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“Disclosure Day” di Steven Spielberg

Il blog sta spingendo di brutto ultimamente e io calco la mano parlando di film al cinema, che hanno mediamente più successo delle letture in quanto richiedono un impegno intellettuale minore. Forse dovrei provare, invece di intitolare i post in modo intelligente, a utilizzare titoli clickbait tipo: “Disclosure Day è davvero il miglior film di Steven Spielberg?”. Si sa mai che in questo modo riesca a monetizzare il blog. La massa aiuta, è cosa nota.

Ad ogni modo, il primo evento di fantascienza si è presentato alla cassa, dove il biglietto è costato 3,50 euro invece dei soliti 11/12 euro. “Festa del Cinema” o qualcosa di simile. Che culo, non lo sapevo. Dura quattro giorni eh, non esaltiamoci troppo… intanto le sale erano piene, di lunedì.

Premessa, non sono una fan di Spielberg. Amo i suoi capolavori: Lo squalo, Indiana Jones, E.T., ci mancherebbe, ma mediamente mal sopporto l’ottimismo che permea i suoi film. Spielberg ha sicuramente un’idea dell’Umanità migliore della mia, sulla riga di “volemose bene” e “facciamo l’amore e non la guerra”. Buon per lui – e per Dawson Leery forse – tuttavia io spesso lo trovo abbastanza ingenuo e anche un po’ illuso. Questo è.

Il complotto americano tiene nascosta la presenza degli alieni – i soliti grigi – al popolo, tuttavia c’è qualcosa, una non ben identificata forza, che sta spingendo attraverso i due protagonisti per svelare il grande segreto. C’è un Josh O’Connor che sembra John Nash e una Emily Blunt che parla una sacco di lingue da un momento all’altro, per capirci. Misteri, quasi miracoli. Ci sono poi tecnologie aliene, letture del pensiero, fughe rocambolesche, la figlia di Bono Vox (Eve Hewson, indicizza bene), i cattivoni nascondoni (tra i quali Colin Firth, brrr che cattivone => vedasi appunto l’ottimismo di Spielberg). Un miscuglio di quello che il regista ha già portato al cinema, un riassunto, forse un testamento.

Per rispondere alla domanda: no, non è il miglior film di Spielberg e, forse, è anche abbastanza dimenticabile. Poi è la mia opinione eh. È un film di spiegoni per il grande pubblico, dove nulla è lasciato all’interpretazione o all’intuito. È un film adatto per l’impegno che le persone, oggi, sono disposte(ottimismo)/capaci(realismo) a/di dare di fronte allo schermo.

Eventuali alieni, parere personale, arriverebbero da noi o per conquistare qualcosa o per aiutarci (sarebbero in ogni caso superiori e più evoluti, per forza di cose), quindi per annientarci o per farci crescere.
In sintesi: io non credo che sapremmo crescere, Spielberg sì. Difficile andare d’accordo.

“I principi per affrontare il nuovo ordine mondiale” di Ray Dalio

Dal trionfo alla caduta delle nazioni.

Ci ho messo parecchio a finire questo saggio di Ray Dalio, I principi per affrontare il nuovo ordine mondiale è, infatti, un tomone di oltre 500 pagine densissimo di informazioni e grafici. Forse non una lettura per tutti, ma una lettura che, comunque, dovrebbero affrontare tutti. Ma partiamo dalla base, chi è Ray Dalio? (Copio e riassumo direttamente da Wiki).

Raymond Dalio (1949), è un imprenditore statunitense, fondatore di Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo. Nel giugno 2019 è, secondo Bloomberg, la 58a persona più ricca del mondo. La sua fortuna personale è stimata da Forbes nel gennaio 2020 in 18,7 miliardi di dollari. Fra le altre cose, è famoso per essere autore del All weather portfolio [mi sa che ne abbiamo già parlato…], una innovativa filosofia di investimenti.

È un dato di fatto che saper trasmettere il sapere sia più difficile che accumularlo, ragion per cui non cercherò di spiegarti quello che Dalio spiega in modo eccellente in questo volume, ma mi limiterò ad accennarlo. Per tua informazione, Dalio è uno che accumula molto sapere ed è anche incredibilmente bravo nel trasmetterlo, a differenza mia. Quindi, di cosa parla questo libro?

