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“L’ultimo sorso – Vita di Celio” di Mauro Corona

È difficile parlarti di questo L’ultimo sorso – Vita di Celio, faccio davvero fatica a inquadrarlo. Mauro Corona, nell’introduzione, ci tiene molto a precisare che Celio è un personaggio inventato, una sorta di summa di molti uomini che lui stesso avrebbe incontrato nel corso della propria vita. E quindi, cosa ho letto? Già, perché il tono è quello dell’omaggio nostalgico a un amico morto…

Celio è un uomo solitario, (molto) avezzo alle sbronze, amante della bottiglia, alcolista e bevitore (si è capito?). Trascorre gli anni tra scalate montane ed ermetismi verbali, cacciando qua e là camosci e altra selvaggina. Corona è per lui una sorta di figlio adottivo, qualcuno da prendere sotto la propria ala protettiva. Fine, più o meno.

Facciamo finta che Celio sia esistito davvero, che l’intro di Corona serva a non avere problemi legali per aver scritto una biografia non autorizzata. In questo caso il romanzo sarebbe davvero un gentile e sentito omaggio dell’autore a una vita “qualsiasi”, ma per lui molto importante. Il libro avrebbe, quindi, un valore morale ed emotivo molto alto. La realtà dei fatti caricherebbe di pathos anche le vicende meno interessanti (cioè quasi tutte), dando un significato al romanzo al di fuori del romanzo stesso.

Poi facciamo finta che sia davvero tutto inventato. Svuotato di una emotività reale, il romanzo perderebbe valore. Perché, in una storia così semplice, solo l’attinenza con il vero potrebbe rendere il racconto interessante. Nella lettura non mi sono affezionato a Celio, ma al nostalgico ricordo dell’autore. Se il ricordo risultasse essere un falso, la nostalgia non sarebbe sufficiente a reggere la storia (che vivrei un po’ come una presa in giro).

L’una o l’altra? Vero o inventato? Non lo so.

Libri che ho letto di Mauro Corona:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Vajont: quelli del dopo (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)
L’ultimo sorso – Vita di Celio (2020)

“Stoner” di John Williams

È difficile parlarti di Stoner adesso, dopo che l’hanno già fatto tutti. Sarebbe interessante avere un punto di vista diverso, dirti: «A me questo libro non è piaciuto», ma mentirei. Eppure ero terribilmente scettico prima della lettura, come lo sono per tutte quelle cose che suscitano un’ammirazione diffusa, massificata. Ho dovuto ricredermi, perché Stoner è effettivamente un romanzo eccezionale nella sua incredibile semplicità. Divenuto best seller più di quarant’anni dopo la prima pubblicazione, Stoner (1965) è anche la prova evidente di come non siano sufficienti un bravo autore e un ottimo stile, per avere successo. È la prova di come la fortuna, il corso degli eventi e la competenza editoriale giochino un ruolo primario nella riuscita di un libro. Con buona pace di John Edward Williams, morto nel 1994.

William Stoner, figlio di poveri contadini, si laurea e diventa professore universitario. Sposa Edith, con la quale ha una figlia, Grace, e un rapporto infelice e insoddisfacente. Lavora incessantemente, facendosi qualche nemico e sentendosi sempre non totalmente soddisfatto degli obiettivi raggiunti. Ama, per un breve periodo, una donna, Katherine Driscoll, nella consapevolezza che con lei potrà avere solo una relazione clandestina e destinata a interrompersi. Mi fermo.

Per le prime trenta o quaranta pagine Stoner ti respinge (o, almeno, ha respinto me), poi qualcosa cambia. L’arrendevolezza del protagonista, il suo modo di non opporsi agli eventi, ti conquista. Da un momento all’altro cominci a desiderare che accada qualcosa solo per vedere come Stoner riuscirà a non reagire. E, mentre sei lì a guardarlo, vorresti dargli una spinta (uno spintone, forse), incitarlo perché faccia qualcosa. Invece lui accetta (quasi) tutto, opponendosi solo alle ingiustizie lavorative e, in ogni caso, facendolo in un modo del tutto personale, senza clamore, senza rabbia esplicita.

