Tutti gli articoli di Marco Cesari

Lettore, scrittore, misantropo e tante altre cose.

“L’apprendista di Goya” di Sara Di Furia

Arrivo decisamente in ritardo su L’apprendista di Goya (2019), avevo in programma di leggerlo da parecchio tempo ma – tra una pandemia e l’altra – ho rimandato a lungo. Un po’ perché desideravo procurarmi il libro a una delle presentazioni dell’autrice (che nel frattempo ho avuto il piacere di conoscere) e di presentazioni, nel 2020, non è che se ne potessero fare tante, un po’ perché l’arte pittorica è da sempre, per me, un argomento abbastanza ostico (un modo ben costruito per dire che sono una capra).
Alla fine, comunque, ho approfittato del Salone del Libro di Torino (dietro l’angolo… perché cercare a Brescia il libro di una scrittrice bresciana?) e sono riuscito ad averlo con tanto di dedica. Peraltro della Di Furia ti avevo già parlato de La regina rossa, romanzo storico-gotico di atmosfera Edgarallanpoiana (no, non il rapace, il maestro dell’horror).

L’apprendista di Goya si colloca ancora nel genere romanzo storico – meglio, thriller-storico – ma questa volta la trama non ha nulla a che vedere con il soprannaturale. A fare gli “onori di casa” sono omicidi, sangue, arte, sangue, intrighi e… sangue. Non troppo eh, non è un romanzo splatter, chiariamoci, ma quanto basta per tenere alta la tensione e il livello percepito di pericolo.

1791, Madrid. Il giovane Manuèl Alvèra si trasferisce dal colorificio di famiglia allo studio del pittore Francisco Goya, con l’incarico di occuparsi della produzione dei colori per il noto artista. In cambio, Goya si impegna a prepararlo per l’esame di ammissione alla Real Accademia di San Fernando. Mentre tra i due si instaura un complesso rapporto maestro-discepolo (reso difficile dal carattere instabile di Goya), a Madrid scorrazza libero e felice un misterioso serial killer, el diablo, che prende di mira solo gli artisti – diciamo – “birboni” (cioè quelli che dipingono le cose sconce, fregandosene dell’Inquisizione). Manuèl comincia a sospettare di tutti, a partire dal proprio maestro. Mi fermo.

Tutta la storia è narrata in prima persona da Manuèl e questo ti butta direttamente dentro lo studio di Goya. Sei lì anche tu, a creare i colori insieme al protagonista, a cercare di capire chi sia l’assassino, a tremare per quello che penserà il maestro di te. Se ciò non fosse sufficiente a coinvolgerti, c’è persino un po’ di erotismo qua e là, che non guasta mai (lo diceva pure Bukowski, ma non so se vale, come fonte).
Per scrivere questo romanzo deve essersi reso necessario un grande lavoro di ricerca, in diversi campi. Oltre a quello più evidente, cioè quello storico, vi è poi tutta l’attenzione dedicata alla composizione dei colori, alla descrizione dei pigmenti, e tutto ciò che riguarda la pratica della pittura.

Nonostante la mia scarsa conoscenza artistica (casomai non si fosse capito), questo romanzo mi ha coinvolto molto, tanto che ho terminato in soli due giorni le sue 300 pagine. Ti dirò di più: ho addirittura cercato Goya su Wikipedia, per fare un breve ripasso della sua vita e delle opere. Ora, questo per te potrebbe non significare niente, ma ti assicuro che è un evento veramente straordinario.
Te l’avevo già promesso dopo aver letto La regina rossa (poi è andata diversamente), ma te lo ripeto: recupererò anche Jack.

“Tre di nessuno” di Davide Camparsi

Tre di nessuno è un romanzo breve (o racconto lungo, se preferisci) di Davide Camparsi, scrittore veronese del quale ti avevo già parlato a proposito della bella raccolta di racconti fantastici Tra cielo e terra (una delle antologie monografiche curate dall’associazione culturale RiLL). Anche in questa opera, ho ritrovato tutte quelle caratteristiche che mi erano piaciute nei racconti di Camparsi, sebbene il genere di riferimento non sia più la fantascienza ma il crime (rurale padano, aggiungerei).

Non posso raccontarti molto della trama, altrimenti rischio davvero di svelare troppo…
In un paesino nebbioso del nord Italia si incrociano le vite di tre grotteschi personaggi in cerca di riscatto sociale. Sono Lacarla (sì, tutto attaccato), aiutante focosa del prete che si è giocata i fondi della parrocchia alle “macchinette”; Duncan, una sorta di piccolo boss locale che ambisce alle politiche comunali; e (Super) Mario, meccanico a tempo pieno e saltuario leone “da bar” (stessa specie di quello “da tastiera” ma con habitat differente) che aspira al ruolo di supereroe. I tre (di nessuno, appunto) finiranno per scontrarsi, sotto lo sguardo innocente di Cippirì, una bambino con evidenti disturbi cognitivi (l’unico personaggio positivo della storia).

