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“Velocity” di Dean Koontz

Velocity è un thriller molto godibile, che si legge rapidamente nonostante le 400 pagine abbondanti. Sono contento, davvero. Dopo quella cosa orribile che è stata L’ultima porta del cielo temevo il peggio, invece Koontz è riuscito a farmi ricredere. Peraltro, essendo uscito nel 2005, Velocity è anche il romanzo più recente che ho letto di questo autore (gli altri li trovi a fine post). Lo piazzerei al secondo posto, dopo Phantoms!, tra i miei preferiti. Ho grandi aspettative per Intensity, del quale tutti parlano benissimo, e che è già sulla mia mensola.

È l’idea di base a funzionare, l’incipit, direbbero i “tecnici”.
Billy è un tipo qualsiasi, fa il barista e ha una compagna che, a seguito di una reazione allergica (te la faccio semplice, in realtà si tratta di un avvelenamento alimentare), si trova in un coma semi-profondo (in pratica: sogna e parla ogni tanto, dicendo cose apparentemente senza senso). Un giorno Billy esce dal bar e trova un biglietto sul parabrezzo della sua auto. I biglietto dice che, se lui non farà nulla, morirà un’adorabile insegnante e se, invece, avviserà la polizia, morirà un’anziana filantropa. Billy ignora il messaggio e muore un’insegnante. Seguirà una secondo biglietto, un terzo e così via, fino a quando Billy sarà talmente coinvolto da temere per la vita della propria compagna. Mi fermo.

Ripeto: un romanzo che mi ha coinvolto. È puro intrattenimento, chiaro, ma è davvero divertente tentare di capire, insieme al protagonista, chi possa essere l’assassino. Non credo si possa parlare di “giallo” (i puristi non sarebbero d’accordo), ma il confine tra questo genere e il thriller, qui, è molto sottile.

Un’ultima curiosità, prima che mi dimentichi. A badare a Barbara, la compagna di Billy, c’è un dottore che vorrebbe “staccarle la spina”. Questo è un dettaglio del tutto marginale per la trama del romanzo, eppure Koontz ci tiene a spiegare come il dottore in questione sia un sostenitore della bioetica utilitaristica. Il tema era molto sentito anche in L’ultima porta del cielo, evidentemente è qualcosa che tocca profondamente l’autore. Sarebbe interessante capire il perché, studierò.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)

“L’estate della paura” di Dan Simmons

L’estate della paura è un romanzo che ho cercato per molto, molto tempo. È fuori stampa, raro e parecchio costoso. Ho avuto la fortuna di trovarlo in un lotto composto da una decina di libri horror, che l’inconsapevole venditore (eBay) mi ha ceduto per una quindicina di euro. Quando va bene, L’estate della paura viene venduto attorno agli 80 euro (ma anche a 200, a seconda dell’edizione). L’edizione Gargoyle che ho letto ha notoriamente qualche problema di impaginazione, ciò mi ha costretto a non aprire mai il volume per più di 40° e ad aumentare la mia paranoia nei confronti delle pieghe di lettura. Comunque, se mai ti interessasse, sono riuscito a preservarlo in maniera perfetta, il libro sembra ancora fresco di stampa e non tende minimamente a spaginarsi. E no, non lo vendo.

Questo infinito preambolo perché L’estate della paura è considerato un romanzo di culto da tutti gli appassionati di horror. Qualcuno (non io, te lo dico subito) lo ritiene addirittura superiore a IT. In realtà, il libro di Dan Simmons è un evidente omaggio al capolavoro di Stephen King, con il quale condivide tante tematiche. Una per tutte è la ciclicità del Male, che si riforma e colpisce di generazione in generazione. Ma potrei andare avanti: anche i protagonisti di questo romanzo sono tutti preadolescenti; anche qui, tra loro, è presente una sola ragazza; c’è un bullo spaccone con il serramanico sempre in tasca; c’è l’ambientazione in un piccolo paesino dove tutti si conoscono… insomma, ci siamo capiti. Ripeto, tuttavia, si tratta chiaramente di omaggio (IT esce nel 1986, L’estate della paura nel 1991), non di scopiazzatura.

