Archivi tag: premio letterario

Recensione di “L’AMICO GIUSTO” di Marco Cesari — Il Trio del Mangialibro

Una bellissima recensione de L’amico giusto da parte de Il Trio del Mangialibro. Grazie.

“Da bambino bucavo la carta con i pennarelli scarichi. Sperando di resuscitarne la tonalità, insistevo nello stesso punto fino a consumare il foglio. Crescendo, ho capito che le emozioni e le esperienze non sono diverse dai pennarelli: dopo averle provate la prima volta, le successive non hanno mai la stessa forza, non importa quanto lo […]

via Recensione di “L’AMICO GIUSTO” di Marco Cesari — Il Trio del Mangialibro

“Puzza di morto a Villa Vistamare” di Patrizia Fortunati

Puzza di morto a Villa Vistamare è un romanzo umoristico. Non solo, è il primo romanzo umoristico che abbia mai letto (perlomeno che io ricordi). Quindi è necessaria un po’ di scuola, per non fare confusione…

Il romanzo umoristico è un genere letterario caratterizzato dalla presenza di umorismo. La principale caratteristica è quella di descrivere la realtà enfatizzandone alcune parti, facendone una vera e propria parodia che ha lo scopo di divertire il lettore, ma anche di farlo riflettere su un determinato aspetto della realtà. Per questo, questo genere si discosta dal romanzo comico che ha invece lo scopo unico di far divertire il lettore.
(da Wikipedia)

Detto in altri termini: la differenza tra un romanzo comico e uno umoristico è la stessa che passa tra Vacanze di Natale (aggiungi un anno a piacere) e Monty Python – Il senso della vita (o qualsiasi film dei Monty Python).
Fine della lezione.

Come ti avevo anticipato, parlandoti di Chi ha ucciso il Pret de Ratanà, Puzza di morto a Villa Vistamare è giunto in finale alla terza edizione del “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano”. Il merito di questo successo è dovuto sicuramente al grande pregio di cui ti ho acennato sopra: l’intelligenza. Già, perché l’autrice, Patrizia Fortunati (che ho avuto il piacere di conoscere) racconta sì di anche fratturate, dentiere volanti e rimbabimenti senili, ma senza mai perdere di vista il messaggio di positività e speranza che i “vecchi” di Villa Vistamare portano tatuato sulle loro rugose pelli. Non starò ora a spiegarti perché, in questo preciso momento storico, un messaggio del genere sia particolarmente importante (se non lo capisci da solo significa che sei molto più rincoglionito dei suddetti vecchi).

Come sempre della trama parliamo poco, altrimenti che gusto c’è.
Nella residenza per anziani Villa Vistamare, il conte Giovanni Alfonso Maria Visconte terzo della Smeraldina muore. E muore lasciando in eredità agli altri ospiti, come indicato in una lettera, due milioni di euro. La lettera viene però intercettata proprio dagli anziani che, temendo di non entrare in possesso del malloppo, iniziano a muoversi segretamente affinché le volontà del Conte vengano rispettate (ancor prima che ci sia modo di non farlo!). Ne seguono furti d’auto (rigorosamente con patente scaduta), incendi (da sigarette narcolettiche), scambi di persona, protesizzanti cadute e mille altre situazioni paradossali(ssime).

Con Puzza di morto a Villa Vistamare si ride, si ride tanto (forse conviene leggerlo su una comoda, così, per sicurezza idrica e scenografia adeguata), tuttavia quello che resta, appunto, è la consapevolezza di quanto ci piaccia e ci dovrà sempre piacere vedere il mondo attraverso l’ironica consapevolezza di chi ha vissuto più a lungo di noi. Di quanto sia, concedimi, “utile e necessario”. E, di nuovo, mi fermo qui.

Patrizia Fortunati non è alla sua prima opera (e si vede/legge), ha scritto diversi libri. Il suo primo romanzo, Marmellata di prugne, risale al 2013. Ne sono seguiti altri tra i quali Trecento secondi e Altrove. Qualcosa dovrò recuperarlo, per forza, magari Benni, Celestina e tre piani in ascensore che, essendo destinato ai ragazzi, mi aiuterà a mantenermi immortale e giovane come è stato fino ad ora.

