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“Stephen King sul grande e piccolo schermo” di Ian Nathan

Per gran parte questo Stephen King sul grande e piccolo schermo, di Ian Nathan, è stato un gigantesco viaggio amarcord nella mia infanzia e adolescenza. Mi sono sentito come quando ritrovi un vecchio album di foto, dimenticato in un cassetto, e riscopri momenti della tua vita andati persi nel tempo. Una sensazione alla Stand by me, per capirci. Ecco.

Un lavoro titanico, deve essere stato un lavoro titanico. Io lo so bene.
Stacco, flashback.

Mi sono laureato nel 2010, il titolo della mia tesi era Stephen King Audiovisivo (seguito da un sottotitolo blablabla che non ricordo). Anni e anni di letture di libri e visioni di film condensati in poche pagine (come se si potesse davvero riassumere l’enorme universo narrativo del Re). Una comparazione divisa per macrotemi tra romanzi, racconti e trasposizioni varie. Un lavoro titanico, appunto, anche se molto dilatato nel tempo. Ho iniziato a leggere Stephen King a dodici anni (Gli occhi del drago) e non ho più smesso. In realtà, a voler essere precisi, il primo film horror che ho visto, a circa otto anni, è stato Unico indizio la luna piena, quindi ancora precedente alle mie letture. Fine del flashback.

Alcune locandine di film tratti da opere di King.

Ian Nathan analizza ogni singola produzione e, in un paio di pagine per ognuna (quattro/sei per le opere maggiori), ne racconta la genesi e gli aneddoti più curiosi. Un lavoro volutamente e necessariamente di superficie (ci sono interi libri dedicati a singoli film, vedi Shining) ma molto molto interessante, soprattutto per quanto riguarda le produzioni minori – i b-movies tanto amati da King – delle quali spesso si conosce poco o nulla. Tutto questo mi ha riportato indietro, alle VHS da 180/240 minuti, alle programmazioni notturne, al videoregistratore (alias The Mangler) che si impianta e rovina scene fondamentali, alla speranza che il palinsesto non subisca ritardi (altrimenti ciaociao finale). Che tempi, altro che Netflix, quella sì che era sofferenza vera. Il timer indicava 2 ore e 59 minuti e, mentre un Brivido ti correva lungo la schiena, potevi solo sperare che il film terminasse nei 4/5 minuti extra di nastro. Quasi mi commuovo.

Da: Pet Sematary – Carrie – It – Misery

Quello che risulta evidente, leggendo questo volume, è come la produzione principale delle trasposizioni, con il tempo, si sia spostata (purtroppo, ma io sono di parte) dal cinema alla tv, con il sopravvento della serialità. A King non dispiace, è sempre stato molto più aperto di me, in questo senso. Non starò qui a discutere di questo, l’ho già fatto in Perché le serie tv sono i maccheroni Barilla e i film (alcuni) le tagliatelle tirate a mano della nonna, esplicitando tutti i miei malumori a riguardo.

Il dato semi-aggiornato di Nathan (è un valore quasi incalcolabile, considerando le produzioni secondarie e i lavori in corso) parla di 65 film e 30 produzioni televisive. Mi sono accorto di aver visto praticamente tutto fino al 2010 (che caso…) e di aver perso qualcosa negli anni successivi. Questo soprattutto per quanto riguarda le serie, non tanto per l’ostilità palesata sopra, quanto perché sono distribuite su più piattaforme ed è diventato impossibile stare al passo senza dover sottoscrivere diciotto abbonamenti diversi. Vedrei volentieri Castle Rock, che, a quanto ho capito, pare essere un omaggio riuscito abbastanza bene.

A breve ti parlerò anche de Il grande libro di Stephen King, di George Beahm, nel quale mi aspetto di trovare, vista la considerevole mole, parecchie cose che ancora non so (difficile, ma non impossibile, sebbene io mi ritenga il “fan numero uno” del Re).

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

I fumetti (sempre solo quelli dei quali ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

Ieri sono andato al cinema a vedere È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, sconfortato e disilluso dal pessimo trailer che gira su Netflix (il film esce sulla piattaforma il 15 dicembre). Mi sono dovuto ricredere, ed è stato proprio un bel ricredersi. Un po’ perché la sala era quasi vuota (vedi sopra, hanno pensato tutti di risparmiare sul biglietto), un po’ perché alla fine, secondo me, È stata la mano di Dio è forse il miglior film del regista napoletano.

La trama la conosci, non servono grandi spiegazioni. Sorrentino racconta la propria giovinezza (o, perlomeno, qualcosa che ci somiglia molto) nella Napoli degli anni Ottanta. L’alias protagonista è Fabietto Schisa, un sedicenne che vive in una famiglia agiata, anche se non ricca, circondato da una moltitudine di parenti parecchio eccentrici. Su tutto, aleggia l’arrivo (reale, falso, presunto) di Maradona al Napoli, vissuto come un vero e proprio miracolo.

Il film si può dividere in due parti. La prima, più leggera e divertente (si ride molto), racconta il contesto nel quale Fabio cresce, le influenze che ne formano il carattere. Racconta anche quella Napoli – per un non-napoletano incomprensibile – del culto estremo, (quasi) religioso, nei confronti de El Pibe de Oro. La seconda, che giunge con la morte improvvisa dei genitori di Fabio, mostra come il dolore e il desiderio di evasione del ragazzo si traformino in un bisogno di creatività e nella ricerca di un modo per realizzare i propri sogni, nello specifico, diventare regista (pur avendo visto solo due o tre film).

