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“Il sopravvissuto del Titanic” di Archibald Gracie

Ultimamente mi è presa questa passione per i naufragi e i relitti sommersi. Ho quindi passato al vaglio tutti le principali tragedie del mare, non solo quella del Titanic, ma anche quella dell’Andrea Doria (affondata nel 1956, giace a 75 metri) e dell’Achille Lauro (il transatlantico, non il menestrello), che subì un dirottamento nel 1984 e affondò nel 1994 (5000 metri). A tal proposito mi piacerebbe leggere altro, se hai suggerimenti sono ben accetti, tuttavia preferirei letture abbastanza scientifiche (non il romanzo del Poseidon, per capirci).

Ma veniamo al noto Titanic, il cui dramma ha avuto nuova linfa “vitale” dopo l’omonimo film di James Cameron. Il sopravvissuto del Titanic è scritto da Archibald Gracie, un ricco Newyorkese che è riuscito a mettersi in salvo nel naufragio (evitabile) del 1912.
[Attenzione, l’edizione che ho letto è quella edita da Rizzoli nel 1998, ma esiste anche un’edizione più recente (2017) della Gingko Edizioni intitolata La verità sul Titanic, con lo stesso testo e arricchita da una sessantina di foto. Ho voluto risparmiare, la nuova edizione non si trova usata.]

L’autore è stato così provato dall’esperienza da morire verso la fine dello stesso anno, non prima comunque di aver portato a termine il suo resoconto. Un resoconto che è abbastanza breve (135 pagine a grandi caratteri) e di facile lettura, forse anche troppo. Il libro pare infatti un romanzo d’avventure, con quel gusto un po’ retrò della scrittura di una volta, adatto anche alla lettura da parte dei più piccoli. Viene continuamente elogiato l’eroismo di tutti durante la vicenda, la pefetta preparazione dell’equipaggio, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei passeggeri (molti muoiono dicendo cose tipo “ok io muoio salvatevi voi”). Mi è parso un grande epitaffio, più che una cronaca realistica, formulato in segno di rispetto delle vittime. E, soprattutto, vengono lanciate pochissime accuse per quella che è stata una tragedia che poteva benissimo essere evitata, quasi fosse solo colpa dell’iceberg…

Qui forse ci sta bene una specifica sul perché il naufragio del Titanic fosse un dramma annunciato, ti elenco solo i  motivi più evidenti (per tutti gli altri wiki è molto esaustiva):
• velocità eccessiva: nonostante i ripetuti allarmi inviati al transatlantico la velocità non è mai stata rallentata, era maggiore la fretta di arrivare in anticipo che quella di viaggiare in sicurezza;
• assenza dei binocoli: la nave è partita senza gli strumenti utili per gli avvistamenti da parte delle vedette, infatti questi strumenti erano in ritardo e si sarebbe dovuta rinviare la partenza di qualche ora (vedi sopra);
• insufficienza delle scialuppe di salvataggio: in verità a norma di legge nel numero, ma la legge non era attualizzata con la capienza dei transatlantici;
• scialuppe a mezzo carico: l’ordine era “prima le donne e i bambini”. Solo che con “prima” è stato inteso di calare le lance di salvataggio con 35 persone a bordo (solo le donne e i bambini) invece di 70…

Per tornare al romanzo, mi sento quindi di consigliartelo per una lettura leggera, senza grosse attese. Il protagonista rimane un buon narratore, verrà poi salvato insieme ad altri dalla nave Carpathia e subito dopo comincerà a scrivere. È curioso peraltro come sulla Carpathia incontri molti conoscenti, probabile che all’epoca solo una determinata parte della popolazione potesse permettersi questi viaggi e che quindi nell’alta società si conoscessero un po’ tutti. Sì, sì, c’era anche la terza classe, ma quelli sono morti quasi tutti, mica si son messi a scrivere libri.

Io continuo a immaginare come sarebbe andata ai giorni nostri: altro che eroismo e galanteria. Spintoni e urla intervallati solo da qualche fugace selfie con l’acqua alle ginocchia. E magari un capitano che, invece di aiutare i passeggeri, abbandona la nave e… ah no, questa scena l’abbiamo vista davvero.

“La collina dei ricordi” di Richard Adams

La collina dei ricordi (1996) è il seguito del famosissimo romanzo La collina dei conigli (1972) che, ti ricordo, ha venduto 50 milioni di copie nel mondo. A differenza del romanzo, che era  molto corposo, questo seguito è però solo una breve raccolta di racconti (260 pagine).

Il libro è strutturato in tre parti: le prime due sono composte da racconti che riguardano la mitologia di El-Ahrairà, una sorta di Gesù (solo più cazzuto) dei conigli, la terza invece racconta i  mesi immediatamente successivi alle vicende del romanzo, dopo la formazione della nuova colonia da parte del coniglio capo Moscardo e la sconfitta del generale Vulneraria. In tutto sono 19 racconti.

Quella che Richard Adams compie è una sorta di operazione nostalgia, riportando in vita i conigli a cui ti eri affezionato nel primo libro. Ritrovi quindi, oltre a Moscardo, anche Parruccone, Quintilio, Dente di Leone, Kaisentlaia, Ramolaccio e il gabbiano scorbutico Kehaar. Purtroppo però l’effetto amarcord non è sufficiente e la differenza dal primo romanzo si sente, sia in termini quantitativi che qualitativi.
Ti faccio un esempio. Ne La collina dei conigli le leggende di El-Ahrairà erano degli intermezzi perfettamente integrati nella trama principale, con una funzione formativa per i conigli più piccoli/inesperti, e coerenti con il racconto. Qui cercano, invece, di vivere di vita propria, ma in questo modo perdono il loro motivo di esistenza, e spesso ti lasciano indifferente. Paradossalmente, in questo secondo libro, dove la mitologia “coniglia” è maggiormente presente, viene a mancare quel senso epico che era invece la forza caratterizzante del romanzo.

Mi dispiace molto dirlo, perché il romanzo di Adams mi era veramente piaciuto, ma questa raccolta mi sembra essere qualcosa di molto vicino a una mossa commerciale. Non appassiona, non coinvolge e, nella terza parte, quella che dovrebbe essere l’ideale proseguo del romanzo, a tratti annoia. È un peccato, ma forse questo seguito non era necessario, l’Odissea di Moscardo e dei suoi conigli era già perfetta così, e probabilmente irripetibile.