Stoner è una vita che passa, come tante, nel quasi totale anonimato. L’accettazione e la consapevolezza di un’esistenza (forse) superflua sono le caratteristiche di William Stoner stesso, che risulta quindi un personaggio difficile da digerire (soprattutto nella nostra società moderna: non siamo abituati a un tale livello di umiltà). Stoner si arrende, non lotta, e ottiene quanto ottengono molti altri che, invece, si battono con le unghie e con i denti. Stoner, in definitiva, è una riflessione molto dura sulla vita, una riflessione quasi impossibile da accettare.

L’edizione che ho letto aveva due bonus non indifferenti. Un’intervista a John Williams da parte di Bryan Woolley, nella quale l’autore parla di letteratura in generale, e uno scambio epistolare dello stesso Williams con l’agente letteraria Marie Rodell, che mette in luce le iniziali difficoltà della pubblicazione di Stoner. A tal proposito, è sempre rincuorante scoprire come anche un grande romanzo trovi delle grosse difficoltà a essere pubblicato.

“Vajont: quelli del dopo” di Mauro Corona

Vajont: quelli del dopo è il diciassettesimo libro di Mauro Corona che leggo. Sebbene il “confezionamento” sia quello del romanzo, si può tranquillamente parlare di racconto (sono 73 pagine che, impaginate correttamente, equivarrebbero a circa 35). Per la cronaca, l’ho letto in una mezz’ora di relax, tra un capitolo e l’altro del “complicato” (da tutti i punti di vista) Glamorama di Ellis, di cui ti parlerò nel prossimo post.

Sarò breve, tolte le ovvie osservazioni commerciali (che non mi toccano: ho comprato questo libro a un euro al mercatino), Vajont è l’ennesimo omaggio di Corona alla tragedia del 1963 e, soprattutto, alle vittime di una strage annunciata.
Costruito come una pièce teatrale, il racconto riporta un immaginario (ma non troppo) dialogo tra tre anziani avventori di un’osteria di Erto e l’oste. Centro della discussione, ovviamente, la diga. Con la scusa della baruffa (così come la chiama sempre Corona), mentre i quattro si rinfacciano accuse e offese, viene raccontato quanto accaduto a Erto dopo il disastro.

Oltre 2000 morti, questo è il tragico bilancio dell’ennesima e impunita strage di Stato ed è forse la sola cosa che si ricorda, sbagliando. C’è molto altro, dietro. Ci sono le vite spezzate dei superstiti, le nefandezze degli sciacalli, c’è una comunità distrutta e i tentativi di corruzione a opera di chi ha tentato di lavarsi la coscienza “un tanto al morto” (con tanto di prezziario per rimborso perdite, chiamiamolo così, da parte dello Stato).

Vajont: quelli del dopo ricorda tutto questo. Con nostalgia e rabbia. Inutilmente, purtroppo. Non siamo in grado di imparare dai nostri errori.

Libri che ho letto di Mauro Corona:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Vajont: quelli del dopo (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Vero all’alba” di Ernest Hemingway

Sono stato in Africa con Hemingway.
Un’Africa da caccia grossa, con i portatori, i fucili e le tende (altro che resort). Un romanzo autobiografico non facile da affrontare, questo Vero all’alba, da molti punti di vista. Pubblicato postumo nel 1999, e curato dal figlio Patrick, ti consiglierei di leggerlo solo se A) ami terribilmente Hemingway, B) ami terribilmente l’Africa (e sei disposto a ignorare la stupidità della caccia) e C) ami terribilmente Hemingway e l’Africa.

Trama: in questo romanzo non accade nulla, per 370 pagine.
Fine della trama.
Potresti tranquillamente aprire il libro a un capitolo qualsiasi e iniziare a leggere, poi richiuderlo e riaprirlo ancora a un altro e andare avanti così. Non ti accorgeresti di nulla, zero cronologia.