Non che i due film debbano per forza essere confrontati, ma credo che È stata la mano di Dio sia, in qualche modo, un’opera più completa rispetto a La grande bellezza. Napoli, e i napoletani, vengono celebrati senza utilizzare eccessivamente la stampella della bellezza urbanistica (come era inevitabile accadesse per Roma). Qui c’è più storia, più anima. Qui è tutto merito, non ci sono scorciatoie (senza nulla togliere a La grande bellezza, sia chiaro).

La parola che mi viene in mente, pensando a questo film, è equilibrio. L’attenzione alle caratteristiche dei singoli personaggi – tutti straordinari (non solo Servillo, questa volta) – è quella dei primi film di Sorrentino (uno su tutti, L’amico di famiglia), ma si innesta su una struttura più grande, senza mai perdere il dettaglio.

Sarò onesto, non ho mai amato la “napoletanità”, non sopporto quel genere di orgoglio patriottico che contraddistingue i fieri abitanti di una delle città più problematiche d’Italia. Non ho mai particolarmente amato nemmeno Maradona, perché sono convinto che la sportività di un uomo non dovrebbe palesarsi solo in un circoscritto rettangolo di terreno (così come l’esempio che dovrebbe dare dovrebbe essere un esempio a 360°). Eppure È stata la mano di Dio mi è piaciuto molto.
Vedremo cosa succederà il 27 marzo, agli Oscar.

“007 – No time to die” di Cary Fukunaga

C’è così tanto da “piangere”, a proposito di questo James Bond, che non so davvero da che parte cominciare. No time to die, esclusa qualche scena spettacolare e degna di nota, è fondamentalmente un film per persone brutte. Molto brutte. È un peccato, perché su Fukunaga (True Detective, una delle poche serie che mi siano piaciute, sai che le odio tutte) ci contavo tanto. Ma forse no, non è nemmeno colpa sua, poveraccio.

Sono demotivato e demoralizzato, la pianterei qui. Quindi cominciamo con qualcosa che mi farà subito dare del sessista. Che tanto del sessista me lo prenderò anche dopo, quindi vale la pena di portarsi avanti.
Mi sono perso venti minuti di film appena è comparsa. E, con buona pace della corrente imperante del momento, non aveva né liane di pelo sotto le ascelle né assorbenti mostrati con fierezza. Ana.

So che impazza il gossip online su di lei, poiché alla prima di 007 pare le sia sfuggito un capezzolo dal lato del vestito. Chiaramente chi si è meravigliato non deve aver mai visto Knock Knock, nel quale lei e Lorenza Izzo “stuprano” Keanu Reeves. Ma questa è un’altra storia.

Bond, torniamo a Bond. L’arma, questa volta, è rappresentata da un veleno selettivo (in realtà sono dei nanobots, ma semplifichiamo, considerato il pubblico target) che è in grado di colpire utilizzando il DNA. Il nemico, pronto a distruggere il mondo, è Rami Malek. Il co-nemico – non più nemico – è il grande Christoph Waltz. La bond girl (chiamo “bond girl” l’unica con cui Bond fa sesso, per convenzione) è la bellissima Léa Seydoux, già vista nel capitolo precendente, Spectre. Il resto, al solito, sono sparatorie e inseguimenti.

Qualcosa mi è piaciuto, cominciamo da quello, così non sbagliamo.
La parte iniziale, quella girata a Matera, per capirci. C’è ritmo, azione. C’è un Bond emotivamente permeabile (Craig non è Connery, e non lo è nel modo giusto). La scena nella quale si fa sparare contro i vetri della macchina, non reagendo, è qualcosa di fantastico. Lì Bond è pronto a morire, pur di capire cosa stia accadendo nella sua vita, pur di capire di chi si possa fidare. Craig è superlativo, te lo tromberesti anche da uomo. Vorresti essere lui. L’inseguimento in auto, e poi in moto, è alla vecchia maniera, è James Bond. Ecco, sì. È James Bond, quella parte è James Bond.
Poi mi è piaciuta Ana. Non si era capito, vero?
Anche il secondo inseguimento non è male, quello tra fuoristrada. Funziona.
La scena dell’interrogatorio con Waltz è bella, con ancora una puntatina nella nuova vulnerabilità di 007, che ha dei tratti umani, un po’ – se vogliamo fare il paragone – alla Batman di Nolan.

Poi arriviamo ai Ghostbusters donne. O alla fatina di Cenerentola transessuale, se preferisci. Arriviamo al politicamente corretto a tutti costi, e regolarmente imposto nel modo sbagliato. (Arriviamo anche a scene di machismo esasperato, a controbilanciare il peggio con il peggio, ma vediamo dopo). E qui, però, prima di procedere, vorrei fare un piccolo fuoripista su come la penso.
Flusso di coscienza, senza troppo ordine.

Io sono per il partito dell’amore libero. Io credo che le persone dovrebbero trombare in strada, davanti a tutti. Uomini con donne, uomini con uomini, donne con donne. Bianchi con neri (sì, se dico bianco, posso anche dire nero, senza offendere nessuno), elefanti con giraffe o quel cazzo che preferisci. Io non ho mai capito perché nei negozi di giocattoli si possano vendere le pistole finte (che sono l’imitazione di uno strumento di morte, ricordiamolo) ma ci si debba scandalizzare quando un bambino vede due persone che fanno l’amore. Siamo riusciti (tanto, forse tutto, è dovuto ai credenti/creduloni) a trasformare una cosa naturale in scandalosa, e a rendere “commerciale” il Male (sì sì, tutti hanno giocato a indiani e cowboy – vallo a dire agli indiani, testa di cazzo). Non ho mai visto due zebre che si nascondano dai cuccioli per avere rapporti sessuali, ma vedo sparatorie e morti ammazzati in tv, senza problemi. Credo nella meritocrazia, non in quote imposte per una finta uguaglianza, anche se capisco che, talvolta, l’obbligo possa essere l’unica via per addomesticare le capre. Credo nella diversità, perché non siamo tutti uguali, tra maschi e femmine meno che meno. Il Male non è la differenza, ma quello che siamo riusciti a farla diventare, una questione di superiorità/inferiorità. Ma cosa potevi aspettarti? La specie umana non è certo destinata a una grande evoluzione. E non voto, non voto mai, perché mi fanno tutti schifo. Un po’ come gli esseri umani, in fondo. Mi fermo.