La trama è conosciuta. A Elm Heaven (Illinois), Mike, Jim, Kevin, Duane, Dale e Lawrence trascorrono le giornate correndo sulle loro biciclette. La Old Central School ha appena chiuso i battenti e l’estate è iniziata. Poi, però, accade qualcosa, un ragazzino sparisce e un inquietante furgone comincia a girare per le strade, con il suo carico di morte. Non mi dilungo, è il Male, ovviamente, e il suo epicentro è nascosto proprio nella Old Central.

630 pagine, un mese di lettura. Tanto. Troppo. Se dovessi dirti cosa, in particolare, non mi abbia convinto non saprei da che parte iniziare. C’è la storia, c’è la “formazione” (sia come genere letterario, che come gruppo di personaggi), c’è la sfida tra Bene e Male. Eppure L’estate della paura non mi ha coinvolto, sono rimasto freddo come un cadavere, privo di emozioni. Avrei voluto affezionarmi a questi ragazzini, piangere e gioire con loro (come con i “perdenti” di Derry) e, invece, niente, il vuoto. Lo stile di Simmons probabilmente non ha aiutato, l’ho trovato molto prolisso in tanti punti (l’autore sembra peraltro avere un’ossessione per le misure, che in certe descrizioni appaiono davvero ingombranti con costanti specifiche in metri e centimetri). Un peccato, perché le aspettative erano davvero molto alte (direi sui 107 metri e 34 centimetri).

Chiariamoci, L’estate della paura è un buon romanzo, godibile. Forse davvero, in qualche modo, mi aspettavo un nuovo IT e sono rimasto deluso. So che esiste anche un seguito, L’inverno della paura (che in realtà ha solo uno dei ragazzi come protagonista nell’età adulta, un po’ come il Danny di Dr Sleep per Shining), ma devo ancora capire se lo leggerò. Vedremo.

“La grande rapina al treno” di Michael Crichton

Nella Londra del 1855, in piena epoca vittoriana, un gruppo di criminali mette a segno una straordinaria rapina a un treno che trasporta lingotti per un valore di 12.000 sterline (un’enormità, allora), destinati alle truppe britanniche impegnate nella guerra in Crimea.
Un fatto vero, documentato, che Crichton racconta nel suo La grande rapina al treno (1975), ricostruendo la vicenda in modo verosimile grazie al recupero degli articoli di giornale e delle testimonianze in tribunale. Nel 1979 l’autore girerà anche il film omonimo, con Sean Connery e Donald Sutherland, che purtroppo non ho (ancora) visto.

Un romanzo straordinario, avvincente (no, non è un modo di dire). Crichton, come sempre, approfitta dell’occasione per descrivere in modo approfondito il contesto, gli usi e i costumi del periodo storico. La condizione della donna, la criminalità, l’avvento del treno, la giustizia, sono solo alcuni dei temi affrontati parallelamente alle vicende di Edward Pierce (la “testa” del colpo) e soci.

La maggior parte del romanzo è incentrata sulla pianificazione della rapina. Questo perché, nel 1855, l’unico modo per aprire una cassaforte era possederne la chiave (o una sua copia), il tempo degli esplosivi, della tecnologia e delle sostanze corrosive non era ancora giunto. Le cassaforti presenti sul treno necessitavano di quattro chiavi e queste erano, ovviamente, ubicate in luoghi diversi e sicuri. Pierce, per recuperarle, si servirà di diversi complici tra i quali un ferramenta (scassinatore), un biscia (esperto di intrusione) e un paino (borseggiatore).
E qui entra in gioco un altro protagonista del romanzo: il linguaggio della malavita. Crichton ricostruisce il gergo criminale e così, insieme ai nomignoli (vedi sopra), vengono fuori tutta una serie di curiose espressioni volte a definire azioni e situazioni. Far neve significa rubare i panni stesi. Un soffia che fa una loffia è un informatore che offre una falsa soffiata ai miltoniani (gli sbirri).

La grande rapina al treno mi ha ricordato, nella struttura, L’isola dei pirati, altro romanzo di Crichton che mi era piaciuto molto. L’autore ha scritto una trentina abbondante di libri, prima di morire prematuramente. Sono contento di averne letti solo otto, ho ancora una buona scorta.
Ho già sulla mensola Next, Preda, Punto critico e Timeline. Preparati.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“L’ultima porta del cielo” di Dean Koontz

L’ultima porta del cielo (One Door Away from Heaven) è un romanzo di Dean Koontz del 2001 (vent’anni fa, sob). Un lunghissimo romanzo, aggiungerei, considerata la mole di ben 750 pagine. Per quanto mi riguarda è l’ottavo libro che leggo di questo autore e, di gran lunga, il peggiore. Ma andiamo per ordine.

