Tutti gli articoli di cattiverrimo

“Il grido del falco” di Renata Bovara

Tu non lo sai, ma io ho delle regole.
Ti risparmierò quelle del tipo “non si esce quando piove” e “vietate le cene con più di cinque persone” (che non sempre riesco a rispettare) limitandomi a elencartene un paio inerenti la lettura dei libri. Una è “mai eBook di narrativa”, un’altra è “non si leggono più romanzi contemporaneamente”. La prima è dovuta al fatto che maltollero l’esistenza stessa degli eBook, giustifandoli solo sotto forma di guida turistica (per ovvie ragioni di praticità). La seconda è, invece, una strategia che mi impedisce di fare arenare la lettura di un libro preferendone un altro. Ecco, con Il grido del falco di Renata Bovara, le ho infrante entrambe. A mia discolpa, questo romanzo non è reperibile in cartaceo e l’eBook, per forza di cose, non è sempre comodo da portare in giro, a differenza del buon vecchio albero assassinato e fatto a fettine. (Quindi, nel frattempo, sto leggendo anche La città dei libri sognanti di Walter Moers, di cui ti racconterò tra qualche giorno).

Se ricordi, ti avevo già parlato di Renata Bovara per Spiagge sospese, finalista al “Premio Letterario RTL102.5 – Mursia Romanzo Italiano” (concorso al quale sono legato per ovvie ragioni), che mi era piaciuto molto. Bene, mi è piaciuto anche Il grido del falco (fine della suspense, ma quanto ti ho fatto sudare, eh?).

Trama. (Poca, as usual).
Cora vive a New York, dove conosce il ricco Theo e ne diventa l’amante. Poi si diffonde un virus che decima la popolazione, si salvano solo pochi eletti. Cora sopravvive, ma che fine ha fatto Theo? Perché la evita?
(C’è un falco in tutto questo, motivo del titolo e della bella illustrazione in copertina che, a quanto ho capito, è opera del fratello dell’autrice).

Il romanzo si divide in due parti. Nella prima è maggiore l’introspezione della protagonista, che indaga la figura dell’amante, con i sacrifici e le scelte che deve affrontare chi si trovi in questa “posizione”. Nella seconda c’è un maggiore sopravvento della trama post-apocalittica, con qualche accenno di critica sociale a un sitema-mondo legato a doppio nodo con il denaro (non posso essere più specifico senza svelarti troppo). A prevalere è soprattutto la parte emotiva (non aspettarti un romanzo di fantascienza, non lo è) dove l’epidemia sembra talvolta una scusa per sondare meglio la solitudine dell’individuo. È un po’ come se a mancare non fossero tanto le persone, quanto l’umanità.

Anche Il grido del falco , così come Spiagge sospese, è un romanzo fortemente femminile. Difficile (se non impossibile) per una brutale, burbera, barbara, bestiale (e altre cose con la B) mente maschile riuscire ad accedere appieno alle inquietudini che turbano la protagonista.
Quello che apprezzo molto di questa scrittrice è l’assoluta riconoscibilità nello stile. Uno stile elegante e raffinato (sì, lo so, uso parole inconsuete, sarò stato sbrutalizzato dalla lettura) che non utilizza mai una terminologia complessa, facendo della semplicità la sua forza.

C’è poi un’altra sensazione che ho avuto leggendo questo romanzo. Un po’ come nell’Animali notturni di Tom Ford, il libro pare scritto per “farla pagare” a qualcuno. Sarà stata la rabbia della protagonista, non lo so, ma ho avuto l’impressione che fosse in parte autobiografico.
Di sicuro, in caso, lo saprà meglio Theo.

“Parasite” di Bong Joon-ho

Oggi ti parlo di Parasite, il cui titolo originale è 기생충.
Scusa, era bello iniziare così.
Regista: Bong Joon-ho. Attori: Song Kang-ho, Park So-dam, Park Seo-joon, Lee Sun-kyun…
Perdonami, era bello iniziare anche così.
La verità è che Parasite è il primo film sudcoreano a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes (2019). Mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto molto e ho già messo nella lista dei “da vedere” altri film di Joon-ho, primo tra tutti Okja (2017). Nonostante questo incipit continui a somigliare sempre più a uno scioglilingua (o annodalingua), in realtà il regista è conosciuto anche per pellicole più vicine ai “gusti” occidentali, come ad esempio Snowpiercer con Chris Evans.
Io, tra i suoi, avevo visto The Host, ma qui torniamo in Oriente.

