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“L’esatta percezione – Nove racconti” di Andrea Viscusi

L’esatta percezione, di Andrea Viscusi, è la seconda antologia personale legata al mondo di RiLL che leggo (la prima era quella di Davide Camparsi, trovi il link a fondo pagina). Ti ricordo infatti, casomai tu fossi sbadato e non mi seguissi assiduamente (come invece dovresti fare), che il Trofeo RiLL pubblica ogni anno, oltre all’antologia Mondi Incantati dedicata ai racconti partecipanti al concorso, anche la collana Memorie dal Futuro nella quale, appunto, vengono raccolti i racconti di un singolo autore.

Veniamo al punto, però.
Quello che, ancora una volta, mi ha piacevolmente sorpreso è la qualità di questi racconti. O meglio, se devo essere più preciso, la capacità di utilizzare la fantascienza come mezzo per indurre a riflettere. Chiariamoci, non ti sto parlando di una lettura pesante, tutt’altro. Il livello di intrattenimento è perfettamente calibrato per invogliarti a voltare pagina ma, a fine racconto, ti rimane anche una piacevole sensazione, come se attraversando la storia avessi imparato qualcosa. L’autore, nel mixer, ha inserito delle trame interessanti, ma le ha anche frullate con una buona dose di intelligenza.

Ora, come mia consuetudine, non voglio svelarti troppo. Tuttavia, che sarei stato soddisfatto, l’avevo già capito dal primo racconto: Hype. Non è da tutti riuscire a portare avanti una critica nei confronti della società senza diventare pedante, o saccente, ma Viscusi ci è riuscito benissimo. La visione di un mondo futuro (ma non troppo) nel quale le uniche emozioni nascono da una costante interconessione è perfetta e terrificante al tempo stesso. Ma potrei parlarti allo stesso modo anche degli altri racconti presenti nell’antologia. In un istante è quasi una poesia per la sua brevità (due pagine), ma in poco ti emoziona e ti fa riflettere sulle cose importanti della vita. Sinestesia riesce a spiegarti in un modo del tutto particolare la diversità. La legge dei padri rimuove la connotazione temporale al conflitto tra padri e figli e lo rende eterno, così come è nella realtà. La bella lavanderina beh, è una perfetta metafora dell’amore impossibile.
Mi fermo, dai.

Certo, anche a me piacciono gli alieni e le navicelle spaziali, ma resto dell’idea che quello che dovrebbe sempre fare la fantascienza è spingerti a pensare. Portarti lontano, per capire meglio quello che hai vicino, costringerti a vedere ciò che è annebbiato dal velo della quotidianità, della normalità.
E qui direi che ci siamo. Bene.

Libri RiLL di cui ti ho parlato:
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2017)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)

“Cuore nero” di Dean Koontz

Come ti avevo anticipato, dopo Il luogo delle ombre, rieccomi a parlarti di Dean Koontz. Scrittore, a mio parere, da noi un po’ trascurato, se consideri che wiki sostiene abbia venduto 450 milioni di copie dei suoi romanzi (Stephen King si aggira attorno ai 500, credo il primo posto se lo giochino ancora gli autori fantasy di Bibbia e Corano). Forse la minore notorietà, in Italia, è dovuta alle poche (e, quelle poche, scarse) trasposizioni cinematografiche. Lo stesso Cuore nero (Hideaway, 1993) è stato portato sullo schermo con il titolo Premonizioni, un film con Jeff Goldblum che non ho visto, ma che a quanto pare era talmente brutto da far incazzare proprio Koontz, tanto da fargli fare di tutto per riuscire a rimuovere il suo nome dai crediti.

Hatch e Lindsey hanno un terribile incidente d’auto. Lindsey se la cava bene, ma Hatch rimane morto per ottanta minuti prima che un luminare della rianimazione “a freddo” lo riporti indietro. I due coniugi si rimettono e tornano a casa, adottano anche una bambina. Poi Hatch inizia ad avere strane visioni, sembra che il suo inconscio sia collegato telepaticamente con qualcuno dalla psiche distorta, un freddo e crudele serial killer che identifica sé stesso con il demone Vassago. Perché Hatch è tornato dall’aldilà con questo “dono”? Non ti anticipo altro, perché il mistero è parte integrante della trama.

