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“Tenet” di Christopher Nolan

Sabato sera, dopo mesi di astinenza, sono andato a farmi rapinare al cinema e, per soli 10 euro e 20 centesimi, ho visto Tenet di Christopher Nolan. La cosa bella nelle sale cinematografiche dell’era Covid è la disposizione dei posti, bisogna dirlo: a fianco hai chi è venuto con te, dall’altro lato il posto vuoto. Avevo quindi un buon metro di distanziamento dalla signora mangiacaramellecontrollacellulare che mi stalkera anche dopo questa lunga assenza (perché ormai, per me, è sempre la stessa).

Non ti racconterò la trama di Tenet, mi dispiace. Però posso dirti qual è l’idea su cui si basa e sulla quale costruisce la storia: un macchinario in grado di invertire il tempo degli oggetti e delle persone. Tali oggetti (o persone) vengono definiti nel film invertiti. (No, non è una barzelletta e non farò battutte.) Detto questo, l’inversione avviene in modo “Noliano”, cioè non come te la aspetteresti in un film che ragiona sul tempo. Un persona che entra nel macchinario (tornello) uscirà muovendosi con il tempo che va all’indietro. Vedrà quindi uccelli che volano al contrario, incendi che implodono ecc. e si muoverà nella direzione temporale opposta (con tanto di respiratore, perché i bronchi avrebbero qualche problema ad effettuare la respirazione al contrario). Insomma, di base una buona idea, originale e decisamente diversa dai soliti “viaggi nel tempo”.
[E qui poi si sviluppa la trama su un traffico di plutonio che viene inviato dal futuro al passato, ma non ci interessa troppo.]

Il film, però, non mi ha preso. La commistione tra fantascienza e 007 (perché c’è parecchio spionaggio con scene alla Daniel Craig) mi ha un po’ annoiato. E mi dispiace eh, perché io sono un grande fan di Nolan, ho visto tutti i suoi film (tranne il primo, Following, ma provvederò). Mi è mancata la lungimiranza e l’architettura inattaccabile di film come Interstellar e Inception, per restare in tema di tempo e giochi legati a questa dimensione. Anche gli attori non mi hanno coinvolto, uno meno empatico dell’altro (io, l’anemico Robert Pattinson, dopo il mitico Bale, come Batman proprio non ce lo vedo), forse il migliore rimane Kenneth Branagh a fare il cattivo. Era dai tempi di Insomnia che non trovavo un film di Nolan così privo di personalità (non che Dunkirk ne avesse molta… un bel film di guerra, ma finiva lì), senza dimenticare un minutaggio non proprio irrilevante (150 min).

Mi sono divertito? Nì. Lo rivedrei? No. Un buon film di fantascienza ma niente di memorabile e da Nolan, ormai, ci si aspetta sempre il miracolo. Questa volta non c’è stato, almeno secondo me. Ma forse è solo la delusione alla Tripadvisor di quando leggi i commenti che dicono «qui si mangia la migliore bistecca di scimmia del mondo» e poi vai lì e mangi solo una scimmia molto buona, ma non certo la migliore.

Se hai voglia di approfondire, ecco la curiosità interessante: il quadrato del Sator.
SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS (palindromo). Studia.

“Lolita” di Vladimir Nabokov

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Lo, Lola, Lolita.
Arrivo alla lettura di Lolita, di Vladimir Nabokov, vergine (concedimelo) della visione dei film che ne sono stati tratti. Oddio, proprio vergine no, quello di Kubrick del 1962 devo averlo visto, ma non lo ricordo. Di certo ho mancato il remake del 1997 di Adrian Lyne (specializzato in film porcellini, come 9 settimane e ½ e Attrazione fatale) con Jeremy Irons.
Dovrò rimediare perché Lolita, sebbene per certi versi sia lento come una lumaca su una tartaruga, è un capolavoro.

Nabokov ha dovuto sudare le pene dell’inferno per trovare un editore. Il romanzo all’epoca (1°ed. Parigi, 1955) fu scartato da quattro editori, perché considerato difficile, visto il tema scabroso trattato. Nel decennio successivo, invece, venne tradotto anche in russo (dallo stesso autore) dopo essere diventato un best seller da decine di milioni di copie.

