Archivi tag: horror

“Cuore nero” di Dean Koontz

Come ti avevo anticipato, dopo Il luogo delle ombre, rieccomi a parlarti di Dean Koontz. Scrittore, a mio parere, da noi un po’ trascurato, se consideri che wiki sostiene abbia venduto 450 milioni di copie dei suoi romanzi (Stephen King si aggira attorno ai 500, credo il primo posto se lo giochino ancora gli autori fantasy di Bibbia e Corano). Forse la minore notorietà, in Italia, è dovuta alle poche (e, quelle poche, scarse) trasposizioni cinematografiche. Lo stesso Cuore nero (Hideaway, 1993) è stato portato sullo schermo con il titolo Premonizioni, un film con Jeff Goldblum che non ho visto, ma che a quanto pare era talmente brutto da far incazzare proprio Koontz, tanto da fargli fare di tutto per riuscire a rimuovere il suo nome dai crediti.

Hatch e Lindsey hanno un terribile incidente d’auto. Lindsey se la cava bene, ma Hatch rimane morto per ottanta minuti prima che un luminare della rianimazione “a freddo” lo riporti indietro. I due coniugi si rimettono e tornano a casa, adottano anche una bambina. Poi Hatch inizia ad avere strane visioni, sembra che il suo inconscio sia collegato telepaticamente con qualcuno dalla psiche distorta, un freddo e crudele serial killer che identifica sé stesso con il demone Vassago. Perché Hatch è tornato dall’aldilà con questo “dono”? Non ti anticipo altro, perché il mistero è parte integrante della trama.

Come avrai intuito ci risiamo: 100% intrattenimento. In questo periodo ho il cervello che mi fuma, troppe cose da fare, e quando prendo in mano un libro lo svago è esattamente ciò che cerco. Con Koontz me la gioco facile, perché le sue storie sono coinvolgenti come un buon film d’azione. Anche in questo caso i riferimenti alla religione, ai demoni e al satanismo, sono funzionali alla trama e difficilmente aprono la strada a dubbi morali o a ragionamenti complessi. Semplicemente, una pagina tira l’altra.
Tranquillo, ritornerò a proporti pipponi pseudofilometafisici, ma non oggi, non oggi…

“La regina rossa” di Sara Di Furia

Per una volta partirò parlandoti del contenitore, invece che del contenuto. Sì, lo so, è una cosa superficiale, ma tanto ci viviamo in un mondo superficiale, quindi non vedo perché tu ti debba stupire. Comunque, questo libro è proprio bello fisicamente, è rilegato in un cartoncino rigido che da subito l’ha reso ai miei occhi, e soprattutto alle mie mani, un oggetto di pregio. In questa specie di atmosfera feticciamente cronenberghiana continuo inconsciamente a tastarlo e a palpeggiarlo, prima o poi finirò per morderne gli spigoli…

Bene, veniamo a noi. Ho tentato di divagare per non cascare da subito nel campanilismo che mi tenta (è tentacolare, direbbe la Giovanna de Il ragazzo di campagna) e mi spinge a parlarti bene di un’opera nata dalla penna (come se poi si scrivesse ancora a penna) di un’autrice originaria di Brescia [ridente cittadina del nord Italia immersa in un bucolico contesto a metà tra il lago e la montagna], come me.
Sì, insomma, veniamo a questo La regina rossa di Sara Di Furia.

Romanzo gotico, fantasy, horror, storico. Un multiatmosfera, in pratica, che ho trovato particolarmente idoneo per accompagnare l’arrivo fulmineo dell’inverno (non credo si possa leggere un romanzo gotico con il caldo, parere personale). La trama, come sempre, te la accenno soltanto.
Inghilterra, 1863. Una bambina, Christianne, viene adottata da una ricca e nobile famiglia, i Klein. Se si escludono le due sorelle più piccole, è sgradita da subito a tutti, poichè presenta dei segni ascrivibili al Male: un vistoso neo e l’abbozzo di un sesto dito. Passato qualche anno, e in seguito a un paio di disgrazie, la ragazza si trova effettivamente in situazioni paranormali che la costringono a fare i conti con sé stessa. Che sia davvero una strega? Perché vede gli spiriti dei morti? Non aggiungo altro, se non che c’è un costante rimando alle opere di Edgar Allan Poe, altrimenti ti spoilero troppo (hai visto che ho iniziato anche io a utilizzare questi termini stronzeggianti alla moda, eh?).

Mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto.
È un romanzo scorrevole e leggero, sono circa 200 pagine che vanno via veloci. C’è una parte centrale in cui le sottotrame amorose hanno rischiato di prendere un po’ troppo il sopravvento, per i miei gusti, ma questo probabilmente perché sono io a essere ostile a un certo tipo di emotività di stampo femminile (insomma, nell’immaginare questa vergine in costume, che desidera il suo precettore, già fantasticavo un’atmosfera “ott”, la versione hot dell’800). Per il resto l’autrice ha costruito una storia nella quale misteri e enigmi ti invogliano a girare pagina per scoprire come prosegue la vicenda. Ho apprezzato, peraltro, alcune cose di cui non posso parlarti troppo (per ovvi motivi), come la riflessione sull’immortalità e un finale che non è scontato.
Bene, recupererò il romanzo successivo di Sara Di Furia, Jack. Questo dovrebbe bastarti.

“Tra cielo e terra – Racconti fantastici” di Davide Camparsi

Avevo già letto un paio di antologie del Trofeo Rill (te ne ho parlato qui: Davanti alla specchio e Ana nel campo dei morti), ma è la prima volta che mi avvicino alla collana parallela “Memorie dal Futuro”, che si occupa di un solo autore per volta,  scelto sempre tra i partecipanti al Trofeo Rill. Bene, ora l’ho fatto.

Tra cielo e terra è una raccolta di dieci racconti fantastici/fantascientifici/horror/fantasy (ok, ho finito) del veronese Davide Camparsi, classe 1970. Forse, però, il genere al quale questi racconti maggiormente appartengono è quello umano (ammesso che, letterariamente parlando, esista). Già, perché quello che mi è piaciuto di più in queste dieci storie è proprio come l’autore sia riuscito a mantenere ancorati gli elementi fantastici all’emotività dei personaggi, senza perdere il collegamento con i sentimenti. Ma mi spiego meglio…

Quello che spesso accade con la fantascienza (e l’horror), sia in ambito letterario che cinematografico, è che lo scollamento dal reale porti anche a una maggiore distanza dalle reazioni umane dei protagonisti. Parliamoci chiaro, Alien è un capolavoro, ma a nessuno gliene frega nulla di quello che prova Ellen Ripley, l’elemento centrante è la trama e la tensione del racconto. Se invece guardi Blade Runner (così rimango su Ridley Scott) l’emotività entra fortemente a far parte della storia, potenziandola. Potrei dirti la stessa cosa parlandoti di autori della fantascienza classica: Asimov è un genio indiscusso, ma chi mai si è sentito coinvolto (sempre a livello emotivo, intendo) leggendo uno dei suoi romanzi? O davvero tu, leggendo Tre millimetri al giorno di Matheson, ti chiedevi cosa avresti provato a essere al posto del dottor Carey? Non credo. Ti chiedevi, magari, cosa sarebbe successo di lì a poco, come sarebbe proseguita la storia, questo sì.

Ecco, Camparsi, invece, applica le situazioni “al di là del reale” all’essere umano reale. In poche pagine ti affezioni ai protagonisti, che sono parte integrante della storia e non solamente il mezzo che serve per attraversarla. Potresti esserci tu lì, al loro posto. E così, se Dio scendesse sulla Terra come nel racconto Non di solo pane, avresti gli stessi dubbi e dilemmi che ha quel ragazzino di tredici anni che ti descrive i suoi problemi con il “boss”. Torni a essere un adolescente innamorato in È tutto così fragile e la cosa fondamentale non è tanto come gestire una polaroid che scatta fotografie del futuro, ma come questa situazione influisca sull’amore che provi per quella ragazza che hai sempre desiderato.

Insomma, avrai capito che questa raccolta mi è piaciuta, e mi è piaciuta parecchio. Ha quel sapore nostalgico e vagamente disperato che mi attrae, come una porta che si apre su un mondo che non conosci e che puoi esplorare solo se accetti di abbandonare per sempre quello al quale appartieni (come ne L’uomo che apriva porte su altrove o ne La chiave di Keats). Quel stesso sapore nostalgico che rende benissimo la copertina di Valeria de Caterini.

Sono contento di avere scoperto sia Camparsi che la collana “Memorie dal Futuro”. Ah, e tra le mani ho già Leucosya (l’antologia Rill di quest’anno) e L’esatta percezione di Andrea Viscusi (altra monografia), quindi te le beccherai a breve, non dubitare. E, così a occhio, non solo quelle.

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.

“L’istituto” di Stephen King

La trama di questo nuovo romanzo del Re è nota, quindi sarò ermetico come un Tupperware.
Luke Ellis, 12 anni, viene rapito nel cuore della notte, i suoi genitori brutalmente uccisi. Il ragazzo si ritrova in un segretissimo istituto dove altri ragazzi come lui, dotati di poteri telecinetici o telepatici, vengono sottoposti a continui esperimenti da dottori senza scrupoli e senza pietà. A quale scopo? Riuscirà Luke a scappare?