“Antologia Delirio – Terni e Narni Horror Fest” AA.VV.

Un po’ di storia (mia, si intende).
Prima di arrivare a pubblicare L’amico giusto partecipavo a diversi concorsi letterari, in prevalenza horror. Essendo l’horror una letteratura “di genere” (e in quanto tale maltrattata) i concorsi a essa dedicati sono pochi e quelli organizzati bene ancora meno. Io ne ho “frequentati” parecchi, tra cui il FiPiLi Horror, l’Esecranda e, appunto, il premio letterario Terni Horror (ora Terni e Narni Horror Fest).
[Momento nostalgia per chi ricorda il Dylan Dog Horror Fest].
Nel 2018 mi è capitato di vincerlo (ex aequo con Roberto Ciardiello), il Terni Horror, motivo per il quale ho tra le mani questa bella antologia che contiene anche il mio racconto.

Due parole, veloci, sul Terni e Narni Horror Fest.
Nato dalla passione di pochi amici che amano l’horror, diviene nel giro di cinque/sei anni un punto di riferimento per tutti gli amanti del genere. È una manifestazione che, oltre al concorso letterario, si occupa anche di cinema e di tutto quello che gravita attorno all’orrore. Pur mantenendo le sue radici genuine (e questa a mio parere è la sua forza) attrae a sé nomi importanti: l’anno scorso la presidentessa di giuria era Paola Barbato e prima ancora il mitico, e purtroppo scomparso, Tullio Dobner (tu sai quanto io ami lo Stephen King tradotto magistralmente da Dobner).

L’Antologia Delirio – Terni e Narni Horror Fest, curata da Fabio Mundadori, raccoglie tutti i racconti che si sono piazzati nei primi tre posti dal 2016 al 2019, oltre a tutti i finalisti del 2019. Un totale di 24 racconti, per circa 270 pagine. Siccome sono un esteta e un superficiale devo anche spendere qualche riga per dirti che l’edizione è parecchio curata per quanto riguarda la qualità dei materiali. Questo non è scontato perché spesso i concorsi, causa fondi limitati, si trovano a dover ripiegare su edizioni dall’aspetto economico. Non è questo il caso: carta di pregio, bella copertina, fisicità importante.

Come spesso mi è più volte capitato di notare, anche leggendo antologie di altri concorsi (vedi Trofeo Rill, altro premio fantastico), i racconti hanno quell’originalità che manca alle “normali” raccolte che si trovano in libreria. È come se la necessità degli autori di trovare qualcosa di nuovo da dire li portasse a uscire dai normali canoni di genere per scoprire territori nuovi, inesplorati, che possono solo essere entusiasmanti per chi legge e desidera uscire dai binari. Io poi amo l’alternanza nello stile e nel sottogenere, quindi ho trovato pane per i miei denti. Ti dirò che, pur vestando il mio vracconto il migliove dell’inteva antologia (da leggere con tono da saccente letterato), anche quelli degli altri autori se la cavano piuttosto bene! (Umiltà, il mio più grande pregio).
Scherzi a parte, il livello è alto, leggendo un racconto preso a caso si fa fatica a capire se questo possa essere un vincitore o solo un finalista.

Purtroppo l’anno della vittoria non ho potuto essere presente alla premiazione e, con questo libro tra le mani, mi dispiace ancora di più. Che dire, se hai la passione per la scrittura (horror) il Terni e Narni Horror Fest è una buona occasione, se invece non scrivi… leggi l’antologia!

“Spiagge sospese” di Renata Bovara

Spiagge sospese, di Renata Bovara, si era piazzato nel 2018 tra i tre finalisti della seconda edizione del Premio Letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, vinto successivamente* da Blowjim di Cavaciuti. Il romanzo è stato poi fortunatamente* (e meritatamente*) comunque pubblicato all’inizio di quest’anno. Mi è capitato tra le mani e quindi ora siamo qui.
*(Tre avverbi in dieci parole: a Stephen King sarà venuto un colpo).

