Archivi tag: fantascienza

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.

“L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney

L’invasione degli ultracorpi (The Body Snatchers) è un romanzo di fantascienza di Jack Finney del 1955, da noi conosciuto anche con il titolo Gli invasati. Come per ogni grande classico della fantascienza (e chiariamoci subito, questo lo è) dal libro sono stati tratti nel tempo molti film, il primo e più famoso è quello omonimo di Don Siegel (1956), l’ultimo è Invasion (2007), con Daniel Craig e Nicole Kidman.

La trama è nota, se ancora non la conosci mi chiedo perché mai tu sia qui a leggere, comunque…
Nell’immaginaria cittadina di Santa Mira, California, il dottor Miles Bennell riceve diversi pazienti che affermano di non riconoscere più i propri cari. O meglio, li riconoscono, hanno gli stessi modi di fare, espressioni, pensieri, ricordi, ecc., solo che che non sembrano più loro, sembrano delle copie prive di emozioni, di vitalità. Alla porta di Miles bussa anche Becky Driscoll, suo amore giovanile. I due, entrambi divorziati, cominciano a indagare, scoprendo così l’esistenza di enormi baccelli arrivati dallo spazio che, disposti nei basamenti delle abitazioni o in luoghi appartati, stanno assumendo pian piano le sembianze delle persone, sostituendole. Ovviamente i protagonisti ri-scoprono anche l’amore e la (contenuta) passione. Non ti dico altro anche se, come ripeto, la storia è conosciuta.

Questo romanzo era sulla mia lista da parecchio e quando l’ho visto sulla bancarella dell’usato non ho esitato. Devo dire che sono stato anche fortunato perché questa edizione Urania è accompagnata da un paio di approfondimenti interessanti a tema psicologico (uno dello psichiatra Massimo Picozzi). Già… perché, anche se ai più stolti L’invasione degli ultracorpi potrebbe apparire come un banale racconto fantascientifico, i temi trattati sono molteplici e di una profondità (e attualità) incredibile, soprattutto se pensi all’anno di uscita.

Il romanzo di Finney si legge, infatti, con solo un’apparente leggerezza, grazie a una scrittura che a me ha ricordato la semplicità di H.G. Wells (sullo stesso tema La guerra dei mondi) unita a una trama più elaborata alla Richard Matheson (e sarà un caso che la protagonista femminile abbia lo stesso cognome che Matheson utilizzera per Io sono Helen Driscoll?). Ma, come ti dicevo, i temi sono tanti e ora te li snocciolo uno per uno in perfetto stile lista della spesa (che sui blog va tantissimo, insieme alle classifiche, così mi segui meglio).

Divorzio
Siamo nel 1955, quindi ancora un’epoca in cui l’amore era eterno. Difficile separarsi senza essere bollati come eretici nemici di Dio e della Patria. I protagonisti sono entrambi divorziati e il dottore riflette spesso su quanto sia questo un ostacolo al loro futuro amore. Perché divorzio = fallimento, se già non è consentito fallire una volta figuriamoci due. Il rischio è troppo alto, varrà la pena giocare all’amore, di nuovo, sotto gli occhi di tutti?

Caccia alle streghe
Tra USA e URSS i rapporti non erano dei migliori (si fa per dire…), la caccia ai comunisti e agli oppositori del sistema si espandeva a macchia d’olio. Difficile capire chi lo fosse e chi fingesse integrazione. Difficile capire chi fosse un alieno.

Difesa del consumismo
O meglio, la difesa dello stile di vita compra-compra-compra. Una delle caratteristiche più evidenti degli ultracorpi e la scarsità di entusiasmo nell’attività sociale ed economica capitalista. L’accusa è esplicità: se non riesci a dare senso alla tua vita con il lavoro sei un alieno privo di emozioni (perché le emozioni nascono solo anche da un entusiasmo economico).