Su L’istituto ho letto opinioni contrastanti, da chi festeggia per il ritorno di Stephen King agli antichi splendori (sul retro del volume lo slogan promozionale decanta il libro come il nuovo IT, brrr) a chi ne decreta l’ormai imminente morte artistica. Io ti dico: né una cosa, né l’altra. Siamo di fronte a un romanzo medio, molto scorrevole ma che non lascia il segno. Attenzione: qualcuno (tanti) l’ha anche trovato prolisso ma io credo che se decidi di leggere Stephen King un po’ di lungaggini tu debba metterle in conto e, per dirla tutta, a me piacciono.

E qui apriamo una piccola parentesi con un esempio del tutto inventato.
Se un personaggio, in un romanzo di King, incontra una cassiera al supermercato, tu puoi stare sicuro che il Re ti racconterà qualcosa di quella cassiera, anche se la sua funzione sarà solo quella di far pagare la spesa. È così. King vuole che tu riesca a incasellare ogni comparsa in una tua determinata categoria mentale e, per farlo, usa aneddoti o dettagli che spesso vengono considerati superflui o eccessivamente descrittivi. Tuttavia è proprio questo che fa funzionare la sua narrazione. Trascorso qualche mese dalla lettura ti sembrerà di avere vissuto personalmente quanto accaduto nel romanzo, di essere stato anche tu lì, mentre quella cassiera si faceva rigirare la fede al dito, nonostante il marito morto da due anni, e tu avrai un’idea ben precisa di che tipo di donna sia (secondo i tuoi criteri) grazie ai suoi dubbi se accettare o meno l’invito del postino che la corteggia da mesi. Magari poi salterà anche fuori che lei si era sposata senza amore per un debito di riconoscenza nei confronti del deceduto. Insomma, se tutto questo non ti piace, hai sbagliato autore.

Comunque, tornando a L’istituto, è indubbia la strizzata d’occhio ai successi teen del momento (vedi Stranger Things o il nuovo IT) con una letteratura alleggerita che in certi momenti fa pensare, più che a un romanzo per adulti, a uno per ragazzi. Insomma, ultimamente si batte un po’ cassa, ma questo lo avevamo già visto con le discutibili scelte editoriali di La scatola dei bottoni di Gwendy e Elevation che, insieme, non fanno mezzo libro delle vecchie raccolte di racconti (tipo A volte ritornano).
[A proposito di A volte ritornano, io me lo sono riascoltato tutto su questo canale Youtube. Te lo consiglio veramente, questo Lorenzo Loreti è bravissimo, i racconti sono effettati e recitati. Mi ha davvero salvato in momenti di noia lavorativa.]

Di sicuro non ti consiglierei questo romanzo per iniziare a leggere King, ma forse te lo consiglierei se tu fossi molto giovane. Paradossalmente, trovo delle lacune dove altri sentono la trama più snella e agile, ossia nella mancanza di approfondimento per i personaggi “cattivi”. Se, infatti, i ragazzi (le vittime) sono ben tratteggiati (così come poi i loro aiutanti) così non è per gli antagonisti, che finiscono per essere solamente, appunto, “cattivi”, senza uno spessore di umanità che li caratterizzi. Per capirci, ti ho appena parlato di Joker, dove l’approfondimento psicologico ti consente di capire come Joker sia diventato Joker. Ecco, ne L’istituto tutto questo manca, i malvagi sono malvagi in quanto tali, e questo per me è una pecca.

Tra gli ultimi (il grassetto è d’obbligo) romanzi di King, insomma, i migliori rimangono ancora 22/11/63 e Joyland, ma L’istiuto è comunque godibile in tutte le sue 560 pagine. IT, però, signori che stabilite le frasi a effetto da inserire sulle copertine, è proprio un altro pianeta.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4/5), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)

“Distanza di sicurezza” di Samanta Schweblin

Cupo. Questa è la prima cosa che mi viene in mente parlando di Distanza di sicurezza. La seconda a cui penso è una copertina totalmente azzeccata. Ti dirò, a me non piacciono le fotografie in copertina, preferisco i temi astratti o comunque qualsiasi cosa che non sia una riproduzione del reale. Eppure questa foto funziona, c’è un prato illuminato a giorno ma dietro, tra gli alberi, vedi il buio della notte. Il riflesso nell’acqua antistante poi è freddo, inquietante, come se quell’acqua potesse risucchiarti in una vuota oscurità. Insomma, in una foto sono condensate le emozioni che trasmette questo romanza di Samanta Schweblin, giovane scrittrice argentina.