Non è difficile immaginare Lacarla perdere tutto al video poker – imprecando perché non esce mai l’ultima fragola – così come non lo è riconoscere in Duncan (ovviamente un soprannome di paese, alla Cisco o Balota) un qualunque delinquentello di periferia che sia riuscito a fare un minimo di “carriera” senza farsi arrestare. Ancora meno, distinguere Mario da uno qualsiasi di quei personaggi (con un bicchiere di vino come protesi perenne) che cercano il consenso in qualche bettola, declamando banalità come fossero assiomi incontestabili. Camparsi (che peraltro – ‘sti cazzi – quest’anno ha vinto anche il Premio Robot) te li serve già cotti con grande abilità, te li fa capire subito e tu, altrettanto subito, li disprezzi buttando loro adosso il disgusto accumulato osservando per anni i loro simili.

Come dicevo, i tre sono grotteschi, e non vedi l’ora che cadano, che crollino, che abbiano quello che si meritano. Sono grotteschi anche (e soprattutto) nelle loro ambizioni, pallide imitazioni di ruoli troppo alti e irraggiungibili. Il “supereroe” Mario è bloccato nei primi dieci minuti di un qualsiasi film di genere, quando ancora il protagonista si traveste con gli stracci e sbatte la testa contro i muri. Duncan è un Tony Montana dei poveri, che ha autorità solo su dei patetici derelitti allo sbando. Lacarla insegue la fortuna – ma continua a non beccare la fragola – e si dichiara vincente, ma lo fa imitando i tristi gesti scaramantici dei perdenti che incrocia sul suo cammino. E, alla fine, l’unico che ottiene ciò che vuole è proprio il lettore, che soddisfa il suo crudele e spietato bisogno di giustizia sociale.
Mi fermo qui, altrimenti spoilero.

Ho divorato le 128 pagine di Tre di nessuno in un paio d’ore. Sono contento, ti avevo detto che avrei letto più autori italiani quest’anno e, per ora, mi sta andando molto bene.

“Tabù” di Piers Paul Read

Il 13 ottobre 1972 un Fokker F27 dell’aeronautica militare uruguayana si schianta sulla Cordigliera delle Ande, nei pressi di Glaciar de las Lágrimas. A bordo c’è la squadra di rugby uruguayana dell’Old Christians Club, accompagnata da amici e parenti degli atleti (l’aeronautica uruguayana era messa economicamente molto male e affittava gli aerei per recuperare fondi), per un totale di 40 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio. 12 persone muoiono durante l’incidente, ma dei 33 sopravvissuti all’impatto solo 16 riusciranno a salvarsi, alla fine.
Tabù racconta le dieci settimane che i superstiti hanno trascorso nella carcassa dell’aereo, a 3657 metri d’altitudine, facendo tutto il possibile per non morire. Travolti anche da una valanga (29 ottobre, 8 morti), decidono, come noto, di cibarsi dei corpi dei deceduti, per avere una speranza di vita. Il 12 dicembre tre di loro, Roberto Canessa, Fernando Parrado e Antonio Vizintin (che tornerà subito all’aereo per consentire di ottimizzare i viveri agli altri due), partono per un disperato viaggio a piedi lungo decine e decine di chilometri (non c’è un dato certo, dai 50 ai 100 chilometri in 7/10 giorni), scalano 4600 metri con sole scarpe da rugby e abbigliamento di fortuna e raggiungono una zona “civilizzata” (praticamente due capanne nel nulla) dove incontrano un pastore e comunicano la posizione del Fokker. Il 23 dicembre, 72 giorni dopo l’incidente, due elicotteri cileni recuperano i sopravvissuti delle Ande.

Il titolo originale del libro/ricostruzione di Pier Paul Read è Alive: the story of the Andes survivors; Tabù, invece, è il titolo italiano che fa riferimento a ciò che più ha sconvolto l’opinione pubblica dell’epoca: il cannibalismo, l’antropofagia… quindi parliamone subito.
Ricordo a malapena di aver visto il film Alive – Sopravvissuti (1993) diretto da Frank Marshall ma, onestamente, dovrei riguardarlo. Mi pare che nel film mostrassero i sopravvissuti che tagliavano qualche fetta di carne dai glutei dei cadaveri, o qualcosa di simile. Una versione molto soft di quanto accaduto, insomma. La verità è che, per salvarsi la vita, i 16 superstiti hanno dovuto mangiare ogni parte del corpo dei deceduti – compresi tutti gli organi, anche il cervello – spolpandone a fondo le ossa. L’immagine che, almeno per me, ha più reso l’idea di quanto accaduto è quella dell’utilizzo delle scatole craniche come ciotole, per mescolare il sapore della carne (alla lunga insopportabile perché sempre lo stesso) con quello delle altre parti del corpo.
È di questo, che stiamo parlando.