In linea di massima possiamo dire che è un libro che descrive in modo esaustivo il funzionamento del mondo e delle potenze che, nell’arco del tempo, si avvincendano nel dominarlo. Perché è questo di cui parliamo, di dominio. È un libro attuale, ma al tempo stesso storico, perché spiega il presente guardando al passato, osservando cioè quei meccanismi che, nel tempo, si sono ripetuti più volte e che sono troppo estesi cronologicamente perché siano per noi – e per le nostre brevi vite – inquadrabili e comprensibili. Un esempio su tutti: il ruolo centrale che gli Stati Uniti hanno nell’economia mondiale. Ormai, per chiunque abiti il pianeta, gli Stati Uniti rappresentano la forza dominante del pianeta e pare impossibile vivere in una realtà che non sia questa. In realtà, però, i cicli di potere delle nazioni dominanti sono molto più “lunghi di noi” (si parla spesso di 2/3 secoli) e questo ci porta a non riuscire a vedere la situazione dell’insieme, in termini cronologici, perché siamo biologicamente focalizzati sul nostro breve periodo. Dalio riassume i Big Cycle di ascesa e declino di altre superpotenze del passato, come quello dell’Impero Olandese e dell’Impero Britannico, analizzando le – impressionanti – similitudini che esistono sia tra i Big Cycle stessi del passato, che con il Big Cycle che staremmo vivendo adesso, nel presente. La “parola” d’ordine è: come ha funzionato il mondo fino ad ora. E la verità è che questo sembra corrispondere a come sta ancora funzionando.

Tutto questo viene avvalorato da una incredibile moltitudine di dati di cui Dalio dispone, grazie al suo lavoro, e di cui deve, in verità, anche continuare a disporre, per continuare a svolgere il suo lavoro… Si parla davvero di tante cose, difficile riassumerle qui, ora. L’influenza dell’istruzione e dello spirito di sacrificio (che aiuta ad accumulare disponibilità) nella fase iniziale della formazione delle superpotenze, l’imbarbarimento culturale e l’incapacità alla rinuncia (che fa aumentare il debito) nel momento del declino… Ti ricorda qualcosa? Già, questa non è una lettura tranquillizzante. Al di là della comprensione di cosa sia e come funzioni, ad esempio, una valuta di riserva, e di come questa valuta sia una palla che viene rimbalzata da un impero all’altro nel corso del tempo, la visione di Dalio ti apre gli occhi su quei meccanismi globali che, forse, non vorresti conoscere.

Tutto questo è spiegato, ripeto, con una chiarezza e, appunto, un’abilità esplicativa più che invidiabile. Se sei dell’idea che “meno si sa è meglio si sta”, non credo dovresti leggere questo libro.
Lettore avvisato…

Ora un po’ di leggerezza, ci sarà di certo della narrativa per il prossimo post.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie (1936)
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman (2011)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Soldi. Domina il gioco di Anthony Robbins (2015)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Volere troppo e ottenerlo di Chris Voss (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
O la borsa o la vita di Vicki Robin e Joe Dominguez (2018, aggiornata)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
I principi per affrontare il nuovo ordine mondiale di Ray Dalio (2021)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)
Investire senza trappole di Costantino Forgione (2023)
Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada (2024)
Investire senza dubbi di Riccardo Spada (2025)

“Michael” di Antoine Fuqua

Ormai al cinema ci vado tanto di rado che questo blog, nato principalmente per parlare di libri e film, parla solo di libri… Un po’ è dovuto al fatto che “c’ho un’età” e la sera ormai mi addormento, un po’ al monopolio delle sale nella mia città che ha portato i costi del biglietto a prezzi folli. Infatti, questa volta, sono andato al “cinema di paese” (che, peraltro, ha molto poco da invidiare al monopolio stesso) dove il biglietto, 5 euro, costa meno della metà della multisala.

Prima di parlare di Michael di Antoine Fuqua, ti faccio qualche altra doverosa premessa:
1 – Quando ero bambino Michael Jackson era il mio cantante preferito (di chi non lo era?), avevo anche qualche cassetta dei Jackson 5, perché già da piccolo tendevo ad approfondire le mie passioni oltre alla normale media.
2 – Non conosco, però, la vita di Michael, oltre alle notizie che tutti abbiamo sentito nel corso del tempo. Non so dirti, quindi, se il film sia stato romanzato in stile Bohemian Rhapsody, stravolgendo la realtà in favore dei doverosi turning point tanto cari al pubblico-capra, o se la storia della sua vita sia stata seguita per filo e per segno.
3 – Di Fuqua ho visto tutto, tranne l’ultimo film con Will Smith che non ho ancora recuperato. È quello che ritengo un buon regista intrattenente, difficilmente ci si annoia guardando un suo film, difficilmente farà la storia del Cinema.