Detto ciò, quello che avviene in James Bond è sintetizzabile in questo (qui c’è un piccolo spoiler, ma niente di pericoloso): abbiamo uno scienziato che si prostituisce al miglior offerente, per vendere la propria anima a chi vuole fare solo del male. Lo vedi dall’inizio che è una persona di merda. È uno che merita la morte dai titoli di apertura. Uno che, in una storia normale, verrebbe ucciso già durante il casting. Invece no, viene tenuto miracolosamente in vita e non si capisce il perché. Poi dice una frase razzista e, finalmente, lo ammazzano. E allora capisci. Capisci che doveva dire quella frase ed essere ucciso (un po’ come il vero spirito di 007, insomma). Peraltro una frase razzista pronunciata di fronte al nuovo 007 che, guardacaso, è donna e, guardacaso, è nera.
Ma è questo il livello? Perché se per lanciare un messaggio corretto, dobbiamo creare “Holla e Benja”, allora si è già fallito.

Dopodiché, non bastasse tutto questo, James Bond si trasforma in James Rambo. In una scena da machismo estremo anni Ottanta, Craig sale delle interminabili scale e uccide tutti a colpi di pistola. So che dire irreale in 007 significa poco, ma questa parte del film lo è. Non diverte, non emoziona. È degna del peggior Steven Seagal. È il dover controbilanciare per forza, il far contenti tutti e non deludere nessuno.

Ora dirai: «Ma questo è per l’amore libero, ma contrario a uno 007 femmina. Ce l’ha con il machismo, ma apprezza Ana de Armas. Vuole rimanere nel passato, pur accettando la nuova emotività di Bond. Dice che si farebbe Craig, ma pare sessista. Non si capisce nulla».

È così, la vita è una cosa complessa. Gli schemi vanno bene per gli stupidi, se ti piacciono vai pure a votare (sono favorevole a questo, allora DEVO essere contrario a quell’altro). Ma non è rinnegando il passato che si cambia il futuro. Bond è Bond, con i suoi pregi e i suoi difetti, e se non deve essere Bond forse val la pena che muoia davvero (questa è proprio per chi ha visto il film).
Spero non resuscitino un Cavill, un Elba o, peggio che peggio, una terribile Lashana Lynch, per il prossimo 007. Perché rischiamo che uccida solo chi parcheggia senza permesso nei posti riservati ai disabili.
A quel punto, a morire, potrei essere io.

Ho letto una bella frase riassuntiva, in un’altra recensione che parla di questo film, su MyMovies. Avrei voluto farla mia, ma la verità è che l’ha scritta una donna, e la cosa mi fa piacere, perché forse non sono il solo a vedere le cose in modo simile e forse mi salvo da stupide accuse di sessismo.
Una tagline perfetta: “Ogni epoca ha il Bond che si merita.”

“Dune” di Denis Villeneuve

Premetto, da subito, di non aver ancora letto il romanzo di Frank Herbert, dal quale Dune è tratto. Ho però visto la trasposizione omonima di David Lynch del 1984, sebbene molto tempo fa. Il libro ce l’ho, comunque, chiariamolo.

Detto ciò, vorrei ricordarti la filmografia di Denis Villeneuve:
Un 32 août sur terre (1998)
Maelström (2000)
Polytechnique (2009)
La donna che canta (2010)
Prisoners (2013)
Enemy (2013)
Sicario (2015)
Arrival (2016)
Blade Runner 2049 (2017)
Dune (2021)

Da Prisoners in poi ho visto tutto, compreso quel capolavoro che è Enemy. Quindi posso, con estrema sobrieta (e sfoggiando un linguaggio tecnico che trasuda competenza), dichiarare che, anche questa volta, il buon Denis ha tirato fuori un altro stracazzo di film.

La storia di Dune ormai la conoscono tutti, quindi mi limiterò ad accennarla. Sul pianeta desertico di Arrakis si estrae, dalla sabbia, la “spezia”, preziosa droga dai molteplici utilizzi. A contendersi i diritti di estrazione, sotto la guida feudale dell’Imperatore, due casate: gli Harkonnen (quelli brutti e cattivi) e gli Atreides (i fichissimi). Tra loro, costantemente (e comprensibilmente) incazzati con tutti, i Fremen, gli abitanti autoctoni del deserto. Complotti, guerre, veggenti, sogni e, ovviamente, vermoni giganti.

Con le musiche di Hans Zimmer e scenografie (sia interne che esterne) fuori di testa, Dune è, semplicemente, epico. Lo è in ogni istante. È come se ogni minuto di questo film trasmettesse la precarietà del destino dell’Universo, come se vibrasse. Sono davvero pochi i momenti di alleggerimento e non c’è – grazie! grazie! grazie! – nessun ricorso all’ironia, alla sdrammatizzazione. Questa è davvero una cosa rarissima ormai, con tutti i giocattoloni e blockbuster che girano. La dico meglio: non c’è nessuna cazzo di battuta, mai. Dio, che bello.