A rendere la situazione più difficile, il fatto che tutti i passeggeri dell’aereo fossero mooolto credenti. La decisione di accettare l’antropofagia, unica reale possibilità di sopravvivenza, viene presa dopo una lunga discussione di carattere etico/morale su quanto questa soluzione fosse ammissibile dal punto di vista del cattolicesimo. Alla fine, l’antropofagia viene, in qualche modo, equiparata all’eucaristia e ritenuta l’unica via con la quale il Signore avrebbe concesso la salvezza ai superstiti. La maggioranza di questi esce, infatti, rafforzata nella fede da questa dura esperienza, poiché Dio sarebbe stato con loro per tutto il tempo trascorso sulla montagna…
Non mi dilungo in un commento su questa visione delle cose, perché Tabù è davvero coinvolgente e l’esperienza estrema provata dai protagonisti è qualcosa di quasi unico. C’è, insomma, il massimo rispetto da parte mia (soprattutto per le capacità umane, la forza e la determinazione). Tuttavia è proprio vero che, quando VUOI vedere le cose in un determinato modo, le vedi in quel modo (Dio, se leggi il mio blog, continua pure ad assistere i credenti, io sono a posto così, grazie).

Fernando Parrado e Roberto Canessa con il pastore.
Fernando Parrado e Roberto Canessa con il pastore.

Ovviamente, dopo, si è scoperto che a una ventina di chilometri dalla fusoliera c’era una posto sicuro dove poter trovare salvezza (un rifugio abbandonato, ma con dei viveri in scatola all’interno). Tuttavia è doveroso ricordare che i ragazzi (perché erano ragazzi, nella maggior parte tra i 19 e 26 anni) hanno dovuto attendere che le condizioni climatiche migliorassero per potersi muovere (l’arrivo della primavera era l’unica speranza). Hanno fatto, in pratica, la sola cosa che potessero fare: se avessero agito diversamente, sia nei tempi che nelle modalità, sarebbero morti tutti.

Tabù, ad ogni modo, non parla solo di cannibalismo, anche se questo è, per forza di cose, ciò che più ha reso celebre questa storia. Ci sono le ricostruzioni delle varie spedizioni tentate dai ragazzi (prima di quella decisiva), la quotidianità della vita nella fusoliera, l’assistenza ai feriti, i tentativi dei parenti di far procedere le ricerche all’infinito (quando ormai nessuna autorità credeva più in un ritrovamento di persone vive). Tabù è tante cose, e credo vada letto per riordinare le priorità nella propria vita.

So che esitono altri due libri che raccontano questo storia, scritti dai due sopravvissuti più “famosi”: Dovevo sopravvivere di Roberto Canessa e Settantadue giorni: la vera storia dei sopravvissuti delle Ande e la mia lotta per tornare di Fernando Parrado. Credo proprio che li recupererò.

Libri sul genere storie vere/sopravvivenza estrema che ti consiglio perché mi sono piaciuti molto (ecco perché non c’è Walden di Thoreau nell’elenco):

12 anni schiavo di Solomon Northup (1853)
La verità sul Titanic di Archibald Gracie (1913)
Papillon di Henri Charrière (1969)
Tabù di Piers Paul Read (1974)
Verso il Polo con Armaduk di Ambrogio Fogar (1983)
Nelle terre estreme di Jon Krakauer (1996)
Aria sottile di Jon Krakauer (1997)
127 ore di Aron Ralston (2004)
Wild di Cheryl Strayed (2012)
Fuga dal Campo 14 di Blaine Harden (2012)

“Mussolini in Giappone” di Angelo Paratico

Esiste una lunghissima lista di nomi di personaggi famosi deceduti che in realtà NON sarebbero morti. Nella cultura pop, per forza di cose, questi presunti zombie sono molto conosciuti: Elvis (che vivrebbe a Buenos Aires), Jim Morrison (avvistato in… Molise!), Moana Pozzi (in India), Michael Jackson (recentemente apparso sullo sfondo di un selfie della figlia Paris) e via dicendo. Meno noti, sono gli zombie che appartengono al mondo della storia e della politica. Credo che ciò sia facilmente comprensibile: tutti desidereremmo risentire Freddie (tornato in incognito nella natia Zanzibar) che canta Bohemian Rhapsody, ma in quanti vorremmo riascoltare l’ennesimo discorso del politico di turno, fosse anche JFK in persona? Pochi, credo. Certo, probabilmente perché di politica ne abbiamo le palle piene (oggi più che mai), ma forse anche perché l’arte è senza tempo, mentre le personalità della “storia” (dittatori e politicanti vari) rimangono fortemente ancorate al loro periodo, a sbiadire nelle foto dei libri di scuola. Tuttavia, per gli appassionati del genere, una lista di questo tipo esiste. È meno romantica e più legata all’eterna ossessione del gomblotto (mito sempre attuale) e comprende, tra gli altri, Napoleone, Hitler e, ovviamente, Mussolini.