Rivelare la trama significherebbe dire molto, perché Parasite è un film che di minuto in minuto continua a mutare, come una malattia che impara a sfuggire alle cure, senza mai fermarsi su un genere preciso (questa è una delle cose che ho apprezzato di più). Inizia come una commedia, prosegue come un thriller, torna alla commedia, passa al nero-grottesco e, facendo di nuovo sorridere, si occupa anche/soprattutto di critica sociale. Per un pubblico abituato (o addomesticato) a tenere tutto sotto controllo, e a dare un nome preciso a ogni cosa, questo potrebbe rappresentare una difficoltà, ma per me è un incredibile valore aggiunto. Dimenticati l’alienante abitudine a punti di svolta ben calibrati (minuto 30… minuto 60…), dimenticati di capire cosa stia succedendo. E, aggiungerei, finalmente, cazzo.

Due righe al volo.
Il primogenito di una famiglia povera (e furba, e scroccona d’abitudine) trova lavoro presso una famiglia ricca, riuscendo poi a far assumere anche sorella e genitori (senza dichiararne il legame).
Mi devo già fermare, perché dopo le iniziali gag, dovute all’inevitabile confronto sui “valori” dei ricchi e quelli dei poveri, Joon-ho infila un colpo di scena dopo l’altro che ti portano ovunque tranne dove pensi di essere.

Devi andare a vederlo per capire. Due ore e un quarto che passano veloci e che ti fanno alzare dalla poltrona frastornato ma felice. Guardando le persone attorno a me, a fine proiezione, era lampante la domanda che avevano stampata sul volto: cosa abbiamo visto?
Abbiamo visto qualcosa di lontano dalla nostra cultura, raccontato furbescamente con il nostro linguaggio ma con una qualità e originalità che abbiamo dimenticato, preferendo rimanere sul terreno stabile e sicuro dell’Hollywood style imperante.
Viva la Corea del Sud.

“Così dolce, così innocente” o “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Da parecchio tempo, nel mio interminabile elenco di libri da recuperare, ci sono L’incubo di Hill House (tradotto anche come La casa degli invasati) e, al secondo posto e sempre di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello. Trovandomi al mercatino dell’usato (dove ormai ho messo radici tanto che vengono a innaffiarmi) non ho quindi esitato ad accaparrarmi questo Così dolce, così innocente, nonostante la copertina in stile Piccole donne dell’edizione Mystbooks Mondadori. Solo più tardi, per la precisione sul… ehm… divano,  ho scoperto che Così dolce, così innocente sia, in realtà, proprio Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962) nella sua prima traduzione italiana (1990). Sopra ti ho inserito anche la foto della copertina dell’edizione americana, che è più cupa e coerente con il tema trattato (altrimenti rischio tu ti aspetti io legga anche Heidi).

Il romanzo racconta la quotidianità delle due sorelle Blackwood, Mary Katherine e Constance, sopravvissute, sei anni prima, all’avvelenamento dell’intera famiglia durante una “normale” cena. L’unico altro reduce è lo zio Julian, che però se la passa malino proprio a causa degli effetti dell’arsenico: è rimbambito e non è più in grado di camminare. Constance, indagata per l’accaduto, è stata dichiarata innocente per mancanza di prove. I tre vivono “allegramente” blindati nella villa/castello dei Blackwood, dove trascorrono le giornate facendo le pulizie e coltivando l’orto. Lo zio scrive un eterno resoconto di quanto accaduto, senza mai venirne a capo, ma fornendo man mano dettagli sempre più approfonditi sulla situazione della famiglia. Poi arriva un cugino, tale Charles, che disturba i delicati equilibri di questo gruppo di squilibrati. Ah, dimenticavo, ovviamente in paese tutti odiano le sorelle, ritenendole le vere assassine mai scoperte.

