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“Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne

C’è un tempo per tutto. Purtroppo, mi è ormai chiaro, che il tempo per leggere Verne sia passato da un bel pezzo, e mi dispiace. Ricordo di aver letto, da bambino, Dalla Terra alla Luna (1865) e di averlo apprezzato moltissimo. Ero affascinato dal viaggio spaziale e mi ero stupito per il modo in cui Verne avesse precorso i tempi, raccontando quell’avventura con un realismo incredibile, un secolo prima che l’Apollo 11 compisse l’impresa. Non l’ho più riletto, quel romanzo. Forse dovrei, per verificarne la presa emotiva. Per capire se, ancora, appaia tutto così verosimile anche per una mente “adulta” (si fa per dire, eh).

È terrificante, lo so, ma ora Verne mi annoia. Credo che il problema non sia suo (di sicuro). Credo che il problema risieda nella perdita dell’innocenza. Ho alzato il livello della sospensione dell’incredulità a un punto tale per cui ho perso la capacità di credere. Come tutti, del resto, da Babbo Natale in poi. Con Il giro del mondo in ottanta giorni mi ero esaltato, lo ammetto. Ma quanto di quell’entusiasmo era reale? Non lo so, forse era solo nostalgia, bisogno di crederci, appunto.

Venendo a Viaggio al centro della Terra, la storia la conosci. Dopo aver scoperto un documento antico, il professor Lidenbrock, suo nipote Alex e la guida Hans, si avventurano all’interno di un vulcano islandese che – secondo il sopracitato documento – nasconderebbe la via per il centro della Terra. Tra le altre cose, attraverseranno un mare interno, tanto grande da farli sbucare sull’isola di Stromboli.

Cosa mi è piaciuto.
La descrizione dei paesaggi, dei mostri marini, di tutto ciò che non è reale. Foreste di funghi grandi quanto alberi, enormi coccodrilli, addirittura un gigante. Tutto questo è fantastico, davvero. Fonte di ispirazione per la fantascienza che verrà.

Cosa non mi è piaciuto.
Lo schematismo dei personaggi, stereotipati nei generi di appartenenza, e il modo che hanno di relazionarsi tra loro. Lidenbrock è lo scienziato, crede fermamente nel suo scopo (raggiungere il centro della Terra) e non fa mai – MAI – una piega. Axel mette in dubbio lo zio, ha spesso paura e vorrebbe sempre tirarsi indietro. Hans è una sorta di deus ex machina, fa costantemente in modo che le cose vadano bene e risolve il problema della mancanza di realismo. Dove sono finiti i bagagli? Li ha recuperati Hans. Perché non sono morti tutti? Li ha salvati Hans. Chi procura il cibo? Sempre Hans. E via dicendo.

È chiaro, si parla di una scrittura di un secolo e mezzo fa, me ne rendo conto. Tuttavia la mancanza di profondità psicologica si fa sentire, ben più che nei romanzi del (quasi) contemporaneo H.G. Wells. È una lettura per ragazzi – e io ragazzo non sono più – ma non solo, è una lettura per ragazzi di un altro tempo, forse più ingenuo, più innocente.
Non so se tornerò su Verne, per ora non credo. Vedremo.

“Dune” di Denis Villeneuve

Premetto, da subito, di non aver ancora letto il romanzo di Frank Herbert, dal quale Dune è tratto. Ho però visto la trasposizione omonima di David Lynch del 1984, sebbene molto tempo fa. Il libro ce l’ho, comunque, chiariamolo.

Detto ciò, vorrei ricordarti la filmografia di Denis Villeneuve:
Un 32 août sur terre (1998)
Maelström (2000)
Polytechnique (2009)
La donna che canta (2010)
Prisoners (2013)
Enemy (2013)
Sicario (2015)
Arrival (2016)
Blade Runner 2049 (2017)
Dune (2021)

Da Prisoners in poi ho visto tutto, compreso quel capolavoro che è Enemy. Quindi posso, con estrema sobrieta (e sfoggiando un linguaggio tecnico che trasuda competenza), dichiarare che, anche questa volta, il buon Denis ha tirato fuori un altro stracazzo di film.