Te lo anticipo, questo Dune è la prima parte di due (si spera). Termina a metà libro (così mi dicono dalla regia) e il finale è tagliato con la mannaia. Ripeto, non aspettarti di vedere un qualche tipo di autoconclusione, non c’è. Speriamo solo che le parti siano davvero due, perché i libri della saga di Herbert (senza contare le opere derivate scritte da altri autori, tra i quali il figlio dello scrittore) sono sei. Lo spettatore medio, lobotomizzato dalla serialità netflixiana, non aspetta altro che una saga da dodici film. Io confido in Villeneuve, due sono sufficienti, anche perché mantenere un livello così alto sarebbe pressoché impossibile e si rischierebbe di sfociare in un nuovo, e altrettanto terrificante, Star Wars.

Non starò a parlarti di implicazioni ecologiche e nemmeno di feudalesimo (Arrakis potrebbe tranquillamente essere l’Africa), l’hanno già fatto in molti. Ma il fatto che non io non lo faccia non significa che stia trascurando la genialità e la preveggenza (il romanzo è del 1965) di Herbert. Anzi.

“Old” di M. Night Shyamalan

Ieri sera sono andato al cinema: un evento. L’ultima volta si parla di mesi fa, con il bellissimo Druk, ma era una proiezione in esterna, con un costo/biglietto umano. Ieri, invece, ero proprio “in sala”, per la modica cifra di 9 euro (che mi hanno subito ricordato come mai sono passato dall’andare al cinema una volta alla settimana a una ogni sei mesi). Comunque, per farmi ancora più male, ho scelto Old di Shyamalan, giusto perché Glass mi era piaciuto… (sono ironico, ovviamente).

L’idea di Old è molto buona, come lo sono spesso le idee di Shyamalan.
Un gruppo di 13 persone, residenti in un resort di lusso, vengono scortate e abbandonate in una spiaggia isolata. Lì, gli stereotip… scusa, i malcapitati si rendono presto conto che il tempo trascorre in modo diverso, forse a causa delle strane rocce che circondando la zona. In breve: mezz’ora equivale circa a un anno di vita. I segni più evidenti si notano subito sui bambini, che passano da essere preadolescenti ad adulti in poche ore. Insieme all’invecchiamento, naturalmente, anche le varie patologie e malattie accelerano la loro corsa (c’è una scena sull’osteoporosi che, nonostante tutto, merita molto). E qui mi fermo, un po’ per non spoilerare quel poco di trama presente e un po’ perché, a tutti gli effetti, finiscono anche le idee.

Non fraintendermi, Old non è brutto come Glass, ma è ben lontano dagli antichi fasti de Il sesto senso, Signs o The village. Si piazza lì nel mezzo, insieme a tutta la restante produzione del regista. Poteva diventare un gran bel film, aveva le carte in regola, tuttavia è successo ciò che (ultimamente) accade spesso alle pellicole di Shyamalan: implodono su una singola buona trovata. Tradotto: in questo film c’è solo una spiaggia dove le persone invecchiano velocemente, fine. Lo spiegone conclusivo non stupisce né aggiunge nulla al filone delle trame “gruppo-isolato-dove-succedono-cose”. Un vero peccato.

L’assenza di idee diventa “assordante” (perdonami il gioco di parole) proprio quando i novelli anziani cominciano a subire i sintomi più comuni dell’invecchiamento. La scena nella quale la moglie, ormai sorda, grida «Cosa hai detto?» al marito cieco è addirittura grottesca, un brutto incrocio tra una pubblicità dell’Amplifon e Non guardarmi non ti sento.

Insomma, sebbene Old sia piacevole a livello visivo, non porta nulla di nuovo nei contenuti. Se l’avessi visto sul televisore di casa avrei pensato alla solita mediocre produzione Netflix.
Purtroppo non è così.
(La locandina, però, è fantastica).

“Druk – Un altro giro” di Thomas Vinterberg

Druk (Un altro giro) racconta la storia di quattro amici, insegnanti nella stessa scuola superiore, che decidono di testare la teoria dello psichiatra Finn Skårderud. La teoria prevede che l’essere umano sia nato con lo 0,05% di alcol nel sangue e che, in realtà, solo mantenendo questa percentuale possa raggiungere la felicità e la soddisfazione nella propria vita (sintesi molto ermetica, ma questo è). I quattro stabiliscono una vera e propria tabella di marcia e si lanciano nell’impresa, con risultati altalenanti, anche a causa dei differenti stili di vita.

I tre imbecilli seduti al mio fianco non hanno capito nulla del film, appena lo schermo è diventato nero si sono esibiti nel grande classico «Ma che senso ha?» «Probabilmente nessuno, prova a guardare su internet». Posso immaginare che sia frustrante essere scemi e trovarsi anche con nove euro in meno in tasca (questo il prezzo del biglietto, per riportare la gente nelle sale), tuttavia ciò dovrebbe farti intuire che Druk non è che sia un film proprio per tutti. Io, per la cronaca, l’ho trovato fantastico. Per la precisione: delicato come un passerotto e potente come un elefante.

Druk fa ridere (e sorridere) per il 90% del tempo. Mads Mikkelsen è straordinario, ma in verità tutto il cast funziona molto bene. Nonostante le differenze culturali con la Danimarca siano “importanti” (anche solo per quanto riguarda l’utilizzo degli alcolici) e, quindi, ci si perda qua e là qualche sfumatura, è impossibile lasciare la sala senza avere qualcosa che ti si ripiega dentro. Perché Druk è un film sulle occasioni mancate (e su quelle non mancate), sui sogni che non si sono realizzati (o che si sono realizzati). Druk è un film su quello che si pensava di diventare, sulla vita che si sperava di avere, e sulla normalità che ti investe con tutta la sua forza, rendendoti ordinario prima che tu abbia il tempo di accorgertene.

