Tutti gli articoli di Marco Cesari

Lettore, scrittore, misantropo e tante altre cose.

“L’ultimo sorso – Vita di Celio” di Mauro Corona

È difficile parlarti di questo L’ultimo sorso – Vita di Celio, faccio davvero fatica a inquadrarlo. Mauro Corona, nell’introduzione, ci tiene molto a precisare che Celio è un personaggio inventato, una sorta di summa di molti uomini che lui stesso avrebbe incontrato nel corso della propria vita. E quindi, cosa ho letto? Già, perché il tono è quello dell’omaggio nostalgico a un amico morto…

Celio è un uomo solitario, (molto) avezzo alle sbronze, amante della bottiglia, alcolista e bevitore (si è capito?). Trascorre gli anni tra scalate montane ed ermetismi verbali, cacciando qua e là camosci e altra selvaggina. Corona è per lui una sorta di figlio adottivo, qualcuno da prendere sotto la propria ala protettiva. Fine, più o meno.

Facciamo finta che Celio sia esistito davvero, che l’intro di Corona serva a non avere problemi legali per aver scritto una biografia non autorizzata. In questo caso il romanzo sarebbe davvero un gentile e sentito omaggio dell’autore a una vita “qualsiasi”, ma per lui molto importante. Il libro avrebbe, quindi, un valore morale ed emotivo molto alto. La realtà dei fatti caricherebbe di pathos anche le vicende meno interessanti (cioè quasi tutte), dando un significato al romanzo al di fuori del romanzo stesso.

Poi facciamo finta che sia davvero tutto inventato. Svuotato di una emotività reale, il romanzo perderebbe valore. Perché, in una storia così semplice, solo l’attinenza con il vero potrebbe rendere il racconto interessante. Nella lettura non mi sono affezionato a Celio, ma al nostalgico ricordo dell’autore. Se il ricordo risultasse essere un falso, la nostalgia non sarebbe sufficiente a reggere la storia (che vivrei un po’ come una presa in giro).

L’una o l’altra? Vero o inventato? Non lo so.

Libri che ho letto di Mauro Corona:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Vajont: quelli del dopo (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)
L’ultimo sorso – Vita di Celio (2020)

“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman

L’amico ritrovato racconta la storia dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni. Uno, Hans Schwarz, è figlio di un medico ebreo, l’altro, Konradin von Hohenfels, proviene da una ricca famiglia aristocratica. L’anno è il 1933, il luogo Stoccarda. Siamo esattamente nel periodo che vede l’ascesa al potere di Hitler e questo, ovviamente, complica notevolmente le cose. Il mondo “reale”, quello degli adulti, e la politica dell’odio entrano a far parte della vita dell’esclusiva scuola che i due frequentano, mettendo a dura prova la loro amicizia.

Generalmente non amo i romanzi (nemmeno i film) di ambientazione fascista/nazista. Questo perché è molto difficile dire qualcosa che non sia già stato detto (o farlo in modo diverso) e, quindi, molto semplicemente, tendo a stancarmi in fretta. Capisco che questo possa apparire poco “politicamente corretto”, ma è la verità. E no, non sono un simpatizzante, quello che penso “sul tema” l’ho già espresso in Fuga dal campo 14, e non starò qui a ripeterlo. Tuttavia Fred Uhlman, in L’amico ritrovato, fa qualcosa di speciale: chiude il nazismo fuori dalla porta, concentrandosi su un valore senza tempo quale è l’amicizia. Forse, però, mi sono espresso male, non chiude il nazismo fuori dalla porta, lo ridimensiona. Una cosa estremamente poetica.

Dal capitolo 7. “Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini”.