Tu, che mi conosci, avrai già intuito che a me Abbiamo sempre vissuto nel castello non è che sia piaciuto tanto. E sì, lo so, di andare maledettamente controcorrente, ma forse avevo aspettative altissime, cosa devo dirti. È un romanzo dove la trama conta poco (in realtà non succede praticamente nulla) e dove tutta la narrazione punta sui risvolti psicologici, sulla pazzia mai fortemente esplicitata. L’unico mistero (che tale non è) è chi abbia messo l’arsenico nello zucchero, svelato comunque a pagina 155 (di 200). E, capiamoci, si intuisce già a pagina due. Shirley Jackson è bravissima a raccontare questo tipo di malattia mentale condivisa, con dettagli e piccolezze, senza mai cadere nella tentazione di buttare giù un evento forte, qualcosa di singolarmente disturbante. Non ci sono morti violente (se non quelle della cena), non ci sono grandi brividi. La sensazione è quella di essere in una “normale” abitazione di paese dove prima o poi verrà fatto un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), nulla di più.

La parte maggiormente interessante riguarda le relazioni tra i compaesani e le ragazze. Chi le tratta come fossero streghe, chi le vorrebbe vedere bruciare, chi le aiuta (ma forse più per paura che per altruismo). Durante un particolare evento (che non ti svelo, altrimenti ti anticipo l’unica “azione” presente) si instaureranno poi tutti quei meccanismi che i media contemporanei ci hanno fatto conoscere bene: la condanna, l’odio, la vendetta e poi il rimorso, il timore, la richiesta di assoluzione. Il romanzo è dei primi anni ’60 e quindi, probabilmente, la Jackson è brava a precorrere i tempi. Oppure da allora ad oggi non è cambiato nulla, cosa forse più probabile.

Ci risentiremo comunque con The Haunting of Hill House, dove il mio confronto personale sarà inevitabilmente con La casa d’inferno di Richard Matheson. Lotta dura, vedremo.

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.

“Contro il vento alta è la sua fronte” di Matteo Campese

Come ormai sai bene, è abbastanza difficile che io segua il circo promozionale che ruota attorno all’uscita di un libro ed è altrettanto improbabile che legga libri recenti, se non quelli pubblicati dai miei autori preferiti. Questo preambolo per dirti che, invece, in questo caso, il circo con giraffe, zebre ed elefanti, l’ho seguito e arrivo “sul pezzo” con una certa preparazione. È una sensazione strana, che mi porta a diverse riflessioni inedite, con le quali mi insinuerò nelle tue orecchie (sperando tu non abbia ancora aderito alla demonizzazione plasticologica del cotton fioc).
Il motivo è semplice e, se hai controllato il blog recentemente, dovresti già conoscerlo. Contro il vento alta è la sua fronte viene pubblicato come quattordicesimo libro della collanna Leggi RTL102.5 (edita da Mursia) e, come ormai saprai, il tredicesimo era L’amico giusto, il romanzo con il quale ho vinto il “Premio Letterario RTL 102.5 E Mursia Romanzo Italiano”.
Eccoti spiegata, in gran parte, la mia preparazione.

In gran parte, però, significa non solo. Perché Matteo Campese, autore di Contro il vento alta è la sua fronte, è in realtà lo speaker Nessuno di Radiofreccia, che io ascolto spesso, durante il mio allenamento, tra le 16 e le 18 del pomeriggio. E questo è il secondo motivo della mia preparazione, ed anche l’aggancio alla mia prima riflessione…
Già, perché se leggi questo romanzo pensando a Nessuno sei fuori strada, e non solo un po’, ma del tutto. Tu Nessuno lo devi dimenticare, così come la foto del giovane ragazzo in camicia floreale che appare sul retro del volume. Devi invece ascoltare quello che dice l’autore, Campese, nelle sue interviste e solo lì troverai la “verità” e le intenzioni che hanno portato alla stesura di questo romanzo.

Io non ho letto Lo straniero di Camus (rimedierò), che l’autore dichiara esplicitamente essere la sua fonte d’ispirazione, ma ho letto La peste e, rimanendo nel filone “famoso” degli esistenzialisti, ho letto anche La nausea di Sartre. Posso dirti che, effettivamente, è a questi romanzi che ho pensato nell’affrontare Contro il vento alta è la sua fronte.

Ma un po’ di trama (e mai un po’ fu così idoneo, dal momento che la trama è in realtà poca e non è chiaramente il motivo principale della scrittura del romanzo).
Un soldato senza nome è il solo prigioniero di un carcere in un deserto africano. Unica sua compagnia Mosè, un topo (pensante). Il soldato viene rifornito di viveri ogni quindici giorni e trascorre tutto il tempo riflettendo sulla vita e confidandosi con il topo, testimone silente delle sue memorie (l’incontro con una prostituta e poco altro, che non svelo). Sì, anche il topo riflette, nel caso tu te lo stia chiedendo. Cosa avrà mai fatto, il soldato, per essere incarcerato? Perché non c’è nessuno, oltre a lui, nella prigione? Mi fermo.