La trama è nota, non mi dilungo.
Humbert Humbert, professore di letteratura francese, racconta (scrive) la vicenda da una cella, dopo essere stato recluso per un delitto (non ti dirò quale). Narra della sua passione per le ninfette e di come questa l’abbia portato, all’età di 37 anni, a sposare Charlotte Haze, con il fine di poter rimanere vicino alla figlia dodicenne Dolores Haze (alias Lolita). Charlotte muore e Humbert Humbert diventa in questo modo patrigno/tutore, amante e, infine, schiavo della viziata ragazzina. Insieme girano l’America, tra motel, cinema e ristoranti, in un crescendo di malessere e dipendenza psicologica, dove vittima e carnefice si scambiano di ruolo, fino al momento in cui Lolita scompare…

C’è da fare un dovuto distinguo, prima di addentrarsi nel pericoloso argomento pedofilia. Nei film che ho citato prima Lolita aveva, per scelta dei registi, 16 (Kubrick) e 14 (Lyne) anni. Questo, in qualche modo, sposta le versioni cinematografiche dal tema della malattia mentale a quello, meno pesante, della morale. Possiamo stare qui a discutere per ore se un uomo maturo possa o meno considerarsi tale provando attrazione per una sedicenne, ma di certo non stiamo parlando di pedofilia. Nel romanzo, però, Lolita ha 12 anni e Humbert Humbert, per sua stessa ammissione, prova un’attrazione (consciamente da nascondere) nei confronti di alcune particolari ragazzine, che lui definisce ninfette, comprese tra i 9 e i 12 anni. Humbert Humbert è un pedofilo, su questo non c’è alcun dubbio.

Te lo scrivo perché anche io, avendo in mente le immagini intraviste dai film, sono partito prevenuto, pensando che a parlare di pedofilia fossero i soliti benpensanti (quelli, insomma, che non hanno mai visto una foto della Ratajkowski a 14 anni). Ecco, no. Humbert è un pedofilo, senza se e senza ma. Humbert è attrato dai corpi acerbi, non formati, che presentano ancora fattezze decisamente infantili o comunque parecchio borderline. Humbert è un cazzo di malato mentale, della peggior specie.

Lolita, tuttavia, Lolita… bisogna dirlo.
Dolores “Lolita” Haze non è del tutto sana nemmeno lei. Quando Humbert approfitta della sua “innocenza”, Lolita non è più vergine perché si è già data parecchio da fare durante le vacanze estive. E, ti ricordo: ha 12 anni. Se è vero che Humbert la rovina del tutto, “rompendo” una psiche già malconcia, è anche vero che lei ci mette cinque minuti a ribaltare la frittata e a rendere il pedofilo suo schiavo in tutto e per tutto, dimostrando, peraltro, una iperattività sessuale non solo nei suoi confronti, ma anche nei confronti di qualsiasi altro maschio abbordabile nel di lei raggio d’azione.

La vera forza del romanzo è, a mio parere, tutta qui: nello scontro tra le due malattie mentali che non fanno prigionieri. Humbert e Lolita sono l’uno la punizione dell’altra. Non credo, onestamente, che la deriva di Lolita sia stata causata specificamente da quell’Humbert, credo, piuttosto, che Lolita avrebbe comunque cercato un Humbert dal quale farsi rovinare. Era destinata a questa fine.

Ovviamente, chiariamolo, questo discorso nulla toglie alla laida e schifosa figura del pedofilo Humbert, che tale è e tale rimane. Nabokov lo tratteggia stupendamente attraverso il racconto in prima persona, che lo rende fragile, malato e pericoloso al tempo stesso. Ti fa entrare nella sua mente, capire come ragiona. L’elevato livello culturale del protagonista fa si che la brutalità venga nascosta dall’esposizione poetica dei suoi pensieri. E così, in un certo senso, non appare cattivo, quanto piuttosto un essere che si è ormai arreso alla diversità dei propri istinti e che non cerca più di ostacolarli, ma solo di nasconderli alla vista del prossimo.

Curiosità. La storia di Lolita sarebbe ispirata a fatti realmente accaduti. Nel 1948 l’undicenne Sally Horner fu rapita dal meccanico cinquantenne Frank La Salle che abusò di lei per 21 mesi, viaggiando attraverso l’America.

Insomma: Lolita non è un libro facile e non è nemmeno un libro leggero, ma devi assolutamente leggerlo.

P.S. E se l’immagine di Lolita fosse del tutto stravolta dall’unico punto di vista che la descrive, cioè quello di Humbert Humbert? Fino a che punto la realtà che percepisci durante la lettura è reale?

