Archivi tag: Film

“Elvis” di Baz Luhrmann

In Elvis Luhrmann mette in mostra principalmente il rapporto tra l’artista e il suo manager/aguzzino, il Colonnello Tom Parker. Ti preavviso che non conosco bene la vita di Elvis Presley, quindi non mi inoltrerò troppo in un’analisi sulla verosimiglianza storica degli eventi.

Cosa ho visto.
Ho visto un film molto curato dal punto di vista estetico, nei costumi, nella teatralità, nella musica. Un film che definirei “patinato”, un termine che utilizzo per categorizzare quei film che risultano molto graditi alle “signore bene” di una certa età. Hai presente quei film che non turbano nessuno e che hanno quel minimo di falsa trasgressività utile a far sorridere i bigotti, senza però essere offensivi? Ecco. Prima serata Rai, per capirci.

Come puoi facilmente intuire, Elvis non mi è piaciuto.

È impossibile non apprezzare la musica di Elvis Presley, anche solo per l’eredità storica che ha lasciato. Per quanto mi riguarda, però, Elvis non è mai stato tra i miei artisti preferiti. Mancava di rabbia e l’ho sempre visto un po’ come un “manichino”, concedimi il termine. Mi aspettavo, così, che il film di Luhrmann mi offrisse l’occasione di andare sotto questa superificie (sicuramente un mio problema) e scoprire l’uomo e il suo disagio interiore. Invece no. Il film di Luhrmann mi ha raccontato la storia di un manichino, appunto.

Manca tutto. Manca la tragedia, il dramma, il turbamento. Manca il colpo nello stomaco e l’empatia con il personaggio. C’è un attore, Austin Butler, che è molto somigliante dal punto di vista fisico ma che non trasmette nulla dell’emotività necessaria a farti legare con Elvis. Eppure Elvis muore di infarto a 42 anni a causa dei suoi abusi… cioè, doveva essere bello tormentato, no? Il tormento viene relegato in un angolo, insieme alle dipendenze. Gli ultimi anni, quelli difficili, scorrono veloci in pochi minuti. Ma io ricordo qualcosa su un Elvis bulimico che si abbuffa di cibo dalla mattina alla sera, che fine ha fatto? Dai, dove è finito tutto questo? Trenta secondi di Butler imbolsito/imbalsamato non sono sufficienti a colmare questa lacuna (Christian Bale avrebbe preso 50 chili in due settimane, pur di essere coerente con la parte).

In tutto questo Tom Hanks ci sta benissimo, d’altra parte anche lui non ha mai recitato in film che coinvolgano emotivamente, escludendo solo Philadelphia, Il miglio verde e, forse, Apollo 13.

Peccato, una grande occasione persa. Il Cinema dei brillantini e dei lustrini. Roba per signore, appunto.

“Top Gun: Maverick” di Joseph Kosinski

La scena di apertura di Top Gun: Maverick vede una portaerei in piena azione, con caccia che atterrano e decollano e, soprattutto, la voce di Kenny Loggins che canta Danger Zone.
Ho iniziato a sognare, subito, e non ho più smesso.

Top Gun: Maverick riesce dove hanno fallito tutti.
Dove hanno fallito gli Indiana Jones, i Rocky, i Ghostbusters, gli Star Wars (sì, per me anche Star Wars) e i Rambo vari con sequel perdibilissimi. Dove ha fallito anche Villeneuve con Blade Runner 2049 – un film indubbiamente stupendo – ma che non ti riporta indietro. E non vado nemmeno a citare le produzioni netflixiane di seconda categoria con risparmiabilissimi reboot e remake.
Top Gun: Maverick è la definitiva, riuscita, eccezionale, perfetta operazione nostalgia. È esattemente quello che desideri vedere.

Maverick ha scelto di non fare carriera, testa aerei segreti che superano i mach 10 e tira a campare, ricordando l’amico Goose. Viene richiamato ad addestrare la squadra dei migliori Top Gun al mondo per una missione apparentemente senza ritorno. C’è da andare a far saltare un deposito di uranio in territorio nemico. Tra i piloti anche Rooster, il figlio di Goose. Sotto l’ala protettiva di un morente ammiraglio Iceman, Maverick non è cambiato, è rimasto sé stesso. Stessa moto, stessa giacca di pelle, stessi Ray Ban.
E, incredibilmente, funziona.

Ero abbastanza terrorizzato. L’assenza di Tony Scott (che, ricordiamolo, si è lanciato da un ponte) al timone non mi dava molte speranze. Anche se, però… però Oblivion di Kosinski mi era piaciuto molto. Ma ero terrorizzato lo stesso, dai, siamo onesti, è inutile girarci intorno. Tom Cruise che a sessant’anni si mette a guidare i caccia e salva il mondo. L’ennesima Mission Impossible – divertente eh, non c’è dubbio – non poteva essere il nuovo Top Gun. Mi sbagliavo.