La trama segue le vicende di quattro personaggi che finiscono per ritrovarsi insieme nel finale della storia. C’è Leilani, una bambina che vive con una madre tossicodipendente e un patrigno assassino, seguace della bioetica utilitaristica e del culto degli UFO; Micky, vicina di casa di Leilani, che desidera salvare la bambina da morte certa; Noah, un detective privato ingaggiato da Micky per smascherare il patrigno di Leilani; e infine Curtis, un ragazzino braccato per tutti gli Stati Uniti da misteriosi nemici che vogliono ucciderlo perché… beh, questo non posso dirtelo.

Leggendo qua e là vedo che qualcuno ha definito L’ultima porta del cielo un romanzo corale, proprio a causa dei molti personaggi. Credo sia un po’ esagerato. La storia è talmente semplice e poco articolata che definire corale questo romanzo è davvero generoso. Credo sarebbe più corretto definirlo semplicemente un romanzo prolisso, ecco. Un romanzo che sarebbe apparso troppo lungo anche con 450 pagine in meno.

Bene, ora veniamo ai lati positivi: i dialoghi (sì, sto facendo del sarcasmo). Potrei elencarti vari scambi di battute, portarti diversi esempi per spiegarti quanto siano irreali e macchiettistici, ma te ne farò solo uno. A un certo punto il ragazzino, durante la sua fuga (descritta per circa 200 pagine e sintetizzabile in “Curtis scappa”), incontra due gemelle omozigote che lo aiutano grazie alla loro capacità di cavarsela in ogni occasione (sanno gestire armi, combattere, aggiustare motori, eccetera, eccetera). Già qui saremmo su un livello di costruzione del personaggio che sfiora il peggior cliché di un film con Steven Seagal, ma non basta. Le gemelle parlano a turno, portando avanti interi dialoghi come se fossero una persona sola. Cazzo, neanche fossero Tweedledum e Tweedledee di Alice nel paese delle meraviglie. Una cosa terrificante.

Unita a tutto questo, una serie di colpi di scena e di soluzioni all’ultimo minuto che definirei imbarazzanti. Hai presente quando hai un protagonista che è bloccato in una stanza, senza porte e finestre, e dovrebbe morire lì, salvo una genialata del narratore che, con grande credibilità, ti accompagna nella sospensione dell’incredulità e risolve il problema? Ecco, non è una cosa che troverai in L’ultima porta del cielo. Koontz se ne uscirebbe con qualcosa tipo: “ma lui aveva la capacità di deformare la materia con la forza del pensiero”. No, non ci siamo.

Mi correggo. L’ultima porta del cielo non è solo il romanzo più brutto di Koontz che ho letto, è anche il più brutto romanzo che ho letto nell’ultimo anno. Forse negli ultimi due o tre.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)

“La valle dell’Eden” di John Steinbeck

È terribilmente difficile parlarti de La valle dell’Eden, è un’opera talmente enorme che fatico a decidere da che parte iniziare. È ciò che si potrebbe definire “il grande romanzo americano”. È un libro con una fisicità proporzionata al suo contenuto, un volume forte (sono quasi 800 pagine) da innalzare al cielo, gridando: «C’è un mondo qui dentro!»
Ho reso l’idea?

John Steinbeck scrive La valle dell’Eden (East of Eden) nel 1952, dedicandolo ai suoi due figli. Lui stesso sostiene di avere scritto tutti i suoi romanzi precedenti solo come preparazione per questo. Nel 1955 Elia Kazan lo traspone nel film omonimo con James Dean (non l’ho ancora visto, provvederò).

Non ti racconterò la trama del romanzo – se lo desideri su Wikipedia c’è ed è abbastanza approfondita – ti dirò però, a grandi linee, di cosa parla. In un periodo compreso tra la Guerra Civile Americana e la Prima Guerra Mondiale, Steinbeck (proprio lui, discendente di uno dei personaggi secondari) narra le vicende di due famiglie, i Trask e gli Hamilton e, più in generale, di come l’Uomo, nel corso della propria esistenza, sia costretto a confrontarsi con il Male. Un Male che l’autore incarna nel personaggio di Cathy Ames, una donna priva di qualsiasi lato positivo, non a caso ritenuta una sorta di fusione tra Eva, il serpente e Satana.