Come ti dicevo, nel romanzo non accade quasi nulla. La trama è solo una scusa per riflettere in modo approfondito sul senso della vita, su cosa significhi essere un (U)uomo, sulla solitudine e sull’individo. Sì, come ti ripeto, siamo in pieno esistenzialismo. È inoltre evidente che ogni singola frase sia stata partorita con attenzione quasi maniacale nella forma e nel lessico, ricercando uno stile di scrittura volutamente antico, ispirato ai grandi autori di questa corrente.

Contro il vento alta è la sua fronte non è un romanzo facile e non è per tutti. È un romanzo che, come affermato dallo stesso autore, ricerca il bello. Un bello, nel senso intellettuale del termine, che forse era maggiormente apprezzato in passato rispetto a quanto lo sia oggi, nella nostra società del veloce consumo usa e getta. Purtroppo viviamo in un periodo in cui è molto più importante l’azione della riflessione. Campese ti obbliga a fermarti, ad andare lento e a pensare.

In definitiva, come avrai capito, questo romanzo mi è piaciuto. Probabilmente non lo rileggerò, la leggerezza è un’altra cosa, ma rileggeresti mai il romanzo di un esistenzialista? Forse, allora, anche questo è un pregio, un obiettivo centrato.

••••••••••

Un’ultima mia nota (te ne avevo promesse…), che mi conferma quanto ho sempre pensato. I romanzi dovrebbero vivere per conto proprio, slegarsi dall’autore in maniera radicale. Questa ossessione odierna che abbiamo per l’immagine, per la necessità di conoscere, toccare e vedere chi li ha scritti, è il frutto della superficialità che contraddistingue la società odierna. Come se fosse importante sapere dove faccia la spesa uno scrittore, a che ora pranzi e quando debba andare al cesso. L’era dei social ha distrutto la possibilità di ispirasi a qualcosa (qualcuno) di elevato, perché rende pubblico ciò che dovrebbe rimanere privato. E questo vale per tutti gli artisti in generale. Le opere possono volare alte, le persone restano ancorate a terra. Ci siamo privati della possibilità di imitare qualcuno che non esista, svelando il trucco dietro il sipario.
Ora è ancora più facile rimanere a terra e fare schifo, come specie, senza sentirci in colpa.

“L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney

L’invasione degli ultracorpi (The Body Snatchers) è un romanzo di fantascienza di Jack Finney del 1955, da noi conosciuto anche con il titolo Gli invasati. Come per ogni grande classico della fantascienza (e chiariamoci subito, questo lo è) dal libro sono stati tratti nel tempo molti film, il primo e più famoso è quello omonimo di Don Siegel (1956), l’ultimo è Invasion (2007), con Daniel Craig e Nicole Kidman.

La trama è nota, se ancora non la conosci mi chiedo perché mai tu sia qui a leggere, comunque…
Nell’immaginaria cittadina di Santa Mira, California, il dottor Miles Bennell riceve diversi pazienti che affermano di non riconoscere più i propri cari. O meglio, li riconoscono, hanno gli stessi modi di fare, espressioni, pensieri, ricordi, ecc., solo che che non sembrano più loro, sembrano delle copie prive di emozioni, di vitalità. Alla porta di Miles bussa anche Becky Driscoll, suo amore giovanile. I due, entrambi divorziati, cominciano a indagare, scoprendo così l’esistenza di enormi baccelli arrivati dallo spazio che, disposti nei basamenti delle abitazioni o in luoghi appartati, stanno assumendo pian piano le sembianze delle persone, sostituendole. Ovviamente i protagonisti ri-scoprono anche l’amore e la (contenuta) passione. Non ti dico altro anche se, come ripeto, la storia è conosciuta.

Questo romanzo era sulla mia lista da parecchio e quando l’ho visto sulla bancarella dell’usato non ho esitato. Devo dire che sono stato anche fortunato perché questa edizione Urania è accompagnata da un paio di approfondimenti interessanti a tema psicologico (uno dello psichiatra Massimo Picozzi). Già… perché, anche se ai più stolti L’invasione degli ultracorpi potrebbe apparire come un banale racconto fantascientifico, i temi trattati sono molteplici e di una profondità (e attualità) incredibile, soprattutto se pensi all’anno di uscita.

