rivelare il viso da pagliaccio di Joker. Ho detto tutto.

So che ci sono state parecchie lamentele da parte dei nerd invasati che non ammettono deviazioni dal canone fumettistico (e sono un collezionista eh) e che il film è stato criticato per scarsa aderenza al personaggio, eccetera. Cazzate. Io la storia per filo e per segno non la ricordo e non vado nemmeno a rivederla, non avrebbe senso. Non avrebbe senso perché significherebbe non sapere riconoscere il bello. È un po’ come se girassero il miglior King Kong di sempre ma con lo scimmione grigio e tutti dicessero che il film fa schifo perché Kong è del colore sbagliato. Non stiamo parlando di una storia vera, di una biografia, i cambiamenti sono giustificabili e rientrano comunque nel regno della fantasia.

Ti avverto quindi, l’ambientazione è quella di Gotham, compaiono gli Wayne e tutto, ma se ti aspetti un film sui supereroi hai proprio sbagliato scelta. Joker è un film sulla pazzia e sull’influenza che ha la società sull’individuo. Che poi tu ti chieda come Todd Phillips (Starsky & Hutch, Una notte da leoni, Parto col folle…) sia riuscito a tirarlo fuori è lecito e io condivido, ma non è questo il punto. Il punto è che alla fine tu sia dalla parte di Joker, che tu riesca a giustificare tutte le sue azioni e, anzi, a supportarle. Joker non può far altro che essere Joker, non ha scelta, e te lo dice uno che di certo non è un giustificazionista.

Scusa, mi ripeto: Phoenix fantastico. Il film l’ho visto in lingua originale, ci sarebbe da dargli un Oscar solo per come ride (un disturbo psicologico incontrollabile, non una scelta). La disperazione che riesce a comunicare è qualcosa di incredibile.
Vai a vedere questo film. Gotham sta bruciando.

“IT – Capitolo due” di Andrés Muschietti

Io IT l’ho letto, sarà bene che lo mettiamo in chiaro subito, così da capirci. Inoltre ho visto la versione per la TV degli anni ’90 e IT: Capitolo uno del 2017. E ti ripeto, il romanzo è del tutto irrapresentabile, inarrivabile. Non è possibile trasporre in immagini la filosofia che contiene, semplicemente non si può. Al di là della lotta tra il Bene e il Male, con legami che, per i più esperti, richiamano ai Vettori e alle forze del Ka, non si può nemmeno rappresentare le cose più terrene senza che diventino ridicole o incomprensibili. Mi viene in mente, ad esempio, quando Beverly Marsh svergina tutti i perdenti nelle fogne per creare un legame nel gruppo. Una cosa che nel romanzo ci sta benissimo, che sembra naturale, ma che sullo schermo avrebbe fatto gridare alla gang-bang per pedofili. IT è l’esempio perfetto di come un certo tipo di fantasia letteraria non possa uscire dal libro, dalla potenza dell’immaginazione, senza perdere la quasi totalità della sua forza. E meno male che questo avviene, ci deve essere un limite, un punto insuperabile, per il quale la fantasia rimane fantasia. Se tutto fosse rappresentabile sarebbe un mondo veramente triste.

Detto questo… veniamo a questo capitolo due che, purtroppo, devo ammettere non è riuscito bene come il capitolo uno. Avevo letto in giro varie critiche e giudizi, ed ero pronto ad andare in sala per poi smentire il giudizio del popolino (che nel 99% dei casi, in Italia, non ha letto il romanzo). Incredibilmente, invece, mi trovo d’accordo con quasi tutto ciò che ho letto. IT: Capitolo due non funziona. Se togli qualche bella trovata, ad esempio la scena di Bev con la vecchia (1° trailer) o di Pennywise che si graffia il volto creando il sorriso di sangue, disturbanti al punto giusto, il resto del film è abbastanza noioso. Certo, bisogna tenere conto che la prima parte se la giocava più facile, l’adolescenza è un bel tema da portare sullo schermo e unisce tutti in un’emotività più forte (anche nella miniserie funzionava di più la parte “giovanile”). Ed è qui che questa seconda parte non mi ha convinto, non mi sono mai immedesimato con nessuno, mi sono sempre sentito solo uno spettatore esterno. E poi c’è questo interminabile finale (non spoilero, tranquillo) nel sottosuolo in cui ci sono troppi effetti speciali, troppo baraccone da Luna Park, noiosissimo e tirato per le lunghe.