La storia di Dune ormai la conoscono tutti, quindi mi limiterò ad accennarla. Sul pianeta desertico di Arrakis si estrae, dalla sabbia, la “spezia”, preziosa droga dai molteplici utilizzi. A contendersi i diritti di estrazione, sotto la guida feudale dell’Imperatore, due casate: gli Harkonnen (quelli brutti e cattivi) e gli Atreides (i fichissimi). Tra loro, costantemente (e comprensibilmente) incazzati con tutti, i Fremen, gli abitanti autoctoni del deserto. Complotti, guerre, veggenti, sogni e, ovviamente, vermoni giganti.

Con le musiche di Hans Zimmer e scenografie (sia interne che esterne) fuori di testa, Dune è, semplicemente, epico. Lo è in ogni istante. È come se ogni minuto di questo film trasmettesse la precarietà del destino dell’Universo, come se vibrasse. Sono davvero pochi i momenti di alleggerimento e non c’è – grazie! grazie! grazie! – nessun ricorso all’ironia, alla sdrammatizzazione. Questa è davvero una cosa rarissima ormai, con tutti i giocattoloni e blockbuster che girano. La dico meglio: non c’è nessuna cazzo di battuta, mai. Dio, che bello.

Te lo anticipo, questo Dune è la prima parte di due (si spera). Termina a metà libro (così mi dicono dalla regia) e il finale è tagliato con la mannaia. Ripeto, non aspettarti di vedere un qualche tipo di autoconclusione, non c’è. Speriamo solo che le parti siano davvero due, perché i libri della saga di Herbert (senza contare le opere derivate scritte da altri autori, tra i quali il figlio dello scrittore) sono sei. Lo spettatore medio, lobotomizzato dalla serialità netflixiana, non aspetta altro che una saga da dodici film. Io confido in Villeneuve, due sono sufficienti, anche perché mantenere un livello così alto sarebbe pressoché impossibile e si rischierebbe di sfociare in un nuovo, e altrettanto terrificante, Star Wars.

Non starò a parlarti di implicazioni ecologiche e nemmeno di feudalesimo (Arrakis potrebbe tranquillamente essere l’Africa), l’hanno già fatto in molti. Ma il fatto che non io non lo faccia non significa che stia trascurando la genialità e la preveggenza (il romanzo è del 1965) di Herbert. Anzi.

“Tutto inizia da O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” AA.VV.

Dodicesima antologia di RiLL che leggo (a fine post le trovi tutte), relativa alla XXII edizione del Trofeo (2016). All’interno di questa, quattordici racconti: i quattro primi classificati al concoroso letterario, i cinque racconti del premio Sfida (il premio “parallelo” organizzato da RiLL) e i cinque racconti scelti tra i concorsi letterari esteri gemellati con il Torneo (Premio Visiones, Aeon Award Contest, AHWA, Nova Short Story e James White Award). Un’antologia bella cicciotta, si parla di circa 200 pagine.

Dalla pubblicazione di Tutto inizia da O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni sono trascorsi ben cinque anni e questo fa specie perché alcuni nomi di autori, nel frattempo, sono comparsi anche nelle successive antologie di RiLL che ho letto, e altri, addirittura, hanno pubblicato diversi libri. Insomma, una sensazione positiva legata a una passione per la scrittura non lasciata al caso, ma coltivata.

È questo il caso anche dello stesso Maurizio Ferrero, che vince la XXII edizione del Trofeo con Tutto inizia da O, un bel racconto costruito come una scatola cinese (o una matrioska, se preferisci). Ferrero ha vinto, poi, anche la XXIV edizione di RiLL, nel 2018, con Ana nel campo dei morti.
Idem per Luigi Rinaldi, terzo classificato con Prova di recupero (a mio parere il racconto più bello dell’intera antologia), ambientato in un “oscuro” futuro dove si compie una pericolosa epurazione della specie. Rinaldi ha pubblicato nel 2018, sempre con RiLL, una personale dal titolo – direi non a caso – Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza.
Al quinto posto La Commedia dell’Arte, di Francesco Nucera, che seguo da tempo e del quale dovrò decidermi a leggere il romanzo Nerd AntiZombie – Apocalisse a RozzAngeles (Nero Press).
E potrei andare ancora avanti, perchè tra i vincitori di Sfida c’è Massimiliano Malerba con RE Mida, un racconto molto divertente che vede le case prendere il posto delle automobili, al fine di far recuperare agli inquilini il tempo perso nel traffico. Anche Malerba ha pubblicato una personale con RiLL (seppure precedente a questa antologia), L’ostinato silenzio delle stelle, che vedrò di recuperare poiché è una delle poche che mi manca.