Druk è anche il primo film che vedo che proponga una soluzione estrema (l’alcol, appunto) senza consacrarla né condannarla. È un po’ come se ti dicesse: «Guarda, se vuoi si può fare questa cosa. Certo, ci sono i pro e i contro». La brutalità della vita è tale da rendere giusitificabile un certo grado di anestesia, insomma. Ed è così che, se l’obiettivo della tua giornata diventa comprare il latte o il merluzzo al supermercato, forse tanto vale farlo da ubriaco.

[SPOILER] Il rischio di scivolare c’è ed è dietro l’angolo (così come l’alcolismo e la morte), ma c’è anche il “rischio” di raggiungere un qualche tipo di libertà. Il ballo finale di Mikkelsen (che sognava di fare il ballerino) tra gli studenti neodiplomati – con tutti i loro sogni ancora interi – è qualcosa di poetico, disperato e positivo contemporaneamente. È una sovversione delle regole che richiede, appunto, un certo livello di anestetizzazione per essere attuata.

P.s. Questo film ha vinto svariati premi, tra i quali l’Oscar come migliore film straniero. Ora  pare che Di Caprio abbia acquistato i diritti per produrne un remake statunitense. La domanda è: perché?

“Tenet” di Christopher Nolan

Sabato sera, dopo mesi di astinenza, sono andato a farmi rapinare al cinema e, per soli 10 euro e 20 centesimi, ho visto Tenet di Christopher Nolan. La cosa bella nelle sale cinematografiche dell’era Covid è la disposizione dei posti, bisogna dirlo: a fianco hai chi è venuto con te, dall’altro lato il posto vuoto. Avevo quindi un buon metro di distanziamento dalla signora mangiacaramellecontrollacellulare che mi stalkera anche dopo questa lunga assenza (perché ormai, per me, è sempre la stessa).

Non ti racconterò la trama di Tenet, mi dispiace. Però posso dirti qual è l’idea su cui si basa e sulla quale costruisce la storia: un macchinario in grado di invertire il tempo degli oggetti e delle persone. Tali oggetti (o persone) vengono definiti nel film invertiti. (No, non è una barzelletta e non farò battutte.) Detto questo, l’inversione avviene in modo “Noliano”, cioè non come te la aspetteresti in un film che ragiona sul tempo. Un persona che entra nel macchinario (tornello) uscirà muovendosi con il tempo che va all’indietro. Vedrà quindi uccelli che volano al contrario, incendi che implodono ecc. e si muoverà nella direzione temporale opposta (con tanto di respiratore, perché i bronchi avrebbero qualche problema ad effettuare la respirazione al contrario). Insomma, di base una buona idea, originale e decisamente diversa dai soliti “viaggi nel tempo”.
[E qui poi si sviluppa la trama su un traffico di plutonio che viene inviato dal futuro al passato, ma non ci interessa troppo.]

Il film, però, non mi ha preso. La commistione tra fantascienza e 007 (perché c’è parecchio spionaggio con scene alla Daniel Craig) mi ha un po’ annoiato. E mi dispiace eh, perché io sono un grande fan di Nolan, ho visto tutti i suoi film (tranne il primo, Following, ma provvederò). Mi è mancata la lungimiranza e l’architettura inattaccabile di film come Interstellar e Inception, per restare in tema di tempo e giochi legati a questa dimensione. Anche gli attori non mi hanno coinvolto, uno meno empatico dell’altro (io, l’anemico Robert Pattinson, dopo il mitico Bale, come Batman proprio non ce lo vedo), forse il migliore rimane Kenneth Branagh a fare il cattivo. Era dai tempi di Insomnia che non trovavo un film di Nolan così privo di personalità (non che Dunkirk ne avesse molta… un bel film di guerra, ma finiva lì), senza dimenticare un minutaggio non proprio irrilevante (150 min).

Mi sono divertito? Nì. Lo rivedrei? No. Un buon film di fantascienza ma niente di memorabile e da Nolan, ormai, ci si aspetta sempre il miracolo. Questa volta non c’è stato, almeno secondo me. Ma forse è solo la delusione alla Tripadvisor di quando leggi i commenti che dicono «qui si mangia la migliore bistecca di scimmia del mondo» e poi vai lì e mangi solo una scimmia molto buona, ma non certo la migliore.

Se hai voglia di approfondire, ecco la curiosità interessante: il quadrato del Sator.
SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS (palindromo). Studia.

“Cattive acque” di Todd Haynes

Erano sette mesi che non andavo al cinema. L’ultimo film che ho visto in sala, e del quale ti ho parlato, è stato Knives Out a dicembre 2019. Sto ancora cercando di capire se abbia colpito più duro la pandemia o il costante aumento di prezzo dei biglietti. Ho visto Cattive acque (Dark Waters), di Todd Haynes, in un cinema all’aperto, con un freddo da sconfiggere una batteria di Imodium e a fianco una vecchia (il dispregiativo è voluto) che ha cercato di saltarmi alla giugulare perché pensava le stessi rubando il posto (scoprendo poi che aveva confuso la fila G con la H).

Cattive acque è un film quasi documentaristico, del tutto dimenticabile dal punto di vista cinematografico. Il suo pregio è la storia, vera, che riporta a galla una vicenda di qualche anno fa e che ha coinvolto una gigante società di produzione di prodotti chimici, la DuPont (titolare di moltissimi brevetti, tra i quali Nylon, Neoprene e Teflon). Vorrei essere chiaro: la DuPont ha deliberatamente ucciso moltissime persone in nome del profitto e ha contaminato il 99% delle specie viventi con le sostanze chimiche PFAS. Al momento, ovviamente, è operativa. Questo è il mondo in cui viviamo.