A parlare (a pensare, a dire il vero) è Hans, che si sta interrogando sul valore della vita, sul suo significato nel cosmo incommensurabile. A sedici anni, è questa la sua domanda, il problema da risolvere. Non chi sia Hitler, cosa predichi il nazismo o quale nuova corrente politica vada di moda tra gli adulti. Con queste poche righe, Fred Uhlman disintegra il nazismo, il fascismo, ma anche tutte le altre correnti (magari meno pericolose) che si allontanano da quelle che dovrebbero essere le vere priorità dell’essere umano. E lo fa con una semplicità disarmante.

So che L’amico ritrovato fa parte di una trilogia, leggerò anche gli altri due romanzi: Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore. In particolare, il primo dei due, racconta sempre la storia di Hans e Konradin, ma narrata dal punto di vista di Konradin. Esperimento interessante, direi.

“Questioni di culo – Guida ragionata all’uso di un vecchio tabù nel linguaggio figurato” di Samuel Ghelli

Va detto subito che questo libro ha una copertina geniale. #🍑, aggiungerei. Ok, un po’ di storia recente, così ci capiamo… L’emoji della pesca utilizzata da Apple aveva una forma vagamente “chiappesca”, tanto da farla diventare il simbolo dei glutei nella maggior parte dei social. Non ci credi? Prova a digitare #🍑 su Instagram. Ti uscirà una collezione di terga femminili, facilmente accompagante da qualche frase filosfica (del tipo «Gurdate che bel culo che ho, però sono una persona profonda»). Successivamente Apple ha aggiornato i suoi sistemi e la pesca è stata vagamente albicocchizzata, perdendo la propria ambiguità. È scoppiata la rivoluzione online – tutti rivolevano la pesca osé – e Apple è tornata sui suoi passi. La copertina di Questioni di culo, di Samuel Ghelli, richiama volutamente il nuovo “frutto proibito”. Geniale, appunto.

hashtag pesca

Cos’è, dunque, Questioni di culo? È un enciclopedico riassunto, diviso per 35 aree tematiche, di tutti i modi di dire che hanno a che fare con una delle “parolacce” più utilizzate dagli italiani (tanto che ormai, pensare a culo come a una parolaccia, suona quasi anacronistico). È un libro divertente, molto, ma non stupido, e qui sta la sua intelligenza. L’ironia e il sarcasmo, con i quali Ghelli (professore di Italian Studies presso la City University of New York) spiega da dove derivino i vari costrutti, nulla tolgono alla precisione delle spiegazioni stesse, che spesso affondano le radici nella storia della nostra lingua e dei nostri autori più noti (uno tra tutti, Dante).

Tu avevi idea di quante locuzioni contengano la parola culo? Io no, ma sono tantissime. Potrei citartene decine tra quelle più note (lo stesso vaffanculo, il non muovere il culo o il conosciutissimo culo e camicia), ma lo cosa per me più interessante è stata scoprire quei modi di dire che non conoscevo, vuoi perché un po’ datati o perché specifici di aree geografiche diverse dalla mia. Fare il callo al culo come le bertucce. Ritornare il peto in culo. Avere il culo cotto nei ceci rossi. E via dicendo…

Ti avviso, però, devi accettare di mettere temporaneamente da parte il politically correct. Che la maggior parte dei detti culiani abbia un qualche legame con le pratiche sessuali (volute, non volute, desiderate, temute…) è un dato di fatto che non si può negare. È così e basta. Lo stesso vaffanculo, a guardare bene, di politically correct non ha proprio nulla. Ecco, ti ho avvisato. Forse, se sei un purista del perbenismo, potresti trovare alcune molte parti del testo “fastidiose” (per dirne una: l’area tematica legata all’omosessualità). Per me non è stato così, perché non è rinnegando il passato che si cambia il futuro. Ma qui il discorso si farebbe troppo ampio e io adesso… ho le formiche al culo.