La cosa che ho apprezzato di più è forse la comparsata del Re in persona che recita la parte del proprietario di un negozio di anticaglie. Mi ha riportato a quei film anni ’80 in cui Stephen King faceva sempre il suo cameo alla Alfred Hitchcock.
Dopo aver visto la prima parte di IT avevo deciso di attendere uscisse la seconda per acquistare il cofanetto in bluray completo. Questa seconda parte è però riuscita a farmi sentire come incompleta anche la prima, come se tutto insieme il film fosse un’opera non terminata o terminata frettolosamente. Peccato.

“Apollo 11” di Todd Douglas Miller

In occasione del 50° anniversario dello sbarco dell’uomo sulla Luna è uscito al cinema (per soli tre giorni) questo bel documentario di Todd Douglas Miller (archivista del Nara, National Archives and Records Administration americano), creato ripescando le pellicole tra le centinaia di ore di girato esistenti e restaurando il tutto in 4K.

Era il 1969 quando, grazie a fondi illimitati stanziati alla Nasa, gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin, coadiuvati dal “solitario” Michael Collins (no, non lo scrittore), riuscirono a mettere piede sulla Luna per la prima volta. L’Apollo 11 fu infatti la prima di 6 missioni, fino all’Apollo 17 (1972), a effettuare l’allunaggio (con umani – 12 astronauti in tutto). Unico e celebre fallimento, ben risolto, quello dell’Apollo 13.

Il documetario è composto unicamente da immagini e audio originali, riprese effettuate all’epoca in gran quantità per dimostrare al mondo (e ai russi) di essere stati i primi a riuscire a compiere l’impossibile. Il montaggio fa apparire questo documentario come un film, evidentemente le ore di girato erano talmente tante da consentire una scelta del materiale tale da non trovarsi mai di fronte a immagini “noiose” (passami il termine). Gli stacchi e i cambi di inquadratura sono frequenti tanto da apparire come una regia vera e propria, dove regia non c’è (ok, se sei un complottista la regia c’è, ma non addentriamoci…).

Mi pare inutile descriverti la bellezza del prodotto finale, quello che resta sono quindi le emozioni, unite alla capacità di ricreare una precisa cronologia dell’evento in 90 minuti. Tolti i tempi morti, infatti, rimane una perfetta descrizione di tutte le fasi tecniche dell’impresa, certo, già viste in altre centinaia di documentari, ma mai in modo così chiaro e realistico. Paradossalmente è addirittura tutto molto più chiaro tramite questo collage di video dell’epoca piuttosto che con gli “spiegoni” scientifici successivi.

È un documentario che fa riflettere, questo è certo. Il messaggio che spesso viene ripetuto (da astronauti, presidenti, presentatori vari) è quello di un’umanità unita in un’impresa incredibile nata nel segno della pace. È un messaggio propagandistico, falso. L’impresa è stata possibile solo grazie al contrasto con la Russia, ciò ha garantito lo stanziamento alla Nasa di fondi che oggi sarebbero impensabili. Insomma, una delle poche cose buone che l’uomo è riuscito a fare è nata comunque dalla guerra, dalla divisione, dall’incapacità di ragionare come specie. E quando ci penso invidio Collins, esploratore solitario del dark side of the moon. Solo davvero e non solo tra miliardi di persone.