Inutile dirti come La valle dell’Eden sia carico di simbolismo religioso. Per ben due volte due coppie di fratelli – prima Adam e Charles, poi Aron e Caleb – ripropongono le vicende di Caino e Abele (le iniziali dei nomi sono le stesse), con tanto di “regali” al padre e tendenze caratteriali opposte. Tuttavia il tema principale rimane quello della lotta tra il Bene e il Male, e della possibilità di scelta tra i due, rendendo così universale il messaggio di Steinbeck. Termine ricorrente (e fondamentale) del romanzo è timshel, parola ebraica che significa “tu puoi”. Una vera e propria contrapposizione alla predestinazione.

La valle dell’Eden è indubbiamente tra “i dieci migliori romanzi che abbia mai letto” (come se poi fosse possibile fare una classifica, ma la frase rende l’idea). Non comprendo, in ogni caso, il costante confronto che molti fanno tra questo libro e Furore (sì, sempre tra “i dieci”), con il solo fine di stabilire quale sia il migliore. Furore è un romanzo terreno, che parla di problemi terreni; La valle dell’Eden sfiora la metafisica. Trattano forse lo stesso argomento (il Male e il Bene), ma su due livelli totalmente diversi. Forse Furore è più “facile”, nel senso che è stato più semplice scriverne qui sul blog. La valle dell’Eden, invece, deve essere letto per essere compreso. Parlarne è quasi impossibile.

Anche per questo, la finisco qui. Tuttavia ho la sensazione che stia ancora succedendo qualcosa là dentro, tra le pagine. E credo sia grandioso. Credo sia questa la differenza che corre tra una storia buona e una storia eterna. Di certo l’ottima traduzione (ho letto l’edizione tradotta da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini) ha aiutato a rendere ancora più contemporaneo, anche nel linguaggio, qualcosa che comunque non invecchierà mai.

Libri di John Steinbeck di cui ti ho parlato:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
La battaglia (1936)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La perla (1947)
La valle dell’Eden (1952)

“Stoner” di John Williams

È difficile parlarti di Stoner adesso, dopo che l’hanno già fatto tutti. Sarebbe interessante avere un punto di vista diverso, dirti: «A me questo libro non è piaciuto», ma mentirei. Eppure ero terribilmente scettico prima della lettura, come lo sono per tutte quelle cose che suscitano un’ammirazione diffusa, massificata. Ho dovuto ricredermi, perché Stoner è effettivamente un romanzo eccezionale nella sua incredibile semplicità. Divenuto best seller più di quarant’anni dopo la prima pubblicazione, Stoner (1965) è anche la prova evidente di come non siano sufficienti un bravo autore e un ottimo stile, per avere successo. È la prova di come la fortuna, il corso degli eventi e la competenza editoriale giochino un ruolo primario nella riuscita di un libro. Con buona pace di John Edward Williams, morto nel 1994.

William Stoner, figlio di poveri contadini, si laurea e diventa professore universitario. Sposa Edith, con la quale ha una figlia, Grace, e un rapporto infelice e insoddisfacente. Lavora incessantemente, facendosi qualche nemico e sentendosi sempre non totalmente soddisfatto degli obiettivi raggiunti. Ama, per un breve periodo, una donna, Katherine Driscoll, nella consapevolezza che con lei potrà avere solo una relazione clandestina e destinata a interrompersi. Mi fermo.

Per le prime trenta o quaranta pagine Stoner ti respinge (o, almeno, ha respinto me), poi qualcosa cambia. L’arrendevolezza del protagonista, il suo modo di non opporsi agli eventi, ti conquista. Da un momento all’altro cominci a desiderare che accada qualcosa solo per vedere come Stoner riuscirà a non reagire. E, mentre sei lì a guardarlo, vorresti dargli una spinta (uno spintone, forse), incitarlo perché faccia qualcosa. Invece lui accetta (quasi) tutto, opponendosi solo alle ingiustizie lavorative e, in ogni caso, facendolo in un modo del tutto personale, senza clamore, senza rabbia esplicita.