Non vorrei svelarti troppo della trama. Primo perché, come sai, a me non piace raccontare le trame dei libri, secondo perché potrebbe indurti in errore nella valutazione di questo romanzo. Qualcosa comunque te la dirò, perché altrimenti a te, che sei un lettore medio di recensioni medie, se usciamo dal canone rischiamo ti venga un eczema da stress.

La marchesa Federica Macaluso muore, e muore all’inizio del romanzo. Lascia una figlia, una nipote e delle pronipoti. Tutte queste donne hanno, in qualche modo, qualcosa in “sospeso” con lei. La marchesa lascia, però, anche una vita di contrasti, amori, misteri. Lascia, in particolare, un segreto legato alla sua giovinezza che l’ha condizionata per tutta l’esistenza, anche durante un matrimonio, con il marchese appunto, che non sembra essere nato dall’amore. E sarà la marchesa stessa a sbrogliare la matassa della sua vita dal luogo in cui è finita dopo la morte. Un luogo, anche qui, sospeso, composto da ricordi e reinterpretazioni del vissuto della marchesa, mentre nel mondo “reale” le sue discendenti proseguiranno le loro vite, cercando di capire chi fosse davvero Federica Macaluso e quanto abbia in realtà inluenzato le loro vite.

Spiagge sospese è scritto molto bene, su questo non ci piove. Quello che si nota subito è l’eleganza e la raffinatezza (sai che non è da me utilizzare questi termini, ma tant’è) della costruzione della frase. Ma quello che ho ammirato ancora di più è che questa eleganza non sia legata a particolari virtuosismi lessicali o sbruffonerie: l’autrice usa infatti parole semplici, solo che le sa “abbinare” bene. È un po’ la differenza che intercorre tra chi, per dimostrare il proprio valore, deve spendere una sacco di soldi in marchi e abiti costosi (risultando spesso pacchiano) e chi, invece, ha una classe intrinseca che gli consente di essere elegante anche in mutande. Spero di aver reso l’idea.

Poi c’è questa cosa della sospensione che è azzeccatissima. Il romanzo È una sospensione. Da bambino partecipavo a dei pranzi domenicali estivi con i parenti (una tortura) che si concludevano immancabilmente con il pisolino del primo pomeriggio. E io ero lì, l’unico sveglio, ad aspettare succedesse qualcosa senza poter fare niente. Dormivano tutti, il sole picchiava di brutto, le strade erano deserte, non c’erano rumori. La giornata non era finita, io lo sapevo ma, per un certo tempo, non sarebbe successo nulla. Questo romanzo mi ha fatto sentire sospeso, come allora, in un’attesa diurna.

Spiagge sospese indaga la vita, il rimorso, le svolte mancate. Allo stesso tempo però butta anche un occhio su qualcosa che, la maggior parte dei lettori, non capirà. Ossia sulla vita stessa, che non è solo il sogno, ma è anche la normalità. Qualsiasi scelta porta a delle conseguenze, ed è solo vivendo che si arriverà a capire che il sogno non esiste, perché quello esiste solo nelle scelte mancate che, rimanendo estranee alla realtà, possono fingere di essere perfette.

Fermo restando che Spiagge sospese è destinato a un pubblico femminile e che io l’ho letto e compreso solo grazie alla mia incredibile sensibilità, intelligenza, arguzia, fascino, bellezza, ecc. ecc. (e modestia, e umiltà, ovviamente), credo, in definitiva, che questo romanzo sia il libro perfetto per mandare in brodo di giuggiole un plotone di casalinghe frustrate. Quelle incastrate in un matrimonio che non le soddisfa, che pensano a “come sarebbe potuta andare se..”. Le stesse che non riusciranno a vedere molto oltre la trama, attaccate alla superficie delle cose, perdendosi i contenuti, intente a cercare le similitudini con le loro tristi e inutili vite. Vedranno solo quello che vorranno vedere. Ed è un peccato, perché si perderanno molto.