Mi fermo qui, ma potrei, appunto, continuare.
Quello che conta è che il ripetersi dei nomi sia indice di una qualità consolidata e confermata nel tempo. Una qualità che è una marchio ben distinguibile nelle antologie RiLL. Detta in altri termini, era un periodo un po’ “oscuro” anche per me, avevo poca voglia di leggere e ancor meno di scrivere. Non c’è nulla che guarsica meglio di un buon libro: questo lo è.

Libri RiLL che ho letto:
La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2014)
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tutto inizia da O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“Old” di M. Night Shyamalan

Ieri sera sono andato al cinema: un evento. L’ultima volta si parla di mesi fa, con il bellissimo Druk, ma era una proiezione in esterna, con un costo/biglietto umano. Ieri, invece, ero proprio “in sala”, per la modica cifra di 9 euro (che mi hanno subito ricordato come mai sono passato dall’andare al cinema una volta alla settimana a una ogni sei mesi). Comunque, per farmi ancora più male, ho scelto Old di Shyamalan, giusto perché Glass mi era piaciuto… (sono ironico, ovviamente).

L’idea di Old è molto buona, come lo sono spesso le idee di Shyamalan.
Un gruppo di 13 persone, residenti in un resort di lusso, vengono scortate e abbandonate in una spiaggia isolata. Lì, gli stereotip… scusa, i malcapitati si rendono presto conto che il tempo trascorre in modo diverso, forse a causa delle strane rocce che circondando la zona. In breve: mezz’ora equivale circa a un anno di vita. I segni più evidenti si notano subito sui bambini, che passano da essere preadolescenti ad adulti in poche ore. Insieme all’invecchiamento, naturalmente, anche le varie patologie e malattie accelerano la loro corsa (c’è una scena sull’osteoporosi che, nonostante tutto, merita molto). E qui mi fermo, un po’ per non spoilerare quel poco di trama presente e un po’ perché, a tutti gli effetti, finiscono anche le idee.

Non fraintendermi, Old non è brutto come Glass, ma è ben lontano dagli antichi fasti de Il sesto senso, Signs o The village. Si piazza lì nel mezzo, insieme a tutta la restante produzione del regista. Poteva diventare un gran bel film, aveva le carte in regola, tuttavia è successo ciò che (ultimamente) accade spesso alle pellicole di Shyamalan: implodono su una singola buona trovata. Tradotto: in questo film c’è solo una spiaggia dove le persone invecchiano velocemente, fine. Lo spiegone conclusivo non stupisce né aggiunge nulla al filone delle trame “gruppo-isolato-dove-succedono-cose”. Un vero peccato.

L’assenza di idee diventa “assordante” (perdonami il gioco di parole) proprio quando i novelli anziani cominciano a subire i sintomi più comuni dell’invecchiamento. La scena nella quale la moglie, ormai sorda, grida «Cosa hai detto?» al marito cieco è addirittura grottesca, un brutto incrocio tra una pubblicità dell’Amplifon e Non guardarmi non ti sento.

Insomma, sebbene Old sia piacevole a livello visivo, non porta nulla di nuovo nei contenuti. Se l’avessi visto sul televisore di casa avrei pensato alla solita mediocre produzione Netflix.
Purtroppo non è così.
(La locandina, però, è fantastica).

“L’ultima porta del cielo” di Dean Koontz

L’ultima porta del cielo (One Door Away from Heaven) è un romanzo di Dean Koontz del 2001 (vent’anni fa, sob). Un lunghissimo romanzo, aggiungerei, considerata la mole di ben 750 pagine. Per quanto mi riguarda è l’ottavo libro che leggo di questo autore e, di gran lunga, il peggiore. Ma andiamo per ordine.