E fino a qui abbiamo parlato di cose tangibili, comprensibili per chiunque. Ma poi…

Esistenza
Il tema dell’esistenza è permeante. Cosa significa esattamente esistere? Dove si ferma il bisogno di sopravvivenza? Gli “alieni” affermano pacificamente che il loro unico obbiettivo è quello di continuare a vivere, spostandosi da un pianeta all’altro, a discapito di qualsiasi altra forma di vita ma senza per questo essere per forza “cattivi”. L’uomo disbosca la Terra, loro disboscano (se così si può dire) i pianeti. Non è una colpa, è una necessità, è autoconservazione. L’uomo non fa di peggio alle specie con cui coabita sul pianeta?

Tema dell’identità
Qui ci sarebbe da parlare per ore. Un copia esatta di una persona può essere quella persona? Se pensa come lei, si muove come lei e ha gli stessi ricordi… Come è possibile dire che sia una persona altra? Se è uguale in tutto e per tutto, in cosa cambia?

Individualismo e collettivismo
L’argomento più attuale de L’invasione degli ultracorpi, e che lega tutti gli altri affrontati (economia, ambiente), è l’incapacità della nostra specie di ragionare come collettività invece che come singoli individui. Gli alieni, i baccelli, si sacrificano e impostano la loro esistenza sul successo comune, non su quello individuale.
È un esempio forte che faccio spesso: quando un uomo con un mitra entra in una stanza piena di persone queste si dividono, nascondendosi, facendosi ammazzare una per una. Quando un insetto nemico entra in un formicaio, le formiche lo attaccano tutte insieme. Pensano al bene comune: sacrificio di pochi per il benessere di molti. I formicai ci sono ancora, noi ci avviamo verso l’estinzione. Chiariamoci, io mi nasconderei, in quanto essere umano presento dei difetti genetici che non permettono una vera evoluzione, siamo semplicemente quello che siamo: nulla di che. Infatti accumuliamo oggetti, non vita, e pensiamo al benessere momentaneo e non a lungo termine.

Ok, sono stato un po’ prolisso, ma questo è un romanzo che può dare davvero tanto, anche se capisco che il messaggio sia incomprensibile ai più. In ogni caso, per te che sei frivolo e superficiale, può comunque essere letto anche come una semplice e coinvolgente storia in stile Umani VS Alieni. Non lo so, mettici una foto di Will Smith in copertina, magari così ti piacerà di più…

“Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury

Questa è una di quelle occasioni in cui dovrei solo dire: «Grazie, ciao». Come posso parlarti di un’opera così completa, così mastodontica? La verità è che non lo so. Partiamo quindi proprio dalla sua mole, ragion per cui ultimamente mi hai sentito un po’ meno. 1340 pagine, cento racconti esatti scelti dallo stesso Ray Bradbury per questa autoantologia che comprende un periodo altrettanto enorme, dal 1943 al 1980. Io di Bradbury, mea culpa, avevo letto solo Il popolo dell’autunno e Ritornati dalla polvere e sono quindi giunto del tutto impreparato a questa impresa, senza sapere troppo in merito all’autore. Che botta.

Parto facendo ordine, altrimenti mi perdo, si perderebbe chiunque, credimi. Provo quindi a dividere i racconti in quattro categorie principali, così come li ha divisi il mio cervello, per farti capire cosa puoi trovare in questo libro. Ovviamente, inutile dirlo, è una divisione che va presa con le pinze per le naturali ibridazioni.

Racconti sullo spazio e sui razzi, racconti marziani
Qui convergono tutti i racconti sui viaggi spaziali. La cosa bella è che Bradbury narra spesso non tanto il viaggio di per sé quanto l’immediato arrivo sul pianeta (quasi sempre Marte) o, addirittura, si sposta in avanti con gli anni in un momento in cui il pianeta è già stato colonizzato. Attenzione però, non una colonizzazione alla Asimov, già strutturata in confederazioni, ma una colonizzazione avvenuta da poco, ancora in una fase iniziale del processo di espansione dell’uomo nello spazio. È quindi una fantascienza legata alle turbe umane, il distacco dalla Terra, la paura delle guerre lasciate alle spalle, l’isolamento e la solitudine. È come se Bradbury, per indagare l’animo dell’uomo, si spostasse su un altro pianeta, rimanendo a casa. Bellissimo anche il racconto che chiude la raccolta e parla dell’inizio dei viaggi nello spazio: La fine del principio. Tutti f-a-n-t-a-s-t-i-c-i.

