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“Lolita” di Vladimir Nabokov

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Lo, Lola, Lolita.
Arrivo alla lettura di Lolita, di Vladimir Nabokov, vergine (concedimelo) della visione dei film che ne sono stati tratti. Oddio, proprio vergine no, quello di Kubrick del 1962 devo averlo visto, ma non lo ricordo. Di certo ho mancato il remake del 1997 di Adrian Lyne (specializzato in film porcellini, come 9 settimane e ½ e Attrazione fatale) con Jeremy Irons.
Dovrò rimediare perché Lolita, sebbene per certi versi sia lento come una lumaca su una tartaruga, è un capolavoro.

Nabokov ha dovuto sudare le pene dell’inferno per trovare un editore. Il romanzo all’epoca (1°ed. Parigi, 1955) fu scartato da quattro editori, perché considerato difficile, visto il tema scabroso trattato. Nel decennio successivo, invece, venne tradotto anche in russo (dallo stesso autore) dopo essere diventato un best seller da decine di milioni di copie.

La trama è nota, non mi dilungo.
Humbert Humbert, professore di letteratura francese, racconta (scrive) la vicenda da una cella, dopo essere stato recluso per un delitto (non ti dirò quale). Narra della sua passione per le ninfette e di come questa l’abbia portato, all’età di 37 anni, a sposare Charlotte Haze, con il fine di poter rimanere vicino alla figlia dodicenne Dolores Haze (alias Lolita). Charlotte muore e Humbert Humbert diventa in questo modo patrigno/tutore, amante e, infine, schiavo della viziata ragazzina. Insieme girano l’America, tra motel, cinema e ristoranti, in un crescendo di malessere e dipendenza psicologica, dove vittima e carnefice si scambiano di ruolo, fino al momento in cui Lolita scompare…

C’è da fare un dovuto distinguo, prima di addentrarsi nel pericoloso argomento pedofilia. Nei film che ho citato prima Lolita aveva, per scelta dei registi, 16 (Kubrick) e 14 (Lyne) anni. Questo, in qualche modo, sposta le versioni cinematografiche dal tema della malattia mentale a quello, meno pesante, della morale. Possiamo stare qui a discutere per ore se un uomo maturo possa o meno considerarsi tale provando attrazione per una sedicenne, ma di certo non stiamo parlando di pedofilia. Nel romanzo, però, Lolita ha 12 anni e Humbert Humbert, per sua stessa ammissione, prova un’attrazione (consciamente da nascondere) nei confronti di alcune particolari ragazzine, che lui definisce ninfette, comprese tra i 9 e i 12 anni. Humbert Humbert è un pedofilo, su questo non c’è alcun dubbio.

Te lo scrivo perché anche io, avendo in mente le immagini intraviste dai film, sono partito prevenuto, pensando che a parlare di pedofilia fossero i soliti benpensanti (quelli, insomma, che non hanno mai visto una foto della Ratajkowski a 14 anni). Ecco, no. Humbert è un pedofilo, senza se e senza ma. Humbert è attrato dai corpi acerbi, non formati, che presentano ancora fattezze decisamente infantili o comunque parecchio borderline. Humbert è un cazzo di malato mentale, della peggior specie.

Lolita, tuttavia, Lolita… bisogna dirlo.
Dolores “Lolita” Haze non è del tutto sana nemmeno lei. Quando Humbert approfitta della sua “innocenza”, Lolita non è più vergine perché si è già data parecchio da fare durante le vacanze estive. E, ti ricordo: ha 12 anni. Se è vero che Humbert la rovina del tutto, “rompendo” una psiche già malconcia, è anche vero che lei ci mette cinque minuti a ribaltare la frittata e a rendere il pedofilo suo schiavo in tutto e per tutto, dimostrando, peraltro, una iperattività sessuale non solo nei suoi confronti, ma anche nei confronti di qualsiasi altro maschio abbordabile nel di lei raggio d’azione.

La vera forza del romanzo è, a mio parere, tutta qui: nello scontro tra le due malattie mentali che non fanno prigionieri. Humbert e Lolita sono l’uno la punizione dell’altra. Non credo, onestamente, che la deriva di Lolita sia stata causata specificamente da quell’Humbert, credo, piuttosto, che Lolita avrebbe comunque cercato un Humbert dal quale farsi rovinare. Era destinata a questa fine.

Ovviamente, chiariamolo, questo discorso nulla toglie alla laida e schifosa figura del pedofilo Humbert, che tale è e tale rimane. Nabokov lo tratteggia stupendamente attraverso il racconto in prima persona, che lo rende fragile, malato e pericoloso al tempo stesso. Ti fa entrare nella sua mente, capire come ragiona. L’elevato livello culturale del protagonista fa si che la brutalità venga nascosta dall’esposizione poetica dei suoi pensieri. E così, in un certo senso, non appare cattivo, quanto piuttosto un essere che si è ormai arreso alla diversità dei propri istinti e che non cerca più di ostacolarli, ma solo di nasconderli alla vista del prossimo.

Curiosità. La storia di Lolita sarebbe ispirata a fatti realmente accaduti. Nel 1948 l’undicenne Sally Horner fu rapita dal meccanico cinquantenne Frank La Salle che abusò di lei per 21 mesi, viaggiando attraverso l’America.

Insomma: Lolita non è un libro facile e non è nemmeno un libro leggero, ma devi assolutamente leggerlo.

P.S. E se l’immagine di Lolita fosse del tutto stravolta dall’unico punto di vista che la descrive, cioè quello di Humbert Humbert? Fino a che punto la realtà che percepisci durante la lettura è reale?