Il romanzo di Finney si legge, infatti, con solo un’apparente leggerezza, grazie a una scrittura che a me ha ricordato la semplicità di H.G. Wells (sullo stesso tema La guerra dei mondi) unita a una trama più elaborata alla Richard Matheson (e sarà un caso che la protagonista femminile abbia lo stesso cognome che Matheson utilizzera per Io sono Helen Driscoll?). Ma, come ti dicevo, i temi sono tanti e ora te li snocciolo uno per uno in perfetto stile lista della spesa (che sui blog va tantissimo, insieme alle classifiche, così mi segui meglio).

Divorzio
Siamo nel 1955, quindi ancora un’epoca in cui l’amore era eterno. Difficile separarsi senza essere bollati come eretici nemici di Dio e della Patria. I protagonisti sono entrambi divorziati e il dottore riflette spesso su quanto sia questo un ostacolo al loro futuro amore. Perché divorzio = fallimento, se già non è consentito fallire una volta figuriamoci due. Il rischio è troppo alto, varrà la pena giocare all’amore, di nuovo, sotto gli occhi di tutti?

Caccia alle streghe
Tra USA e URSS i rapporti non erano dei migliori (si fa per dire…), la caccia ai comunisti e agli oppositori del sistema si espandeva a macchia d’olio. Difficile capire chi lo fosse e chi fingesse integrazione. Difficile capire chi fosse un alieno.

Difesa del consumismo
O meglio, la difesa dello stile di vita compra-compra-compra. Una delle caratteristiche più evidenti degli ultracorpi e la scarsità di entusiasmo nell’attività sociale ed economica capitalista. L’accusa è esplicità: se non riesci a dare senso alla tua vita con il lavoro sei un alieno privo di emozioni (perché le emozioni nascono solo anche da un entusiasmo economico).

E fino a qui abbiamo parlato di cose tangibili, comprensibili per chiunque. Ma poi…

Esistenza
Il tema dell’esistenza è permeante. Cosa significa esattamente esistere? Dove si ferma il bisogno di sopravvivenza? Gli “alieni” affermano pacificamente che il loro unico obbiettivo è quello di continuare a vivere, spostandosi da un pianeta all’altro, a discapito di qualsiasi altra forma di vita ma senza per questo essere per forza “cattivi”. L’uomo disbosca la Terra, loro disboscano (se così si può dire) i pianeti. Non è una colpa, è una necessità, è autoconservazione. L’uomo non fa di peggio alle specie con cui coabita sul pianeta?

Tema dell’identità
Qui ci sarebbe da parlare per ore. Un copia esatta di una persona può essere quella persona? Se pensa come lei, si muove come lei e ha gli stessi ricordi… Come è possibile dire che sia una persona altra? Se è uguale in tutto e per tutto, in cosa cambia?

Individualismo e collettivismo
L’argomento più attuale de L’invasione degli ultracorpi, e che lega tutti gli altri affrontati (economia, ambiente), è l’incapacità della nostra specie di ragionare come collettività invece che come singoli individui. Gli alieni, i baccelli, si sacrificano e impostano la loro esistenza sul successo comune, non su quello individuale.
È un esempio forte che faccio spesso: quando un uomo con un mitra entra in una stanza piena di persone queste si dividono, nascondendosi, facendosi ammazzare una per una. Quando un insetto nemico entra in un formicaio, le formiche lo attaccano tutte insieme. Pensano al bene comune: sacrificio di pochi per il benessere di molti. I formicai ci sono ancora, noi ci avviamo verso l’estinzione. Chiariamoci, io mi nasconderei, in quanto essere umano presento dei difetti genetici che non permettono una vera evoluzione, siamo semplicemente quello che siamo: nulla di che. Infatti accumuliamo oggetti, non vita, e pensiamo al benessere momentaneo e non a lungo termine.