Come avrai intuito ci risiamo: 100% intrattenimento. In questo periodo ho il cervello che mi fuma, troppe cose da fare, e quando prendo in mano un libro lo svago è esattamente ciò che cerco. Con Koontz me la gioco facile, perché le sue storie sono coinvolgenti come un buon film d’azione. Anche in questo caso i riferimenti alla religione, ai demoni e al satanismo, sono funzionali alla trama e difficilmente aprono la strada a dubbi morali o a ragionamenti complessi. Semplicemente, una pagina tira l’altra.
Tranquillo, ritornerò a proporti pipponi pseudofilometafisici, ma non oggi, non oggi…

“Jurassic Park” di Michael Crichton

Sproloquio introduttivo.
Se escludiamo la mia nota passione per Stephen King, ho evitato per anni i grandi nomi della lettaratura internazionale contemporanea. Quei nomi, per capirci, che vendono milioni di copie e che trovi ovunque, fin dentro i piccoli supermercati dove tengono solo i “top” in classifica. È stato un grosso errore di cui mi sono reso conto ultimamente, non solo con il “qui presente” Michael Crichton ma anche con, ad esempio, James Ellroy, Dean Koontz, ecc. dei quali ti ho parlato da poco. Potrei stilarti una lista lunghissima di autori arcinoti che non ho mai letto: Wilbur Smith, Ken Follett, John Grisham… Un errore forse giustificato da una valutazione distorta, dovuta alle attuali classifiche di vendita che non si basano sul merito e sulle abilità letterarie, ma su altri fattori. Questi signori, però, vendevano ben prima che a scalare le classifiche ci fossero gli influencer di Instagram, gli youtuber e i calciatori, prima che, a far vendere, fosse un fatto di cronaca o qualche tragedia. Questi vendevano perché erano bravi, che è tutta un’altra cosa. Forse non saranno i Mozart o i Beethoven della letteratura, quelli li lasciamo fare a Hemingway o Steinbeck, ma di certo sono delle rockstar che hanno guadagnato il palco con sudore e abilità, come degli Springsteen o dei Jagger.
Ecco, l’ho detto.

Qui ci sarebbe il punto, recentemente introdotto al fine di farti stare più sereno con gli standard a cui sei abituato, dove ti racconto la trama del romanzo. Con Jurassic Park, concedimelo, lo saltiamo.

Questo romanzo si divora, anche senza essere un velociraptor… Tieni presente che, ovviamente, avevo già visto il film di Steven Spielberg e che quindi l’effetto sorpresa era molto limitato. Ciò dovrebbe darti un’idea di quanto Crichton sia bravo a farti tenere alta l’attenzione. Ogni minuto è buono per prendere in mano il libro e andare avanti, 500 pagine si bruciano come niente. Di sicuro leggerò il seguito, Il mondo perduto, ma è altrettanto sicuro che inserirò questo autore tra i miei “devo leggere tutto quel che ha scritto”. Ho già Sol levante nella pila dei libri.

Una curiosità.
Essendo Jurassic Park tra i libri di fantascienza più famosi degli ultimi tempi, sono andato a leggermi un po’ di recensioni per capire cosa ne pensassero i lettori, quali fossero le parti più apprezzate e quelle meno. Incredibilmente, le critiche (poche, ma ci sono) sono tutte dirette verso la figura del matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum, nel film), cioè il personaggio che a me è piaciuto di più. Malcolm rappresenta la parte più filosofica/riflessiva del romanzo, la critica più profonda alla superficialità umana. Il suo discorso sull’utilizzo della scienza come strumento di vendita è semplicemente fantastico e più che attuale. Malcolm sostiene (in breve) che la scienza assuma le conoscenze pregresse senza avere patito il sacrificio della ricerca, perdendo così il contatto con la realtà e occupandosi solo del prossimo “gradino”, incurante degli effetti a lungo termine di questo atteggiamento. Il potere ottenuto senza la disciplina, nata dal sacrificio, viene utilizzato in modo sconsiderato. La scienza si eredita, la disciplina no. L’ “avventata corsa alla commercializzazione” è la diretta conseguenza di tutto questo.
Hai forse qualcosa da obiettare?