Top Gun: Maverick è la celebrazione di un Cinema che non esiste più. Quel Cinema nel quale sai esattamente dove andrà a parare ogni scena, ogni sequenza, ma che comunque ti emoziona. L’ottimismo degli anni Ottanta all’ennesima potenza. Il sogno che diventa realtà, lo schermo che è migliore della vita. La pausa dalla quotidiniatà, l’eroismo, l’amicizia virile. La centralità della trama e dei personaggi che non vengono “invasi” dai deliri del politacally correct a tutti i costi (sì, ok, c’è una donna tra i piloti ma c’è e basta, fa battute su chi abbia le palle o meno e il fatto che ci sia non diventa il centro gravitazionale della storia, cazzo).

Si era parlato del fatto che Cruise potesse avere un ruolo marginale rispetto a un nuovo protagonista. Grazie al cielo non è successo. Non sentivo proprio l’esigenza dell’Adonis Creed di turno. Non questa volta. Cruise è invecchiato, sì, e ogni tanto qualche battutina c’è. Ma, posso dirtelo senza mezzi termini, non è la scenetta trita e ritrita proposta in Arma Letale 4 e nemmeno la merda propinata, più recentemente, in Bad Boys for life. Cruise è cazzutissimo e non ce n’è per nessuno, è lui quello più in canna di tutti. È Maverick.

A tutto questo, aggiungi le scene girate davvero all’interno dei caccia: gli attori hanno recitato trasportati da piloti professionisti. Aggiungi che la dimenticabile canzone di Lady Gaga (mi spiace, ma con i Berlin non c’è confronto) è relegata in una microscena secondaria e finale. Aggiungi che hanno sostituito Kelly McGillis con Jennifer Connelly senza alcuna pietà (e senza falsi buonismi), perché lei, a differenza di Cruise, ha accumulato davvero 35 anni in più. Aggiungi che hanno ricostruito la voce di Val Kilmer, sottoposto a tracheotomia per il tumore che lo ha quasi ucciso (nel film e nella vita). Aggiungi una serie infinita di riproposizioni e omaggi al primo Top Gun (frasi, scene, tensioni tra i personaggi) che incredibilmente non pesano.

Aggiungi tutto questo e – fermo restando che non siamo di fronte al Il Padrino e sappiamo di che tipologia di Cinema stiamo parlando – avrai uno tra i migliori sequel mai realizzati.

“Stephen King sul grande e piccolo schermo” di Ian Nathan

Per gran parte questo Stephen King sul grande e piccolo schermo, di Ian Nathan, è stato un gigantesco viaggio amarcord nella mia infanzia e adolescenza. Mi sono sentito come quando ritrovi un vecchio album di foto, dimenticato in un cassetto, e riscopri momenti della tua vita andati persi nel tempo. Una sensazione alla Stand by me, per capirci. Ecco.

Un lavoro titanico, deve essere stato un lavoro titanico. Io lo so bene.
Stacco, flashback.

Mi sono laureato nel 2010, il titolo della mia tesi era Stephen King Audiovisivo (seguito da un sottotitolo blablabla che non ricordo). Anni e anni di letture di libri e visioni di film condensati in poche pagine (come se si potesse davvero riassumere l’enorme universo narrativo del Re). Una comparazione divisa per macrotemi tra romanzi, racconti e trasposizioni varie. Un lavoro titanico, appunto, anche se molto dilatato nel tempo. Ho iniziato a leggere Stephen King a dodici anni (Gli occhi del drago) e non ho più smesso. In realtà, a voler essere precisi, il primo film horror che ho visto, a circa otto anni, è stato Unico indizio la luna piena, quindi ancora precedente alle mie letture. Fine del flashback.

Alcune locandine di film tratti da opere di King.

Ian Nathan analizza ogni singola produzione e, in un paio di pagine per ognuna (quattro/sei per le opere maggiori), ne racconta la genesi e gli aneddoti più curiosi. Un lavoro volutamente e necessariamente di superficie (ci sono interi libri dedicati a singoli film, vedi Shining) ma molto molto interessante, soprattutto per quanto riguarda le produzioni minori – i b-movies tanto amati da King – delle quali spesso si conosce poco o nulla. Tutto questo mi ha riportato indietro, alle VHS da 180/240 minuti, alle programmazioni notturne, al videoregistratore (alias The Mangler) che si impianta e rovina scene fondamentali, alla speranza che il palinsesto non subisca ritardi (altrimenti ciaociao finale). Che tempi, altro che Netflix, quella sì che era sofferenza vera. Il timer indicava 2 ore e 59 minuti e, mentre un Brivido ti correva lungo la schiena, potevi solo sperare che il film terminasse nei 4/5 minuti extra di nastro. Quasi mi commuovo.