“Una feroce compassione” di Angelo Paratico

Una feroce compassione è il nuovo romanzo storico di Angelo Paratico (tradotto dalla sua versione inglese: The dew of Heaven). Ti avevo già parlato di Paratico in due precedenti occasioni, per l’interessantissimo saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava e per il bel thriller La settima fata. Con Una feroce compassione l’autore mescola in qualche modo i due generi, arrivando così a portare all’attenzione vicende storiche realmente accadute (e poco conosciute) attraverso una ricostruzione che poggia anche su situazioni di pura finzione.

Tutto ruota intorno al ritrovamento del diario di Gino Montecorvo, un ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 e stabilitosi poi a Macao per motivi sentimentali ed economici. La lettura del diario – da parte dei personaggi appartenenti alla parte di “fiction” del romanzo – è l’occasione per narrare un periodo storico e gli eventi che lo hanno attraversato. È una storia da noi poco nota (io, almeno, la ignoravo) che riguarda l’Olocausto sofferto dalla Mongolia a opera dei bolscevichi sovietici. Una rappresaglia di guerra che ha causato, oltre a incalcolabili perdite umane, anche lo smarrimento e la distruzione di opere sacre, libri e monasteri. Tra queste reliquie venne perso anche il Sulde, cioè l’oggetto che avrebbe dovuto contenere l’anima di Gengis Khan e conferire il potere di ricreare lo Stato mongolo… (qualcosa di simile alla Sacra Sindone ma con più superpoteri – scostandoci dal fantasy cristiano e avvicinandoci alla realtà, potrei paragonarlo al mantello di Superman).

Ciò che fa da cornice al diario è una vicenda di intrigo e spionaggio, più affine alla precedente opera di Paratico, La settima fata. Ho trovato questa soluzione molto utile a rendere la parte storica più godibile, poiché l’autore ha saputo creare un buon equilibrio tra la narrativa e la storia, dosando sapientemente intrattenimento e informazione (direi un buon 50/50). C’è quindi tutta una sottotrama di intrighi, mafie e segreti (che include anche una storia d’amore) che accompagna il ritrovamento del diario e il mistero del Sulde.

Curiosità: nell’ultima parte del romanzo si svolge un “funerale celeste“, approfonditamente descritto. Un tipo di “sepoltura” rituale tibetana che non conoscevo e che è molto lontana (è un eufemismo) dalle nostre tradizioni. Ti dico solo che gli avvoltoi si cibano del corpo del defunto… Davvero molto interessante.

Ora l’ultima domanda che mi rimane (e che porrò direttamente all’autore) è come e perché il titolo The dew of Heaven sia diventato Una feroce compassione. Alla fine anche La rugiada del Paradiso non sarebbe suonato male.

“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee

Il buio oltre la siepe (To kill a mockingbird) è un romanzo del 1960 della scrittrice americana Harper Lee (grande amica del Truman Capote di A sangue freddo) tornato di gran moda ultimamente a causa delle violenze perpetrate dalla polizia statunitense nei confronti degli afroamericani/personedicolore/neri/negri* [la pippa sull’ipocrisia linguistica te la tiro dopo], il soffocamento di George Floyd e il movimento black lives matter.
Argomenti, questi, che obbligano a muoversi con molta attenzione poiché il perbenista di turno, desideroso di lavarsi l’occidentale coscienza utilizzando le pippe linguistiche di qui sopra, è sempre pronto a combattere il razzismo a suon di termini politicamente corretti.

Trama e struttura, così non si sbaglia.
Alabama, anni 30. Scout, sei anni, racconta in prima persona le vicende che coinvolgono la sua famiglia in un arco di tempo di circa tre anni. Il romanzo (400 pagine) è divisibile in due parti da 200 pagine ciascuna. La prima è occupata dalla presentazione dei personaggi e del contesto nel quale vivono. La storia qui appare quasi più vicina al romanzo di formazione che a quello di critica sociale. Scout affronta i problemi dei primi anni di scuola, insieme al fratello Jem di quattro anni più grande, aiutata dal padre Atticus, avvocato, e dalla domestica di colore (ci risiamo) Calpurnia. Insieme a Jem scopre il fascino del mistero, rappresentato da un vicino, Boo Radley, che non esce mai di casa (da qui l’ignoto buio oltre la siepe, legato al pregiudizio dovuto alla non conoscenza). Quando la trama si sposta sul tema della seconda parte del libro, il razzismo, conosci già bene tutto il vicinato di Scout, così da avere un’idea precisa di come il contesto reagirà agli eventi che seguiranno. Al padre di Jem viene infatti affidata la difesa di ufficio di un negro, Tom Robinson, accusato di avere stuprato la figlia di Bob Ewell, un bianco parassita della società che vive di assistenzialismo e alcool. La vicenda è tutta qui: per quanto un bianco sia sporco non potrà mai esserlo quanto un negro e, quindi, la sua parola avrà sempre un valore e una credibilità maggiore, anche se sta palesemente mentendo.