Un po’ di trama, che ti piace, lo so.
Amanda è in un letto d’ospedale, non sa perché. Al suo fianco c’è un bambino, David, che le pone delle domande. Lei non lo vede, non è ancora del tutto sveglia. Amanda conosce la mamma di David, Carla, e la sua storia. Sa che David ha subito una contaminazione e che la madre è stata costretta a sottoporlo a un rituale per poterlo salvare. Un rituale paranormale, dove l’anima si scinde. Anche Amanda ha una figlia, Nina. Dov’è Nina? Che cos’ha in comune con David?
Mi fermo.

Distanza di sicurezza si legge tutto d’un fiato in un paio d’ore, sono circa 140 pagine a caratteri “generosi”. Il pregio principale è che sia scritto in un modo che non ti fa mai staccare gli occhi dal libro, anche solo per alzarti a bere un bicchiere d’acqua. Sei lì che dici: «Ok dai, mi fermo appena la situazione arriva a un momento morto». Solo che il momento morto non arriva mai, vivi l’ansia che vive Amanda, in attesa costante di sapere cosa sia successo a lei e alla figlia e a tutto quello che le circonda. L’angoscia, l’oscurità e l’insicurezza che pervadono la protagonista ti si attaccano addosso e non ti mollano fino alla fine. Fine dove non riesci comunque a trovare una via di fuga, una vera soluzione, e sei lì che ti chiedi se hai compreso tutto, se non ti sia sfuggito qualcosa e se questa sensazione sia voluta o meno. E forse devo ancora digerirlo questo romanzo, per capire se il senso di incompiutezza che ho addosso sia dovuto a una insoddisfazione mia o alla volontà dell’autrice.

“IT – Capitolo due” di Andrés Muschietti

Io IT l’ho letto, sarà bene che lo mettiamo in chiaro subito, così da capirci. Inoltre ho visto la versione per la TV degli anni ’90 e IT: Capitolo uno del 2017. E ti ripeto, il romanzo è del tutto irrapresentabile, inarrivabile. Non è possibile trasporre in immagini la filosofia che contiene, semplicemente non si può. Al di là della lotta tra il Bene e il Male, con legami che, per i più esperti, richiamano ai Vettori e alle forze del Ka, non si può nemmeno rappresentare le cose più terrene senza che diventino ridicole o incomprensibili. Mi viene in mente, ad esempio, quando Beverly Marsh svergina tutti i perdenti nelle fogne per creare un legame nel gruppo. Una cosa che nel romanzo ci sta benissimo, che sembra naturale, ma che sullo schermo avrebbe fatto gridare alla gang-bang per pedofili. IT è l’esempio perfetto di come un certo tipo di fantasia letteraria non possa uscire dal libro, dalla potenza dell’immaginazione, senza perdere la quasi totalità della sua forza. E meno male che questo avviene, ci deve essere un limite, un punto insuperabile, per il quale la fantasia rimane fantasia. Se tutto fosse rappresentabile sarebbe un mondo veramente triste.

Detto questo… veniamo a questo capitolo due che, purtroppo, devo ammettere non è riuscito bene come il capitolo uno. Avevo letto in giro varie critiche e giudizi, ed ero pronto ad andare in sala per poi smentire il giudizio del popolino (che nel 99% dei casi, in Italia, non ha letto il romanzo). Incredibilmente, invece, mi trovo d’accordo con quasi tutto ciò che ho letto. IT: Capitolo due non funziona. Se togli qualche bella trovata, ad esempio la scena di Bev con la vecchia (1° trailer) o di Pennywise che si graffia il volto creando il sorriso di sangue, disturbanti al punto giusto, il resto del film è abbastanza noioso. Certo, bisogna tenere conto che la prima parte se la giocava più facile, l’adolescenza è un bel tema da portare sullo schermo e unisce tutti in un’emotività più forte (anche nella miniserie funzionava di più la parte “giovanile”). Ed è qui che questa seconda parte non mi ha convinto, non mi sono mai immedesimato con nessuno, mi sono sempre sentito solo uno spettatore esterno. E poi c’è questo interminabile finale (non spoilero, tranquillo) nel sottosuolo in cui ci sono troppi effetti speciali, troppo baraccone da Luna Park, noiosissimo e tirato per le lunghe.

La cosa che ho apprezzato di più è forse la comparsata del Re in persona che recita la parte del proprietario di un negozio di anticaglie. Mi ha riportato a quei film anni ’80 in cui Stephen King faceva sempre il suo cameo alla Alfred Hitchcock.
Dopo aver visto la prima parte di IT avevo deciso di attendere uscisse la seconda per acquistare il cofanetto in bluray completo. Questa seconda parte è però riuscita a farmi sentire come incompleta anche la prima, come se tutto insieme il film fosse un’opera non terminata o terminata frettolosamente. Peccato.