Da: Pet Sematary – Carrie – It – Misery

Quello che risulta evidente, leggendo questo volume, è come la produzione principale delle trasposizioni, con il tempo, si sia spostata (purtroppo, ma io sono di parte) dal cinema alla tv, con il sopravvento della serialità. A King non dispiace, è sempre stato molto più aperto di me, in questo senso. Non starò qui a discutere di questo, l’ho già fatto in Perché le serie tv sono i maccheroni Barilla e i film (alcuni) le tagliatelle tirate a mano della nonna, esplicitando tutti i miei malumori a riguardo.

Il dato semi-aggiornato di Nathan (è un valore quasi incalcolabile, considerando le produzioni secondarie e i lavori in corso) parla di 65 film e 30 produzioni televisive. Mi sono accorto di aver visto praticamente tutto fino al 2010 (che caso…) e di aver perso qualcosa negli anni successivi. Questo soprattutto per quanto riguarda le serie, non tanto per l’ostilità palesata sopra, quanto perché sono distribuite su più piattaforme ed è diventato impossibile stare al passo senza dover sottoscrivere diciotto abbonamenti diversi. Vedrei volentieri Castle Rock, che, a quanto ho capito, pare essere un omaggio riuscito abbastanza bene.

A breve ti parlerò anche de Il grande libro di Stephen King, di George Beahm, nel quale mi aspetto di trovare, vista la considerevole mole, parecchie cose che ancora non so (difficile, ma non impossibile, sebbene io mi ritenga il “fan numero uno” del Re).

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

I fumetti (sempre solo quelli dei quali ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)

“007 – No time to die” di Cary Fukunaga

C’è così tanto da “piangere”, a proposito di questo James Bond, che non so davvero da che parte cominciare. No time to die, esclusa qualche scena spettacolare e degna di nota, è fondamentalmente un film per persone brutte. Molto brutte. È un peccato, perché su Fukunaga (True Detective, una delle poche serie che mi siano piaciute, sai che le odio tutte) ci contavo tanto. Ma forse no, non è nemmeno colpa sua, poveraccio.

Sono demotivato e demoralizzato, la pianterei qui. Quindi cominciamo con qualcosa che mi farà subito dare del sessista. Che tanto del sessista me lo prenderò anche dopo, quindi vale la pena di portarsi avanti.
Mi sono perso venti minuti di film appena è comparsa. E, con buona pace della corrente imperante del momento, non aveva né liane di pelo sotto le ascelle né assorbenti mostrati con fierezza. Ana.

So che impazza il gossip online su di lei, poiché alla prima di 007 pare le sia sfuggito un capezzolo dal lato del vestito. Chiaramente chi si è meravigliato non deve aver mai visto Knock Knock, nel quale lei e Lorenza Izzo “stuprano” Keanu Reeves. Ma questa è un’altra storia.

Bond, torniamo a Bond. L’arma, questa volta, è rappresentata da un veleno selettivo (in realtà sono dei nanobots, ma semplifichiamo, considerato il pubblico target) che è in grado di colpire utilizzando il DNA. Il nemico, pronto a distruggere il mondo, è Rami Malek. Il co-nemico – non più nemico – è il grande Christoph Waltz. La bond girl (chiamo “bond girl” l’unica con cui Bond fa sesso, per convenzione) è la bellissima Léa Seydoux, già vista nel capitolo precendente, Spectre. Il resto, al solito, sono sparatorie e inseguimenti.

Qualcosa mi è piaciuto, cominciamo da quello, così non sbagliamo.
La parte iniziale, quella girata a Matera, per capirci. C’è ritmo, azione. C’è un Bond emotivamente permeabile (Craig non è Connery, e non lo è nel modo giusto). La scena nella quale si fa sparare contro i vetri della macchina, non reagendo, è qualcosa di fantastico. Lì Bond è pronto a morire, pur di capire cosa stia accadendo nella sua vita, pur di capire di chi si possa fidare. Craig è superlativo, te lo tromberesti anche da uomo. Vorresti essere lui. L’inseguimento in auto, e poi in moto, è alla vecchia maniera, è James Bond. Ecco, sì. È James Bond, quella parte è James Bond.
Poi mi è piaciuta Ana. Non si era capito, vero?
Anche il secondo inseguimento non è male, quello tra fuoristrada. Funziona.
La scena dell’interrogatorio con Waltz è bella, con ancora una puntatina nella nuova vulnerabilità di 007, che ha dei tratti umani, un po’ – se vogliamo fare il paragone – alla Batman di Nolan.

Poi arriviamo ai Ghostbusters donne. O alla fatina di Cenerentola transessuale, se preferisci. Arriviamo al politicamente corretto a tutti costi, e regolarmente imposto nel modo sbagliato. (Arriviamo anche a scene di machismo esasperato, a controbilanciare il peggio con il peggio, ma vediamo dopo). E qui, però, prima di procedere, vorrei fare un piccolo fuoripista su come la penso.
Flusso di coscienza, senza troppo ordine.