La trama segue le vicende di quattro personaggi che finiscono per ritrovarsi insieme nel finale della storia. C’è Leilani, una bambina che vive con una madre tossicodipendente e un patrigno assassino, seguace della bioetica utilitaristica e del culto degli UFO; Micky, vicina di casa di Leilani, che desidera salvare la bambina da morte certa; Noah, un detective privato ingaggiato da Micky per smascherare il patrigno di Leilani; e infine Curtis, un ragazzino braccato per tutti gli Stati Uniti da misteriosi nemici che vogliono ucciderlo perché… beh, questo non posso dirtelo.

Leggendo qua e là vedo che qualcuno ha definito L’ultima porta del cielo un romanzo corale, proprio a causa dei molti personaggi. Credo sia un po’ esagerato. La storia è talmente semplice e poco articolata che definire corale questo romanzo è davvero generoso. Credo sarebbe più corretto definirlo semplicemente un romanzo prolisso, ecco. Un romanzo che sarebbe apparso troppo lungo anche con 450 pagine in meno.

Bene, ora veniamo ai lati positivi: i dialoghi (sì, sto facendo del sarcasmo). Potrei elencarti vari scambi di battute, portarti diversi esempi per spiegarti quanto siano irreali e macchiettistici, ma te ne farò solo uno. A un certo punto il ragazzino, durante la sua fuga (descritta per circa 200 pagine e sintetizzabile in “Curtis scappa”), incontra due gemelle omozigote che lo aiutano grazie alla loro capacità di cavarsela in ogni occasione (sanno gestire armi, combattere, aggiustare motori, eccetera, eccetera). Già qui saremmo su un livello di costruzione del personaggio che sfiora il peggior cliché di un film con Steven Seagal, ma non basta. Le gemelle parlano a turno, portando avanti interi dialoghi come se fossero una persona sola. Cazzo, neanche fossero Tweedledum e Tweedledee di Alice nel paese delle meraviglie. Una cosa terrificante.

Unita a tutto questo, una serie di colpi di scena e di soluzioni all’ultimo minuto che definirei imbarazzanti. Hai presente quando hai un protagonista che è bloccato in una stanza, senza porte e finestre, e dovrebbe morire lì, salvo una genialata del narratore che, con grande credibilità, ti accompagna nella sospensione dell’incredulità e risolve il problema? Ecco, non è una cosa che troverai in L’ultima porta del cielo. Koontz se ne uscirebbe con qualcosa tipo: “ma lui aveva la capacità di deformare la materia con la forza del pensiero”. No, non ci siamo.

Mi correggo. L’ultima porta del cielo non è solo il romanzo più brutto di Koontz che ho letto, è anche il più brutto romanzo che ho letto nell’ultimo anno. Forse negli ultimi due o tre.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)

“La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” AA.VV.

Questa è l’undicesima antologia di RiLL che leggo (le altre le trovi a fine post), anche se la meno recente in ordine cronologico. È legata alla XX edizione del Trofeo, quella del 2014. Come sempre, all’interno, si trovano i racconti dei primi classificati al concoroso letterario (in questo caso, i primi cinque), quattro racconti del premio Sfida (il premio “parallelo” organizzato da RiLL) e quattro racconti dei concorsi letterari esteri gemellati con il Torneo (Premio Domingo Santos, Aeon Award Contest, Premio Nova e James White Award).

Premesso che, as usual, la qualità di tutti questi racconti è alterrima, sfrutto l’occasione del tempo passato (sette anni, sob) per dedicarmi alle tre storie che mi sono piaciute di più, senza nulla togliere alle altre (sia chiaro!).

La maledizione del Premio Di Biasio Agresti Salottolo Illiano De Scisciolo di Michele Piccolino (vincitore del Torneo). Un racconto divertente, spesso ironico, che parla di una maledizione (appunto) legata a un concorso letterario nel quale il presidente di giuria muore sempre.

Above® di Ilaria Tuti, una storia abbastanza struggente (di quelle che piacciono a me) e nostalgica sugli affetti umani. Senza spoilerare, la definirei una versione intimista ed emozionante di The island di Michael Bay. Credo che, a questo punto, dovrò iniziare a leggere i libri della Tuti. [L’ho poi fatto! In stile Marty McFly, compaio con questa nota e ti linko un post del futuro: Fiori sopra l’inferno].