Racconti “fantasiosi”, esseri strani, vampiri, volatori
Questi sono i racconti che ho potuto collegare agli altri due romanzi che ho letto dello scrittore, in particolare a Ritornati dalla polvere. Sono strani, nel senso che Bradbury racconta come se il lettore dovesse sapere già qualcosa. Scrive di vampiri, esseri volatili, famiglie di freaks con poteri particolari. Vedasi, ad esempio, Zio Einar o La ragazza che viaggiava. Sono famiglie “normali”, che si vogliono bene e vivono la vita serenamente, ma che hanno qualcosa di diverso e Bradbury ne parla come se la loro esistenza fosse del tutto logica. Siamo più vicini al fantasy/fiabesco che all’horror, non c’è paura o violenza. Qui rientra anche l’altra grande tematica, quella del Luna Park o del Circo e dei suoi lavoranti, già trattata in Il popolo dell’autunno. Anzi, il racconto La giostra nera è una vera e propria costola del romanzo.

Racconti onirici
Quelli che ho preferito di meno, anzi, se proprio devo essere sincero, non mi sono piaciuti. Forse il 5/10% della raccolta. Li definisco io “onirici” perché sono poco chiari, nebulosi. Partono da una situazione senza descriverla bene, sembrano quasi esperimenti artistico/letterari. Non mi hanno consentito di entrare in sintonia con la storia e con i personaggi. Come Il meraviglioso abito color gelato alla panna o La bottiglia azzurra. Ininfluenti su un numero di racconti così ampio, capiamoci.

Racconti concreti
Sono tutti gli altri, tutti quei racconti che non parlano di Marte, di freaks o simili. Sono i racconti classici, i miei preferiti. Spesso con questi racconti Bradbury arriva alla poesia pura, come ne Il lago, ma affronta anche i problemi relazionali di coppia (Viaggio in Messico), tanto da chiederti se scrivendoli non stesse facendo dell’autoanalisi. Potrei elencartene di stupendi, come Io canto il corpo elettrico! dove il mondo dei robot (nello specifico una nonna elettrica) si scontra con la mortalità umana facendoti porre le elementari domande sull’esistenza. Bellissimo anche Ghiaccio e fuoco che parla di uomini atterrati su un pianeta che altera la vita, creando un invecchiamento precoce (esistenza media attorno ai 10 giorni) e riportando le persone a uno stadio primitivo. Mi fermo qui.

Avrei voluto essere più specifico, per rispetto a qualcosa di grandioso, ma ho letto il tomo in un arco di tempo abbastanza lungo, tre mesi circa, alternandolo alle altre mie letture. Purtroppo ora guardo i titoli di alcuni racconti e non ricordo più esattamente di cosa parlassero. Ma ricordo dinosauri, marionette, alieni e intelligenze superiori, complicate macchine meccaniche, alterazioni temporali e tanto, tanto altro. Quello che mi resta è un incredibile viaggio nella mente di un genio, che conosciamo per Fahrenheit 451 o per Cronache marziane, ma che in realtà ha prodotto molto(issimo) altro. E mi resta la sensazione di libertà mentale, unita all’avventura e ad un pizzico di angoscia, per delle storie che per quanto vadano lontane sono sempre rimaste molto vicine al cuore e alle turbe dell’essere umano.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente un pezzo del mitico discorso di John Milton (Al Pacino) alla fine de L’avvocato del diavolo. Quando diceva: «A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti». Ecco come vedo Bradbury ora, così lontano nello spazio ma così terribilmente vicino nell’animo. Uno degli ultimi umanisti.