Stoner è una vita che passa, come tante, nel quasi totale anonimato. L’accettazione e la consapevolezza di un’esistenza (forse) superflua sono le caratteristiche di William Stoner stesso, che risulta quindi un personaggio difficile da digerire (soprattutto nella nostra società moderna: non siamo abituati a un tale livello di umiltà). Stoner si arrende, non lotta, e ottiene quanto ottengono molti altri che, invece, si battono con le unghie e con i denti. Stoner, in definitiva, è una riflessione molto dura sulla vita, una riflessione quasi impossibile da accettare.

L’edizione che ho letto aveva due bonus non indifferenti. Un’intervista a John Williams da parte di Bryan Woolley, nella quale l’autore parla di letteratura in generale, e uno scambio epistolare dello stesso Williams con l’agente letteraria Marie Rodell, che mette in luce le iniziali difficoltà della pubblicazione di Stoner. A tal proposito, è sempre rincuorante scoprire come anche un grande romanzo trovi delle grosse difficoltà a essere pubblicato.

“Glamorama” di Bret Easton Ellis

In un mondo in cui le tagline vanno per la maggiore, Glamorama (1999) potrebbe essere sponsorizzato così: «Quando Ellis incontra Palahniuk nasce un indigeribile pacco di 630 pagine».
Potrei fermarmi qui, credo tu abbia già intuito cosa penso di questo romanzo. Eppure a me Ellis piace, parecchio anche. Glamorama è il suo sesto libro che leggo (su otto che ha scritto) e il primo che ho trovato del tutto respingente (passami il termine). Mi dispiace, so che ci ha messo sette anni a partorirlo, quindi posso solo immaginare lo sforzo.

Di cosa parla Glamorama? Non mi è molto chiaro, cercherò di andare per punti.
La prima parte (circa 200 pagine) contestualizza il personaggio di Victor Ward, modello superficiale perfettamente inserito in un mondo altrettanto superficiale. Nulla di nuovo, è quanto si è già letto nei precedenti lavori di Ellis. È il pane di Ellis, per dirla in altri termini: la feroce critica sociale alla società dell’apparenza di Hollywood e, in generale, del mondo dello spettacolo. Qui non succede assolutamente nulla, ma nulla di nulla.
La seconda parte (altre 200 pagine) è occupata dal viaggio che Victor compie, via nave, per recarsi in Europa e dall’introduzione di nuovi personaggi che ricreano la “scenografia” hollywoodiana nel Vecchio Continente.
La terza e ultima parte (le 200 pagine conclusive) rappresenta il delirio di Victor (ma anche di chi legge). Non si capisce più cosa sia vero e cosa sia falso, dove finisca la realtà e cominci la fantasia del protagonista, drogato e inebetito. Complotti, terrorismo, attentati, film girati durante stragi dinamitarde. C’è di tutto.

Te lo dico chiaramente: sono perfettamente cosciente del discorso metaforico sulla realtà e sulla superficialità, su quello che, insomma, Ellis intende denunciare. E sono anche d’accordo, mi trova sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non si può fare così, non con un volume lungo quanto un vocabolario. È troppo, punto.
Ho citato Palahniuk perché, quando nella trama sono cominciati a comparire terroristi, bombe e complotti, ho pensato a una situazione simile a quella del Fight Club. Magari.
In Glamorama Ellis ha messo il peggio del nonsense presente nei suoi due primi lavori (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) e lo ha mescolato con la violenza di American Psycho, togliendo la struttura che reggeva quei fantastici romanzi e creando un ibrido, appunto, indigeribile.

Curiosità: so che c’è stato un contenzioso con la produzione di Zoolander, all’epoca, risolto con un accordo economico per il quale Ellis non avrebbe più parlato in pubblico della cosa. Effettivamente, pensandoci, Derek Zoolander è l’estremizzazione comica (ma non molto più comica) del modello Victor.

Peccato. Mi mancano solo gli ultimi due romanzi di Ellis, Imperial Bedrooms e Bianco. Li recupererò, sperando di ritrovare il genio.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)

“Congo” di Michael Crichton

In questo periodo sono parecchio impegnato e faccio fatica a trovare il tempo per scrivere sul blog, ho quindi scelto di leggere Congo, di Michael Crichton, per la sua lunghezza (circa 400 pagine) così da potermi prendere una breve pausa. Un piano perfetto, se non fosse che l’ho letto in quattro giorni… Non c’è niente da fare, Crichton è (era) un intrattenitore insuperabile e Congo ne è l’ennesima prova.