Cosa c’è nel romanzo? La quotidianità della vita di Hemingway durante un safari di cinque mesi che fece in Kenya, con la quarta moglie. Le battute di caccia al leone, le differenze culturali con le tribù del posto, tanta terminologia swahili, le notti insonni e l’affetto per Debba, una wakamba che vorrebbe sposare il buon Ernest (che ci sguazza).

Inciso.
Hemingway è stato ampiamente criticato per la sua vena viril-cacciatrice, non sarò io ad aggiungere novità a queste critiche. Le ho viste anche io le foto di quelli che vanno a sparare al leone o all’elefante e, fosse per me, avrebbero tutti un foro in fronte. No, non c’è diplomazia, la stupidità umana non la merita, la diplomazia. Certo, con Hemingway si parla di altri tempi e posso capire che il “tema” fosse meno social e meno sentito. Non ridurrei, comunque, questo romanzo al problema della caccia.
Fine dell’inciso.

Credo che Vero all’alba mi accompagnerà a lungo, come ha fatto Fiesta – E il sole sorgera ancora. Una lettura non leggera ma che ti resta attaccata addosso. Probabilmente tra qualche anno mi sembrerà davvero di essere stato in Kenya con Hemingway, così come ora mi sembra di essere stato a Pamplona. Lo stile di scrittura, l’ineguagliabile semplicità, ti entra nelle ossa anche se la storia è inesistente.
Questo è Hemingway e, ti ricordo, che il blog nasce dalla mia enorme ammirazione per Il vecchio e il mare.
Quindi, comunque, rispetto.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
I quarantanove racconti (1938)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)

“Creepshow” di Stephen King, George Romero e Bernie Wrightson

Dadoveiniziaredadoveiniziaredadoveiniziare. Non lo so. Ok, facciamo finta tu non ne sappia nulla. Ci proviamo. Non ci riusciremo.
Creepshow (1982) è un film a episodi diretto da George A. Romero e scritto da Stephen King. Dal film, come stratosferica operazione di marketing, viene tratto un fumetto omonimo, disegnato da Bernie Wrightson. Il richiamo alle riviste a fumetti horror della EC Comics e della Warren Publishing (1964) è fortissimo, tanto che il “presentatore” delle storie sarà proprio Uncle Creepy, un personaggio chiave di quel periodo.
Se hai vissuto un po’ degli anni ottanta/novanta di Notte Horror su Italia 1, non puoi di certo esserti dimenticato lo Zio Tibia Picture Show, cioè la versione nostrana e pecoreccia di Uncle Creepy, che precedeva la visione delle pellicole (cose tipo Nightmare, Unico indizio la luna piena, Non aprite quel cancello…). Aspetta, ti rinfresco la memoria.

Zio Tibia Picture Show - Notte Horror
Zio Tibia Picture Show – Notte Horror (Italia 1)

Ecco, è questo lo splatteroso contesto in cui ci stiamo muovendo.
Parliamo della trama, sia del film che del fumetto (essendo essi legati come gemelli siamesi).
Sullo schermo è presente una cornice che nel fumetto manca, cioè quella di un ragazzino che legge di nascosto la rivista Creepshow (quella che hai tra le mani, ecco spiegato perché manchi la cornice).

La rivista contiene cinque storie (utilizzo i titoli e l’ordine dell’edizione Mondadori).

La festa del papà: un papà ritorna dal regno dei morti (nel film c’è un giovane Ed Harris).
La morte solitaria di Jordy Verrill: un contadino ignorante viene “contagiato” da una meteora (interpretato nel film da Stephen King!).
La cassa: horror classico, viene scoperta una cassa che contiene una famelica bestia.
Di mare in peggio: la vendetta di un uomo geloso (grandioso Leslie Nielsen).
Ti infestano: un ricco anziano soffre di un’ossessione per gli scarafaggi, ma sarà davvero un’ossessione?

Non resisto, ti mostro la mia collezione.