“Captive State” di Rupert Wyatt

Devo dirti che non ero proprio ben disposto andando al cinema a vedere questo film (o meglio, più esplicitamente, mentre guidavo ho pensato sarà la solita stronzata con gli alieni). Io avrei voluto vedere Border – Crature di confine, ma è un film troppo elitario per le menti limitate dei miei concittadini, quindi non è in programma nelle mie zone (e intendo né in città né in provincia).
[Anzi, aspetta, ti sparo una bella digressione offensiva, prima di parlarti di Captive State (che mi ha piacevolmente sorpreso). Ieri era mercoledì, il giorno dei poveri, quello in cui si paga meno al cinema. La sala era vuota. Strano, perché di solito c’è un casino infernale di gente che sgranocchia lipidi come se fosse sul divano di casa. Dopo il film, però, sono andato a mangiare, e allora ho capito. Maxi schermo e partita: Giuventus – Dixan (o simile). I poveri del mercoledì sono più poveri nel cervello che nel portafogli. Sono talmente poveri che si esaltano come dei dannati anche quando fa goal la squadra avversaria, perché tifano contro. Io a quel boato di urla pensavo avessero trovato la cura per il cancro, o che fosse stato scoperto un modo per lavorare di meno, dimentico della società in cui vivo… Ecco, se sei uno di questi, un vero sportivo, fai una bella cosa, levati dal cazzo, vai pure a fare il follower da un’altra parte. Fine digressione.]

Il film si apre con la conquista della Terra da parte degli alieni. Vengono mostrati i protagonisti, due fratelli bambini, che perdono i genitori durante una fuga in auto nel caos generale. Poi c’è uno stacco di dieci anni. Durante questo periodo l’umanità si è totalmente asservita alla nuova razza dominante che vive nel sottosuolo e sta prosciugando il pianeta dei beni naturali, complici gli umani stessi. Per non combattere, per evitare problemi, l’uomo si è infatti piegato di fronte a una falsa propaganda di benessere che sostiene (falsamente) il miglioramento generale delle condizioni di vita dall’arrivo degli invasori. Ci sono umani preposti a comunicare con gli alieni e a riportare in superficie le leggi che questi decidono per l’umanità intera. La massa, il popolo, crede che tutto stia andando per il meglio, decidendo di non vedere la realtà. Vengono mantenuti quegli eventi che tengono calme le masse, gli stadi sono pieni (toh, guarda caso, panem et circenses), l’economia del lavoro, ecc. In tutto questo, però, c’è una resistenza, un gruppo organizzato che si oppone all’invasore alieno, gruppo capeggiato da uno dei due bambini che abbiamo conosciuto all’inzio del film. L’altro fratello, invece, deve ancora prendere la sua strada, capire come opporsi all’ordine dominante. Mi fermo.

Budget del film 25 milioni di dollari (che sono pochi), di conseguenza pochi effetti speciali e molte idee. È questo il cinema che mi piace. Non siamo certo di fronte a un film che resterà nella storia della fantascienza, ma è davvero piacevole da vedere. Così come è piacevole NON vedere quasi mai gli alieni, perché quello che si immagina fa sempre più paura di quello a cui si può dare una forma. Altra grande carta sfruttata è l’effetto Cronenberg, ossia la contaminazione della tecnologia sul corpo umano. Tutti gli uomini hanno infatti una cimice-controllore sottopelle, che pulsa, lasciandoti nel dubbio se sia una tecnologia vivente o meccanica, anche se sicuramente in parte biologica. E poi c’è un grande John Goodman, che fa il poliziotto scova ribelli, che ho trovato davvero bravissimo.