Ho letto Questioni di culo seguendo il suggerimento dell’autore nell’introduzione: mi sono mosso in ordine sparso, secondo curiosità. In realtà, l’ho anche alternato ad altri libri che sto leggendo. Funziona, è un ottimo passatempo letterario da infilare quando hai solo cinque minuti liberi. Mi ha divertito? Sì. Potrebbe essere un buon regalo, invece della solita bottiglia di vino, per non presentarsi a una cena a mani vuote. Certo, chi ti ospita dovrebbe essere un esperto di… libri, ovvio.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Fiori sopra l’inferno” di Ilaria Tuti

Hai visto che sono stato di parola? Ti avevo detto che avrei letto più autori italiani e, nel giro di un mese, sono già a tre. Dopo Cognetti e Carofiglio, oggi ti parlo di Ilaria Tuti e del suo romanzo Fiori sopra l’inferno (2018), un thriller ambientato tra le Dolomiti friulane [della Tuti ti avevo già accennato qualcosa anche QUI, a proposito del suo racconto Above® per il Trofeo RiLL]. Sebbene questo libro sia stato pubblicizzato come l’esordio della scrittrice, so che esistono almeno due suoi romanzi precedenti, Isabel e La ragazza dagli occhi di carta, che credo proprio andrò a recuperare.

Non ti racconterò molto della trama di Fiori sopra l’inferno, rimarrò sul vago, poiché, come sai, ritengo che dei gialli/thriller non si debba mai svelare troppo. Per semplificare, potrei dirti che siamo nella zona della caccia al serial killer, sebbene sia, appunto, una semplificazione. La protagonista indiscussa del romanzo è Teresa Battaglia, commissario e profiler incaricata delle indagini. Teresa è una donna forte, che trae nutrimento dalle proprie debolezze. Un essere umano completo e complesso, insomma, con tutto quello che ne consegue a livello caratteriale. E poi c’è la montagna, imponente scenografia di tutta la vicenda, con la natura che esce letteralmente dalle pagine (e con questo, per conto mio, la storia aveva già vinto).

Non oso immaginare quanto lavoro di ricerca si sia reso necessario per scrivere questo libro. Se per l’ambientazione geografica l’autrice gioca in casa (è di Gemona del Friuli), per la criminologia e la psicologia sono evidenti le competenze acquisite da studi approfonditi (nelle note, al termine del romanzo, la Tuti cita anche un interessante studio di René Spitz sulla deprivazione sensoriale nei neonati, che mi andrò sicuramente a leggere). Io, poi, subisco terribilmente gli effetti della fascinazione del Male sulla mente umana, quindi quando il discorso si sposta sui serial killer non posso far altro che diventare molto curioso. Anzi, andrò a rivedermi il saggio I serial Killer, per stare in tema.

Ho letto le 360 pagine di Fiori sopra l’inferno in tre giorni. È uno di quei romanzi che ti tiene lì incollato per “partecipare” alle indagini, per scoprire il colpevole e la storia che nasconde. Intrattenimento e narrativa pura al 100%. Pur non amando le serie letterarie (sai cosa penso della serialità in generale), so che esistono almeno altri quattro libri aventi come protagonista Teresa Battaglia e li leggerò. Questo perché ho trovato la trama pienamente autoconclusiva, non mi ha dato l’impressione di essere una “trappola commerciale”. Nella quarta di copertina c’è l’endorsement di Donato Carrisi, autore del quale non ho letto ancora nulla (ho visto però il bel thriller montano di cui è regista, La ragazza nella nebbia) e che è nella mia lista da parecchio tempo. Quindi sai già di chi ti parlerò a breve…

P.S. Ilaria Tuti è stata scoperta da Longanesi grazie al torneo letterario IoScrittore, divenendo poi l’esordiente più venduta del 2018 (tradotta in 25 paesi). Quello del gruppo GeMS è un torneo molto divertente. Non aggiungo altro. Per scaramanzia.