Ero fortemente prevenuto nei confronti de Il buio oltre la siepe, così come lo sono per tutte le cose che finiscono, da un momento all’altro, per tornare di moda. Mi sbagliavo. Il buio oltre la siepe è uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi tempi. È fresco, coinvolgente, geniale nella innocente visione del mondo di Scout. A sessant’anni dalla pubblicazione è attuale, oltre che per i temi trattati, anche per lo stile narrativo.
È la moda a essere negativa, non il romanzo.
Risulterò impopolare e difficile da comprendere, il mio è un discorso forse troppo articolato per competere con la facile e immediata bellezza delle bandiere multicolori. Tuttavia sono convinto che, così come la parità dei diritti tra i sessi sia fortemente ostacolata dal danno creato dai movimenti femministi (che, in fondo, compiono un errore “specchiato”), il razzismo sia favorito da molti “antirazzisti” e dal perbenismo lessicale dilagante. Dal politically correct che costa poco/nulla in termini di sacrifici e offre, in cambio, una immediata visibilità, finendo per illudere che si stia lavorando per risolvere un problema, quando in realtà non si sta facendo nulla.

Devo averlo già detto qui sul blog, ma fino a quando si inseguiranno le parole invece dei fatti, non cambierà niente. Fino a quando si guarderà al negro (vocabolo che non ha nulla di negativo) mutando l’apparenza come più conviene in masturbazioni letterarie (di nuovo: di colore/afroamericano/nero) il problema non verrà affrontato. La via più facile viene percorsa dalla maggioranza, perché non implica rinunce. Nella nostra società poi, che di apparenza ci vive, è bellissimo mostrarsi ferventi sostenitori dei diritti senza essere costretti a rimetterci nulla. Ignorare che il vero problema sia lo sporco che precede il vocabolo di turno (a seconda del decennio) o il del cazzo che lo segue, è la perfetta metafora che ci consente di continuare a rubare a chi ha di meno (sia a livello locale che globale) sentendoci a posto con la coscienza perché ci siamo schierati esplicitamente dalla parte del bene.
[In merito al problema prettamente linguistico QUI ho trovato un bell’articolo che spiega quello che penso].

E così dire «non è cambiato niente» ci fa belli, ma non ci fa migliori. Il problema è tutto lì. Anche perché qualcosa, per fortuna, è cambiato dai tempi di 12 anni schiavo, anche se è tutto mooolto lento. Certo l’iperbole, l’esagerazione, fa sempre parte dell’apparenza. Dire che non è cambiato nulla è veloce e di impatto immediato, cambiare la propria vita al fine di far parte del cambiamento è invece molto più dispendioso (soprattutto in termini economici).

Il buio oltre la siepe va in profondità, è questo che mi è piaciuto. Lo fa con molta più efficacia e onestà di quanto spesso lo si faccia oggi. Il pregiudizio è affrontato a 360° (il titolo italiano è legato al pregiudizio nei confronti di un vicino di casa “caucasico”). Uccidere un usignolo, alla fine, è facile come scrivere un articolo su quanto sia importante effettuare dei cambiamenti veri per sconfiggere i sopprusi, senza poi fare nulla di tangibile perché qualcosa avvenga (oltre a controllare l’indicizzazione dell’articolo stesso per la gloria personale e il narcisismo intellettuale).

P.S. Non ho ancora visto il film di Robert Mulligan del 1963, con Gregory Peck. Rimedierò.

“Romance” di Chuck Palahniuk

Romance è una raccolta di ventitré racconti di Chuck Palaniuk, uscita nel 2015 (titolo originale Make Something Up). È sempre difficile parlare di antologie di questo tipo, salvo non volersi fermare ad analizzare ogni singolo racconto (cosa che, tranquillizzati, non farò). Nella mia personale classifica dei libri di Palahniuk (li ho letti tutti esclusi Beautiful You e Il libro di Talbott) Romance si piazza molto in basso, se non all’ultimo posto. Mi sono letteralmente forzato ad arrivare in fondo combattendo con attacchi narcolettici ricorrenti, ho impiegato quindici giorni per leggere 320 pagine.