Ho letto diverse interpretazioni su questo film. C’è chi parla di Trump, chi del bavaglio all’informazione. Io la vedo meno metaforicamente, non credo si debba sempre andare a trovare un significato “secondo” in queste pellicole. O forse sì, però trovarlo in una persona specifica, in un problema specifico, mi sembra abbastanza limitante. Forse bisogna allargare un po’ gli orizzonti per non vedere sempre e solo il dito invece della Luna. Perché gli invasori, quelli che limitano la libertà e si chiudono in un sistema, siamo noi stessi, con le stupide ambizioni del nostro fallimentare sistema. Un sistema che poi sputa fuori personaggi a cui contrapporci (il dito, appunto), personaggi ben visibili, da abbattere, mentre la Luna resta sempre lì, ferma e inattaccabile.

Comunque sì, ho divagato. Questo significa che il film è un buon film.

“La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Il Reich ha vinto la II Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti sono divisi territorialmente tra le due potenze, l’Africa è stata spazzata via, Berlino è il centro del potere. La cultura orientale si è diffusa in tutto il pianeta, la spiritualità è importante quanto la supremazia della razza, le decisioni fondamentali vengono prese consultando il libro dell’Oracolo e gli oggetti americani antecendenti la guerra sono ricercati nel mondo dei collezionisti, tanto da alimentare anche un fiorente mercato di falsi dove il confine tra l’arte e la serialità è molto labile. In questo panorama si muovono le vite di un negoziante, di un falsario ebreo e altri personaggi, di cui alcuni sono spie sotto copertura. Ciò che li accoumuna è la lettura, o perlomeno la conoscenza, di un famoso libro verboten: La cavalletta non si alzerà più. La messa al bando del romanzo è dovuta alla strana storia che racconta, quella di un mondo dove Germania e Giappone sono stati sconfitti…

Come puoi vedere dalla trama, il soggetto principale di questo capolavoro di Philip K. Dick non sono i personaggi ma il contesto in cui sono calati. Come già per Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui è tratto il famoso film Blade Runner), anche in La svastica sul sole quello che colpisce non è tanto la trama quanto la verosimiglianza di un mondo ricreato alla perfezione, dove non ci è dato sapere tutto e molto è lasciato all’immaginazione, ma quello che ci viene spiegato è molto coerente con quello che sarebbe potuto avvenire se la storia fosse andata diversamente. Abbiamo quindi un’Africa silenziosamente epurata dalle razze ritenute inferiori da Hitler, con la stessa discrezione (o menefreghismo generale) con cui erano stati organizzati i campi di concentramento. C’è un regime che appare decadente ma comunque in forma, dove a comandare sono i gerarchi nazisti ormai anziani, che si contendono potere e poltrone a furia di colpi di spionaggio e controspionaggio. C’è la natura umana che, al di là di colore, politica e credo, tende a portare la storia verso il mercato economico, vera dittatura che vince su qualsiasi storia reale e ucronica. E poi c’è il romanzo proibito, che racconta una storia che è la nostra, ma che appare comunque migliore della storia reale, come se l’uomo potesse solo immaginare un mondo dove la cultura abbia prevalso sull’avidità. E da questo ne esce una condanna per tutti, per chi ha perso, ma anche per chi ha vinto e avrebbe potuto fare di meglio.

The man in the high castle (da cui recentemente è stata tratta anche una serie tv) è il secondo romanzo di Dick che leggo, non ho quindi una grande esperienza su questo autore. È sicuramente un tipo di scrittura che punta alla riflessione più che al coinvolgimento. Interessante ad esempio tutto il discorso sul mercato del falso, la critica alla ricerca di cimeli (che è quello che fanno gli occidentali quando si sentono “turisti”) e il tentativo di capire dove, nella produzione di un oggetto, si fermi l’arte e cominci la serialità del lucro. Non posso spingermi oltre perchè solo su questo argomento ci sarebbe da parlare per ore, ma ciò è indicativo per capire quanti spunti di riflessione possa offrire il romanzo.