La morte di Mussolini, in particolare, è sempre stata avvolta da un certo alone di mistero. Le varianti sul luogo del decesso, e i dubbi sul reale esecutore che avrebbe sparato al Duce, si sprecano (fatti una googlata), fino ad arrivare alla consueta conclusione: Mussolini in verità non sarebbe morto (e forse è a Memphis a dar sfoggio del suo straordinario movimento pelvico).

Scherzi a parte, è in questo filone che si inserisce Mussolini in Giappone, il nuovo romanzo di Angelo Paratico. Cosa sarebbe successo se… Mussolini fosse scappato su un sommergibile diretto in Giappone?
E qui tu mi dirai: questa cosa mi ricorda tanto La svastica sul Sole di Dick (romanzo distopico per eccellenza se si parla di una realtà alternativa nella quale fascismo e nazismo non siano stati sconfitti). Invece no, perché l’autore non è caduto in questo tranello e ha creato qualcosa di nuovo. Mussolini fugge, sì, ma a questo punto Paratico si dedica meno agli eventi storici e più all’uomo, al padre, all’amante. Si dedica più a Benito, che al Duce. È una distopia emotiva, più che storica.

Mussolini si mette in salvo grazie all’utilizzo di un sosia, che viene fucilato al suo posto. Un vero e proprio doppelgänger (o kagemusha, in Giapponese) sacrificale, che muore a fianco della Petacci, fiero di regalare in questo modo un’altra occasione al Duce. Ma chi si sdoppia davvero, nella narrazione, è proprio Mussolini. Non più un uomo forte e dallo spirito tenace, quanto un essere pieno di rimpianti e di dubbi, al quale manca la famiglia e che si condanna per l’alleanza con quel “pazzo” di Hitler. Per dirla in poche parole: si sdoppia e diventa una versione migliore di sé stesso (o, semplicemente, cessa di essere Mussolini…). Arrivato in Giappone, al suo servizio viene messa una geisha, Aya. Con questo stratagemma, Paratico ha modo di mostrarti anche un inedito Mussolini “in amore”, dolce e romantico.

La ricostruzione storica è molto curata e rende la lettura interessante senza mai scadere nel temutissimo infodump. Questo romanzo si legge davvero velocemente, io l’ho terminato in un paio di giorni.
C’è solo una cosa che mi domando, alla fine. Se Mussolini fosse stato davvero così riflessivo e pieno di dubbi, se avesse davvero disprezzato Hitler, se fosse stato umano come il protagonista del romanzo… sarei qui a parlarti di questo libro o ci troveremmo in un paradosso storico-politico-emotivo?

Libri che ho letto di Angelo Paratico:
Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (2018)
La settima fata (2019)
Una feroce compassione (2020)
Mussolini in Giappone (2021)

“Billy Summers” di Stephen King

Billy Summers è un sicario, un cecchino esperto che si è fatto le ossa a Falluja. Viene ingaggiato per uccidere un uomo (un uomo cattivo, poiché altrimenti Billy non accetterebbe l’incarico) che deve testimoniare durante un processo. È un lavoro lungo e ben retribuito, l’ultimo. Billy deve trasferirsi in un paesino sotto falsa identità e aspettare il momento giusto, che potrebbe arrivare dopo diversi mesi. Ma Billy sente puzza di bruciato e così si costruisce anche un’altra identità, a pochi chilometri di distanza, come via di fuga in caso il mandante dell’omicidio decida di fargli la pelle. E intanto comincia a scrivere un romanzo autobiografico, nel quale racconta gli orrori della guerra, e della vita. Quando tutto andrà per il verso sbagliato, come lui aveva pronosticato, Billy troverà un’inaspettata spalla sulla quale poter contare, una vera e propria redenzione su due piedi.
Mi fermo.

Cos’è Billy Summers? È difficile dirlo, e questo è uno dei motivi per i quali l’ho adorato. In un settore nel quale sembra che si debba incasellare tutto in un genere definito, King tira fuori un romanzo che i generi li attraversa tutti. È di certo un romanzo di formazione, ma è anche una revenge story. È un romanzo di guerra (le pagine scritte da Billy, ambientate in Iraq, hanno un carattere tipografico e uno stile diverso), ma anche un racconto di azione pura, con risvolti gangster. È, a tratti, una storia on the road. E come lasciare fuori gli accenni al soprannaturale, all’Overlook Hotel di Shining, che, seppure restando marginali rispetto alla trama, lasciano una porta aperta sull’insondabile. Per finire, è un fantastico inno al piacere della scrittura, un’analisi (o forse auto-analisi) sulla medicina (o forse droga) della creatività come via di fuga.