Creepshow in DVD, fumetto americano originale e edizione Mondadori
Creepshow in DVD, fumetto americano originale e edizione Mondadori

Horror puro al 100%, quello che si faceva una volta, con effetti speciali meccanici e storie di paura vera. Siamo lontani anni luce dalle mode odierne, dove c’è sempre il solito fantasma a infestare qualcosa (un muro, una casa, una vhs…). Questa è l’adolescenza del terrore, quella che ho sempre adorato.
Esistono, in realtà, anche due seguiti del film (non del fumetto): Creepshow 2, che vede ancora coinvolti King e Romero, e il pessimo Creepshow 3, mera operazione commerciale senza alcuna autorialità degna di nota. Io ho sempre preferito, a quest’ultimo, I delitti del gatto nero di John Harrison, dove la coppia Romero/King spacca ancora di brutto (e il cast è spettacolare: Julianne Moore, Steve Buscemi, Christian Slater e nientepopodimeno che Debbie Harry -> Blondie).

Dal mio livello di fanatismo avrai capito che non potevo farmi mancare la traduzione in italiano di Creepshow. Peraltro il fumetto originale lo tengo in una teca di vetro (protetto da raggi laser) e l’ho letto solo una volta per evitare di rovinarlo. Ora che ho il cartonato, invece, posso godermelo come si deve (è bello robusto, niente pieghe di lettura in copertina).
Darei qualsiasi cosa per tornare a quei tempi (anche se gli anni ottanta, causa età, io li ho vissuti nei novanta), purtroppo non posso. Ma il feticcio aiuta e Uncle Creepy anche.

Uncle Creepy
Uncle Creepy

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)

“Venti racconti allegri e uno triste” di Mauro Corona

Se ho fatto bene i conti, Mauro Corona dovrebbe aver scritto, tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, 34 libri (di cui alcuni a quattro mani). Un autore molto prolifico, considerato che la sua prima pubblicazione, Il volo della martora, è del 1997. Venti racconti allegri e uno triste è il sedicesimo libro che leggo di Corona (visto che, appunto, stiamo facendo i conti).

Non mi dilungherò.
Come evidente dal titolo, si tratta di ventuno racconti e i temi sono quelli classici dello scrittore: la natura, le bevute, la montagna e, in generale, la vita. La distinzione tra i racconti allegri e quello triste è smontata dallo stesso Corona nella prefazione, poiché in tutti si possono trovare parti comiche e altre più riflessive, come caratteristico del suo stile narrativo. L’ispirazione deriva da fatti reali implementati dall’utilizzo della fantasia (sempre spiegato in prefazione).
Devo ammettere che, rispetto ad altre sue raccolte, ho trovato effettivamente una maggiore leggerezza nel modo di narrare le vicende, dove per leggerezza intendo una minore presenza di violenza, sesso e atmosfere cupe. Aiuta, in questo, anche la brevità dei racconti (il libro consta di circa 150 pagine).

Che dire, a me Corona piace, mi rilassa e alcune sue ottime riflessioni hanno il grande e difficile potere della semplicità. Ti consiglierei Venti racconti allegri e uno triste se hai lo stomaco debole e non desideri essere turbato (insomma, è un libro con la T di “per tutti”). Se vuoi leggere racconti meno allegri potresti dirigerti su Come sasso nella corrente, anche se io continuo a consigliarti il romanzo Il canto delle manére.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Romance” di Chuck Palahniuk

Romance è una raccolta di ventitré racconti di Chuck Palaniuk, uscita nel 2015 (titolo originale Make Something Up). È sempre difficile parlare di antologie di questo tipo, salvo non volersi fermare ad analizzare ogni singolo racconto (cosa che, tranquillizzati, non farò). Nella mia personale classifica dei libri di Palahniuk (li ho letti tutti esclusi Beautiful You e Il libro di Talbott) Romance si piazza molto in basso, se non all’ultimo posto. Mi sono letteralmente forzato ad arrivare in fondo combattendo con attacchi narcolettici ricorrenti, ho impiegato quindici giorni per leggere 320 pagine.