Quindi, cosa ho visto ieri sera? Sto ancora cercando di capirlo, la realtà è questa. Ci sono dei punti saldi, però. Jaafar Jackson, figlio di Jermaine Jackson, è bravissimo nella parte di Michael, su questo non c’è dubbio. Al di là della somiglianza fisica (che dalla vita in giù è meno evidente, Michael era molto più esile) è proprio eccellente nell’imitazione dello zio, non c’è che dire. Le musiche e le coreografie sono quelle che ci si aspetta, cioè il massimo. La sensazione è quella di rivivere il momento di ascesa di Michael Jackson, un vero e proprio ritorno al passato e a quel qualcosa che non tornerà più a livello qualitativo (non solo per la morte del cantante, si intende).

Ci sono, tuttavia, alcune cose che vanno dette. Non che ci fosse qualche pruriginoso bisogno da parte mia di sapere di più sulla vita di Michael Jackson, rispetto a quel poco che sapessi già, ma il film non dice nulla di più di quanto già noto. Il padre padrone Joseph “Joe” Jackson, l’incidente e le ustioni durante lo spot della Pepsi, la vitiligine (casomai ci fosse ancora qualche coglione che ancora pensa si possa cambiare colore della pelle con la chirurgia), l’insicurezza di Michael. Insomma, la sensazione è quella di aver visto un bel compitino, un film girato come il pubblico si aspetta. Per quanto mi sia piaciuto, non credo comunque che lo riguarderei, al massimo occuperei il tempo guardando un concerto originale.

Non mi è chiaro se assisteremo a un seguito, il film si ferma al Bad World Tour (1987-1989, proprio gli anni in cui io iniziavo ad appassionarmi). Le voci dicono ci sia ancora molto materiale per mettere insieme una seconda parte, ma pare che ci siano anche molti problemi per gestire tutta la questione legata alle accuse di pedofilia (alle quali io non ho mai creduto) e la successiva deriva giuridica.

Quello che ne esce è un Michael Jackson molto fragile e insicuro ma dotato di uno straordinario dono, forse irripetibile nel suo genere. È l’idea che si era già fatto chi aveva visto tutti i documentari e gli approfondimenti. Il doppiaggio, con una voce infantile/femminile, sottolinea e rinforza queste caratteristiche.

Non lo so, forse mi aspettavo qualcosa di più. Forse, però, questo film non è stato girato per la generazione che è riuscita a vivere, anche solo in parte, quel periodo, ma per la nuova generazione “instagrammabile” che non ha la minima idea di cosa sia il mistero in stile Greta Garbo che Michael stesso cercava di inseguire.

“Hap & Leonard – Capitani oltraggiosi” di Joe R. Lansdale

Capitani oltraggiosi e il sesto romanzo della serie di Hap & Leonard, i due quasi investigatori creati da Joe Lansdale. Sarò breve, perché ormai le cose che ti dico su questa serie rischiano di essere forse sempre le stesse… ma non troppo.

Il lato positivo di questo episodio sono, come sempre, i personaggi. Hap e Leonard rimangono assolutamente intrattenenti, irriverenti e privi di qualsiasi forma di correttezza e rispetto verso qualsiasi categoria sociale. Sappiamo, in questo periodo, quanto ci sia bisogno di questa assenza di politically correct per riuscire a vedere le cose da una prospettiva intelligente. Intelligente sì, perché Lansdale, come ci ha ormai abituato, rinuncia alla correttezza nella forma ma non nei contenuti. Si può ridere ed essere volgari e irrispettosi comunicando comunque dei buoni valori. Benvenuti nel mondo reale.

Il lato negativo, ahimè, questa volta è la trama. Una trama a tratti inconsistente, quasi che i personaggi vengano sballottati da una parte all’altra senza una vera e propria logica (come, forse, nella vita vera eh). Tra viaggi in Sud America e gangster locali, ritorni negli States e scene pulp, questo romanzo si conclude in modo brusco, forse troppo. Peccato.

Ho già acquistato i prossimi due romanzi della serie (che purtroppo Einaudi non ha ancora pubblicato in un terzo tomone-trilogia) e il successivo Una coppia perfetta – I racconti di Hap e Leonard, quindi non sarà certo questo inciampo a fermarmi.