Partiamo da ciò che ho trovato di buono: lo stile.
Palahniuk non si smentisce, sarebbe capace di rendere divertente anche la “descrizione della mia cameretta”. Cinico, pungente e senza filtri. Prendendo dei singoli paragrafi, ed estrapolandoli dal testo, le trovate geniali sono molteplici. La capacità espressiva di Chuck non è in discussione e probabilmente non lo sarà mai, scrive in modo unico e inimitabile.

Ciò che mi è mancato: i contenuti.
I racconti trattano svariati argomenti, strizzando comunque sempre l’occhio alla sessualità e alla sfera degli “istinti”. Le storie però sono poco convincenti e, soprattutto, per nulla coinvolgenti. Non c’è stato un singolo momento nel quale io sia stato invogliato a terminare un racconto per vedere come andasse a finire, cosa succedesse dopo. Il livello di oniricità e sperimentazione delle trame mi è risultato parecchio indigesto.
Peccato.

Chiariamoci, non manca qualche buono spunto (il mio racconto preferito, Zombi, parla del dilagare di una moda giovanile che consiste nell’autolobotomizzarsi con i defibrillatori per essere sempre felici e eliminare le pressioni sociali), tuttavia, se non hai mai letto Palahniuk, ti consiglierei di partire da qualsiasi altro suo libro.

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
Portland Souvenir (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)
Romance (2015)

“Mangiatori di morte” di Michael Crichton

Nel X secolo il Califfo di Baghdad invia come messaggero al Re dei Bulgari il dignitario islamico Ahmad Ibn Fadlan. Durante il viaggio, però, Ibn Fadlan si imbatte nei Normanni che lo costringono a prendere parte alla loro comitiva quale tredicesimo uomo non Vichingo (così richiede la tradizione – peraltro scopro solo ora che il film Il 13° guerriero con Antonio Banderas si ispira a questo romanzo, lo guarderò). Ibn Fadlan compie quindi un viaggio nel viaggio, che lo porta a scontrarsi dapprima con le differenze culturali e religiose tra lui e il popolo nordico e poi con “i mostri della bruma”, che combatte proprio insieme a Buliwif, leader dei Normanni, una volta integratosi nel gruppo di guerrieri.

Questa volta sono partito dalla trama, come quelli veri. No, non mi sto ammorbidendo, semplicemente non conoscevo questo romanzo e ciò mi fa pensare non lo conoscessi nemmeno tu (il mio mondo è me-centrico), ecco il motivo di questa scelta.
Mangiatori di morte è un libro stupendamente retrò, cosa probabilmente dovuta anche alla data di uscita, 1976. Sia chiaro, non lo dico in senso negativo, anzi. Nel leggerlo ha suscitato in me quelle emozioni che si risvegliano quando il sabato pomeriggio passano I Goonies in televisione. L’artificio del manoscritto ritrovato (tutta la narrazione sarebbe un testo/diario dello stesso Ibn Fadlan), l’avventura in terre sconosciute, l’esotismo delle parole misteriose in arabo (quando ancora l’associazione spontanea era con l’ignoto e non con il terrorismo). Tutto richiama a quel genere che poi sarebbe esploso nel cinema di fine anni ’70 inizio ’80.

Mangiatori di morte
si legge velocemente, è un romanzo breve di circa 170 pagine, ma non per questo superficiale. Ibn Fadlan descrive tutte le differenze che intercorrono tra lui e i Normanni dei quali analizza usanze e caratteristiche fisiche come fosse Piero Angela. Luoghi comuni (i Vichingi sporchi, brutti e spietati) e scienza si mescolano nella tipica narrazione di Crichton, con tanto di appendice in cui vengono elencate le fonti (alcune reali, altre meno, come il Necronomicon). La storia e la finzione si intrecciano creando qualcosa di totalmente diverso da Jurassic Park e Sol levante (gli unici due libri di Crichton che avevo letto). Il finale poi, “i mostri della bruma” (gli Wendol, dei quali purtroppo non posso svelarti troppo per non spammare), è anch’esso documentato in appendice e dotato di una solidità scientifica.