Partiamo da ciò che ho trovato di buono: lo stile.
Palahniuk non si smentisce, sarebbe capace di rendere divertente anche la “descrizione della mia cameretta”. Cinico, pungente e senza filtri. Prendendo dei singoli paragrafi, ed estrapolandoli dal testo, le trovate geniali sono molteplici. La capacità espressiva di Chuck non è in discussione e probabilmente non lo sarà mai, scrive in modo unico e inimitabile.

Ciò che mi è mancato: i contenuti.
I racconti trattano svariati argomenti, strizzando comunque sempre l’occhio alla sessualità e alla sfera degli “istinti”. Le storie però sono poco convincenti e, soprattutto, per nulla coinvolgenti. Non c’è stato un singolo momento nel quale io sia stato invogliato a terminare un racconto per vedere come andasse a finire, cosa succedesse dopo. Il livello di oniricità e sperimentazione delle trame mi è risultato parecchio indigesto.
Peccato.

Chiariamoci, non manca qualche buono spunto (il mio racconto preferito, Zombi, parla del dilagare di una moda giovanile che consiste nell’autolobotomizzarsi con i defibrillatori per essere sempre felici e eliminare le pressioni sociali), tuttavia, se non hai mai letto Palahniuk, ti consiglierei di partire da qualsiasi altro suo libro.

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
Portland Souvenir (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)
Romance (2015)

“Los Angeles Nera: Le strade dell’innocenza” di James Ellroy (Trilogia del sergente Hopkins)

Un po’ di eventi storici, prima.
Tra il 1984 e il 1985 James Ellroy scrive la “trilogia del sergente Hopkins” composta da Le strade dell’innocenza, Perché la notte e La collina dei suicidi. Nel 2018 io leggo I miei luoghi oscuri, romanzo nel quale Ellroy racconta dell’omicidio della madre, e ne resto folgorato. Nel 1988 esce Indagine ad alto rischio, film con James Woods tratto proprio da Le strade dell’innocenza. A cavallo tra il 2018 e il 2019 leggo i primi due romanzi dello scrittore, Prega Detective e Clandestino, decidendo che dovrò leggere tutto quello che ha scritto, in ordine rigorosamente cronologico. Nel 2012 la serie di documentari America tra le righe dedica un’intera puntata a James Ellroy: Ellroy Confidential. 2020: cerco Indagine ad alto rischio su Netflix e non lo trovo, come del resto succede ogni volta che cerco qualcosa su Netflix (vedasi puntata precedente con L’uomo duplicato di Saramago e l’introvabile Enemy). Mi incazzo come una iena con le emorroidi e me la prendo con le recenti produzioni commerciali e insulse della piattaforma.
Bene, ora che anche tu hai potuto constatare come la mia vita e quella di Ellroy siano indissolubilmente collegate, posso raccontarti di cosa parla il primo libro della trilogia.

Lloyd Hopkins è un sergente duro (ma giusto) con alle spalle un trauma oscuro che lo fa vivere in una sorta di oniricità costante nella quale (a lui) è sempre ben chiaro cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ha una moglie, tre figlie e molte amanti. Il poeta, invece, è un serial killer che, dopo essere stato stuprato da dei coetanei durante l’adolescenza, è impazzito e ha deciso di uccidere tutte le donne che rientrano nei canoni che ha prefissato. I due ovviamente sono destinati a scontrarsi e a rendere sempre più sottile il confine tra Bene e Male.

Come sempre Ellroy scrive un noir con i controcazzi, tutti i personaggi del romanzo sono estremamente turbati e tra loro, casomai ci fosse, non si salverebbe nemmeno un neonato (avrebbe il Male dentro e qualcosa da nascondere). Tradimenti, droga, violenza, stupri, omicidi e perversioni: il condimento è questo e le anime innocenti sono altrove. Non a tutti piace, né Ellroy né quello che racconta. Per inciso lo scrittore si definisce così (da Wiki): “…un americano religioso, eterosessuale di destra. […] Un cristiano nazionalista, militarista e capitalista. […] Non sento il bisogno di giustificare le mie opinioni. […] Nella mia vita mi sono concentrato su poche cose e da queste sono riuscito a trarre profitto. Sono molto bravo a trasformare la merda in oro”.
Ecco, credo tu ti sia fatto un’idea.