Io sono per il partito dell’amore libero. Io credo che le persone dovrebbero trombare in strada, davanti a tutti. Uomini con donne, uomini con uomini, donne con donne. Bianchi con neri (sì, se dico bianco, posso anche dire nero, senza offendere nessuno), elefanti con giraffe o quel cazzo che preferisci. Io non ho mai capito perché nei negozi di giocattoli si possano vendere le pistole finte (che sono l’imitazione di uno strumento di morte, ricordiamolo) ma ci si debba scandalizzare quando un bambino vede due persone che fanno l’amore. Siamo riusciti (tanto, forse tutto, è dovuto ai credenti/creduloni) a trasformare una cosa naturale in scandalosa, e a rendere “commerciale” il Male (sì sì, tutti hanno giocato a indiani e cowboy – vallo a dire agli indiani, testa di cazzo). Non ho mai visto due zebre che si nascondano dai cuccioli per avere rapporti sessuali, ma vedo sparatorie e morti ammazzati in tv, senza problemi. Credo nella meritocrazia, non in quote imposte per una finta uguaglianza, anche se capisco che, talvolta, l’obbligo possa essere l’unica via per addomesticare le capre. Credo nella diversità, perché non siamo tutti uguali, tra maschi e femmine meno che meno. Il Male non è la differenza, ma quello che siamo riusciti a farla diventare, una questione di superiorità/inferiorità. Ma cosa potevi aspettarti? La specie umana non è certo destinata a una grande evoluzione. E non voto, non voto mai, perché mi fanno tutti schifo. Un po’ come gli esseri umani, in fondo. Mi fermo.

Detto ciò, quello che avviene in James Bond è sintetizzabile in questo (qui c’è un piccolo spoiler, ma niente di pericoloso): abbiamo uno scienziato che si prostituisce al miglior offerente, per vendere la propria anima a chi vuole fare solo del male. Lo vedi dall’inizio che è una persona di merda. È uno che merita la morte dai titoli di apertura. Uno che, in una storia normale, verrebbe ucciso già durante il casting. Invece no, viene tenuto miracolosamente in vita e non si capisce il perché. Poi dice una frase razzista e, finalmente, lo ammazzano. E allora capisci. Capisci che doveva dire quella frase ed essere ucciso (un po’ come il vero spirito di 007, insomma). Peraltro una frase razzista pronunciata di fronte al nuovo 007 che, guardacaso, è donna e, guardacaso, è nera.
Ma è questo il livello? Perché se per lanciare un messaggio corretto, dobbiamo creare “Holla e Benja”, allora si è già fallito.

Dopodiché, non bastasse tutto questo, James Bond si trasforma in James Rambo. In una scena da machismo estremo anni Ottanta, Craig sale delle interminabili scale e uccide tutti a colpi di pistola. So che dire irreale in 007 significa poco, ma questa parte del film lo è. Non diverte, non emoziona. È degna del peggior Steven Seagal. È il dover controbilanciare per forza, il far contenti tutti e non deludere nessuno.

Ora dirai: «Ma questo è per l’amore libero, ma contrario a uno 007 femmina. Ce l’ha con il machismo, ma apprezza Ana de Armas. Vuole rimanere nel passato, pur accettando la nuova emotività di Bond. Dice che si farebbe Craig, ma pare sessista. Non si capisce nulla».

È così, la vita è una cosa complessa. Gli schemi vanno bene per gli stupidi, se ti piacciono vai pure a votare (sono favorevole a questo, allora DEVO essere contrario a quell’altro). Ma non è rinnegando il passato che si cambia il futuro. Bond è Bond, con i suoi pregi e i suoi difetti, e se non deve essere Bond forse val la pena che muoia davvero (questa è proprio per chi ha visto il film).
Spero non resuscitino un Cavill, un Elba o, peggio che peggio, una terribile Lashana Lynch, per il prossimo 007. Perché rischiamo che uccida solo chi parcheggia senza permesso nei posti riservati ai disabili.
A quel punto, a morire, potrei essere io.

Ho letto una bella frase riassuntiva, in un’altra recensione che parla di questo film, su MyMovies. Avrei voluto farla mia, ma la verità è che l’ha scritta una donna, e la cosa mi fa piacere, perché forse non sono il solo a vedere le cose in modo simile e forse mi salvo da stupide accuse di sessismo.
Una tagline perfetta: “Ogni epoca ha il Bond che si merita.”

“Dune” di Denis Villeneuve

Premetto, da subito, di non aver ancora letto il romanzo di Frank Herbert, dal quale Dune è tratto. Ho però visto la trasposizione omonima di David Lynch del 1984, sebbene molto tempo fa. Il libro ce l’ho, comunque, chiariamolo.