Romanzi che ho letto di Joe R. Lansdale:
Il lato oscuro dell’anima (1982)
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Trilogia Ned la Foca:
Fuoco nella polvere (2001)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)
Bad chili (1997)
Rumble Tumble (1998)
Capitani oltraggiosi (2001)

“Banco” di Henri Charrière

Pensavo fossero trascorsi due o tre anni dalla mia lettura di Papillon e, invece, boooom… salta fuori che l’avevo letto nel 2018, otto anni fa. Che botta. Il tempo passa, la vita passa, la morte si avvicina.

Detto questo, ho letto Banco, il seguito che Henri Charrière ha scritto e che racconta della sua vita in Venezuela, una volta evaso, fino ad arrivare alla pubblicazione del suo primo libro e al successo letterario globale.

È stato tutto esattamente come mi aspettavo. Anche questo è un tomone da quasi 600 pagine scritto in modo molto scorrevole e coinvolgente. Charrière riprende lo stile in prima persona al tempo presente che aveva già caratterizzato Papillon e ti porta dentro la sua storia, di fianco a lui, per mano, oserei dire. Tuttavia… tuttavia Banco non è Papillon, non ha la stessa carica e non ha le stesse cose da dire. Banco è una grande autocelebrazione dell’autore che, giustamente, cavalca l’onda del successo. Forse – se quello che è raccontato nel primo libro è vero – Banco è anche l’occasione per Charrière di togliersi qualche sassolino in più dalla scarpa.

Imperdibile? No, sicuramente no. Lo leggi per lo stile, non per la storia. Se vuoi sapere come ha vissuto Papi in Venezuela, dei suoi vari business, dei suoi amori… questo è il libro giusto. Se vuoi, insomma, percorrere ancora un pezzo di strada con lui, Banco è il libro che ti consente di godere di un po’ di luce riflessa dell’insuperabile Papillon.

“In caso di necessità” di Michael Crichton

Tempi lunghi, tempi lunghi per qualsiasi cosa. È passato quasi un mese dal mio ultimo post, sto leggendo meno in questo periodo. È passato ancora di più dall’ultimo libro che ho letto di Michael Crichton, quasi due anni… Eppure è un autore che mi regala sempre grandi soddisfazioni, non so come mai sia trascorso tanto tempo.

Questo In caso di necessità è stato pubblicato sotto lo pseudonimo di Jeffery Hudson quando l’autore stava studiando medicina, nel 1968. C’è una bella intro, scritta al momento della riedizione degli anni ’90, in cui Crichton spiega come all’epoca non volesse in alcun modo farsi conoscere e come scrivesse i romanzi a tempo di record. Un libro in due settimane, durante le vacanze di Natale, per potersi pagare gli studi (ogni anno, si intende). Fa ridere ora: alla proposta di un’edizione migliore lui si ribella, perché ciò che gli interessa è solo la velocità dei pagamenti necessari per gli studi, non il successo letterario.

Una minorenne muore durante un aborto. Viene ingiustamente arrestato un medico abortista e un suo amico patologo si mette a scavare per capire chi sia il vero colpevole. Inutile rivelare altro.

C’è già tutto Crichton in questo romanzo, sebbene sia tra i suoi primi. L’accuratezza scientifica – d’altra parte era uno studente di medicina; la trama che ti tiene incollato, ricca di dialoghi e colpi di scena; il dilemma etico e morale – l’aborto era illegale negli Usa, ma tollerato sottobanco. Un romanzo leggero ma intelligente, che ti fa pensare. Quello che fa impressione è che sia stato scritto 58 anni fa, ma è fresco come se fosse stato pubblicato ieri.

Te lo consiglio? Sì, assolutamente, è un giallo più che godibile. Peraltro anche migliore di alcuni suoi romanzi successivi e più “maturi”.