Devo dirti la verità, preferisco, restanto in ambito fantascientifico (anche se qui la vera e propria fantascienza è assente), scrittori come Asimov, Matheson, Bradbury o Vonnegut, perché sono sicuramente più coninvolgenti e ti inducono a voltare pagina più volentieri, ma la potenza evocativa e la profondità di ragionamento a cui ti spinge Dick sono inimitabili. Questo è quel tipo di scrittura che insegna a guardare la società, e l’uomo, con occhi diversi. A renderci consapevoli dei nostri limiti di piccoli (inutili, stupidi, prevedibili) esseri umani nell’Universo.
Credo che, mai come ora, ci sia stato il bisogno di meditare su questo.

“Elevation” di Stephen King

Scott Carey perde peso, giorno dopo giorno, senza che il suo corpo presenti esteriormente alcun segno di dimagrimento. Scott, nel frattempo, diventa più agile, meno propenso a stancarsi e, cosa abbastanza strana, acquisisce la capacità di fare “perdere la gravità” agli oggetti che tiene tra le mani. L’uomo ha anche un difficile rapporto con le sue vicine di casa, due lesbiche sposate che stanno per chiudere il loro ristorante perché a Castle Rock, piccolo paese di provincia, i matrimoni gay non sono proprio ben visti. I destini di Scott e delle due donne sono destinati a incrociarsi ulteriormente e le loro difficoltà a trovare una soluzione, in attesa che la bilancia raggiunga il misterioso punto zero.

Non sto a riportarti il conteggio preciso dei caratteri di stampa, come avevo fatto per La scatola dei bottoni di Gwendy, ma io l’ho fatto. Elevation è un racconto di 80 pagine spalmato su 195 pagine con interlinea autostradale. Anche mettendo insieme questi due “romanzi” si ottiene circa 1/4 (in termini quantitativi) di una qualsiasi raccolta di racconti del King standard. 13 euro sono un po’ tantini per un racconto travestito da romanzo. E qui chiudiamo la parte tecnica, ma era giusto dirlo per non farsi prendere per il culo.

La storia è coinvolgente e piacevole, la leggi in fretta e sei curioso di girare pagina per vedere come procede. Certo, manca quella profondità dei personaggi e la complessità della trama a cui ci ha abituato il Re. Tutto sarebbe normale se fosse un racconto, ma questo è un romanzo, quindi dovrebbero esserci (sto facendo del sarcasmo).
Due cose non ho apprezzato: il finale, prevedibile e poco originale, e l’inserimento forzato delle tematiche LGBT, soprattutto in una storia così corta. Premesso che io sono per l’amore libero, trovo che la deriva artistica di King stia diventando troppo attenta agli argomenti “di moda” (era già successo con il tema del ruolo della donna in Sleeping Beauties). Sono temi importanti e ben venga che un grande scrittore come King ne parli ma, quando diventano un’interesse totalizzante, la trama perde in forza e guadagna in forzatura.

Che dire, questo Elevation non è stato malissimo, ma ti lascia con la voglia di un romanzo vero. Speriamo lo sarà The institute.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King, ma quelli di cui ti ho parlato sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)

“Venom” di Ruben Fleischer

Non sarò molto prolisso nel commentare questo ennesimo film Marvel, anzi.

Venom è un alieno che vive in simbiosi con un corpo umano, nel nostro caso quello di Tom Hardy, e che è impegnato a combattere contro i suoi simili (per far rimanere la Terra un posto solo suo) oltre che contro gli umani. Insomma, contro tutti. Lo fa comunque a modo suo, con un suo criterio, talvolta condivisibile, e questa è forse la parte più interessante (se non l’unica) del film. Ovviamente c’è l’amata, Michelle Williams, e il cattivone più cattivo del cattivo.

È la sagra del già visto, già sentito, già girato. E la Marvel ci infila le solite battute che però più di tanto non fanno ridere. L’unico lato positivo è Tom Hardy, sprecato.

Se devi guardare un film Marvel “piccolo”, su un eroe unico, guarda Deadpool 1 e 2, almeno si ride davvero. Fine.