“Quasi a casa” di Elena Moretti

Ti avevo già parlato di Blowjim, vincitore del “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano” 2018, Quasi a casa è invece il romanzo di Elena Moretti che ha vinto la prima edizione del Premio, nel 2017. L’ho recuperato al mercatino, subito dopo aver terminato il libro di Cavaciuti (dal momento che si facevano compagnia sullo scaffale). Sì, perché ci ho riflettuto e non leggo mai nulla di “nuovo”, dove per “nuovo” intendo romanzi di scrittori esordienti, sconosciuti. Se controlli gli ultimi titoli e autori di cui ti ho parlato, passando dal più leggero Malvaldi fino ad arrivare alla Trilogia siberiana di Lilin, se non addirittura a Le notti bianche di Doestoevskij, non potrai che accorgerti di questo fatto. E, allora, tanto vale scegliere delle opere che abbiano vinto un premio, per buttarmi (ogni tanto) in questo mondo.

Quasi a casa è una storia di riscatto e rinascita che segue per filo e per segno i canonici punti di questa tipologia narrativa. Adrian, un sedicenne italo-romeno con grossi problemi familiari alle spalle, finisce a vivere in una malga, gestita da una Vecchia (così lui la chiama), una sorta di comunità di recupero per minori “difficoltosi”. Qui, tra il passato che fatica a scomparire e il presente che piano piano lo avvolge, scopre valori come l’amicizia, l’amore e il rispetto. Nel frattempo anche i suoi compagni di avventura rivelano le loro storie, le loro difficoltà. Tutti hanno un doloroso segreto da nascondere, non solo gli ospiti della malga, ma anche chi, in un modo o nell’altro, ci gravita intorno. Il romanzo è scritto sotto forma di diario dello stesso protagonista, con tutti gli errori lessicali e lo stile discorsivo che seguono questa scelta.

Come tu ormai sai (te l’ho spiegato anche parlandoti dell’ultimo libro che ho letto Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler), io non credo nel Bene, non credo faccia parte della nostra specie. Io credo semplicemente che l’uomo sia destinato al Male. Senza giustificazioni o colpe, è un difetto intrinseco che ci porterà all’estinzione (senza drammi, siamo un inutile sputo nell’Universo). Non bastano pochi esempi di lungimiranza per cambiare la nostra essenza. Le opere d’arte, i viaggi nello spazio, le cure per le malattie, si perdono di fronte all’innegabile e immenso FATTO che siamo l’unica specie che si autodistrugge, uccidendo i propri simili, l’ambiente in cui vive e le altre specie. Cercare il Bene nell’Uomo sarebbe come affermare che, siccome siamo riusciti a far risolvere il cubo di Rubik a un orango (sparo, eh), allora tutti gli orango siano in grado di risolverlo. Invece quell’orango è l’eccezione, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo, e l’eccezione non fa la regola. Noi non siamo dei Leonardo da Vinci, noi siamo quelli che si ammazzano (e ammazzano) per il black friday, questo è il nostro stadio evolutivo medio.

Ti sei pippato tutta questa mia manfrina solo per farti capire che chi ha scritto Quasi a casa è molto probabile creda nel Bene. Il suo protagonista, pur avendo una passato di violenza che si ripercuote su reazioni a sua volte violente (da cui fatica a sfuggire), utilizza nell’intercalare delle espressioni “dure” come che scorno! e vive un amore delicato e contornato da timidi baci (molto femminile). Questo è quello che chiamo ottimismo. (Per darti un punto di vista completo dovrei anche parlarti del finale del libro, cosa che non faccio per non spoilerarti tutto). Io non credo si possa recuperare l’intera specie a causa dei difetti congeniti, figuriamoci il singolo individuo! Quindi comprenderai che il problema non è dirti se mi sia piaciuto o meno il romanzo, ma farti intendere quanto questo romanzo rappresenti un punto di vista totalmente diverso dal mio. Di sicuro ha creato uno spunto di riflessione e questo è sempre positivo.

