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“L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson

Avevo appena terminato Il porto degli spiriti di Lindqvist che già mi ritrovo ad aver a che fare con altri fantasmi. Non ci ho nemmeno pensato, nello scegliere il libro, è stato un caso al 100%. Detto questo, L’incubo di Hill House (1959) è il secondo (e ultimo… ma ci arriviamo) romanzo di Shirley Jackson che leggo, dopo Così dolce, così innocente (altrimenti detto Abbiamo sempre vissuto nel castello). Da entrambi i romanzi sono stati tratti, tra l’altro, degli adattamenti: due film e una serie per Hill House e un film per Abbiamo sempre vissuto nel castello. Quest’ultimo l’ho visto, così come il noto Haunting – Presenze (con Liam Neeson, Catherine Zeta Jones e Owen Wilson). Tutti poco entusiasmanti come, appunto, i romanzi.
Ops…

Mi dispiace, ma l’attesa era altissima e forse questo ha influenzato le mie aspettative. L’incubo di Hill House è infatti ritenuta da molti (Stephen King compreso) una delle migliori ghost story del XX secolo. A me, invece, è parso più che altro un romanzo horror (?) per casalinghe frustrate. So che questa definizione attirerà sul sottoscritto le ire di quei molti, perché affermare una cose del genere è un po’ come sputare in faccia a Gesù, ma durante la lettura sono stato preso da una noia mortale, pari solo a quella provata con l’altro romanzo della Jackson. Ti dirò che, prima di cominciare a leggere, avevo anche previsto un confronto con La casa d’inferno, ma la verità è che proprio non ci sono cazzi, l’opera di Richard Matheson è assolutamente superiore.

Trama minima, perché lo è e perché mi scazza anche star qui a riassumere il nulla.
Un professore riunisce un piccolo gruppo di persone a Hill House, presunta casa infestata, per effettuare uno studio sui fenomeni paranormali. Tra queste c’è Eleanor che pare attirare su di sé le ire della casa (o le paturnie del soggetto, a seconda dei punti di vista). Non succede nulla per 200 pagine (escluse le seghe mentali di Eleanor) e la storia finisce. Punto.

Se proprio volessimo essere pignoli ci sarebbe una lettura più approfondita del romanzo, che implicherebbe un annullamento spazio-temporale in favore di una spiegazione psicocinetica dei (due?) fenomeni che si realizzano durante la vicenda. Non posso dirti molto di più, ma voglio sperare che sia così, almeno per salvare il salvabile.
Io comunque continuo a domandarmi perché Shirley Jackson non abbia deciso di scrivere dei romanzi rosa invece di buttarsi sulla letteratura “horror” (o presunta tale).
A me i romanzi rosa non piacciono, sarebbe stato tutto più semplice.

“Il nome della rosa” di Umberto Eco

Qui assiso mi accingo a sciorinare apertis verbis, di certo incappando in turpissimi errori, il resoconto della lettura de Il nome della rosa che, sebbene spesso neghittoso, potius sero quam nunquam sono riuscito a terminare. Chiedo venia, e mi percuoto anzitempo le pudenda, per le sciamannate modalità del mio favellare. Ma procediamo che mali principii malus exitus

Innanzitutto devi considerare, casomai ti stessi accingendo alla lettura di queso grosso tomo (l’edizione Bompiani che ho letto consta di 540 pagine fitte fitte), che non si tratta di un romanzo di narrativa. Qualcuno potrà storcere il naso, ma la realtà è questa. Certo, c’è una trama, un racconto, una vicenda con un inizio e una fine. Ma ti sfido ad affermare che il motivo d’essere di questo libro sia la narrazione delle avventure dei due frati protagonisti. Tuttalpiù queste possono essere la scusa per imbastire un (di certo superbo) trattato sul Medioevo, sulla religione e sulla storia della Chiesa durante il periodo dell’Inquisizione. Ma partiamo da una velocissima trama.

Premessa: l’artificio utilizzato è quello del “manoscritto ritrovato”.
Nel novembre del 1327 il frate francescano Guglielmo da Baskerville e il suo allievo Adso da Melk raggiungono un monastero benedettino tra i monti dell’Italia settentrionale. (Velocizzo: tanto la storia te l’ha già raccontata Jean-Jacques Annaud nel film). Qui i monaci cominciano a morire uno alla volta e Guglielmo, un precursore del metodo deduttivo di Sherlock Holmes, è incaricato delle indagini. Ovviamente sono nascosti nell’ombra moltissimi segreti, e l’arrivo sul posto degli inquisitori rende tutto più complicato. E poi c’è la libreria, enorme, labirintica, ricca di passaggi segreti, a cui solo alcuni hanno accesso e da cui proviene un misterioso e introvabile volume. Stop.