Ok, sono stato un po’ prolisso, ma questo è un romanzo che può dare davvero tanto, anche se capisco che il messaggio sia incomprensibile ai più. In ogni caso, per te che sei frivolo e superficiale, può comunque essere letto anche come una semplice e coinvolgente storia in stile Umani VS Alieni. Non lo so, mettici una foto di Will Smith in copertina, magari così ti piacerà di più…

“L’istituto” di Stephen King

La trama di questo nuovo romanzo del Re è nota, quindi sarò ermetico come un Tupperware.
Luke Ellis, 12 anni, viene rapito nel cuore della notte, i suoi genitori brutalmente uccisi. Il ragazzo si ritrova in un segretissimo istituto dove altri ragazzi come lui, dotati di poteri telecinetici o telepatici, vengono sottoposti a continui esperimenti da dottori senza scrupoli e senza pietà. A quale scopo? Riuscirà Luke a scappare?

Su L’istituto ho letto opinioni contrastanti, da chi festeggia per il ritorno di Stephen King agli antichi splendori (sul retro del volume lo slogan promozionale decanta il libro come il nuovo IT, brrr) a chi ne decreta l’ormai imminente morte artistica. Io ti dico: né una cosa, né l’altra. Siamo di fronte a un romanzo medio, molto scorrevole ma che non lascia il segno. Attenzione: qualcuno (tanti) l’ha anche trovato prolisso ma io credo che se decidi di leggere Stephen King un po’ di lungaggini tu debba metterle in conto e, per dirla tutta, a me piacciono.

E qui apriamo una piccola parentesi con un esempio del tutto inventato.
Se un personaggio, in un romanzo di King, incontra una cassiera al supermercato, tu puoi stare sicuro che il Re ti racconterà qualcosa di quella cassiera, anche se la sua funzione sarà solo quella di far pagare la spesa. È così. King vuole che tu riesca a incasellare ogni comparsa in una tua determinata categoria mentale e, per farlo, usa aneddoti o dettagli che spesso vengono considerati superflui o eccessivamente descrittivi. Tuttavia è proprio questo che fa funzionare la sua narrazione. Trascorso qualche mese dalla lettura ti sembrerà di avere vissuto personalmente quanto accaduto nel romanzo, di essere stato anche tu lì, mentre quella cassiera si faceva rigirare la fede al dito, nonostante il marito morto da due anni, e tu avrai un’idea ben precisa di che tipo di donna sia (secondo i tuoi criteri) grazie ai suoi dubbi se accettare o meno l’invito del postino che la corteggia da mesi. Magari poi salterà anche fuori che lei si era sposata senza amore per un debito di riconoscenza nei confronti del deceduto. Insomma, se tutto questo non ti piace, hai sbagliato autore.

Comunque, tornando a L’istituto, è indubbia la strizzata d’occhio ai successi teen del momento (vedi Stranger Things o il nuovo IT) con una letteratura alleggerita che in certi momenti fa pensare, più che a un romanzo per adulti, a uno per ragazzi. Insomma, ultimamente si batte un po’ cassa, ma questo lo avevamo già visto con le discutibili scelte editoriali di La scatola dei bottoni di Gwendy e Elevation che, insieme, non fanno mezzo libro delle vecchie raccolte di racconti (tipo A volte ritornano).
[A proposito di A volte ritornano, io me lo sono riascoltato tutto su questo canale Youtube. Te lo consiglio veramente, questo Lorenzo Loreti è bravissimo, i racconti sono effettati e recitati. Mi ha davvero salvato in momenti di noia lavorativa.]

Di sicuro non ti consiglierei questo romanzo per iniziare a leggere King, ma forse te lo consiglierei se tu fossi molto giovane. Paradossalmente, trovo delle lacune dove altri sentono la trama più snella e agile, ossia nella mancanza di approfondimento per i personaggi “cattivi”. Se, infatti, i ragazzi (le vittime) sono ben tratteggiati (così come poi i loro aiutanti) così non è per gli antagonisti, che finiscono per essere solamente, appunto, “cattivi”, senza uno spessore di umanità che li caratterizzi. Per capirci, ti ho appena parlato di Joker, dove l’approfondimento psicologico ti consente di capire come Joker sia diventato Joker. Ecco, ne L’istituto tutto questo manca, i malvagi sono malvagi in quanto tali, e questo per me è una pecca.

Tra gli ultimi (il grassetto è d’obbligo) romanzi di King, insomma, i migliori rimangono ancora 22/11/63 e Joyland, ma L’istiuto è comunque godibile in tutte le sue 560 pagine. IT, però, signori che stabilite le frasi a effetto da inserire sulle copertine, è proprio un altro pianeta.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4/5), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)