Come ti dico sempre, con Stephen King io ritorno a casa. È vero, ci ho messo un po’ a leggere le quasi 550 pagine di questo tomo, ma è stato un periodo complicato, pieno di cose da fare. Se ne avessi avuto il tempo, avrei finito Billy Summers in due giorni anziché in dieci. Ma in questi dieci giorni – questa è una cosa che mi accade solo con il Re – la mia testa era sempre in due posti contemporaneamente. Una parte di me sbrogliava i casini del lavoro, l’altra era sempre in una villetta, o in un interrato, o su un’auto, o tra le montagne (a casa del vecchio Bucky).
L’altra era Billy Summers.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

“Oceano” di Francesco Vidotto

Ho appena finito di leggere Oceano e la prima sensazione che ho provato è stata il rimpianto. Dovevo aspettarmelo, considerato quanto mi era piaciuto Fabro, non poteva che essere così. Ma ora ti spiego il perché del rimpianto, un attimo.

Sono stato al Salone del libro di Torino (ahimè di sabato, quando c’è più casino) e, ovviamente, ho fatto la spesa (un buon venti chili di libri).
Apro un piccolo inciso.
Ho acquistato solo da quegli editori che proponevano offerte dedicate alla fiera. Non ho mai capito perché si dovrebbe pagare un biglietto di ingresso per poi pagare la merce a prezzo pieno (che, in fin dei conti, significa a un prezzo più alto rispetto all’acquisto sui vari siti online). Edizioni Minerva era uno degli editori che applicavano degli sconti, e qui chiudo l’inciso e arrivo al mio rimpianto.
Di Francesco Vidotto, al Salone, ho comprato solo Oceano e Siro, lasciando lì (nel tentativo di contenere l’emorragia monetaria) Il selvaggio e Zoe.
È stato un errore.

Oceano racconta la storia di un uomo, quasi centenario, che fa visita a Vidotto (in più riprese) e gli racconta la propria vita, chiedendogli di scriverne un libro. Gli incontri si susseguono e la trama della vita di Oceano (perché è questo il nome dell’uomo) prende forma, come l’amicizia tra l’anziano e lo scrittore. Oceano ha affrontato la guerra, le difficoltà e l’amore, sempre con grande coraggio e umiltà. Ha una moglie, Italia, e un figlio che, però, non si vede mai… mi fermo.

Così come accadrà in Fabro (che è successivo), anche in Oceano Vidotto descrive la vita del protagonista con uno stile che definirei poetico. In poche pagine lo scrittore condensa tutti gli eventi che contano – quelli che hanno un vero significato – e te li propone con la forza di un pugno nello stomaco. Non perché siano particolarmente violenti (spesso non lo sono), ma perché, terminato il romanzo, sei costretto a riflettere sulla vita (l’Universo e tutto quanto, aggiungerei).
Terminato il romanzo, tu sei Oceano. Tu tiri le somme e cerchi di capire cosa hai fatto, cosa non hai fatto e cosa avresti dovuto fare. Come Oceano, che non ha mai visto il mare e che cerca, per quello che può, di recuperare.

P.S. Ci risentiamo a breve. Di certo con Siro, ma anche con tutto il resto dei “venti chili”. Son riuscito a trovare la Trilogia della frontiera di McCarthy (grazie a Libraccio) e tanto altro. E poi, lo sai, ieri è uscito Billy Summers

“Los Angeles Nera: Perché la notte” di James Ellroy (Trilogia del sergente Hopkins)

Il sergente Lloyd Hopkins torna per la seconda volta, dopo Le strade dell’innocenza, ed è nuovamente a caccia di un serial killer. È John Havilland, psichiatra geniale e deviato, che utilizza i propri pazienti per uccidere, programmando le loro menti con le sue abilità “terapeutiche”. In questo mare di sangue è annegato anche un poliziotto, Jungle Jack Herzog, scomparso da tempo e inutilmente ricercato da Hopkins. Non manca la pupa di turno, Linda Wilhite, prostituta di lusso e vera e propria calamita per ogni uomo che le graviti attorno, serial killer e poliziotti compresi.

Come ti avevo anticipato qualche tempo fa, ho deciso di leggere i romanzi di Ellroy in ordine cronologico, partendo dal primo. Perché la notte è il quarto che ha scritto (io, in realtà, ne ho letti cinque), il secondo della trilogia del sergente Hopkins. Di certo non il migliore, anzi.