Detto ciò, vorrei ricordarti la filmografia di Denis Villeneuve:
Un 32 août sur terre (1998)
Maelström (2000)
Polytechnique (2009)
La donna che canta (2010)
Prisoners (2013)
Enemy (2013)
Sicario (2015)
Arrival (2016)
Blade Runner 2049 (2017)
Dune (2021)

Da Prisoners in poi ho visto tutto, compreso quel capolavoro che è Enemy. Quindi posso, con estrema sobrieta (e sfoggiando un linguaggio tecnico che trasuda competenza), dichiarare che, anche questa volta, il buon Denis ha tirato fuori un altro stracazzo di film.

La storia di Dune ormai la conoscono tutti, quindi mi limiterò ad accennarla. Sul pianeta desertico di Arrakis si estrae, dalla sabbia, la “spezia”, preziosa droga dai molteplici utilizzi. A contendersi i diritti di estrazione, sotto la guida feudale dell’Imperatore, due casate: gli Harkonnen (quelli brutti e cattivi) e gli Atreides (i fichissimi). Tra loro, costantemente (e comprensibilmente) incazzati con tutti, i Fremen, gli abitanti autoctoni del deserto. Complotti, guerre, veggenti, sogni e, ovviamente, vermoni giganti.

Con le musiche di Hans Zimmer e scenografie (sia interne che esterne) fuori di testa, Dune è, semplicemente, epico. Lo è in ogni istante. È come se ogni minuto di questo film trasmettesse la precarietà del destino dell’Universo, come se vibrasse. Sono davvero pochi i momenti di alleggerimento e non c’è – grazie! grazie! grazie! – nessun ricorso all’ironia, alla sdrammatizzazione. Questa è davvero una cosa rarissima ormai, con tutti i giocattoloni e blockbuster che girano. La dico meglio: non c’è nessuna cazzo di battuta, mai. Dio, che bello.

Te lo anticipo, questo Dune è la prima parte di due (si spera). Termina a metà libro (così mi dicono dalla regia) e il finale è tagliato con la mannaia. Ripeto, non aspettarti di vedere un qualche tipo di autoconclusione, non c’è. Speriamo solo che le parti siano davvero due, perché i libri della saga di Herbert (senza contare le opere derivate scritte da altri autori, tra i quali il figlio dello scrittore) sono sei. Lo spettatore medio, lobotomizzato dalla serialità netflixiana, non aspetta altro che una saga da dodici film. Io confido in Villeneuve, due sono sufficienti, anche perché mantenere un livello così alto sarebbe pressoché impossibile e si rischierebbe di sfociare in un nuovo, e altrettanto terrificante, Star Wars.

Non starò a parlarti di implicazioni ecologiche e nemmeno di feudalesimo (Arrakis potrebbe tranquillamente essere l’Africa), l’hanno già fatto in molti. Ma il fatto che non io non lo faccia non significa che stia trascurando la genialità e la preveggenza (il romanzo è del 1965) di Herbert. Anzi.

“Old” di M. Night Shyamalan

Ieri sera sono andato al cinema: un evento. L’ultima volta si parla di mesi fa, con il bellissimo Druk, ma era una proiezione in esterna, con un costo/biglietto umano. Ieri, invece, ero proprio “in sala”, per la modica cifra di 9 euro (che mi hanno subito ricordato come mai sono passato dall’andare al cinema una volta alla settimana a una ogni sei mesi). Comunque, per farmi ancora più male, ho scelto Old di Shyamalan, giusto perché Glass mi era piaciuto… (sono ironico, ovviamente).

L’idea di Old è molto buona, come lo sono spesso le idee di Shyamalan.
Un gruppo di 13 persone, residenti in un resort di lusso, vengono scortate e abbandonate in una spiaggia isolata. Lì, gli stereotip… scusa, i malcapitati si rendono presto conto che il tempo trascorre in modo diverso, forse a causa delle strane rocce che circondando la zona. In breve: mezz’ora equivale circa a un anno di vita. I segni più evidenti si notano subito sui bambini, che passano da essere preadolescenti ad adulti in poche ore. Insieme all’invecchiamento, naturalmente, anche le varie patologie e malattie accelerano la loro corsa (c’è una scena sull’osteoporosi che, nonostante tutto, merita molto). E qui mi fermo, un po’ per non spoilerare quel poco di trama presente e un po’ perché, a tutti gli effetti, finiscono anche le idee.

Non fraintendermi, Old non è brutto come Glass, ma è ben lontano dagli antichi fasti de Il sesto senso, Signs o The village. Si piazza lì nel mezzo, insieme a tutta la restante produzione del regista. Poteva diventare un gran bel film, aveva le carte in regola, tuttavia è successo ciò che (ultimamente) accade spesso alle pellicole di Shyamalan: implodono su una singola buona trovata. Tradotto: in questo film c’è solo una spiaggia dove le persone invecchiano velocemente, fine. Lo spiegone conclusivo non stupisce né aggiunge nulla al filone delle trame “gruppo-isolato-dove-succedono-cose”. Un vero peccato.