Il romanzo si apre con lo sterminio di una spedizione statunitense, in cerca di diamanti blu nella foresta pluviale del Congo, nei pressi dei vulcani Virunga. Poche immagini di una cam riportano, oltre a un mare di cadaveri con la testa spappolata, qualche fotogramma di quello che sembra essere un gorilla, sebbene dalle caratteristiche sconosciute. Viene inviata una seconda spedizione. Oltre alla “manodopera locale”, del nuovo gruppo fanno parte anche la dottoressa Karen Ross (sempre in cerca di diamanti), il mercenario/guida Munro e il dottor Peter Elliot, con il gorilla di montagna Amy. Quando la spedizione arriva nei pressi della città di Zinji (in pratica alle leggendarie miniere di Re Salomone) viene attaccata da qualcosa di sconosciuto. Mi fermo.

Di Congo avevo visto la trasposizione di Frank Marshall (più famoso in veste di produttore che di regista) del 1995. Non la ricordo molto, dovrei riguardarla. Dal momento che sto divagando… dovrei riguardare anche Gorilla nella nebbia, il film (con Sigourney Weaver) sulla storia della studiosa di gorilla di montagna Dian Fossey, brutalmente uccisa da ignoti (presumibilmente bracconieri). Ti ricordo che il gorilla di montagna è una specie a estremo rischio di estinzione, anche se negli ultimi anni è riuscita a superare il migliaio di esemplari.

Il romanzo è, ovviamente, spettacolare. Sono talmente tanti gli argomenti toccati da Crichton (con la consueta competenza scientifica) che farne un elenco qui diventerebbe riduttivo. Vulcanologia, tecnologia delle comunicazioni, zoologia, ecologia… Senza parlare degli studi sui primati e sul loro modo di comunicare. Amy, il gorilla femmina che fa parte della spedizione, è stata addestrata fin da piccola al linguaggio dei segni. Solo riguardo a questo singolo argomento, Crichton ne approfitta per portarti in un tunnel che parte dall’etica della sperimentazione animale per arrivare alla comunicazione interspecie. Ed è così per ogni tema affrontato nel romanzo.

Un dettaglio (o, meglio, una triste curiosità). Trattando spesso, in Congo, il problema della conservazione della natura e delle specie a rischio, lo scrittore riporta alcuni dati “preoccupanti” relativi al 1980. Quei dati “proccupanti” oggi sarebbero “confortanti”. Non aggiungo altro.

Di Crichton ho già sulla mensola dei “da leggere”: La grande rapina al treno, Punto critico, Timeline, Preda e Next. E non ho nessuna intenzione di fermarmi a questi.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Later” di Stephen King

Later l’ho letto in due giorni, è un romanzo che si fa divorare. Non tanto per la trama (che non ha nulla di straordinario) quanto perché quando King parla dell’adolescenza o, comunque, mette in campo un protagonista ragazzino, non posso far altro che rimanere ipnotizzato.

Jamie è il figlio di un’agente letteraria, non sa chi sia suo padre e vede le persone morte (l’avevo detto che la storia non era straordinaria, no?). Va tutto abbastanza bene, fa amicizia con un anziano vicino di casa, aiuta qualche trapassato e via dicendo. La sua vita scorre regolare tra alti e bassi, fino a quando non incontra il Male. Mi fermo.

Per qualche motivo ero convinto che questo romanzo fosse un poliziesco con risvolti paranormali: non lo è (un poliziesco, intendo). Sì, la compagna della mamma (strizzatina d’occhio) di Jamie è una poliziotta, ma finisce qui. Non si può nemmeno definire un giallo, Later è un horror di formazione, genere del quale il Re è… Re, appunto. Insomma, non farti troppo influenzare dalla versione americana della copertina, che suggerisce un qualche tipo di mistery (che poi è uguale alla copertina italiana, ma c’è quella pistola con la scritta Hard case crime che, insomma…)

Ancora una volta King ti riporta a quelle amicizie caratterizzate da una grande differenza d’età (l’ultima era ne Il telefono del signor Harrigan, il primo racconto di Se scorre il sangue) che hanno contraddistinto diversi suoi romanzi. Lo fa bene, lo sa fare, lo sappiamo.
Oltre a tutto questo, in Later, c’è una sorta di dedica al mondo che gira attorno ai romanzi e che resta dietro le quinte, quello degli agenti letterari.