La copertina che vedi là sopra te la riproporrò quindi altre due volte, perchè è quella di un librone che contiene tutti e tre i romanzi della trilogia. Li alternerò ad altre letture, per non scassarci i maroni a vicenda con un unico filotto. Ti consiglio Le strade dell’innocenza? Naturalmente sì, anche se non nascondo mi siano piaciuti di più i primi due romanzi dell’autore. Vedremo comunque come andrà avanti con il “buon” Lloyd.

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
I miei luoghi oscuri (1996)

“Storia di Neve” di Mauro Corona

Ho fatto due conti, su Wikipedia, e mi risulta che Mauro Corona abbia scritto trentadue libri (uno più uno meno) e io, con Storia di Neve, ne ho letti quindici (li trovi elencati a fine post). Questo supertomo (circa 820 pagine) l’avevo lasciato appositamente da parte, sperando mi regalasse grandi soddisfazioni come L’ombra del bastone e Il canto delle manére, ma purtroppo non è andata esattamente così…

Partiamo con un po’ di trama (ermetica).
Neve nasce a Erto nel 1919. È una bambina strana, ogni tanto compie qualche miracolo, curando dei malati, ma è molto fragile, tende a sciogliersi come un cubetto di ghiaccio, trasformandosi in acqua. Questo accade soprattutto quando le capita di incontrare per le vie del paese un suo (quasi) coetaneo, Valentino, per il quale ha una forte attrazione resa impossibile proprio dalle circostanze.
Intanto Felice, il padre di Neve, fiutando l’affare dei miracoli ne organizza di finti per rafforzare la nomea della figlia e far sì che le persone bisognose la raggiungano in pellegrinaggio, pronte ad aprire le tasche in cambio di una speranza. Felice accumula ricchezze, complici e amanti mentre in paese iniziano a sparire i testimoni “scomodi”.
Mi fermo.

Storia di Neve è di certo un romanzo cupo e violento, su questo non c’è alcun dubbio. I personaggi buoni, o che comunque si salvano, si possono contare sulle dita di una mano, Neve inclusa. I morti sono tanti e spesso se ne vanno in modo truculento, talvolta al limite del grottesco (esempio: due amanti vengono divorati dai topi durante un amplesso e continuano a montarsi – come direbbe Corona – fino a quando diventano scheletri). L’erotismo è sempre dietro l’angolo, ogni occasione è buona per stupri, accoppiamenti vari e alzate di còtole, senza tuttavia mai entrare nei particolari (non ci sono descrizioni di tipo pornografico). Insomma, per quanto riguarda il sesso c’è più quantità che qualità.
Le vicende di Neve e di suo padre Felice rappresentano la parte centrale della storia ma sono circondate da mille altre sottotrame che si dipanano nel corso dei ventinove anni di vita della protagonista (non è uno spoiler, lo si sa da subito).

A differenza di molte persone, io non ho mai avuto problemi con la presenza di violenza, stupri o negatività. Te lo dico perché molte critiche che ho letto, rivolte al romanzo, sono proprio dirette verso queste forti caratteristiche che permeano la narrazione. Quello che, in realtà, non mi è piaciuto de La storia di Neve è la sua lunghezza. Credo che se Corona avesse scritto 400 pagine, invece di 800, la storia sarebbe filata molto meglio. Purtroppo questa prolissità si paga spesso con (tri-quadri)ripetizioni, personaggi che vengono presentati tante (troppe) volte allo stesso modo (quasi che Corona dubitasse che il lettore potesse ricordarsene) e l’uso continuo di similitudini (ogni cosa è come qualcos’altro, nello stile dell’autore, certo, ma qui si esagera). Peccato.