L’assenza di idee diventa “assordante” (perdonami il gioco di parole) proprio quando i novelli anziani cominciano a subire i sintomi più comuni dell’invecchiamento. La scena nella quale la moglie, ormai sorda, grida «Cosa hai detto?» al marito cieco è addirittura grottesca, un brutto incrocio tra una pubblicità dell’Amplifon e Non guardarmi non ti sento.

Insomma, sebbene Old sia piacevole a livello visivo, non porta nulla di nuovo nei contenuti. Se l’avessi visto sul televisore di casa avrei pensato alla solita mediocre produzione Netflix.
Purtroppo non è così.
(La locandina, però, è fantastica).

“Druk – Un altro giro” di Thomas Vinterberg

Druk (Un altro giro) racconta la storia di quattro amici, insegnanti nella stessa scuola superiore, che decidono di testare la teoria dello psichiatra Finn Skårderud. La teoria prevede che l’essere umano sia nato con lo 0,05% di alcol nel sangue e che, in realtà, solo mantenendo questa percentuale possa raggiungere la felicità e la soddisfazione nella propria vita (sintesi molto ermetica, ma questo è). I quattro stabiliscono una vera e propria tabella di marcia e si lanciano nell’impresa, con risultati altalenanti, anche a causa dei differenti stili di vita.

I tre imbecilli seduti al mio fianco non hanno capito nulla del film, appena lo schermo è diventato nero si sono esibiti nel grande classico «Ma che senso ha?» «Probabilmente nessuno, prova a guardare su internet». Posso immaginare che sia frustrante essere scemi e trovarsi anche con nove euro in meno in tasca (questo il prezzo del biglietto, per riportare la gente nelle sale), tuttavia ciò dovrebbe farti intuire che Druk non è che sia un film proprio per tutti. Io, per la cronaca, l’ho trovato fantastico. Per la precisione: delicato come un passerotto e potente come un elefante.

Druk fa ridere (e sorridere) per il 90% del tempo. Mads Mikkelsen è straordinario, ma in verità tutto il cast funziona molto bene. Nonostante le differenze culturali con la Danimarca siano “importanti” (anche solo per quanto riguarda l’utilizzo degli alcolici) e, quindi, ci si perda qua e là qualche sfumatura, è impossibile lasciare la sala senza avere qualcosa che ti si ripiega dentro. Perché Druk è un film sulle occasioni mancate (e su quelle non mancate), sui sogni che non si sono realizzati (o che si sono realizzati). Druk è un film su quello che si pensava di diventare, sulla vita che si sperava di avere, e sulla normalità che ti investe con tutta la sua forza, rendendoti ordinario prima che tu abbia il tempo di accorgertene.

Druk è anche il primo film che vedo che proponga una soluzione estrema (l’alcol, appunto) senza consacrarla né condannarla. È un po’ come se ti dicesse: «Guarda, se vuoi si può fare questa cosa. Certo, ci sono i pro e i contro». La brutalità della vita è tale da rendere giusitificabile un certo grado di anestesia, insomma. Ed è così che, se l’obiettivo della tua giornata diventa comprare il latte o il merluzzo al supermercato, forse tanto vale farlo da ubriaco.

[SPOILER] Il rischio di scivolare c’è ed è dietro l’angolo (così come l’alcolismo e la morte), ma c’è anche il “rischio” di raggiungere un qualche tipo di libertà. Il ballo finale di Mikkelsen (che sognava di fare il ballerino) tra gli studenti neodiplomati – con tutti i loro sogni ancora interi – è qualcosa di poetico, disperato e positivo contemporaneamente. È una sovversione delle regole che richiede, appunto, un certo livello di anestetizzazione per essere attuata.

P.s. Questo film ha vinto svariati premi, tra i quali l’Oscar come migliore film straniero. Ora  pare che Di Caprio abbia acquistato i diritti per produrne un remake statunitense. La domanda è: perché?

“Creepshow” di Stephen King, George Romero e Bernie Wrightson

Dadoveiniziaredadoveiniziaredadoveiniziare. Non lo so. Ok, facciamo finta tu non ne sappia nulla. Ci proviamo. Non ci riusciremo.
Creepshow (1982) è un film a episodi diretto da George A. Romero e scritto da Stephen King. Dal film, come stratosferica operazione di marketing, viene tratto un fumetto omonimo, disegnato da Bernie Wrightson. Il richiamo alle riviste a fumetti horror della EC Comics e della Warren Publishing (1964) è fortissimo, tanto che il “presentatore” delle storie sarà proprio Uncle Creepy, un personaggio chiave di quel periodo.
Se hai vissuto un po’ degli anni ottanta/novanta di Notte Horror su Italia 1, non puoi di certo esserti dimenticato lo Zio Tibia Picture Show, cioè la versione nostrana e pecoreccia di Uncle Creepy, che precedeva la visione delle pellicole (cose tipo Nightmare, Unico indizio la luna piena, Non aprite quel cancello…). Aspetta, ti rinfresco la memoria.