Non vorrei che fraintendessi, però, ora che ci penso. Sebbene le similitudini con Il sesto senso siano molte, il romanzo di King non ha nulla a che fare con il film di Shyamalan. La trama si sviluppa in tutt’altro modo e l’intervento del Male (con qualche similitudine con il male supremo di Derry, IT) è molto più approfondito. Se hai confidenza con il regno immaginifico creato da King, non ti sfuggirà di certo il “rituale” che prevede il mordersi la lingua a vicenda con il nemico. La tartaruga è dietro l’angolo, insieme ai Vettori.

Non credo che Later verrà ricordato come uno dei migliori libri di King, però lui ci ha buttato dentro parecchio, questo è indubbio. È un bel punto di connessione tra molte storie, che gli appassionati si potranno godere appieno. È più un romanzo sul come, che sul cosa. È più una sintesi sullo stile, che una nuova aggiunta. A me, comunque, è piaciuto molto, perché ha la leggerezza di Joyland. E poi lo sai che io con Stephen mi sento a casa, ed è in assoluto l’unico autore con il quale mi succeda.

Ora attendo con ansia Billy Summers (uscita USA in agosto). Ah, e ho già preordinato il saggio Guns – Contro le armi, che uscira a maggio in sole diecimila copie (Marotta&Cafiero editori, Scampia).
Chissene della regina: Dio salvi il Re.

Ho letto quasi tutto di Stephen King (me ne mancano 3), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)

“Vero all’alba” di Ernest Hemingway

Sono stato in Africa con Hemingway.
Un’Africa da caccia grossa, con i portatori, i fucili e le tende (altro che resort). Un romanzo autobiografico non facile da affrontare, questo Vero all’alba, da molti punti di vista. Pubblicato postumo nel 1999, e curato dal figlio Patrick, ti consiglierei di leggerlo solo se A) ami terribilmente Hemingway, B) ami terribilmente l’Africa (e sei disposto a ignorare la stupidità della caccia) e C) ami terribilmente Hemingway e l’Africa.

Trama: in questo romanzo non accade nulla, per 370 pagine.
Fine della trama.
Potresti tranquillamente aprire il libro a un capitolo qualsiasi e iniziare a leggere, poi richiuderlo e riaprirlo ancora a un altro e andare avanti così. Non ti accorgeresti di nulla, zero cronologia.

Cosa c’è nel romanzo? La quotidianità della vita di Hemingway durante un safari di cinque mesi che fece in Kenya, con la quarta moglie. Le battute di caccia al leone, le differenze culturali con le tribù del posto, tanta terminologia swahili, le notti insonni e l’affetto per Debba, una wakamba che vorrebbe sposare il buon Ernest (che ci sguazza).

Inciso.
Hemingway è stato ampiamente criticato per la sua vena viril-cacciatrice, non sarò io ad aggiungere novità a queste critiche. Le ho viste anche io le foto di quelli che vanno a sparare al leone o all’elefante e, fosse per me, avrebbero tutti un foro in fronte. No, non c’è diplomazia, la stupidità umana non la merita, la diplomazia. Certo, con Hemingway si parla di altri tempi e posso capire che il “tema” fosse meno social e meno sentito. Non ridurrei, comunque, questo romanzo al problema della caccia.
Fine dell’inciso.

Credo che Vero all’alba mi accompagnerà a lungo, come ha fatto Fiesta – E il sole sorgera ancora. Una lettura non leggera ma che ti resta attaccata addosso. Probabilmente tra qualche anno mi sembrerà davvero di essere stato in Kenya con Hemingway, così come ora mi sembra di essere stato a Pamplona. Lo stile di scrittura, l’ineguagliabile semplicità, ti entra nelle ossa anche se la storia è inesistente.
Questo è Hemingway e, ti ricordo, che il blog nasce dalla mia enorme ammirazione per Il vecchio e il mare.
Quindi, comunque, rispetto.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
I quarantanove racconti (1938)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)