Ho trovato la struttua abbastanza macchinosa e parecchio ostile, non sono mai stato invogliato a prendere il libro in mano per scoprire come procedesse la storia. Ventisette capitoli, alternati tra il punto di vista di Hopkins e quello dell’assassino, senza incognite o misteri. Sai tutto, in tempo reale, e questa onniscienza non ha di certo aiutato. Il solo angolo di ignoto che Ellroy ti concede è quello della reazione di Hopkins alle malefatte di Havilland man mano vengono scoperte (tu, però, le conosci già).

In una parola: un romanzo noioso. Peccato.
Non è stato sufficiente il consueto stile di scrittura asciutto (duro e puro, direi) di Ellroy, per emozionarmi. Confido in La collina dei suicidi, terzo della trilogia e del tomone che ho tra le mani. Ma non a breve, no, non a breve…

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
Perché la notte (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
I miei luoghi oscuri (1996)

“Velocity” di Dean Koontz

Velocity è un thriller molto godibile, che si legge rapidamente nonostante le 400 pagine abbondanti. Sono contento, davvero. Dopo quella cosa orribile che è stata L’ultima porta del cielo temevo il peggio, invece Koontz è riuscito a farmi ricredere. Peraltro, essendo uscito nel 2005, Velocity è anche il romanzo più recente che ho letto di questo autore (gli altri li trovi a fine post). Lo piazzerei al secondo posto, dopo Phantoms!, tra i miei preferiti. Ho grandi aspettative per Intensity, del quale tutti parlano benissimo, e che è già sulla mia mensola.

È l’idea di base a funzionare, l’incipit, direbbero i “tecnici”.
Billy è un tipo qualsiasi, fa il barista e ha una compagna che, a seguito di una reazione allergica (te la faccio semplice, in realtà si tratta di un avvelenamento alimentare), si trova in un coma semi-profondo (in pratica: sogna e parla ogni tanto, dicendo cose apparentemente senza senso). Un giorno Billy esce dal bar e trova un biglietto sul parabrezzo della sua auto. I biglietto dice che, se lui non farà nulla, morirà un’adorabile insegnante e se, invece, avviserà la polizia, morirà un’anziana filantropa. Billy ignora il messaggio e muore un’insegnante. Seguirà una secondo biglietto, un terzo e così via, fino a quando Billy sarà talmente coinvolto da temere per la vita della propria compagna. Mi fermo.

Ripeto: un romanzo che mi ha coinvolto. È puro intrattenimento, chiaro, ma è davvero divertente tentare di capire, insieme al protagonista, chi possa essere l’assassino. Non credo si possa parlare di “giallo” (i puristi non sarebbero d’accordo), ma il confine tra questo genere e il thriller, qui, è molto sottile.

Un’ultima curiosità, prima che mi dimentichi. A badare a Barbara, la compagna di Billy, c’è un dottore che vorrebbe “staccarle la spina”. Questo è un dettaglio del tutto marginale per la trama del romanzo, eppure Koontz ci tiene a spiegare come il dottore in questione sia un sostenitore della bioetica utilitaristica. Il tema era molto sentito anche in L’ultima porta del cielo, evidentemente è qualcosa che tocca profondamente l’autore. Sarebbe interessante capire il perché, studierò.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)

“Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne

C’è un tempo per tutto. Purtroppo, mi è ormai chiaro, che il tempo per leggere Verne sia passato da un bel pezzo, e mi dispiace. Ricordo di aver letto, da bambino, Dalla Terra alla Luna (1865) e di averlo apprezzato moltissimo. Ero affascinato dal viaggio spaziale e mi ero stupito per il modo in cui Verne avesse precorso i tempi, raccontando quell’avventura con un realismo incredibile, un secolo prima che l’Apollo 11 compisse l’impresa. Non l’ho più riletto, quel romanzo. Forse dovrei, per verificarne la presa emotiva. Per capire se, ancora, appaia tutto così verosimile anche per una mente “adulta” (si fa per dire, eh).

È terrificante, lo so, ma ora Verne mi annoia. Credo che il problema non sia suo (di sicuro). Credo che il problema risieda nella perdita dell’innocenza. Ho alzato il livello della sospensione dell’incredulità a un punto tale per cui ho perso la capacità di credere. Come tutti, del resto, da Babbo Natale in poi. Con Il giro del mondo in ottanta giorni mi ero esaltato, lo ammetto. Ma quanto di quell’entusiasmo era reale? Non lo so, forse era solo nostalgia, bisogno di crederci, appunto.

Venendo a Viaggio al centro della Terra, la storia la conosci. Dopo aver scoperto un documento antico, il professor Lidenbrock, suo nipote Alex e la guida Hans, si avventurano all’interno di un vulcano islandese che – secondo il sopracitato documento – nasconderebbe la via per il centro della Terra. Tra le altre cose, attraverseranno un mare interno, tanto grande da farli sbucare sull’isola di Stromboli.