Ho già Next sulla mensola dei libri da leggere. Non mi fermerò lì, voglio procurarmi anche i primi libri di Crichton, quelli scritti con lo pseudonimo di John Lange.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)

“LaRose” di Louise Erdrich

Landreaux sta inseguendo un cervo da settimane. Si apposta, ne studia i movimenti, cerca di capire quale sia il giorno giusto per sparare. Il momento infine arriva e Landreaux preme il grilletto. A essere colpito, però, non è il cervo ma Dusty, suo nipote. Il bambino muore e con lui l’amicizia che univa Landreaux a Peter, il padre. Anche le mogli dei due uomini, sorelle, smettono di parlarsi. Le antiche tradizioni indiane prevedono, tuttavia, che chi uccida il figlio di qualcuno possa fare ammenda cedendo il proprio alla famiglia colpita dal lutto. LaRose.

Di Louise Erdrich ti ho già parlato in occasione della lettura del bellissimo La casa tonda e del meno entusiasmante Il giorno dei colombi. Indiana, scrittrice, classe 1954. Proprietaria di una libreria “specializzata” sui Nativi Americani e scrittrice premiata e riconosciuta.

LaRose è un romanzo complesso dal punto di vista psicologico, presenta infatti una serie infinita di risvolti…
La “cessione” di LaRose placa la sete di vendetta da parte di Peter e lenisce il senso di colpa di Landreaux. Allo stesso tempo, però, la vendetta agognata da Peter è latente e insieme ingiustificata (è stato un incidente), così come è persistente il dolore di Landreaux, che ha comunque posto fine a una vita. La madre acquisita di LaRose poi, Nola, oscilla tra il desiderio di morire, la tentazione di cercare Dusty in LaRose e la soddisfazione per aver sottratto un figlio alla sorella Emmaline, così come il cognato l’ha sottratto a lei.
Un evento fortuito, un caso drammatico, che sconvolge legami e amicizie creando una serie di sentimenti irrazionali che nascono, in fondo, dalla frustrazione di non poter riportare in vita il povero Dusty, di non poter tornare indietro. E poi c’è LaRose, che ora ha due famiglie, una sorella nuova e un amico in meno.

Louise Erdrich descrive tutto in modo molto delicato, sensibile. Forse più sensibile di quanto sia io. LaRose non è un romanzo leggero, mentirei se dicessi che è volato, così non è. 450 pagine di riflessioni e turbe non sono poche. Per le prime 200 peraltro, esclusa l’uccisione del bambino, non succede assolutamente nulla (e sì, ho cercato la morte anche io, travestendomi da cervo). Da metà libro in poi le cose cambiano un po’, le sottotrame si intensificano e rendono la lettura più scorrevole.

LaRose, per me, è una storia che non ha funzionato, dove lei era bella, intelligente e simpatica (aveva tutte le carte giuste), ma io non mi sono innamorato. Di chi è la colpa? Di nessuno. Mi sento anche un po’ in colpa, come Landreaux.

“Se scorre il sangue” di Stephen King

Ho finito ieri Se scorre il sangue (If it bleeds) e la domanda che mi sono posto subito dopo è stata: «E ora cosa leggo?». Già, perché, come ti ho sempre detto, Stephen King è casa. E, se King è casa, Se scorre il sangue è la poltrona comoda che conosci da sempre, che ti coccola le chiappe dall’infanzia alla vecchiaia. Un libro vero, un Re in gran spolvero che richiama i vecchi tempi quando i racconti erano tutti dentro le sue (vere) raccolte e non travestiti da romanzi. Se scorre il sangue raccoglie il triplo del materiale di Elevation e La scatola dei bottoni di Gwendy messi insieme ed è all’altezza de Il bazar dei brutti sogni (l’ultimo che mi è davvero piaciuto). Credimi, se la giocava duro, perché ultimamente mi sono riascoltato in audiolibro le raccolte “classiche” A volte ritornano e Scheletri (momento di nostalgia, le ho lette che avevo… lasciamo stare).

Mi è piaciuto tutto. La copertina, rossa, che nell’edizione italiana della Sperling & Kupfer è anche migliore di quella arancione (?) originale. La traduzione, questo Luca Briasco è fresco, ti tiene attaccato alle parole come faceva Tullio Dobner. La dimensione dei racconti, brevi sì (500 pagine, 4 racconti), ma non troppo da non farti entrare completamente nella storia, a braccetto dei personaggi. E ora, cosa leggo?

Il telefono del signor Harrigan
L’amicizia tra un ragazzino e un ricco magnate ritiratosi (quasi) a vita privata. Craig legge al miliardario dei romanzi nei lunghi pomeriggi e lo erudisce sull’utilizzo della tecnologia, regalandogli un Iphone. Diffidenza e rispetto si mescolano fino alla morte dell’uomo, che si porterà lo smartphone nella tomba…

La vita di Chuck
Indescrivibile dal punto di vista della trama, è la somma di tre racconti. Ma è anche una stupenda celebrazione della vita e della scrittura. Il titolo del terzo capitolo, Contengo moltitudini, è la perfetta sintesi di questa opera d’arte.