“Stoner” di John Williams

È difficile parlarti di Stoner adesso, dopo che l’hanno già fatto tutti. Sarebbe interessante avere un punto di vista diverso, dirti: «A me questo libro non è piaciuto», ma mentirei. Eppure ero terribilmente scettico prima della lettura, come lo sono per tutte quelle cose che suscitano un’ammirazione diffusa, massificata. Ho dovuto ricredermi, perché Stoner è effettivamente un romanzo eccezionale nella sua incredibile semplicità. Divenuto best seller più di quarant’anni dopo la prima pubblicazione, Stoner (1965) è anche la prova evidente di come non siano sufficienti un bravo autore e un ottimo stile, per avere successo. È la prova di come la fortuna, il corso degli eventi e la competenza editoriale giochino un ruolo primario nella riuscita di un libro. Con buona pace di John Edward Williams, morto nel 1994.

William Stoner, figlio di poveri contadini, si laurea e diventa professore universitario. Sposa Edith, con la quale ha una figlia, Grace, e un rapporto infelice e insoddisfacente. Lavora incessantemente, facendosi qualche nemico e sentendosi sempre non totalmente soddisfatto degli obiettivi raggiunti. Ama, per un breve periodo, una donna, Katherine Driscoll, nella consapevolezza che con lei potrà avere solo una relazione clandestina e destinata a interrompersi. Mi fermo.

Per le prime trenta o quaranta pagine Stoner ti respinge (o, almeno, ha respinto me), poi qualcosa cambia. L’arrendevolezza del protagonista, il suo modo di non opporsi agli eventi, ti conquista. Da un momento all’altro cominci a desiderare che accada qualcosa solo per vedere come Stoner riuscirà a non reagire. E, mentre sei lì a guardarlo, vorresti dargli una spinta (uno spintone, forse), incitarlo perché faccia qualcosa. Invece lui accetta (quasi) tutto, opponendosi solo alle ingiustizie lavorative e, in ogni caso, facendolo in un modo del tutto personale, senza clamore, senza rabbia esplicita.

Stoner è una vita che passa, come tante, nel quasi totale anonimato. L’accettazione e la consapevolezza di un’esistenza (forse) superflua sono le caratteristiche di William Stoner stesso, che risulta quindi un personaggio difficile da digerire (soprattutto nella nostra società moderna: non siamo abituati a un tale livello di umiltà). Stoner si arrende, non lotta, e ottiene quanto ottengono molti altri che, invece, si battono con le unghie e con i denti. Stoner, in definitiva, è una riflessione molto dura sulla vita, una riflessione quasi impossibile da accettare.

L’edizione che ho letto aveva due bonus non indifferenti. Un’intervista a John Williams da parte di Bryan Woolley, nella quale l’autore parla di letteratura in generale, e uno scambio epistolare dello stesso Williams con l’agente letteraria Marie Rodell, che mette in luce le iniziali difficoltà della pubblicazione di Stoner. A tal proposito, è sempre rincuorante scoprire come anche un grande romanzo trovi delle grosse difficoltà a essere pubblicato.

“Le tre del mattino” di Gianrico Carofiglio

Come ti avevo anticipato, ho deciso di dedicarmi un po’ di più – per quando possibile – alla lettura di autori italiani. Lo faccio perché sono conscio di soffrire di un certo grado di esterofilia, ma anche per studiare quello che è il nostro mercato (a fini non proprio disinteressati). Quindi, sebbene ti abbia appena parlato di Paolo Cognetti (con Le otto montagne), rieccomi qui con un altro vendutissimo (nel senso del numero di copie, eh) nostrano: Gianrico Carofiglio. Di suo avevo già letto Ragionevoli dubbi, facente parte della serie dell’avvocato Guerrieri. Tuttavia, come sai, non sono un grande amante né dei gialli né delle serie, quindi ero fuori dal mio campo da gioco. Ho virato, allora, su qualcosa di più affine ai miei gusti, Le tre del mattino, una storia tutta incentrata sul rapporto padre-figlio.