 

Libri che ho letto di Michael Crichton:
In caso di necessità (1968, pseudoimo Jeffery Hudson)
Andromeda (1969)
Casi di emergenza (1970)
Codice Beta (1972)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Preda (2002)
Stato di paura (2004)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“The Peanuts Gang’s Grand Adventures” di Charles M. Schulz

Quest’anno sul blog sono stato molto meno produttivo del solito, con una media di due articoli (scarsi) al mese. I motivi sono molti e non sto nemmeno qui a elencarteli tutti ma, in sintesi, ho letto meno, visto meno, scritto meno. Sarà perché mi sono allenato di più, sarà perché ho iniziato a prendere lezioni di sax, sarà perché ho bisogno di una visita oculistica (già fissata, 9 gennaio), sarà perché mi addormento la sera (forse a causa della trascurata presbiopia), sarà perché… insomma, hai capito. Di contro, il blog ha battuto di gran lunga ogni record di visite dal 2014 a questa parte, rendendo il 2025 l’anno di maggior successo fino ad ora. Incomprensibile, ma vero.

Questo non ha nulla a che fare con il libro del quale sto per parlarti, ma considerato che quello di oggi sarà l’ultimo post dell’anno, un po’ di conti era anche doveroso farli, dai.

Non avevo mai letto nulla sui Peanuts e nulla in assoluto di Schulz, questo The Peanuts Gang’s Grand Adventures è la mia prima esperienza a riguardo. Peraltro questa edizione, che mi è stata regalata da un mio amico che vive a Minneapolis (patria dell’autore), pare essere anche abbastanza rara. A quanto ho capito, si tratta di una tiratura a numero limitato per Costco (non si trovano molte info in rete). Copertina rigida, colore, carta patinata e pesante e circa 470 pagine. Contiene, oltre a molte storie brevi, quelle che vengono definite come tre lunghe graphic novel. In realtà siamo abituati a un concetto di graphic novel inteso come “storia lunga”, ma qui si tratta più di tre grossi agglomerati tematici, facilmente leggibili anche senza seguire una trama. La prima parla di viaggi e/o attenzione per lo spazio, la seconda della famosa coperta di Linus e la terza di – sob! – baseball.

Una nota: il fumetto è, ovviamente, in lingua originale, ma non ho avuto nessuna difficoltà di comprensione nonostante il mio inglese non sia un granché. La parte più complicata è stata quella relativa al – ri-sob! – baseball, perché non ci capisco assolutamente nulla e quindi le gag sono risultate piuttosto ostiche.

Come dicevo, è la prima volta che mi approccio a Snoopy e soci e devo dire che è stata un’esperienza divertente. In realtà, per quanto la struttura suggerisca una continuità, si può aprire il volume in qualsiasi parte e cominciare a leggere senza gran bisogno di seguire una trama. Credo sia un po’ lo stesso anche per Mafalda, di Quino, o Andy Capp, di Smythe. È un tipo di fumetto estremamente rilassante che cerca l’intrattenimento subitaneo, la gioia estetica del momento. Tolta la parte del baseball, insomma, me la sono goduta parecchio. Non credo che ora mi mettereò a collezionare fumetti dei Peanuts, ma sento di aver colmato una lacuna e questo è sempre un bene.

Bene, mi sa che ci sentiremo ormai nel 2026… così, a occhio (quasi visitato e occhialato), con il nuovo libro sulla finanza personale di Riccardo Spada. Auguri.

“Il lato oscuro dell’anima” di Joe R. Lansdale

Il lato oscuro dell’anima è stato pubblicato in Italia da Fanucci solo nel 2005 ma, in realtà, la sua stesura è avvenuta molto molto prima. Lansdale ne scrive una prima versione nel 1982 e la intitola Night of the Goblins, tuttavia, anche a causa della violenza splutterpunk che lo caratterizza, il romanzo verrà pubblicato solo qualche anno più tardi, nel 1987, con il titolo The Nightrunners. Tutto questo per dire che, cronologia alla mano, siamo di fronte a uno dei primi romanzi di questo scrittore, forse addirittura il secondo, se si trascura l’ordine di pubblicazione ufficiale.

Non mi dilungo sulla trama. Ci sono dei minorenni – pazzi, sadici e assassini – e c’è una coppia che è braccata da questo allegro gruppetto. Il motivo è semplice: la donna è riuscita a sfuggire proprio dalle grinfie di questi, che sono riusciti “solo” a stuprarla, ma non a ucciderla. La situazione, già difficile per i risvolti psicologici che questo evento ha avuto sulle dinamiche della coppia, è ulteriormente complicata dalla presenza di un ex-membro del gruppo che, sebbene morto suicida in carcere, pare vivere nella testa di uno dei suoi amici criminali, in una sorta di doppia personalità.