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Border – Creature di confine” di Ali Abbasi

Che per vedere qualcosa di originale e nuovo ci si debba spingere verso una cinematografia meno “occidentale” (passami il termine, anche se so abbastanza bene dove sia la Svezia) è ormai un dato di fatto (Ali Abbasi, alla regia, è peraltro di origine iraniano-svedese). Border – Creature di confine si piazza senza dubbio tra i migliori film che ho visto quest’anno. Gran parte del merito però credo vada a John Ajvide Lindqvist (il film è tratto da un racconto della sua raccolta Muri di carta), che già con Lasciami entrare aveva dimostrato un modo innovativo di affrontare determinati tipi di “argomenti”.

Ma vado in ordine, la trama.
Tina ha qualcosa che non va, lo si vede subito. È massiccia, ha un naso “particolare” e una conformazione neanderthaliana del viso. Oltre a questo riesce a fiutare letteralmente le emozioni, cosa che torna molto utile nel suo lavoro in dogana. Ha un compagno che non la ama, ma che le fa compagnia, e un padre ormai sul viale del tramonto. È integrata nella società, ma pur sempre ai limiti. In altri termini: è brutta, oltre che strana.
Un giorno, durante un controllo doganale, incontra Vore, un uomo che pare avere le sue stesse caratteristiche. Tina fiuta subito qualcosa. Ma cosa?
Non ti dico altro, dal decimo minuto in poi sarebbe un continuo spoiler. Posso però aggiungere che in parallelo Tina collabora con la polizia per scovare, grazie ai suoi sensi, una rete di pedofili.

Ora, diversamente dal solito, ti elenco i punti di forza e gli argomenti che mi hanno colpito in questo film:

• Il primo risiede proprio nell’impossibilità di raccontarne la trama (non lo fa nemmeno Wikipedia!). La storia è talmente fuori dai canonici punti di svolta a cui sei abituato (o assuefatto?) che ti stupisce ogni poco con qualcosa di nuovo. Dall’incontro tra Tina e Vore in poi è una continua scoperta, che ovviamente non ti rivelo.

• Un modo totalmente diverso di trattare argomenti conosciuti. Come ti dicevo, già in Lasciami entrare (nel romanzo e poi nel bel film di Tomas Alfredson) ciò accadeva con il vampirismo. Lì il vampiro affrontava i veri problemi del vivere nella nostra società. L’umanizzazione del “mostro”, che ha sentimenti, emozioni, contrasti e difficoltà di integrazione.

• L’integrazione, appunto. Qualcuno ci ha visto il tema dei migranti, ma quel qualcuno ormai questo tema lo vedo dappertutto. Io credo sia più un tema legato ai diversi, di qualsiasi tipo, ma diversi davvero. Siamo quasi al problema della convivenza tra Sapiens e Neanderthal (no, non è uno spoiler): più che di una difficoltà di integrazione dovuta a un pregiudizio si parla di una vera e propria differenza oggettiva, genetica.

• La mitologia nordica, scandinava. Una mitologia che non conosco bene ma che mi piacerebbe molto approfondire. Anzi, probabilmente molti riferimenti mi sono sfuggiti, proprio per ignoranza in materia. Dubito che un Norvegese o uno Svedese avrebbe visto Border con i miei stessi occhi.

• Il sesso è un tema sicuramente dominante ma in modo del tutto inedito. Viene scardinato il concetto comune di uomo/donna mischiando le caratteristiche di genere, anche qui con una visione nuova, mai vista prima.

• E poi c’è tutto quello che riguarda il cinema di una cultura diversa dalla nostra. Come già per Alfredson anche Abbasi utilizza i silenzi e tempi lunghi per riflettere, le immagini per svelare e pochi spiegoni.

Avevo ormai perso le speranze, pensavo sarei stato costretto a cercarlo in streaming, ma alla fine son riuscito a beccare questo film in una proiezione lampo di tre giorni fuori dal circuito delle multisale (ormai distributrici automatiche di patatine e Avengers). Te lo consiglio davvero e, se non l’hai ancora visto, cerca anche Lasciami entrare (nella versione svedese, non il remake hollywoodiano).