A metà degli anni Ottanta, il diciottenne Antonio e suo padre (del quale non conosciamo il nome) si trovano a dover vagare per le vie di Marsiglia per due giorni e due notti. Il ragazzo non può dormire per 48 ore, si sta sottoponendo a un particolare esame per verificare se soffra o meno di epilessia, e il padre lo aiuta a rimanere sveglio, non dormendo a sua volta. Tra lunghe camminate, chiacchierate, cene e frequentazioni di locali, i due si conoscono molto più di come abbiano fatto fino a quel momento e, grazie alla situazione inconsueta, abbattono quelle barriere che la normalità erige nei rapporti umani. L’intera vicenda è narrata come un flashback, è Antonio che, raggiunta l’età che aveva il padre quella notte, ricorda il passato.

Le tre del mattino è un romanzo molto leggero, veloce (160 pagine, lette in circa un paio d’ore), senza grandi pretese di profondità. Avviene esattamente quello che ti aspetti, come in un buon film – guarda caso – degli anni Ottanta. Senza spoilerare, ti faccio un solo esempio che non rovinerà la lettura: Antonio è vergine e ne parla con il padre, il quale gli racconta la sua prima volta. Ti aspetti che Antonio arriverà a perdere la verginità prima della fine del libro, e così accade.

Anche l’introspezione è limitata a quanto ci si potrebbe aspettare da una trama di questo tipo. Il cambiamento che avviene nei personaggi rispecchia i cliché del genere eighties (il padre che smette di fumare; il figlio che scopre che anche il padre è una persona, prima di essere un genitore) e ti accompagna in una lettura rilassante, priva di traumi emotivi. Ho avuto la sensazione che la storia fosse narrata dal padre, più che dal figlio. Un padre che racconta, con una visione leggermente monolaterale, ciò che gli piacerebbe fosse accaduto in un ideale rapporto padre-figlio.

Mi è piaciuto questo romanzo? Nì. Sì per la leggerezza che gli appartiene e no per… la leggerezza che gli appartiene. Un libro divertente insomma, ma che tra un paio di mesi avrò probabilmente dimenticato.

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Cosa posso dirti a proposito de Le otto montagne di Paolo Cognetti? Non lo so. È da dieci minuti che sono qui, fermo davanti alla pagina bianca, cercando le parole giuste per descriverti questo romanzo. Raccontarti la trama sarebbe riduttivo (lo farò comunque, tranquillo), citare la vittoria del Premio Strega nel 2017, anche. La verità è che questo libro ti fa sentire piccolo, come un escursionista davanti all’Himalaya (per rimanere in tema).

La storia è semplice, per nulla complessa. È quella di due amici, Pietro e Bruno, e delle loro vite. Entrambi condividono la passione per la montagna, pur avendo caratteri e famiglie molto diverse. Pietro, il narratore, ha un rapporto molto difficile con il padre; Bruno invece, più selvaggio, sembra rapportarsi solo con la natura. Attraverso tre diverse stagioni della maturità, Cognetti li avvicina e li allontana, senza però far loro mai perdere il senso di un legame indissolubile.

Potrebbe sembrare banale, quanto ti ho appena raccontato. Credimi, non lo è, non lo è per nulla. Il livello di profondità che raggiunge l’autore è qualcosa di straordinario, e altrettanto straordinario è il modo nel quale ci riesce. È come se fosse in grado di interpretare l’animo umano, tutto qui. Voglio leggere tutto di Cognetti, tutto. Mi ha fatto venire voglia di scrivere, tanto basta.

Non è una scoperta nuova per me, questa, è una cosa che ho sempre pensato. Quando un’opera è bella, è completa, non se ne può parlare più di tanto. Forse è un limite mio, non lo so. Ma quando un’opera è così, si può solo rimanere lì ad ammirarla. Ecco, è questo che penso de Le otto montagne.