Se scorre il sangue
Bello e coinvolgente ma (devo dirlo, tirandomi addosso le ire di tutti) il racconto che ho comunque preferito meno. Holly Gibney (sì, quella della trilogia di Mr. Mercedes) si trova alle prese con un altro Outsider. La storia fila via che è un piacere, ma a me la protagonista non ha mai fatto impazzire nemmeno nelle altre sue comparse, mi spiace.

Ratto
Torna il tema della scrittura e delle tempeste interiori che deve affrontare l’autore. King è bravissimo nel descriverle (se non lo sa lui, considerato il suo passato…). Questo racconto mi ha fatto venire in mente una frase di Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”. Ecco, Ratto ne è una buona rappresentazione e Drew Larson, che ha già avuto un esaurimento nervoso tentando di scrivere un precedente romanzo, dovrà affrontare tutti i suoi demoni, isolato dal mondo e pronto per una nuova stesura.

Sebbene, rispetto al passato, abbia notato un crescente aumento di product placement (non solo Iphone, ma anche Netflix, Amazon, ecc.), Se scorre il sangue scorre anche nella lettura. Credo che di meglio, al momento, non si possa chiedere, salvo lo zio Stephen non decida di tirar fuori dal cilindro un’altro romanzo costola de La torre nera. Un buon libro con cui iniziare, ma anche uno con cui ricordare i tempi andati. I migliori, sempre.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)

“Puzza di morto a Villa Vistamare” di Patrizia Fortunati

Puzza di morto a Villa Vistamare è un romanzo umoristico. Non solo, è il primo romanzo umoristico che abbia mai letto (perlomeno che io ricordi). Quindi è necessaria un po’ di scuola, per non fare confusione…

Il romanzo umoristico è un genere letterario caratterizzato dalla presenza di umorismo. La principale caratteristica è quella di descrivere la realtà enfatizzandone alcune parti, facendone una vera e propria parodia che ha lo scopo di divertire il lettore, ma anche di farlo riflettere su un determinato aspetto della realtà. Per questo, questo genere si discosta dal romanzo comico che ha invece lo scopo unico di far divertire il lettore.
(da Wikipedia)

Detto in altri termini: la differenza tra un romanzo comico e uno umoristico è la stessa che passa tra Vacanze di Natale (aggiungi un anno a piacere) e Monty Python – Il senso della vita (o qualsiasi film dei Monty Python).
Fine della lezione.

Come ti avevo anticipato, parlandoti di Chi ha ucciso il Pret de Ratanà, Puzza di morto a Villa Vistamare è giunto in finale alla terza edizione del “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano”. Il merito di questo successo è dovuto sicuramente al grande pregio di cui ti ho acennato sopra: l’intelligenza. Già, perché l’autrice, Patrizia Fortunati (che ho avuto il piacere di conoscere) racconta sì di anche fratturate, dentiere volanti e rimbabimenti senili, ma senza mai perdere di vista il messaggio di positività e speranza che i “vecchi” di Villa Vistamare portano tatuato sulle loro rugose pelli. Non starò ora a spiegarti perché, in questo preciso momento storico, un messaggio del genere sia particolarmente importante (se non lo capisci da solo significa che sei molto più rincoglionito dei suddetti vecchi).

Come sempre della trama parliamo poco, altrimenti che gusto c’è.
Nella residenza per anziani Villa Vistamare, il conte Giovanni Alfonso Maria Visconte terzo della Smeraldina muore. E muore lasciando in eredità agli altri ospiti, come indicato in una lettera, due milioni di euro. La lettera viene però intercettata proprio dagli anziani che, temendo di non entrare in possesso del malloppo, iniziano a muoversi segretamente affinché le volontà del Conte vengano rispettate (ancor prima che ci sia modo di non farlo!). Ne seguono furti d’auto (rigorosamente con patente scaduta), incendi (da sigarette narcolettiche), scambi di persona, protesizzanti cadute e mille altre situazioni paradossali(ssime).

Con Puzza di morto a Villa Vistamare si ride, si ride tanto (forse conviene leggerlo su una comoda, così, per sicurezza idrica e scenografia adeguata), tuttavia quello che resta, appunto, è la consapevolezza di quanto ci piaccia e ci dovrà sempre piacere vedere il mondo attraverso l’ironica consapevolezza di chi ha vissuto più a lungo di noi. Di quanto sia, concedimi, “utile e necessario”. E, di nuovo, mi fermo qui.