È lo stesso Umberto Eco (in questa edizione c’è la sua interessante postfazione) ad ammettere che le prime 100 pagine dello scritto servono a scremare il pubblico. Sono infatti difficilmente digeribili, terribilmente prolisse (per sei pagine viene descritto un portale) e, dal punto di vista narrativo, inesistenti. Nelle prime 100 pagine non succede assolutamente nulla. I lettori reduci potranno poi godersi il resto del “romanzo”, che ha un ritmo più vivace (anche se comunque vivace rimane un termine eccessivo).

Ma, dicevo, la vicenda narrativa occupa forse il 20% dello scritto. Il rimanente 80% si occupa di storia, di religione, di Chiesa e, ovviamente, di linguistica e semiotica. Trattandosi di Eco lo fa in modo impeccabile, oserei dire perfetto. L’onnniscenza dell’autore trasuda da ogni pagina, devi leggere in orizzontale perché appena inclini il volume sgocciola fuori cultura ovunque. Ne segue una terminologia complessa, di certo non alla portata di tutti, e le conseguenti innumerevoli citazioni, sia letterarie che latine (senza alcuna traduzione o nota, quindi se le capisci bene, altrimenti…). Spesso anche nelle dispute verbali dei monaci, appartenenti a diversi ordini (e qui si apre un mondo riguardante il possesso o meno dei beni materiali nei vari ordini e nella Chiesa), la lingua latina è utilizzata correntemente. Tienilo da conto.

Se ne deduce facilmente che, buona parte delle copie vendute (50 mln e oltre), sia finita a fungere da prolunga alle gambe corte di altrettanti tavoli. È infatti impensabile che un’opera di questo genere possa trovare accoglimento presso il grande pubblico se non, come spesso tristemente accade, in seguito all’entusiasmo suscitato dal film. È più probabile che la famosa casalingua di Voghera si sia entusiasmata per il fascino indiscusso di Sean Connery, piuttosto che per la diatriba sul pauperismo, e che le pagine del suddetto tomo risultino utili, al più, a tamponare mutandine e umori dopo la visione del film.

A breve la Rai manderà in onda la serie tratta dall’opera di Eco, in otto episodi divisi in quattro serate. Questo il motivo per cui mi sono avventato sul volume, che attendeva la lettura da diverso tempo tra la mia pila di libri. Posso dire che andava letto, perché è un tipo di letteratura talmente perfetta che non può essere tralasciata. Che poi sia entusiasmante o divertente, beh, questa è un’altra storia. Di sicuro riporta nel Medioevo, che poi è anche il periodo culturale in cui stiamo riscivolando oggi.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

“Black mirror” – I/II stagione – Serie TV

Si, si, ok, non è un film, non è cinema, ecc. Ed è infatti un’eccezione. Non ho intenzione di recensire serie TV, le guardo poco, le apprezzo poco. Tuttavia Black Mirror, in un certo senso, è più vicina a una raccolta di film che ad una serie TV.
Per ora sono presenti due stagioni composte da tre episodi ciascuna. Ogni episodio è un mediometraggio, senza collegamenti con gli altri episodi, nemmeno nel cast. In pratica puoi guardare uno qualsiasi degli episodi a caso, in tutto si parla di circa 5 ore.
Spero che questa breve intro ti basti perchè come sempre non starò a fare riassunti, per quello c’è wikipedia.

Il tema dell’alienazione sociale, causata dalle nuove tecnologie, permea tutta la serie. Pur spingendosi a volte in opzioni futuribili, ma lontane dal presente, quello che caratterizza gli episodi sono le reazioni emotive dei protagonisti, sempre molto vicine a quelle che potrebbero essere le reazioni dell’uomo contemporaneo. Per fartela semplice se non sei sveglio: quale sarebbe la tua reazione davanti ad un androide? Ecco, la stessa dei protagonisti della serie.

Venendo a noi, oggi abbiamo le nuove tecnologie e i nuovi social. Facebook, twitter, condivisioni, cambiamenti istantanei di pensiero, decerebrazioni, ecc. Abbiamo chi li ama, chi li odia, chi odia chi li ama, chi ama chi li odia, chi li odia per moda, chi odia chi li odia per moda.. insomma un gran casino che fa facilmente intuire che la serie affronta un tema attuale, e lo fa abbastanza bene, e che ciò che denuncia è già in atto. Il totale rincoglionimento planetario.

Che dire è una buona serie, da vedere.  Non sarà cinema ovvio, ma è ben girata e coinvolgente. Inoltre dovrebbe far bene ai lobotimazzati, anche se non verrà capita. Ops, temo di essermi sbilanciato, forse hai capito come la penso?