“Druk – Un altro giro” di Thomas Vinterberg

Druk (Un altro giro) racconta la storia di quattro amici, insegnanti nella stessa scuola superiore, che decidono di testare la teoria dello psichiatra Finn Skårderud. La teoria prevede che l’essere umano sia nato con lo 0,05% di alcol nel sangue e che, in realtà, solo mantenendo questa percentuale possa raggiungere la felicità e la soddisfazione nella propria vita (sintesi molto ermetica, ma questo è). I quattro stabiliscono una vera e propria tabella di marcia e si lanciano nell’impresa, con risultati altalenanti, anche a causa dei differenti stili di vita.

I tre imbecilli seduti al mio fianco non hanno capito nulla del film, appena lo schermo è diventato nero si sono esibiti nel grande classico «Ma che senso ha?» «Probabilmente nessuno, prova a guardare su internet». Posso immaginare che sia frustrante essere scemi e trovarsi anche con nove euro in meno in tasca (questo il prezzo del biglietto, per riportare la gente nelle sale), tuttavia ciò dovrebbe farti intuire che Druk non è che sia un film proprio per tutti. Io, per la cronaca, l’ho trovato fantastico. Per la precisione: delicato come un passerotto e potente come un elefante.

Druk fa ridere (e sorridere) per il 90% del tempo. Mads Mikkelsen è straordinario, ma in verità tutto il cast funziona molto bene. Nonostante le differenze culturali con la Danimarca siano “importanti” (anche solo per quanto riguarda l’utilizzo degli alcolici) e, quindi, ci si perda qua e là qualche sfumatura, è impossibile lasciare la sala senza avere qualcosa che ti si ripiega dentro. Perché Druk è un film sulle occasioni mancate (e su quelle non mancate), sui sogni che non si sono realizzati (o che si sono realizzati). Druk è un film su quello che si pensava di diventare, sulla vita che si sperava di avere, e sulla normalità che ti investe con tutta la sua forza, rendendoti ordinario prima che tu abbia il tempo di accorgertene.

Druk è anche il primo film che vedo che proponga una soluzione estrema (l’alcol, appunto) senza consacrarla né condannarla. È un po’ come se ti dicesse: «Guarda, se vuoi si può fare questa cosa. Certo, ci sono i pro e i contro». La brutalità della vita è tale da rendere giusitificabile un certo grado di anestesia, insomma. Ed è così che, se l’obiettivo della tua giornata diventa comprare il latte o il merluzzo al supermercato, forse tanto vale farlo da ubriaco.

[SPOILER] Il rischio di scivolare c’è ed è dietro l’angolo (così come l’alcolismo e la morte), ma c’è anche il “rischio” di raggiungere un qualche tipo di libertà. Il ballo finale di Mikkelsen (che sognava di fare il ballerino) tra gli studenti neodiplomati – con tutti i loro sogni ancora interi – è qualcosa di poetico, disperato e positivo contemporaneamente. È una sovversione delle regole che richiede, appunto, un certo livello di anestetizzazione per essere attuata.

P.s. Questo film ha vinto svariati premi, tra i quali l’Oscar come migliore film straniero. Ora  pare che Di Caprio abbia acquistato i diritti per produrne un remake statunitense. La domanda è: perché?

“La selva oscura” di Upton Sinclair

Nel 1904 il giornalista Upton Sinclair pubblica una serie di articoli su un settimanale socialista, una vera e propria inchiesta sui macelli di Chicago, dove viene “prodotta” quasi tutta la carne destinata a sfamare il popolo americano. Nel 1906, forse fiutando l’affare, Sinclair trasforma gli articoli nel romanzo La selva oscura (The Jungle), che diventa un best seller internazionale e viene tradotto in 27 lingue. Il romanzo avrà una potenza tale da causare l’approvazione del Federal and Drugs Act (una legge per il controllo della carne) da parte del Congresso degli Stati Uniti, sotto la spinta del presidente Roosvelt.