Questo romanzo parte molto bene, proprio grazie all’indagine psicologica che va a sondare gli equilibri della coppia in crisi, per poi afflosciarsi un po’ nella seconda parte, con l’intensificarsi delle tematiche più soprannaturali (sempre che lo siano, Lansdale lascia molto all’interpretazione del lettore). L’impressione che ho avuto durante la lettura è quella di un autore ancora acerbo – anche considerati i capolavori successivi – e nel vedere poi la datazione, di cui ti ho parlato sopra, mi sono spiegato il perché. La verità è che quindi, per ora, questo è forse il romanzo che mi è piaciuto meno di Lansdale. È un buon romanzo eh, chiariamoci, ma rispetto allo standard di questo autore presenta un livello di semplicità sopra la media e uno stile poco accentuato. Saranno i temi trattati, ma la sensazione è un po’ quella di aver letto un brutto romanzo di Koontz, ma scritto meglio.

Romanzi che ho letto di Joe R. Lansdale:
Il lato oscuro dell’anima (1982)
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Trilogia Ned la Foca:
Fuoco nella polvere (2001)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)
Bad chili (1997)
Rumble Tumble (1998)

“Tutti i racconti Vol. 4 1999-2010” di Richard Matheson

Breve riepilogo dell’opera nel suo insieme: 4 volumi che raccolgono tutti i racconti di Richard Matheson. I primi tre li trovi linkati più in basso, a fine post. Questo quarto e ultimo volume si occupa della produzione nel periodo tra il 1999 e il 2010 (Matheson morirà poco dopo, nel 2013).

Sono quasi due mesi che non ti parlo di libri qui sul blog, questo può già farti capire che questo enorme tomo non mi è risultato molto digeribile. Già: i primi due volumi sono stati stupendi, il terzo una via di mezzo, il quarto, ahimè, un pacco. Avevo già letto, in giro sul web, di quanto la parte finale della produzione di Matheson non fosse all’altezza del resto dei suoi scritti e non posso che essere d’accordo. Glielo possiamo perdonare? Credo proprio di sì, Matheson è uno dei miei scrittori preferiti e questa esperienza non cambierà la mia opinione.

Non credo nemmeno di dovermi dilungare molto. Lo stile narrativo è sempre fresco e brillante, quello che manca sono proprio le storie. Ci sono, certo, alcuni buoni racconti ma, per la maggior parte del tempo, la sensazione che si prova è quella del disinteresse, della assenza di curiosità. Un peccato.

Proprio per non proseguire in questa negatività – poiché, ripeto, Matheson non la merita – ti parlerò solo di un paio di racconti emblematici che, forse, hanno un significato quasi metaforico.

Il rosso è il colore del desiderio.
Racconto o, più probabilmente, libro incompiuto. Ci sono circa 60 pagine. La cosa interessante è che nella parte finale è presente un breve riassunto di Matheson su come la storia sarebbe dovuta proseguire, quindi non ti lascia con la curiosità.
Ecco, qui si respira l’aria di una volta. È una storia d’amore tra due vicini di casa, con una lei che nasconde un terribile segreto. L’interesse rimane vivo, ti senti in mezzo alla storia. È un vero peccato che questa opera sia rimasta incompiuta.

La finestra nel tempo
Un ottantenne passa attraverso una finestra e si trova catapultato in un’altra epoca, quella in cui aveva quindici anni. Rivede tutti i posti della giovinezza e “si incontra”. Cerca in ogni modo di convincere il suo io più giovane a farsi avanti con quella ragazza che gli piace/va tanto (il vero amore mancato), senza riuscirci.
Racconto ambivalente: qui Matheson ti annoia per molte pagine semplicemente guardandosi intorno e descrivendo i luoghi e i ricordi del protagonista. Poi, all’improvviso, ecco il lampo accecante sulle opportunità perdute, sulle sliding doors. Nostalgia e rimpianto. Si vede qualcosa di quello che era un tempo, ma non c’è modo di tornarci, cosa che, in fondo, può benissimo essere un perfetto riassunto di quello che rappresenta questo volume.

Aspetterò che traducano i restanti romanzi di Matheson con ansia, nel frattempo ho ancora I ragazzi della morte da leggere. Ci risentiremo, quindi.