Di bello c’è che il romanzo non è ben identificabile in un singolo genere. Come dicevo, in alcuni momenti potrebbe rientrare addirittura nel gore, ma altre volte sembra un fantasy e altre ancora una storia di mistero. Questa parte dell’esperimento (perché credo che lo sia) l’ho gradita parecchio.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Come sasso nella corrente” di Mauro Corona

Come già successo in passato, prima di leggere quello che sto per scrivere, ti chiedo di effettuare un enorme sforzo cognitivo e dimenticare il Mauro Corona personaggio per concentrarti solo su Mauro Corona scrittore. Anche se ormai lo saprai, sono due entità ben distinte. (Se non lo sai significa che è la prima volta che passi di qui. Scorri il post fino alla fine, dove trovi gli altri libri di Corona che ho letto, e ripassa.)

Come sasso nella corrente.
Mi è piaciuto? Ni. Per certi versi è uno dei migliori romanzi di Corona (senza scomodare quel paio di titoli che nemmeno ti vado più a citare), per altri uno dei peggiori. Ma prima vediamo di cosa parla, così sei contento e non ti vengono le emorroidi da stress.

Autobiografia in terza persona dello scrittore (o almeno lo sembra molto) fino alle ultime pagine, quando vira verso un genere misterioso/fantastico. Ecco, questa è la trama, sono stato più ermetico del solito. Ok, ok, ancora un paio di cose. Cupo e triste, questo romanzo racconta l’esistenza di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e niente. Tutto, perché ha ottenuto il successo e la notorietà, che hanno gonfiato il suo ego e soddisfatto il suo narcisismo; niente, perché l’infelicità non lo ha mai lasciato, impedendogli di godersi anche quei momenti superficiali a fronte della ricerca di qualcosa di profondo, che non è riuscito a trovare. Ad ogni modo, è chiaro che una delle principali cause di questa sofferenza sia imputabile a un’infanzia negata, caratterizzata da una madre assente e da un padre violento. Solo dopo è arrivata la vita, che ha cinghiato il protagonista laddove non lo aveva già cinghiato il padre.
Cupo, dicevo. Triste.

Tuttavia…
Tuttavia in questo romanzo si trovano dei singoli paragrafi che sono i migliori che abbia mai letto scritti da Corona. Estrapolati dal contesto, sono poesia pura. Forse perché, in fin dei conti, vediamo la vita in modo simile. E, siccome un esempio vale più di mille parole…

Erano buone ore quando stavano assieme. Buone per ciò che restava delle loro anime. Le loro anime non erano intere. In passato le avevano divise con qualcuno che era stato allontanato. Chi viene allontanato non se ne va a mani vuote, ruba sempre un po’ d’anima all’altro. Non si esce ad anima integra da una separazione o da spartizioni di beni comuni. Il passato condiviso non si cancella, resta lì col muso duro e il pugno chiuso, a rammentarci che è esistito. Dentro al pugno un po’ d’anima dell’altro. E viceversa.

Per il resto, invece, Come sasso nella corrente non mi ha particolarmente coinvolto, la lettura è stata lenta. Questo anche per una certa ripetitività nella costruzione della frase (ecco, sono cose di cui di solito non mi accorgo, per dire) che tende a riformulare sempre lo stesso concetto, più volte, aiutandosi (troppo) spesso con elenchi di sinonimi. La sensazione è quella di una cantilena che procede per alti e bassi, senza mutamenti. Quando ti aspetti una ripetizione… taaac, arriva, puntuale.

Nel complesso ti direi di leggerlo, non tra i migliori libri dello scrittore/alpinista/scultore/showman, ma di sicuro molto diverso dagli altri. Ecco, forse è questa la cosa più interessante: mentre alcuni suoi titoli, trascorso un po’ di tempo, faccio fatica a distinguerli gli uni dagli altri (soprattutto quelli composti da racconti), questo mi rimarrà in mente. Ha una sua personalità intimista (cupa sempre, eh) ben definita. Così cupa che, in fondo, mi attira.
Ah, ho comprato anche Storia di neve, regolati.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)