Cosa mi è piaciuto.
La descrizione dei paesaggi, dei mostri marini, di tutto ciò che non è reale. Foreste di funghi grandi quanto alberi, enormi coccodrilli, addirittura un gigante. Tutto questo è fantastico, davvero. Fonte di ispirazione per la fantascienza che verrà.

Cosa non mi è piaciuto.
Lo schematismo dei personaggi, stereotipati nei generi di appartenenza, e il modo che hanno di relazionarsi tra loro. Lidenbrock è lo scienziato, crede fermamente nel suo scopo (raggiungere il centro della Terra) e non fa mai – MAI – una piega. Axel mette in dubbio lo zio, ha spesso paura e vorrebbe sempre tirarsi indietro. Hans è una sorta di deus ex machina, fa costantemente in modo che le cose vadano bene e risolve il problema della mancanza di realismo. Dove sono finiti i bagagli? Li ha recuperati Hans. Perché non sono morti tutti? Li ha salvati Hans. Chi procura il cibo? Sempre Hans. E via dicendo.

È chiaro, si parla di una scrittura di un secolo e mezzo fa, me ne rendo conto. Tuttavia la mancanza di profondità psicologica si fa sentire, ben più che nei romanzi del (quasi) contemporaneo H.G. Wells. È una lettura per ragazzi – e io ragazzo non sono più – ma non solo, è una lettura per ragazzi di un altro tempo, forse più ingenuo, più innocente.
Non so se tornerò su Verne, per ora non credo. Vedremo.

“007 – No time to die” di Cary Fukunaga

C’è così tanto da “piangere”, a proposito di questo James Bond, che non so davvero da che parte cominciare. No time to die, esclusa qualche scena spettacolare e degna di nota, è fondamentalmente un film per persone brutte. Molto brutte. È un peccato, perché su Fukunaga (True Detective, una delle poche serie che mi siano piaciute, sai che le odio tutte) ci contavo tanto. Ma forse no, non è nemmeno colpa sua, poveraccio.

Sono demotivato e demoralizzato, la pianterei qui. Quindi cominciamo con qualcosa che mi farà subito dare del sessista. Che tanto del sessista me lo prenderò anche dopo, quindi vale la pena di portarsi avanti.
Mi sono perso venti minuti di film appena è comparsa. E, con buona pace della corrente imperante del momento, non aveva né liane di pelo sotto le ascelle né assorbenti mostrati con fierezza. Ana.

So che impazza il gossip online su di lei, poiché alla prima di 007 pare le sia sfuggito un capezzolo dal lato del vestito. Chiaramente chi si è meravigliato non deve aver mai visto Knock Knock, nel quale lei e Lorenza Izzo “stuprano” Keanu Reeves. Ma questa è un’altra storia.

Bond, torniamo a Bond. L’arma, questa volta, è rappresentata da un veleno selettivo (in realtà sono dei nanobots, ma semplifichiamo, considerato il pubblico target) che è in grado di colpire utilizzando il DNA. Il nemico, pronto a distruggere il mondo, è Rami Malek. Il co-nemico – non più nemico – è il grande Christoph Waltz. La bond girl (chiamo “bond girl” l’unica con cui Bond fa sesso, per convenzione) è la bellissima Léa Seydoux, già vista nel capitolo precendente, Spectre. Il resto, al solito, sono sparatorie e inseguimenti.

Qualcosa mi è piaciuto, cominciamo da quello, così non sbagliamo.
La parte iniziale, quella girata a Matera, per capirci. C’è ritmo, azione. C’è un Bond emotivamente permeabile (Craig non è Connery, e non lo è nel modo giusto). La scena nella quale si fa sparare contro i vetri della macchina, non reagendo, è qualcosa di fantastico. Lì Bond è pronto a morire, pur di capire cosa stia accadendo nella sua vita, pur di capire di chi si possa fidare. Craig è superlativo, te lo tromberesti anche da uomo. Vorresti essere lui. L’inseguimento in auto, e poi in moto, è alla vecchia maniera, è James Bond. Ecco, sì. È James Bond, quella parte è James Bond.
Poi mi è piaciuta Ana. Non si era capito, vero?
Anche il secondo inseguimento non è male, quello tra fuoristrada. Funziona.
La scena dell’interrogatorio con Waltz è bella, con ancora una puntatina nella nuova vulnerabilità di 007, che ha dei tratti umani, un po’ – se vogliamo fare il paragone – alla Batman di Nolan.