Libri che ho letto di Richard Matheson:
Io sono leggenda (1954)
Tre millimetri al giorno (1956)
Io sono Helen Driscoll (1958)
La casa d’inferno (1971)
Ghost (1982)
Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (2013)
Tutti i racconti Vol. 2 1954-1959 (2013)
Tutti i racconti Vol.3 1960-1993 (2013)
Tutti i racconti Vol.4 1999-2010 (2013)

“The life of Chuck” di Mike Flanagan

Ti avevo già parlato de La vita di Chuck quando avevo letto l’ottima raccolta di racconti di Stephen King Se scorre il sangue, quindi già sai che il racconto era veramente bello. E no, King non scrive solo horror, ma questa è difficile da far digerire al pubblico (che ha sempre bisogno di etichettare tutto per sentirsi a proprio agio). Mike Flanagan, invece, fino ad ora aveva diretto solo robe horror (o molto affini) e questo è, credo, il suo primo sconfinamento. A me Flanagan piace, sia nelle serie che nei film, ti cito solo Oculus – Il riflesso del male e Midnight Mass come esempi, ma c’è altro suo di notevole (peraltro è al terzo adattamento – di seguito – da King).

Te lo dico subito, The life of Chuck mi è piaciuto. Non lo definirei certo, come indicato sul poster, “il miglior adattamento di Stephen King mai realizzato”, ma quello è marketing. Flanagan fa un buon compitino, ma questo non toglie che non sia Reiner e nemmeno Darabont. E ti cito nomi relativi a film “filosofici” tratti da King (un paragone onesto), senza spingermi su campi, appunto, horror, con De Palma, Carpenter o… ancora Reiner e Darabont!

Un po’ di trama, dai. Il film, come il racconto, è diviso in tre atti e parte dalla fine.
Atto tre: Grazie, Chuck! – Il mondo sta per finire. Seguiamo la vita di alcune persone che assistono a disastri sempre più catastrofici (senza che ci vengano mostrati). Dappertutto compaiono ringraziamenti diretti a un certo contabile di nome Charles “Chuck” Krantz per “39 fantastici anni”.
Atto due: Artisti di strada – Una batteria viene suonata da un’artista di strada. Chuck, contabile di 39 anni, si ferma a ballare coinvolgendo una donna. Offre al pubblico un vero e proprio spettacolo, una cosa da lasciare con la bocca aperta.
Atto uno: Contengo moltitudini – La giovinezza di Chuck. Genitori morti, vita con i nonni. Grande passione per la danza, destino da contabile. Un cupola in cima alla casa che nasconde qualcosa.

Nel vedere il trailer avevo pensato che ci fossimo: cazzo, stavolta si piange. Sentivo proprio il “groppo” in gola. E invece no. Per questo ti ho parlato di “compitino”, perché qualcosa manca in un film molto delicato, forse troppo. Eppure ci sono dei momenti di poesia stupendi: uno su tutti lo spegnimento delle stelle nell’atto tre (forse la sequenza più bella di tutto il film). La lacrima, tuttavia, non scende. C’è sempre un certo contenimento, anche nella scena di ballo che, con poco, sarebbe potuta esplodere (mi viene in mente il ballo simile e carico di significato di Mikkelsen in Druk).

Oh, chiariamoci, è un bel film, vai a vederlo. Poi io l’ho visto nel cinema di paese, dove ho preso due biglietti con 8 euro invece di comprarne uno con 10 nella blasonata multisala monopolistica cittadina. Quindi nessun rimorso.

“Una celebrazione della vita”… non lo so.
Qui ti offrirei una doppia lettura.

La prima è per gli ottimisti.
Chuck ama la danza ma nella vita finisce a fare il contabile. Nonostante un lavoro noioso, Chuck riesce a vivere dei piccoli momenti di piacere – tra i quali quello del secondo atto – celebrando la sua passione e sapendosi accontentare di queste gioie inattese.

La seconda è per i realisti.
La parola chiave diventa “accontentare”. La vita uccide la passione di Chuck che può solo accontentarsi di piccoli momenti che gli ricordano, appunto, la sua vera passione, alla quale ha dovuto rinunciare.

Hai presente quando ti dicono che devi saperti accontentare delle piccole cose? Ecco. Tipo me, oggi, che mi stavo lavando i denti mentre rispondevo ai messaggi di lavoro sul telefono e con un piede libero accarezzavo il cane. Tutto per guadagnare tempo e, magari, riuscire a fare una corsetta nel pomeriggio. Spoiler: ho interrotto la corsa per lavorare.
Contengo moltitudini, sì, che si spengono come le stelle di Chuck.

Fanculo l’accontentarsi delle piccole cose, rimango realista.