In poche parole, se sei una persona buona, piena di ottimismo, fiduciosa negli esseri umani e felice di vedere trionfare l’amore, questo libro fa per te. Ma, se sei così, sei qui per errore, non stai certo seguendo questo blog per scelta, quindi addio.

“Blowjim” di Christian Cavaciuti

Lo so benissimo cosa stai pensando, è inutile che mi guardi così. Dopo due libri a sfondo erotico come Donne e L’altalena di Apollinarija ti vado a leggere un romanzo che si intitola Blowjim, manco avessi inghiottito una scatola intera di Viagra e fossi in preda a turbe ormonali incontrollabili. Ma, credimi, non è come sembra, non sto scrivendo nudo e non ho nemmeno dovuto ingrandire la dimensione del font per sopraggiunta cecità…

Blowjim è il romanzo di Christian Cavaciuti che ha vinto il “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano – Seconda edizione” nel 2018. E, a dispetto del titolo che strizza l’occhio ad altre strizzate più intime, il sesso non rappresenta il tema principale (se non l’elemento scatenante della trama) né si tratta di un libro erotico. Peraltro l’autore, in una nota finale, ci tiene a specificare che il titolo, se non fosse stato limitato da esigenze editoriali, sarebbe stato ben più esplicito (mmm, chissà com’era inizialmente… forse Sgorgonjim?). Detto questo, dal momento che la pubblicità su Radiofreccia era martellante, quando me lo sono trovato davanti, usato, ho deciso di tentare la sorte.

Trama. Melanie, a sedici anni, sale sul palco mentre stanno suonando i Doors e ha un dialogo ravvicinato con lo snake (che, ricordiamolo, is long seven miles) di Jim Morrison. Poi scende dal palco e se ne va restando una fan qualsiasi, ritratta solo in qualche foto di spalle in cui è quasi irriconoscibile. Passano venticinque anni. Melanie è diventata una sorta di consulente alimentare e lavora per Barry Sears, il creatore della dieta a Zona. Un po’ per lavoro e un po’ per amicizia accompagna il noto wrestler André the Giant (momento malinconia per chi aveva il pupazzeto da bambino) a Parigi, dove questi muore d’infarto. Melanie deve quindi restare in città intanto che i medici terminano le indagini di rito e ne approfitta per visitare la tomba di Morrison e rivangare il passato e quel gesto eclatante che l’ha tanto scombussolata. Solo che Jim ricompare… Mi fermo.

A dispetto dei pochi(ssimi) spostamenti fisici che avvengono durante la storia, il viaggio vero è quello all’interno della protagonista, all’interno di Melanie. Gran parte del romanzo è infatti uno studio, una introspezione, per capire cosa sia rimasto della ragazzina che ha fatto un pompino a Jim Morrison e per capire perché l’abbia fatto (o se sarebbe in grado di rifarlo). Ci sono poi moltissime divagazioni sui più svariati argomenti. L’autore, infatti, con la scusa di confrontare la cultura americana di Melanie con quella francesce, approfitta per dire implicitamente cosa ne pensa della nostra.

Blowjim non si può certo definire un romanzo “commerciale”, non credo sia un libro per tutti, a partire dal lessico che spesso è molto articolato. Mi aspettavo qualcosa di più semplice, invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Certo, lo puoi leggere solo in superficie e accontentarti della vicenda principale, ma credo che ti perderesti parecchio di quello che è nascosto sotto il tappeto. (E te lo dice uno che avrebbe preferito un po’ più di azione.)

Io, però, non sono fatto per i romanzi che hanno come protagoniste delle donne, riesco ad immedesimarmi poco e non li apprezzo quanto meritano. Ma questo è un mio limite, credo (o della mia natura umana), tanto che non ascolto nemmeno, salvo rare eccezioni, musica femminile, dove per femminile intendo cantata da donne.
Cosa vuoi farci, è così.