“Tra cielo e terra – Racconti fantastici” di Davide Camparsi

Avevo già letto un paio di antologie del Trofeo Rill (te ne ho parlato qui: Davanti alla specchio e Ana nel campo dei morti), ma è la prima volta che mi avvicino alla collana parallela “Memorie dal Futuro”, che si occupa di un solo autore per volta,  scelto sempre tra i partecipanti al Trofeo Rill. Bene, ora l’ho fatto.

Tra cielo e terra è una raccolta di dieci racconti fantastici/fantascientifici/horror/fantasy (ok, ho finito) del veronese Davide Camparsi, classe 1970. Forse, però, il genere al quale questi racconti maggiormente appartengono è quello umano (ammesso che, letterariamente parlando, esista). Già, perché quello che mi è piaciuto di più in queste dieci storie è proprio come l’autore sia riuscito a mantenere ancorati gli elementi fantastici all’emotività dei personaggi, senza perdere il collegamento con i sentimenti. Ma mi spiego meglio…

Quello che spesso accade con la fantascienza (e l’horror), sia in ambito letterario che cinematografico, è che lo scollamento dal reale porti anche a una maggiore distanza dalle reazioni umane dei protagonisti. Parliamoci chiaro, Alien è un capolavoro, ma a nessuno gliene frega nulla di quello che prova Ellen Ripley, l’elemento centrante è la trama e la tensione del racconto. Se invece guardi Blade Runner (così rimango su Ridley Scott) l’emotività entra fortemente a far parte della storia, potenziandola. Potrei dirti la stessa cosa parlandoti di autori della fantascienza classica: Asimov è un genio indiscusso, ma chi mai si è sentito coinvolto (sempre a livello emotivo, intendo) leggendo uno dei suoi romanzi? O davvero tu, leggendo Tre millimetri al giorno di Matheson, ti chiedevi cosa avresti provato a essere al posto del dottor Carey? Non credo. Ti chiedevi, magari, cosa sarebbe successo di lì a poco, come sarebbe proseguita la storia, questo sì.

Ecco, Camparsi, invece, applica le situazioni “al di là del reale” all’essere umano reale. In poche pagine ti affezioni ai protagonisti, che sono parte integrante della storia e non solamente il mezzo che serve per attraversarla. Potresti esserci tu lì, al loro posto. E così, se Dio scendesse sulla Terra come nel racconto Non di solo pane, avresti gli stessi dubbi e dilemmi che ha quel ragazzino di tredici anni che ti descrive i suoi problemi con il “boss”. Torni a essere un adolescente innamorato in È tutto così fragile e la cosa fondamentale non è tanto come gestire una polaroid che scatta fotografie del futuro, ma come questa situazione influisca sull’amore che provi per quella ragazza che hai sempre desiderato.

Insomma, avrai capito che questa raccolta mi è piaciuta, e mi è piaciuta parecchio. Ha quel sapore nostalgico e vagamente disperato che mi attrae, come una porta che si apre su un mondo che non conosci e che puoi esplorare solo se accetti di abbandonare per sempre quello al quale appartieni (come ne L’uomo che apriva porte su altrove o ne La chiave di Keats). Quel stesso sapore nostalgico che rende benissimo la copertina di Valeria de Caterini.

Sono contento di avere scoperto sia Camparsi che la collana “Memorie dal Futuro”. Ah, e tra le mani ho già Leucosya (l’antologia Rill di quest’anno) e L’esatta percezione di Andrea Viscusi (altra monografia), quindi te le beccherai a breve, non dubitare. E, così a occhio, non solo quelle.