Il film racconta la storia di Robert Bilott, l’avvocato che ha scoperchiato il vaso di Pandora. Assunto da un povero contadino della Virginia, Bilott ha scoperto come nella zona dove la DuPont sversava i rifiuti derivati dalla produzione del Teflon si verificassero fenomeni, direi, di ogni tipo. Tumori, deformazioni, animali morti (il contadino ha perso 190 vacche) e disfunzioni varie. La battaglia è durata un ventennio, dalla metà degli anni ’90 in poi. Bilott ha organizzato la più grande raccolta di analisi del sangue della storia (non è un modo di dire), circa 70 mila persone hanno partecipato ai prelievi. Il risultato è stato schiacciante, la DuPont stava deliberatatmente avvelenando terreni e esseri viventi. I suoi stessi dipendenti, a fronte di grossi benefici economici, erano già da decenni vittime di varie problematiche, spesso mortali.

Questo è, a grandi linee, il riassunto di una vicenda molto articolata che rappresenta solo uno dei tanti casi in cui l’economia ha avuto il sopravvento sulla salute delle persone, con la complicità silenziosa del Governo (in questo caso quello degli Stati Uniti, ma…). La DuPont ha risolto il problema con 671 milioni di dollari di indenizzo alle vittime.
E continua a lavorare.

Mi fa piacere saperne qualcosa di più. Ora quando sentirò parlare di Teflon saprò cosa c’è dietro, mi ricorderò degli PFOA che hanno causato carcinomi renali, patologie tiroidee, carcinomi testicolari e coliti ulcerose. Peraltro anche io ho la colite ulcerosa, una malattia presente solo nei paesi industrializzati.
La verità è che non posso scrivere quello che penso, non credo sarebbe legale. Potrei scherzare e dirti che avrei voluto che Mark Ruffalo si fosse trasformato in Hulk facendo giustizia a modo suo, ma sarebbe ancora molto lontano da quello che io riterrei vera giustizia.

Questo è il mondo in cui viviamo.

P.S. Se desideri approfondire, ho letto un bell’articolo su Cinematographe.it, che spiega bene tutti i dettagli (storia vera/film). Te lo consiglio.

Perché le serie tv sono i maccheroni Barilla e i film (alcuni) le tagliatelle tirate a mano della nonna

Ovvero: perché un buon film sarà sempre (forever and ever) migliore di una buona serie (se esiste).

Ci si siede a tavola, si mangia e si beve. Se sei al ristorante ordini al cameriere, altrimenti qualcuno farà avanti e indietro dalla cucina (talvolta tu stesso). All’inizio ci sono le novità (morti, gravidanze, cambi di lavoro), poi magari ci sarà l’argomento principe che intratterrà per un po’ (il single che non trova da scopare, quello che trova molto, l’innamorato/a non ricambiato/a, il tradito/a e via dicendo). Alla fine, con l’occhio obnubilato dall’ultimo (che poi non lo è mai) amaro consumato, salterà fuori la domanda: «Ma tu l’hai visto *prodotto-audiovisivo-a-piacere*?».

Ecco, questo in passato era uno dei miei momenti preferiti. Già, perché a me parlare di Cinema è sempre piaciuto (d’altra parte il mio percorso di studi era a indirizzo cinematografico, se non mi piacesse sarei un cretino). Tuttavia…

Tuttavia nell’ultimo decennio qualcosa è cambiato. Fondamentalmente il mercato, il rapporto investimento/ricavo nelle produzioni, ma non starei qui, ora, a discutere di questo (e del fatto se sia nato prima l’uovo o la gallina), se non per le sue dirette conseguenze. Se Sky fino a qualche anno fa viveva di film (e andare al cinema costava meno, diciamolo), adesso, insieme a Netflix, Amazon Prime e affini, spara una serie ogni cinque minuti.
[Solo per chi ha visto Big Mouth: mi viene in mente la scena in cui il maghetto in crisi di identità sessuale dice una cosa tipo: «Ommioddio! Netflix ha fatto una serie su un prestigiatore fallito che non ha ancora capito di essere gay! Netflix ha così tanti soldi che ha prodotto una serie solo per me!»]
Il risultato di tutto questo è, comunque, che il “prodotto audiovisivo” della domanda sopracitata sia sempre più spesso una serie tv, e non più un film, con mia grande delusione.

La risposta alla domanda non verterà più, quindi, su quanto sia stato bravo Jack Nicholson in quella particolare scena, quanti sputacchi abbia lasciato sulla scala (e in faccia a Shelley Duvall), ma in un mero e semplicissimo elenco c’è l’ho/mi manca, tutt’al più indirizzato verso un percorso esclusivamente curiosocentrico di quello che avverrà nella stagione successiva. «È meglio la terza», «Come la prima nessuna mai», «No, ma dalla quarta in poi non guardarla». E via al pavoneggiamento di quella che ho visto io e quella che hai visto tu, con l’aggiunta di qualche aggettivo per rafforzare quanto sia interessante (proprio) quella che ti manca.
E io muoio. Cerebralmente, si intende. Un altro amaro, grazie.

A me le serie non piacciono, lo sanno tutti. Nonostante questo, c’è sempre l’audace che cerca di farmi cambiare idea, quello che «devi vedere *ri-titolo-a-piacere* [variabile ogni anno, ovviamente], poi se non ti prende neanche quella allora ok, non ti piacciono le serie».
E io, siccome sono comunque umano (e anche stronzo), ciclicamente, ci casco.