Sinclair racconta la vita di Jurgis Rudkus che, insieme alla  famiglia, giunge negli USA dalla Lituania, in cerca di fortuna. I sogni di felicità e richezza di Jurgis crollano presto, quando si ritrova a Chicago a mendicare un lavoro sottopagato nella zona a più altra intensità di macelli d’America. Lì Jurgis impara cosa sia l’umiliazione, scopre lo sfruttamento dei lavoratori e la sua vita diviene un vero e proprio incubo, al pari di quella di tutti gli altri uomini e donne macellati (appunto) dal meccanismo del profitto a ogni costo.

Parlarti, in poche righe, di ciò che descrive Sinclair in più di 500 pagine è praticamente impossibile. La selva oscura devve essere letto, per essere compreso. Sinclair non ha la delicatezza di Steinbeck, che in Furore lasciava la maggior parte dello schifo all’immaginazione, lui vuole mostrarti le cose così come stanno, senza addolcire la pillola. Bambini che affogano in fiumi di fango, mogli che si prostituiscono per salvare il posto di lavoro dei mariti, corruzione, licenziamenti causa infortunio (senza alcuna tutela), persone che rovistano nelle discariche, malattie, carne putrefatta immessa sul mercato. Questo è The Jungle.

Forse te lo devo ripetere, La selva oscura è un romanzo di 115 anni fa. Mi fa sempre molta impressione leggere libri così vecchi, che nulla hanno da invidiare a testi contemporanei, sia per quanto riguarda il linguaggio che per i temi trattati; l’incredibile capacità degli scrittori statunitensi (vedi John Fante) di rimanere attuali e fruibili, a differenza, purtroppo, di molti autori italiani. Sinclair non è da meno e riesce benissimo – anche a distanza di un secolo – a sconvolgerti e, infine, a farti arrabbiare.

Già, perché non è cambiato nulla. In tutti questi anni non abbiamo imparato a ragionare come specie, abbiamo solo vestito i problemi con altri tessuti, ma l’essere umano è rimasto un animale individualista, involuto, e per questo destinato all’estinzione. Detto in altri termini: scopiamo la polvere sotto un altro tappeto, aspettando sempre che sia qualcun altro a scoprire come non crearla, quella polvere, evitando così il peso della responsabilità. Oggi i lavoratori non sono più sfruttati a Chicago, ma in zone del mondo che non vediamo (o che non vogliamo vedere). E noi compriamo, compriamo, compriamo… oggetti che non ci servono, prodotti dove una donna, se incinta, viene licenziata o dove un bambino viene messo in catena di montaggio. Prodotti dove i diritti umani vengono calpestati, ora come allora, in favore di un prezzo finale più economico. È la nostra società del superfluo, che paga in saldo con il sangue degli altri, sacrificando l’unico vero bene dal valore incommensurabile: il tempo.

Qualche sera fa ho guardato Cowspiracy su Netflix, un documentario, prodotto da Leonardo di Caprio, sull’allevamento intensivo. Te lo consiglio vivamente. Ti renderai conto che, anche da questo punto di vista, siamo rimasti fermi. Le associazioni che si occupano dell’ambiente sono le prime a non parlare degli effetti devastanti dell’industria del bestiame, puntando tutto sul tema economicamente più “facile” del risparmio energetico. I primi finanziatori di queste associazioni sono i produttori di carne… è ancora il denaro a comandare, non la salute. Forse (forse) non mangiamo più carne marcia, come ai tempi di Sinclair, ma qual è la differenza se la carne che mangiamo avvelena l’aria che respiriamo? O se, questa carne, è imbottita di farmaci? Cosa cambia, dal momento che l’Organizzazione Mondiale di Sanità ha classificato le carni lavorate come cancerogene al pari del fumo di sigaretta? Nulla.