Zio Tibia Picture Show - Notte Horror
Zio Tibia Picture Show – Notte Horror (Italia 1)

Ecco, è questo lo splatteroso contesto in cui ci stiamo muovendo.
Parliamo della trama, sia del film che del fumetto (essendo essi legati come gemelli siamesi).
Sullo schermo è presente una cornice che nel fumetto manca, cioè quella di un ragazzino che legge di nascosto la rivista Creepshow (quella che hai tra le mani, ecco spiegato perché manchi la cornice).

La rivista contiene cinque storie (utilizzo i titoli e l’ordine dell’edizione Mondadori).

La festa del papà: un papà ritorna dal regno dei morti (nel film c’è un giovane Ed Harris).
La morte solitaria di Jordy Verrill: un contadino ignorante viene “contagiato” da una meteora (interpretato nel film da Stephen King!).
La cassa: horror classico, viene scoperta una cassa che contiene una famelica bestia.
Di mare in peggio: la vendetta di un uomo geloso (grandioso Leslie Nielsen).
Ti infestano: un ricco anziano soffre di un’ossessione per gli scarafaggi, ma sarà davvero un’ossessione?

Non resisto, ti mostro la mia collezione.

Creepshow in DVD, fumetto americano originale e edizione Mondadori
Creepshow in DVD, fumetto americano originale e edizione Mondadori

Horror puro al 100%, quello che si faceva una volta, con effetti speciali meccanici e storie di paura vera. Siamo lontani anni luce dalle mode odierne, dove c’è sempre il solito fantasma a infestare qualcosa (un muro, una casa, una vhs…). Questa è l’adolescenza del terrore, quella che ho sempre adorato.
Esistono, in realtà, anche due seguiti del film (non del fumetto): Creepshow 2, che vede ancora coinvolti King e Romero, e il pessimo Creepshow 3, mera operazione commerciale senza alcuna autorialità degna di nota. Io ho sempre preferito, a quest’ultimo, I delitti del gatto nero di John Harrison, dove la coppia Romero/King spacca ancora di brutto (e il cast è spettacolare: Julianne Moore, Steve Buscemi, Christian Slater e nientepopodimeno che Debbie Harry -> Blondie).

Dal mio livello di fanatismo avrai capito che non potevo farmi mancare la traduzione in italiano di Creepshow. Peraltro il fumetto originale lo tengo in una teca di vetro (protetto da raggi laser) e l’ho letto solo una volta per evitare di rovinarlo. Ora che ho il cartonato, invece, posso godermelo come si deve (è bello robusto, niente pieghe di lettura in copertina).
Darei qualsiasi cosa per tornare a quei tempi (anche se gli anni ottanta, causa età, io li ho vissuti nei novanta), purtroppo non posso. Ma il feticcio aiuta e Uncle Creepy anche.

Uncle Creepy
Uncle Creepy

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)

“Sfera” di Michael Crichton

Sfera è il quarto romanzo di Michael Crichton che leggo. Sto procedendo in un ordine abbastanza casuale anche se, a voler essere pignolo (e forse anche un po’ psicopatico, ma la cosa non mi spaventa), dovrei cominciare dall’inizio, cioè dai romanzi che Crichton ha scritto con lo pseudonimo di John Lange (il primo, del 1966, è Non previsto dal computer). Ciò per dire che, come forse ti ho già anticipato, intendo leggerli tutti e Sfera non ha fatto altro che rafforzare questa mia convinzione.

A differenza di Jurassic Park, del quale avevo già visto il film di Spielberg (bello, ma comunque inferiore al romanzo), con Sfera sono partito a mente abbastanza libera. L’abbastanza è d’obbligo perché, in realtà, anche da questo libro è stato tratto un film, omonimo, nel 1998 (di Barry Levinson con Dustin Hoffman, Samuel Lee Jackson e Sharon Stone) del quale però non ho mai visto la fine. Non perché non fosse coinvolgente, capiamoci, quanto perché lo mandano sempre e solo su Rete 4 e ciò si traduce o in dieci ore di pubblicità (fascia pomeridiana) o nel fare l’alba con i Bellissimi che iniziano regolarmente a mezzanotte (e il film dura qualcosa come due ore e mezza). Comunque, ora, lo recupererò di certo.