Quindi chiariamolo: io qualche serie l’ho vista. Certo, non quante ne hai viste tu, e non proprio quella lì che tu vorresti che io vedessi perché è superfantasmacalifragilistigorica e mi farebbe cambiare idea, ma ne ho viste. Tralasaciando gli anni Ottanta e le mitiche serie dagli episodi autoconclusivi (Magnum PI, MacGyver, Miami Vice, ecc.) che non fanno parte della diatriba (ma che ho visto tutte), passando per gli adolescenziali (miei, intendo) Novanta/Duemila con i vari Beverly Hills, X-Files, Dawson Creek, OC, ER, Doctor House, Smallville, fino ad arrivare a tempi più moderni.
Un breve elenco, poco esaustivo, non le ricordo tutte.
Being Erica (sì lo so, è femminile, ma la davano mentre mi allenavo), Chuck, True Detective (1°/2° stagione), Stranger Things (1° stagione), The Witcher (interrotto al 4° episodio per frattura osso membrico), Dark (sto guardano, credo interromperò), Maniac, Downton Abbey/The Crown (torturato da mia moglie), ecc, ecc, ecc.
Ho visto anche Black Mirror, che tecnicamente è un contenitore antologico, infatti mi è piaciuto.
[Non conto le sit-com, tipo Friends o Big Bang Theory, o i cartoni, come Big Mouth, Griffin, Simpson, F is for Family, che non rientrano nel prodotto tipo e mi divertono molto, perché più intelligenti].

Sviscerato parte del mio curriculum qui sopra, posso finalmente spiegarti perché, oltre a non piacermi, ritenga le serie tv un prodotto destinato a nutrire una volontà di mancanza di pensiero sempre più dilagante.

Il 90% del prodotto seriale è composto da curiosità.

Non è certo un mistero: la fidelizzazione. Quante volte hai visto Full Metal Jacket (blindatisssssime)? Quante Blade Runner? Ecco. Invece, quante volte hai visto la tua serie preferita? Al massimo due, se sei una bionda (si scherza) o se sei uno che segue tutto il campionato (non si scherza).
Il motivo è semplice, se togli il fattore curiosità (il “cosa succede dopo”) la serie si sgonfia di tutto il suo potere. Non a caso il problema spoiler nasce principalamente con la serialità. Hannibal Lecter scappa, lo sai, ma Il silenzio degli innocenti te lo riguardi. E.T. torna a casa a pagare la bolletta. Idem. Ma prova a leggere su Wikipedia la trama completa di una serie, prima di guardarla, e ti annoierai al secondo episodio. Perché, tendenzialmente, la serie non ha nulla da dire. Non la guardi perché è “bella” (non lo è, ma ci arrivo dopo), la guardi per sapere come va a finire, chi tromba con chi e chi scopre qualcosa e come reagisce (morboso, quasi da reality).

I tempi e le ripetizioni.
I tempi scenici del singolo episodio di una serie ricalcano quelli di un film senza avere lo stesso impatto emotivo, se non la prima volta che si verifica una determinata scena. Potrei farti mille esempi. In questo momento sto (stavo) guardando Dark. Nella telenovela (concedimi l’ironia) c’è una grotta misteriosa (fulcro della trama, per ora) e ogni tanto qualcuno ci finisce dentro. Cioè: musichetta, personaggio che entra/esce lentamente, personaggio teso/spaventato, fine/inizio episodio. La prima volta va bene, la seconda mi hai rotto il cazzo, la terza spengo la tv. È un po’ come la monoespressiva Wynona Rider che in Stranger Things, episodio sì e l’altro anche, insegue le lampadine che si illuminano. E io son lì che dico: «Ok, questo l’abbiamo già visto sei volte, cazzo, vienicene fuori, mi stai rubando minuti di vita preziosa». La ripetitività è assassina, insieme alla costruzione di alcune situazioni che sono ormai dei cliché. Esempio: fine episodio, musichetta dal dubbio impatto emotivo (magari con testo applicabile su qualsiasi personaggio), montaggio alternato di quello che fanno i protagonisti. Quello che piange in solitaria, l’altra che ride perché si è ripresa, uno che scopre qualcosa, qualcuno prende una decisione, un altro ricorda il morto di turno. Che palle.

L’assenza di assenza che diventa assenza di empatia.
Ho sempre ritenuto il non-visto il mezzo più potente di una trama o di un personaggio. Pensa solo a quanta poca paura ti fa il mostro di un film horror dopo aver scoperto le sue (spesso) ridicole fattezze. È l’immaginazione l’arma più potente, anche se il pubblico di oggi pare non abbia nessuna intenzione di compiere alcuno sforzo a livello creativo (dopo una giornata di lavoro, pff). È il pacchetto ancora chiuso che contiene il regalo migliore. La realtà, la conoscenza, è una delusione rispetto al potere della (mia) mente.
La serie mostra tutto. Tutto. Non solo per quel che riguarda la trama, ma anche per i personaggi. Questo il motivo per cui non ho mai provato alcun tipo di empatia con i personaggi di una serie, li guardo con lo stesso grado di emotività che mi sprigiona un documentario sulle abilità mimetiche del camaleonte. Al massimo son curioso di sapere se su una scacchiera diventerà a quadretti.
Il soggetto in questione, totalmente svelato, perde qualsiasi possibilità di agganciare il tuo vissuto. Perché il tuo vissuto è diverso. Lo è per forza, in 30 ore di serie di quel personaggio saprai tutto, anche da che lato è girato mentre si fa il bidet (io guardo il muro, sappi che se gli dai le spalle ti considero mio nemico).