Patrizia Fortunati non è alla sua prima opera (e si vede/legge), ha scritto diversi libri. Il suo primo romanzo, Marmellata di prugne, risale al 2013. Ne sono seguiti altri tra i quali Trecento secondi e Altrove. Qualcosa dovrò recuperarlo, per forza, magari Benni, Celestina e tre piani in ascensore che, essendo destinato ai ragazzi, mi aiuterà a mantenermi immortale e giovane come è stato fino ad ora.

“Chi ha ucciso il pret de Ratanà” di Franco Busato

Come ormai saprai, non leggo spesso gialli (salvo tu non voglia considerare Ellroy un giallista ma, insomma, non mi pare il caso). Forse l’autore più affine a questo genere del quale posso dire di aver letto parecchio è Malvaldi, con il suo BarLume. Se escludiamo i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, l’ultimo “vero” giallo del quale ricordo di averti parlato qui è Il bosco di Mila, della mia concittadina Irma Cantoni (che aveva vinto il premio “Fai viaggiare la tua storia”).
Ecco, anche Chi ha ucciso il Pret de Ratanà è legato a un premio. Il premio è ovviamente il “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano” e Franco Busato, l’autore, era uno dei tre finalisti, nel 2019, insieme a Patrizia Fortunati, con Puzza di morto a Villa Vistamare (la mia prossima lettura), e al sottoscritto, con L’amico giusto.

Purtroppo (per te) ora ti pippi una mia breve divagazione (quasi sventramitica, ma questa è difficile da capire) sui premi non “di genere”. I premi di questo tipo accostano tra loro romanzi molto dissimili. Quindi: gialli, horror, fantasy, thriller, sentimentali, di formazione, ecc. (o vuoi che vada avanti?). Ciò che giunge alla selezione finale rappresenta il meglio dei vari generi che hanno partecipato. Fatta la “scrematura”, a mio parere, entra in gioco una certa dose di fortuna. Chi valuta gli ultimi titoli, per stabilire il vincitore, sarà per forza influenzato (soprattutto in caso di giuria popolare) dai gusti personali e dalle preferenze “di genere”, appunto. Pensarla diversamente è lecito (sai che sono aperto alle tue errate opinioni), ma sarebbe un po’ come affermare che si possa effettivamente stabilire cosa sia meglio tra Stairway to Heaven e Vesti la giubba, tra una lasagna e un profitterol. Tra un giallo, un romanzo umoristico e uno di formazione. Semplicemente, non si può.
Chi ha ucciso il Pret de Ratanà è, per farla breve, l’unico giallo giunto in finale, e quindi il vincitore “di categoria”.
Fine divagazione.

Raccontare la trama di questo romanzo senza svelare nulla è praticamente impossibile, poiché l’intrigo e il mistero sono gli elementi fondamentali che spingono alla lettura. Sarò quindi ermetico (come un Tupperware) e cercherò di non rivelarti troppo.
Milano. Un runner viene ucciso in una chiesa. Un neonato scompare dal passeggino mentre la madre riposa su una panchina. Un cadavere mummificato viene ritrovato in un forno. Questi tre eventi sono in qualche modo collegati? Ad indagare, ufficialmente, ci pensa la commissaria Delia De Santis e, meno ufficialmente, il suo compagno Solo Molina, eccentrico e stravagante ex-truffatore dalla mente geniale.

Chi ha ucciso il Pret de Ratanà non è il primo romanzo di Busato che ha come protagonista Solo Molina, è stato infatti preceduto da altre due indagini svolte dallo stesso personaggio: Delitto a Villa Arconati e Bolfolk killer (dovrò recuperarli al più presto). Ciò non mi ha però procurato alcun problema di lettura, la trama è godibile anche senza conoscere il “passato” di Molina, che viene solo vagamente accennato in alcuni passi.
L’intreccio è parecchio articolato, anche se non me ne sono accorto fino a quando non ho provato a ricostruirlo. La complessità della storia è infatti ben nascosta dall’abilità narrativa dell’autore (non si perde mai il filo, nonostante i continui colpi di scena).

Come direbbe Solo Molina che, tra le altre sue strane particolarità, raggruppa spesso aggettivi in gruppi di tre, questo è un giallo interessante, avvincente, coinvolgente. Se ami il genere non resterai deluso.