Della trama non posso dire molto perché, dopo il primo centinaio di pagine (su circa 380), i colpi di scena si susseguono e ti darei troppe anticipazioni (tradotto nel fichese moderno: spoilererei).
A trecento metri di profondità, sul fondo del Pacifico meridionale, viene trovata una gigantesca astronave, precipitata almeno da trecento anni. Sul posto vengono inviati, oltre ai consueti elementi dell’esercito/marina, un gruppo selezionato di scienziati. Tra questi c’è lo psicologo Norman, incaricato di controllare il benessere “interiore” dei membri della spedizione (è lui il punto di vista del lettore), il matematico Harry e la biologa Beth. Presto si scopre che l’astronave non è extraterrestre ma americana, costruita con una tecnologia ancora sconosciuta, e che al suo interno contiene un oggetto “raccattato” probabilmente nello spazio, cioè una misteriosa sfera. Mi fermo qui.

Un libro stupendo, che ho letto in nove giorni solo perché in questo periodo sono molto incasinato, ma che altrimenti mi avrebbe tenuto incollato dalla prima all’ultima pagina. Come sempre nella narrativa di Crichton a essere potente non è solo la storia, ma anche tutto quello che l’autore inserisce per rendere verosimile quanto accade. La scenografia è scientifica, documentata e ricostruita con criterio.
Ti faccio qualche esempio.
Il gruppo di scienziati deve, ovviamente, trasferirsi a vivere in strutture costruite sul fondale oceanico. Crichton ti spiega cosa succede al corpo umano a quella pressione, come si compensa l’ossigeno e tutta la procedura di decompressione. L’astronave sembra essere transitata vicino a un buco nero. Crichton ti spiega quali sono le leggi che regolano lo spazio-tempo al variare della gravità e della velocità dei pianeti. La sfera comunica in un sistema numerico. Crichton illustra i vari tipi di codice matematico, dal più complesso fino al binario. Essendo poi il protagonista uno psicologo, Crichton espone quelle che sono le basi della psicologia… e via dicendo.
La cosa incredibile è che non risulta mai noioso o pesante, le informazioni sono così intrecciate alla narrazione da divenirne parte integrante (era così anche con i dinosauri).

È puro intrattenimento, chiaro, ma è intrattenimento intelligente. Ho già recuperato Next, Congo, Punto critico e La grande rapina al treno. Non mi fermerò.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)

The woman in black (La donna in nero) di Susan Hill

The woman in black (La donna in nero) è un romanzo gotico del 1983 scritto da Susan Hill. Dal libro sono stati tratti due adattamenti cinematografici con lo stesso titolo, uno del 1989 di Robert Wise e l’altro del 2012 di James Watkins, con Daniel Radcliffe (che ho visto e che non ricordo).
Il gotico è un genere che ho frequentato ben prima di iniziare a scrivere questo blog, leggendo i classici come Dracula, Frankenstein, Il monaco e Il castello di Otranto. Dovrei rivederli, perché sono passati talmente tanti anni che è come se non li avessi letti. Talvolta dubito seriamente di averlo fatto, ma ricordo di avere avuto un enorme Mammut (scomparso, forse rapito) della Newton e Compton che si intitolava I grandi romanzi gotici e che li conteneva tutti e, allo stesso modo, ho impressa l’immagine di un segnalibro che piano piano conquistava l’interminabile tomo.
Qui sul blog, di gotico, troverai solo Melmoth l’errante di Charles Robert Maturin e, decisamente più recente, La regina rossa di Sara di Furia.

La storia è molto semplice ed è raccontata al passato dal protagonista, a dodici anni di distanza. Sarò sintetico.
L’avvocato londinese Arthur Kipps si reca in uno sperduto paesino per gestire l’eredità di un’anziana cliente venuta a mancare. A Crythin Gifford, tale è il nome del paese, incontra l’omertà degli abitanti che non vogliono in alcun modo parlare della tenuta dell’anziana e si tengono anche ben distanti da tutto ciò che la riguardi. L’enorme casa è costruita tra le paludi (e le immancabili nebbie) e raggiungibile solo in certi orari del giorno a causa delle maree che allagano l’unica via di collegamento. Arthur, durante i suoi sopralluoghi, comincia a sentire strane urla e suoni e si imbatte più volte, guarda caso, nel fantasma della donna in nero. Mi fermo.

Ho letto il libro in un paio di giorni e devo dire che mi è piaciuto. Temevo di impantanarmi (restando in tema con le paludi) in lunghe e noiose descrizioni (ho questa idea sul genere gotico, ma non ricordo se derivi dall’esperienza o se sia un preconcetto), ma non è successo. Anzi, The woman in black è il classico romanzo che ti fa sfruttare ogni minuto utile per proseguire nella lettura (mi è capitato di leggerlo anche in accappatoio appena uscito dalla doccia, per capirci). È breve, si tratta di meno di duecento pagine, e quindi più leggero dei suoi cugini d’altri tempi, ma io se fossi in te ci butterei un occhio.

Adesso dovrò recuperare quel dannato Mammut (dico, sarà mica facile nascondersi per un mammut) e ho già in testa di rivedere il film con Radcliffe, anche se non mi pare mi avesse colpito particolarmente. Vedremo.