Capiamoci, io non metto in dubbio la qualità scenografica ed estetica dei prodotti (Stranger Things, ad esempio, è gli anni Ottanta!) e nemmeno alcuni spunti interessanti (la metafisica di Rust, in True Detective, è uno spettacolo). È l’insieme a non funzionare. Il rapporto tempo/qualità è nettamente sbilanciato, venti ore di una “buona” serie non mi daranno mai quello che mi danno dieci film. Alla terza ora di visione mi chiederò sempre se non stia sprecando del tempo. La diluizione del prodotto fidelizzante, sostanzialmente, uccide il mio desiderio di proseguire.
Ricordiamoci che un film nasce con una trama, con qualcosa da dire di definito. La serie (non sempre, ma spesso) viene prolungata in nuove stagioni se ci sono gli ascolti, inventando on demand (poca arte, molto mercato).

Ancora, mi chiedo. Viviamo in un mondo dove la maggior parte dei lavori e delle occupazioni sono ripetitive. A mio parere, escludendo tutto ciò che riguarda la creatività (arte in genere, cinema, musica, narrativa), tutti i lavori sono ripetitivi. Che voglia dovrei avere di trovare uno svago altrettanto ripetitivo?
«Dopo ore di lavoro non ho voglia di pensare».
Il successo della serialità è la tristissima conseguenza della cultura del “che bello, è venerdì” / “voglio morire, è lunedì”. Se dovessi vedere la mia settimana/vita in questa ottica, arrivando a sera senza “voglia di pensare”, cercando l’addormentamento cerebrale, non mi metterei davanti a una serie tv, mi suiciderei, sarebbe più dignitoso. Io voglio pensare. Voglio creare ciò che non vedo, voglio stupirmi ogni volta, non voglio che il mio treno cognitivo proceda al ritmo del “chissà chi scoperà/ucciderà/scoprirà chi”. Chi se ne frega.

Ecco perché questo è un percorso al contrario, figlio del mercato (di nuovo, uovo o gallina?). Ci abbiamo messo decenni a capire che il pane con il prosciutto è meglio del Tegolino. Lo sapevamo già, ma abbiamo dovuto passarci attraverso, convincerci fosse meglio il Tegolino, farci venire le allergie, le intolleranze, farci invadere dalla plastica e poi tornare al buon panino. Ma quando questo succede in una cultura asservita al consumismo (perché la serialità non è solo sullo schermo, ma anche nei libri, ad esempio), quando la volontà di non-ragionare ha la meglio, quante possibilità ci sono di tornare indietro? Quali malattie svilupperà una specie che preferisce non aver voglia di pensare? E saranno letali?

Ecco, se il sonno della ragione genera mostri, per me le serie sono un narcotico, anche se solo uno tra i tanti. La più recente che ricordi ad avere stimolato il mio intelletto è stata forse Star Trek (quella con William Shatner, ovviamente).

“Knives Out – Cena con delitto” di Rian Johnson

Sono andato a vedere Knives Out – Cena con delitto aspettandomi qualcosa di molto simile a Assassinio sull’Orient Express e non sono rimasto deluso. Di Rian Johnson, peraltro, avevo già visto Brick – Dose mortale, Looper e Star Wars: Gli ultimi Jedi (che non ricordo nemmeno quale fosse della saga: Star Wars mi ha stufato). Per questo giallo, in stile Agatha Christie (non a caso Johnson dichiara apertamente di essersi ispirato a diversi film tratti dai romanzi della nota scrittrice britannica), è stato inoltre messo insieme un cast eccezionale: Chris Evans, Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Michael Shannon,  Christopher Plummer e, ovviamente, un leggermente imbolsito Daniel Craig (che non vedo l’ora di rivedere nei panni di James Bond in 007No Time to Die).
Ma che cazzo, piantiamola di dire stronzate…

Sono andato a vedere Knives Out – Cena con delitto per lei, Ana de Armas. Il “delitto” è chiaro ed evidente fin da subito: questa povera e umile ragazza è stata imbruttita (è un termine un po’ forte, lo so) e resa quasi irriconoscibile nei panni di una sciacquetta qualunque, ben lontana dalla bellezza androide di Blade Runner 2049 o da quella innocente e casalinga di Trafficanti. Ma, soprattutto, in un ruolo totalmente diverso da quello che tutti ricordiamo e che l’ha resa indimenticabile: la pazza psicopatica di Knock Knock. Anche ora, mentre scrivo, non posso immaginare cosa abbia provato Keanu Reeves nell’essere violentato dalle due protagoniste di quel film (per ben due volte, prima sotto la doccia e poi nel letto, mentre veniva chiamato “papino”). Non riesco a dimenticare il terrore nei suoi occhi e gli inutili tentativi con i quali provava a ribellarsi a quella tortura.

Knock Knock (2015) di Eli Roth

Ti prego, non farmici più pensare, è uno strazio. Torniamo a Knive Out
C’è un omicidio, un ricchissimo scrittore muore con la gola tagliata. Attorno a lui una famiglia di parassiti, un’infermiera dolce, bella e premurosa (ehm…), due agenti di polizia e un detective privato. Non posso certo dirti altro, essendo un giallo. Tuttavia ti anticiperò che il mistero non risiede solo in chi abbia compiuto il delitto, ma in tanti altri piccoli dettagli che servono a tenere sempre desta l’attenzione e l’interesse. E ci riescono.

Probabilmente non ricorderò Knive Out a lungo, come tutti i gialli si basa su un mistero che, una volta svelato, rende quasi inutile qualsiasi ulteriore visione del film. Però mi è piaciuto, è intrattenimento allo stato puro e centra il suo obiettivo in pieno. Due ore sono volate come niente, grazie anche a una buona dose d’ironia che non guasta mai. Insomma, te lo consiglio, se vuoi svagarti è l’ideale.
Ma smettiamola: c’è Ana de Armas, serve altro?