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.

“L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney

L’invasione degli ultracorpi (The Body Snatchers) è un romanzo di fantascienza di Jack Finney del 1955, da noi conosciuto anche con il titolo Gli invasati. Come per ogni grande classico della fantascienza (e chiariamoci subito, questo lo è) dal libro sono stati tratti nel tempo molti film, il primo e più famoso è quello omonimo di Don Siegel (1956), l’ultimo è Invasion (2007), con Daniel Craig e Nicole Kidman.

La trama è nota, se ancora non la conosci mi chiedo perché mai tu sia qui a leggere, comunque…
Nell’immaginaria cittadina di Santa Mira, California, il dottor Miles Bennell riceve diversi pazienti che affermano di non riconoscere più i propri cari. O meglio, li riconoscono, hanno gli stessi modi di fare, espressioni, pensieri, ricordi, ecc., solo che che non sembrano più loro, sembrano delle copie prive di emozioni, di vitalità. Alla porta di Miles bussa anche Becky Driscoll, suo amore giovanile. I due, entrambi divorziati, cominciano a indagare, scoprendo così l’esistenza di enormi baccelli arrivati dallo spazio che, disposti nei basamenti delle abitazioni o in luoghi appartati, stanno assumendo pian piano le sembianze delle persone, sostituendole. Ovviamente i protagonisti ri-scoprono anche l’amore e la (contenuta) passione. Non ti dico altro anche se, come ripeto, la storia è conosciuta.

Questo romanzo era sulla mia lista da parecchio e quando l’ho visto sulla bancarella dell’usato non ho esitato. Devo dire che sono stato anche fortunato perché questa edizione Urania è accompagnata da un paio di approfondimenti interessanti a tema psicologico (uno dello psichiatra Massimo Picozzi). Già… perché, anche se ai più stolti L’invasione degli ultracorpi potrebbe apparire come un banale racconto fantascientifico, i temi trattati sono molteplici e di una profondità (e attualità) incredibile, soprattutto se pensi all’anno di uscita.

Il romanzo di Finney si legge, infatti, con solo un’apparente leggerezza, grazie a una scrittura che a me ha ricordato la semplicità di H.G. Wells (sullo stesso tema La guerra dei mondi) unita a una trama più elaborata alla Richard Matheson (e sarà un caso che la protagonista femminile abbia lo stesso cognome che Matheson utilizzera per Io sono Helen Driscoll?). Ma, come ti dicevo, i temi sono tanti e ora te li snocciolo uno per uno in perfetto stile lista della spesa (che sui blog va tantissimo, insieme alle classifiche, così mi segui meglio).

Divorzio
Siamo nel 1955, quindi ancora un’epoca in cui l’amore era eterno. Difficile separarsi senza essere bollati come eretici nemici di Dio e della Patria. I protagonisti sono entrambi divorziati e il dottore riflette spesso su quanto sia questo un ostacolo al loro futuro amore. Perché divorzio = fallimento, se già non è consentito fallire una volta figuriamoci due. Il rischio è troppo alto, varrà la pena giocare all’amore, di nuovo, sotto gli occhi di tutti?

Caccia alle streghe
Tra USA e URSS i rapporti non erano dei migliori (si fa per dire…), la caccia ai comunisti e agli oppositori del sistema si espandeva a macchia d’olio. Difficile capire chi lo fosse e chi fingesse integrazione. Difficile capire chi fosse un alieno.

Difesa del consumismo
O meglio, la difesa dello stile di vita compra-compra-compra. Una delle caratteristiche più evidenti degli ultracorpi e la scarsità di entusiasmo nell’attività sociale ed economica capitalista. L’accusa è esplicità: se non riesci a dare senso alla tua vita con il lavoro sei un alieno privo di emozioni (perché le emozioni nascono solo anche da un entusiasmo economico).