La Cepuscolo degli Dei di Davide Carnevale. Anche qui c’è parecchia malinconia nell’aria, ma in questo caso è legata a un insolito rapporto uomo-macchina (anche se sarebbe meglio dire donna-astronave).

Bonus track (cioè quarto racconto che mi è piaciuto molto, per la critica sociale intelligente): La tessera di Luca Simioni. In un futuro alienato dall’assenza di lavoro (causa macchine), si ambisce a lavorare ed essere schiavi dei ritmi da ufficio. L’ho apprezzato perché centra in pieno il concetto base che, sia lavorando che non lavorando, riusciamo a creare una pessima società. Come dargli torto.

Ogni poco RiLL propone promozioni e sconti sulle antologie. Io ti consiglio di tenere la situazione monitorata, perché i racconti del Torneo sono sempre fantastici (non solo nel genere) e offrono uno spaccato reale di quello che sia la buona scrittura.

Libri RiLL che ho letto:
La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2014)
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“Lampi” di Dean Koontz

Laura Shane nasce illesa solo grazie all’intervento di un misterioso uomo che impedisce al dottore di turno (un alcolizzato incompetente) di causare danni irreversibili. Lo stesso uomo la salva nuovamente a otto anni, durante una rapina. E poi ancora, qualche tempo dopo, da un maniaco in orfanotrofio. E ancora, e ancora, e ancora.
Laura chiama questo individuo “il custode”, poiché sembra vegliare sempre su di lei. Quando finalmente capisce che lui proviene da un altro tempo, il pericolo vero si avventa sulla sua famiglia, lasciandola vedova e con un figlio da proteggere.
Mi fermo.

Lampi (Lightning) se la batte con Incubi, quanto a noia, e mi dispiace. L’ho letto in poco tempo, nonostante le sue 430 pagine, ma il motivo è dovuto solo a un paio di serate inaspettatamente libere che ho passato con il libro in mano, non certo all’entusiasmo. La trama è interessante, i viaggi nel tempo mi piacciono, la prima parte della storia, in orfanotrofio, mi ha appassionato, ma poi è finita lì.

Credo che il problema principale di Lampi, per quanto mi riguarda, sia stato l’aver ucciso la sospensione dell’incredulità. E non l’ha fatto con i tunnel temporali – quelli funzionano (ovviamente se li si apprezza) – l’ha fatto con dei dialoghi forzati, per nulla naturali e spontanei, e con personaggi a tratti macchiettistici. L’amica della protagonista, che di lavoro fa la cabarettista, si esprime praticamente solo a battute. Sembra il Groucho di Dylan Dog: una cosa che può funzionare in un fumetto, ma non in un romanzo. I nazisti sono tutti stupidi e quadrati, “cattivi e basta”. Laura si trasforma in Steven Seagal, imparando a utilizzare Uzi e pistole e sapendo muoversi nell’ambiente della criminalità come Scarface. Insomma, mancano la profondità e il realismo.

Se dovessi sintetizzare (o semplificare) al massimo, ti direi che questo romanzo è un buon telefilm. Non è da buttare, si può vedere, ma non è memorabile, anzi. È un po’ come se dovessi ricordarti la settima puntata della terza stagione di Magnum PI

Sembra, da quanto leggo ovunque, che Intensity sia insuperabile: forse è venuto il momento di “sfoderarlo”. In ogni caso, non saranno un paio di libri mediocri a farmi mollare Koontz.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Congo” di Michael Crichton

In questo periodo sono parecchio impegnato e faccio fatica a trovare il tempo per scrivere sul blog, ho quindi scelto di leggere Congo, di Michael Crichton, per la sua lunghezza (circa 400 pagine) così da potermi prendere una breve pausa. Un piano perfetto, se non fosse che l’ho letto in quattro giorni… Non c’è niente da fare, Crichton è (era) un intrattenitore insuperabile e Congo ne è l’ennesima prova.