Te lo dico, a scanso di equivoci: non sono vegetariano, vegano o rettiliano. Quando vedo un hamburger comincio a sbavare come il cane di Pavlov. Tuttavia credo sia arrivato il momento di porsi delle domande, curare le cause del malessere, non più i sintomi. Questo sia dal punto di vista economico che da quello alimentare. Continuiamo ad approcciare i problemi in modo politico, neanche fossimo allo stadio a tifare per la squadra del cuore. Parlare di padroni e di oppressi, come se fossero categorie distinte e contrapposte, di partiti e di politicanti, è qualcosa che si poteva fare ai tempi di Sinclair. Oggi è semplicemente primitivo ragionare a compartimenti stagni. Dobbiamo evolverci, ora, passare a un nuovo livello di organizzazione, ripeto, come specie.

Quando leggo libri come La selva oscura, vorrei che un domani l’Uomo potesse prenderli in mano e utilizzarli quali esempi del prima, ma non credo che succederà. Siamo in grado di immaginare in grande, a volte, ma la nostra natura è limitata. Penso sempre agli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che atterrano e cercano un mezzo di comunicazione, nella loro immensa superiorità da viaggiatori interstellari. Noi non potremo mai essere come loro. Noi saremmo lì a venderci le tutine spaziali con lo sponsor, a decidere se il viaggio sia vantaggioso a livello economico e a fare a gara per “chi arriva prima”.  Siamo ancora fermi, vorrei dire “al 1906”, ma la verità è che non ci siamo mai mossi.

 

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” AA.VV.

Questa è l’undicesima antologia di RiLL che leggo (le altre le trovi a fine post), anche se la meno recente in ordine cronologico. È legata alla XX edizione del Trofeo, quella del 2014. Come sempre, all’interno, si trovano i racconti dei primi classificati al concoroso letterario (in questo caso, i primi cinque), quattro racconti del premio Sfida (il premio “parallelo” organizzato da RiLL) e quattro racconti dei concorsi letterari esteri gemellati con il Torneo (Premio Domingo Santos, Aeon Award Contest, Premio Nova e James White Award).

Premesso che, as usual, la qualità di tutti questi racconti è alterrima, sfrutto l’occasione del tempo passato (sette anni, sob) per dedicarmi alle tre storie che mi sono piaciute di più, senza nulla togliere alle altre (sia chiaro!).

La maledizione del Premio Di Biasio Agresti Salottolo Illiano De Scisciolo di Michele Piccolino (vincitore del Torneo). Un racconto divertente, spesso ironico, che parla di una maledizione (appunto) legata a un concorso letterario nel quale il presidente di giuria muore sempre.

Above® di Ilaria Tuti, una storia abbastanza struggente (di quelle che piacciono a me) e nostalgica sugli affetti umani. Senza spoilerare, la definirei una versione intimista ed emozionante di The island di Michael Bay. Credo che, a questo punto, dovrò iniziare a leggere i libri della Tuti. [L’ho poi fatto! In stile Marty McFly, compaio con questa nota e ti linko un post del futuro: Fiori sopra l’inferno].

La Cepuscolo degli Dei di Davide Carnevale. Anche qui c’è parecchia malinconia nell’aria, ma in questo caso è legata a un insolito rapporto uomo-macchina (anche se sarebbe meglio dire donna-astronave).

Bonus track (cioè quarto racconto che mi è piaciuto molto, per la critica sociale intelligente): La tessera di Luca Simioni. In un futuro alienato dall’assenza di lavoro (causa macchine), si ambisce a lavorare ed essere schiavi dei ritmi da ufficio. L’ho apprezzato perché centra in pieno il concetto base che, sia lavorando che non lavorando, riusciamo a creare una pessima società. Come dargli torto.

Ogni poco RiLL propone promozioni e sconti sulle antologie. Io ti consiglio di tenere la situazione monitorata, perché i racconti del Torneo sono sempre fantastici (non solo nel genere) e offrono uno spaccato reale di quello che sia la buona scrittura.

Libri RiLL che ho letto:
La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2014)
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.