E fino a qui abbiamo parlato di cose tangibili, comprensibili per chiunque. Ma poi…

Esistenza
Il tema dell’esistenza è permeante. Cosa significa esattamente esistere? Dove si ferma il bisogno di sopravvivenza? Gli “alieni” affermano pacificamente che il loro unico obbiettivo è quello di continuare a vivere, spostandosi da un pianeta all’altro, a discapito di qualsiasi altra forma di vita ma senza per questo essere per forza “cattivi”. L’uomo disbosca la Terra, loro disboscano (se così si può dire) i pianeti. Non è una colpa, è una necessità, è autoconservazione. L’uomo non fa di peggio alle specie con cui coabita sul pianeta?

Tema dell’identità
Qui ci sarebbe da parlare per ore. Un copia esatta di una persona può essere quella persona? Se pensa come lei, si muove come lei e ha gli stessi ricordi… Come è possibile dire che sia una persona altra? Se è uguale in tutto e per tutto, in cosa cambia?

Individualismo e collettivismo
L’argomento più attuale de L’invasione degli ultracorpi, e che lega tutti gli altri affrontati (economia, ambiente), è l’incapacità della nostra specie di ragionare come collettività invece che come singoli individui. Gli alieni, i baccelli, si sacrificano e impostano la loro esistenza sul successo comune, non su quello individuale.
È un esempio forte che faccio spesso: quando un uomo con un mitra entra in una stanza piena di persone queste si dividono, nascondendosi, facendosi ammazzare una per una. Quando un insetto nemico entra in un formicaio, le formiche lo attaccano tutte insieme. Pensano al bene comune: sacrificio di pochi per il benessere di molti. I formicai ci sono ancora, noi ci avviamo verso l’estinzione. Chiariamoci, io mi nasconderei, in quanto essere umano presento dei difetti genetici che non permettono una vera evoluzione, siamo semplicemente quello che siamo: nulla di che. Infatti accumuliamo oggetti, non vita, e pensiamo al benessere momentaneo e non a lungo termine.

Ok, sono stato un po’ prolisso, ma questo è un romanzo che può dare davvero tanto, anche se capisco che il messaggio sia incomprensibile ai più. In ogni caso, per te che sei frivolo e superficiale, può comunque essere letto anche come una semplice e coinvolgente storia in stile Umani VS Alieni. Non lo so, mettici una foto di Will Smith in copertina, magari così ti piacerà di più…

“Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury

Questa è una di quelle occasioni in cui dovrei solo dire: «Grazie, ciao». Come posso parlarti di un’opera così completa, così mastodontica? La verità è che non lo so. Partiamo quindi proprio dalla sua mole, ragion per cui ultimamente mi hai sentito un po’ meno. 1340 pagine, cento racconti esatti scelti dallo stesso Ray Bradbury per questa autoantologia che comprende un periodo altrettanto enorme, dal 1943 al 1980. Io di Bradbury, mea culpa, avevo letto solo Il popolo dell’autunno e Ritornati dalla polvere e sono quindi giunto del tutto impreparato a questa impresa, senza sapere troppo in merito all’autore. Che botta.

Parto facendo ordine, altrimenti mi perdo, si perderebbe chiunque, credimi. Provo quindi a dividere i racconti in quattro categorie principali, così come li ha divisi il mio cervello, per farti capire cosa puoi trovare in questo libro. Ovviamente, inutile dirlo, è una divisione che va presa con le pinze per le naturali ibridazioni.

Racconti sullo spazio e sui razzi, racconti marziani
Qui convergono tutti i racconti sui viaggi spaziali. La cosa bella è che Bradbury narra spesso non tanto il viaggio di per sé quanto l’immediato arrivo sul pianeta (quasi sempre Marte) o, addirittura, si sposta in avanti con gli anni in un momento in cui il pianeta è già stato colonizzato. Attenzione però, non una colonizzazione alla Asimov, già strutturata in confederazioni, ma una colonizzazione avvenuta da poco, ancora in una fase iniziale del processo di espansione dell’uomo nello spazio. È quindi una fantascienza legata alle turbe umane, il distacco dalla Terra, la paura delle guerre lasciate alle spalle, l’isolamento e la solitudine. È come se Bradbury, per indagare l’animo dell’uomo, si spostasse su un altro pianeta, rimanendo a casa. Bellissimo anche il racconto che chiude la raccolta e parla dell’inizio dei viaggi nello spazio: La fine del principio. Tutti f-a-n-t-a-s-t-i-c-i.