Il romanzo si apre con lo sterminio di una spedizione statunitense, in cerca di diamanti blu nella foresta pluviale del Congo, nei pressi dei vulcani Virunga. Poche immagini di una cam riportano, oltre a un mare di cadaveri con la testa spappolata, qualche fotogramma di quello che sembra essere un gorilla, sebbene dalle caratteristiche sconosciute. Viene inviata una seconda spedizione. Oltre alla “manodopera locale”, del nuovo gruppo fanno parte anche la dottoressa Karen Ross (sempre in cerca di diamanti), il mercenario/guida Munro e il dottor Peter Elliot, con il gorilla di montagna Amy. Quando la spedizione arriva nei pressi della città di Zinji (in pratica alle leggendarie miniere di Re Salomone) viene attaccata da qualcosa di sconosciuto. Mi fermo.

Di Congo avevo visto la trasposizione di Frank Marshall (più famoso in veste di produttore che di regista) del 1995. Non la ricordo molto, dovrei riguardarla. Dal momento che sto divagando… dovrei riguardare anche Gorilla nella nebbia, il film (con Sigourney Weaver) sulla storia della studiosa di gorilla di montagna Dian Fossey, brutalmente uccisa da ignoti (presumibilmente bracconieri). Ti ricordo che il gorilla di montagna è una specie a estremo rischio di estinzione, anche se negli ultimi anni è riuscita a superare il migliaio di esemplari.

Il romanzo è, ovviamente, spettacolare. Sono talmente tanti gli argomenti toccati da Crichton (con la consueta competenza scientifica) che farne un elenco qui diventerebbe riduttivo. Vulcanologia, tecnologia delle comunicazioni, zoologia, ecologia… Senza parlare degli studi sui primati e sul loro modo di comunicare. Amy, il gorilla femmina che fa parte della spedizione, è stata addestrata fin da piccola al linguaggio dei segni. Solo riguardo a questo singolo argomento, Crichton ne approfitta per portarti in un tunnel che parte dall’etica della sperimentazione animale per arrivare alla comunicazione interspecie. Ed è così per ogni tema affrontato nel romanzo.

Un dettaglio (o, meglio, una triste curiosità). Trattando spesso, in Congo, il problema della conservazione della natura e delle specie a rischio, lo scrittore riporta alcuni dati “preoccupanti” relativi al 1980. Quei dati “proccupanti” oggi sarebbero “confortanti”. Non aggiungo altro.

Di Crichton ho già sulla mensola dei “da leggere”: La grande rapina al treno, Punto critico, Timeline, Preda e Next. E non ho nessuna intenzione di fermarmi a questi.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” AA.VV.

Oggetti smarriti è l’antologia del XXVI Trofeo RiLL, pubblicata da Acheron Books.
Il Trofeo RiLL, se ancora non lo sapessi (a fine post ci sono tutti i libri targati RiLL dei quali ti ho parlato), è un concorso letterario che si svolge ogni anno (ri-sottolineo, da 26 anni!) e che premia i migliori racconti fantastici, cioè tutti quei racconti con temi “al di là del reale” (fantascienza, horror, fantasy, ecc.). È patrocinato dal Lucca Comics & Games ed è uno dei più longevi e apprezzati concorsi di questo genere presenti in Italia. Giusto per continuare con i numeri, l’edizione 2020 del Trofeo, “grazie” anche alla pandemia, ha visto partecipare 430 racconti. Un’enormità, per un concorso di racconti.

Prima di entrare nel merito dell’antologia, vorrei farti presente (se, come me, hai la malsana passione di inventare storie) che la scadenza per partecipare alla XXVII edizione del Trofeo RiLL è appena stata posticipata dal 20 marzo al 15 aprile 2021. C’è quindi tutto il tempo di scrivere un racconto. Io credo che ne invierò tre, per capirci. L’hanno scorso ho scritto anche un racconto per l’altro concorso di RiLL, il Premio SFIDA (una “competizione” con vincoli tematici), e ho avuto la fortuna di essere tra i quattro vincitori. Il racconto, Vitasassipallaruote, lo trovi quindi pubblicato su Oggetti smarriti. E sì, ho intenzione di partecipare anche a SFIDA 2021.