Poi arriviamo ai Ghostbusters donne. O alla fatina di Cenerentola transessuale, se preferisci. Arriviamo al politicamente corretto a tutti costi, e regolarmente imposto nel modo sbagliato. (Arriviamo anche a scene di machismo esasperato, a controbilanciare il peggio con il peggio, ma vediamo dopo). E qui, però, prima di procedere, vorrei fare un piccolo fuoripista su come la penso.
Flusso di coscienza, senza troppo ordine.

Io sono per il partito dell’amore libero. Io credo che le persone dovrebbero trombare in strada, davanti a tutti. Uomini con donne, uomini con uomini, donne con donne. Bianchi con neri (sì, se dico bianco, posso anche dire nero, senza offendere nessuno), elefanti con giraffe o quel cazzo che preferisci. Io non ho mai capito perché nei negozi di giocattoli si possano vendere le pistole finte (che sono l’imitazione di uno strumento di morte, ricordiamolo) ma ci si debba scandalizzare quando un bambino vede due persone che fanno l’amore. Siamo riusciti (tanto, forse tutto, è dovuto ai credenti/creduloni) a trasformare una cosa naturale in scandalosa, e a rendere “commerciale” il Male (sì sì, tutti hanno giocato a indiani e cowboy – vallo a dire agli indiani, testa di cazzo). Non ho mai visto due zebre che si nascondano dai cuccioli per avere rapporti sessuali, ma vedo sparatorie e morti ammazzati in tv, senza problemi. Credo nella meritocrazia, non in quote imposte per una finta uguaglianza, anche se capisco che, talvolta, l’obbligo possa essere l’unica via per addomesticare le capre. Credo nella diversità, perché non siamo tutti uguali, tra maschi e femmine meno che meno. Il Male non è la differenza, ma quello che siamo riusciti a farla diventare, una questione di superiorità/inferiorità. Ma cosa potevi aspettarti? La specie umana non è certo destinata a una grande evoluzione. E non voto, non voto mai, perché mi fanno tutti schifo. Un po’ come gli esseri umani, in fondo. Mi fermo.

Detto ciò, quello che avviene in James Bond è sintetizzabile in questo (qui c’è un piccolo spoiler, ma niente di pericoloso): abbiamo uno scienziato che si prostituisce al miglior offerente, per vendere la propria anima a chi vuole fare solo del male. Lo vedi dall’inizio che è una persona di merda. È uno che merita la morte dai titoli di apertura. Uno che, in una storia normale, verrebbe ucciso già durante il casting. Invece no, viene tenuto miracolosamente in vita e non si capisce il perché. Poi dice una frase razzista e, finalmente, lo ammazzano. E allora capisci. Capisci che doveva dire quella frase ed essere ucciso (un po’ come il vero spirito di 007, insomma). Peraltro una frase razzista pronunciata di fronte al nuovo 007 che, guardacaso, è donna e, guardacaso, è nera.
Ma è questo il livello? Perché se per lanciare un messaggio corretto, dobbiamo creare “Holla e Benja”, allora si è già fallito.

Dopodiché, non bastasse tutto questo, James Bond si trasforma in James Rambo. In una scena da machismo estremo anni Ottanta, Craig sale delle interminabili scale e uccide tutti a colpi di pistola. So che dire irreale in 007 significa poco, ma questa parte del film lo è. Non diverte, non emoziona. È degna del peggior Steven Seagal. È il dover controbilanciare per forza, il far contenti tutti e non deludere nessuno.

Ora dirai: «Ma questo è per l’amore libero, ma contrario a uno 007 femmina. Ce l’ha con il machismo, ma apprezza Ana de Armas. Vuole rimanere nel passato, pur accettando la nuova emotività di Bond. Dice che si farebbe Craig, ma pare sessista. Non si capisce nulla».

È così, la vita è una cosa complessa. Gli schemi vanno bene per gli stupidi, se ti piacciono vai pure a votare (sono favorevole a questo, allora DEVO essere contrario a quell’altro). Ma non è rinnegando il passato che si cambia il futuro. Bond è Bond, con i suoi pregi e i suoi difetti, e se non deve essere Bond forse val la pena che muoia davvero (questa è proprio per chi ha visto il film).
Spero non resuscitino un Cavill, un Elba o, peggio che peggio, una terribile Lashana Lynch, per il prossimo 007. Perché rischiamo che uccida solo chi parcheggia senza permesso nei posti riservati ai disabili.
A quel punto, a morire, potrei essere io.

Ho letto una bella frase riassuntiva, in un’altra recensione che parla di questo film, su MyMovies. Avrei voluto farla mia, ma la verità è che l’ha scritta una donna, e la cosa mi fa piacere, perché forse non sono il solo a vedere le cose in modo simile e forse mi salvo da stupide accuse di sessismo.
Una tagline perfetta: “Ogni epoca ha il Bond che si merita.”