Racconti “fantasiosi”, esseri strani, vampiri, volatori
Questi sono i racconti che ho potuto collegare agli altri due romanzi che ho letto dello scrittore, in particolare a Ritornati dalla polvere. Sono strani, nel senso che Bradbury racconta come se il lettore dovesse sapere già qualcosa. Scrive di vampiri, esseri volatili, famiglie di freaks con poteri particolari. Vedasi, ad esempio, Zio Einar o La ragazza che viaggiava. Sono famiglie “normali”, che si vogliono bene e vivono la vita serenamente, ma che hanno qualcosa di diverso e Bradbury ne parla come se la loro esistenza fosse del tutto logica. Siamo più vicini al fantasy/fiabesco che all’horror, non c’è paura o violenza. Qui rientra anche l’altra grande tematica, quella del Luna Park o del Circo e dei suoi lavoranti, già trattata in Il popolo dell’autunno. Anzi, il racconto La giostra nera è una vera e propria costola del romanzo.

Racconti onirici
Quelli che ho preferito di meno, anzi, se proprio devo essere sincero, non mi sono piaciuti. Forse il 5/10% della raccolta. Li definisco io “onirici” perché sono poco chiari, nebulosi. Partono da una situazione senza descriverla bene, sembrano quasi esperimenti artistico/letterari. Non mi hanno consentito di entrare in sintonia con la storia e con i personaggi. Come Il meraviglioso abito color gelato alla panna o La bottiglia azzurra. Ininfluenti su un numero di racconti così ampio, capiamoci.

Racconti concreti
Sono tutti gli altri, tutti quei racconti che non parlano di Marte, di freaks o simili. Sono i racconti classici, i miei preferiti. Spesso con questi racconti Bradbury arriva alla poesia pura, come ne Il lago, ma affronta anche i problemi relazionali di coppia (Viaggio in Messico), tanto da chiederti se scrivendoli non stesse facendo dell’autoanalisi. Potrei elencartene di stupendi, come Io canto il corpo elettrico! dove il mondo dei robot (nello specifico una nonna elettrica) si scontra con la mortalità umana facendoti porre le elementari domande sull’esistenza. Bellissimo anche Ghiaccio e fuoco che parla di uomini atterrati su un pianeta che altera la vita, creando un invecchiamento precoce (esistenza media attorno ai 10 giorni) e riportando le persone a uno stadio primitivo. Mi fermo qui.

Avrei voluto essere più specifico, per rispetto a qualcosa di grandioso, ma ho letto il tomo in un arco di tempo abbastanza lungo, tre mesi circa, alternandolo alle altre mie letture. Purtroppo ora guardo i titoli di alcuni racconti e non ricordo più esattamente di cosa parlassero. Ma ricordo dinosauri, marionette, alieni e intelligenze superiori, complicate macchine meccaniche, alterazioni temporali e tanto, tanto altro. Quello che mi resta è un incredibile viaggio nella mente di un genio, che conosciamo per Fahrenheit 451 o per Cronache marziane, ma che in realtà ha prodotto molto(issimo) altro. E mi resta la sensazione di libertà mentale, unita all’avventura e ad un pizzico di angoscia, per delle storie che per quanto vadano lontane sono sempre rimaste molto vicine al cuore e alle turbe dell’essere umano.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente un pezzo del mitico discorso di John Milton (Al Pacino) alla fine de L’avvocato del diavolo. Quando diceva: «A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti». Ecco come vedo Bradbury ora, così lontano nello spazio ma così terribilmente vicino nell’animo. Uno degli ultimi umanisti.