Oggetti smarriti contiene 13 racconti. I cinque primi classificati al Trofeo, i quattro vincitori di SFIDA e i quattro che hanno vinto i concorsi (esteri) con i quali il Trofeo è gemellato (Premio Visiones, la Nova Short-Story Competition e l’AHWA Short Story Competition).
La bella copertina (di Valeria De Caterini), come da tradizione, è dedicata al racconto vincitore del Trofeo: Oggetti smarriti (appunto) di Valentino Poppi. Un racconto che richiama le opportunità perdute e le scelte sbagliate effettuate nel corso della vita. Quelle che, in genere, non consentono una seconda occasione…

Tra gli altri racconti vorrei ricordarti Chiari di luna e male parole e Chi c’è dietro di te? (vincitore del Premio speciale Lucca Comics & Games) di Laura Silvestri. Entrambi pubblicati anche nell’antologia personale dedicata all’autrice: La Luna e l’Eden – Racconti fantastici.

Un dettaglio. C’è un bel racconto, Horimono, che è tra quelli che presenta un tema sociale più “caldo”: l’uguaglianza di genere. Ho appena scoperto che l’autore, Arthur “Boo” Radley (omaggio al Boo de Il buio oltre la siepe) è in questo momento finalista del Premio Urania con il romanzo Polvere. Ecco, quando dico che RiLL ci vede lungo sulla qualità.

Non ti elenco tutti i racconti presenti nell’antologia, è difficile parlarne senza spoilerare troppo. Tuttavia, come ogni anno, questa raccolta rappresenta, per me, una stupenda palestra di lettura. Si passa dalla fantascienza classica, all’impegno sociale (vedi sopra), dall’horror al fantasy. Quando leggo un racconto voglio essere sorpreso e desidero una cascata di novità. Nella sua piacevole “diversità di genere” RiLL ci riesce sempre.

Libri RiLL che ho letto:
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“Il terminale uomo” di Michael Crichton

Un po’ di numeri, per iniziare.
Il terminale uomo (1972) è il dodicesimo romanzo di Michael Crichton, il secondo da lui scritto senza utilizzare pseudonimi (il primo è Andromeda, 1969) e il sesto suo che leggo (gli altri li trovi a fine post). Nel 1974 dal libro è stato tratto un film, L’uomo terminale, con la regia di Mike Hodges (quello di Flash Gordon), che però non ho mai visto.

Il terminale uomo è un romanzo semplice. Qui, forse, urge una specifica: semplice per essere di Michael Crichton. Come nello stile dello scrittore, è infarcito di scienza e nozioni, tutto è studiato in maniera approfondita per creare quel senso di credibilità che caratterizza i suoi libri. Tuttavia la trama è molto lineare e lontana dagli intrecci più complessi dei suoi romanzi più recenti.

Harry Benson soffre di attacchi di raptus omicida, causati da un incidente che gli ha lesionato il Gulliver (scusa, mi è scappata). Viene sottoposto a un intervento innovativo che prevede l’inserimento di elettrodi proprio nel cervello, al fine di placare gli istinti violenti. Benson soffre anche di turbe psicotiche che gli fanno credere che le macchine, in particolare i computer, stiano complottando per raggiungere il potere. Ovviamente avere un computer impiantato nel cervello non aiuta… Terminato l’intervento, Benson fugge dall’ospedale e comincia a uccidere.

Il romanzo si divide in tre fasi. La prima fase è dedicata alle spiegazioni scientifiche e ai dubbi morali legati al controllo del comportamento. La seconda è quella dell’intervento chirurgico vero e proprio e dei test sulle stimolazioni cerebrali nelle varie aree del cervello (per me la parte più interessante). La terza è una classica caccia all’uomo. Sono 280 pagine che volano per qualità della scrittura e dinamicità. Un buon thriller fantascientifico (per l’epoca, ora temo lo sia meno), anche se non proprio memorabile.

È interessante come nel 1972 Crichton accennasse già alla possibilità di operare da un continente all’altro utilizzando un computer come braccio del chirurgo. Letto a posteriori questo romanzo rende l’idea di quanto lo scrittore avesse una visione lucida e informata riguardo ai progressi che avrebbe compiuto la scienza nei decenni successivi.
Ho già comprato altri sei libri di Crichton che attendono sulla mia mensola, quindi preparati anche tu al futuro che ti aspetta.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)