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“Le intermittenze della morte” di José Saramago

In un paese immaginario, ma che conta dieci milioni di abitanti, da un giorno all’altro la morte decide di non esercitare più le sue funzioni. Si scatena il caos. Chi era con un piede nella fossa rimane lì, fermo, né morto né vivo. Le agenzie funebri, per non fallire, richiedono al Governo l’obbligo di funerale per gli animali domestici. La Chiesa rischia il collasso, perché da sempre controlla l’uomo con la paura della morte. La mafia si sviluppa, creando un cartello che porta i malati a morire oltre confine. Dopo sette mesi, la morte decide di tornare al lavoro, ma con modalità differenti dal passato: magnanima, avviserà i futuri morti una settimana prima tramite una lettera viola, così che abbiano il tempo di organizzarsi. Le lettere partono e colpiscono, tutte, tranne quella diretta a un violoncellista, che continua a essere restituita al mittente (la morte, appunto). La morte (minuscola per scelta della morte stessa, che si firma in questo modo) decide quindi di indagare…

Quarto romanzo che leggo di José Saramago ed è anche un libro, come puoi leggere sopra, dalla trama potenzialmente esplosiva. Eppure… eppure sono felice sia stato il quarto che ho letto, perché se fosse stato il primo probabilmente non avrei dato altre possibilità a questo geniale autore. Perché il genio c’è, chiariamolo subito, anche solo per gli argomenti trattati, la critica sociale, la consueta abitudine a mostrare quanto sia piccolo l’Uomo. Tuttavia questo è un romanzo, a mio parere, molto meno incisivo rispetto agli altri, troppo lento, prolisso e purtroppo poco coinvolgente. Il muro di parole (punteggiatura al minimo, mai un “a capo”, dialoghi non esplicitati, ecc.) tipico dello stile di Saramago non aiuta per niente e rende tutto ancora più pesante. Ho fatto fatica ad andare avanti, leggendo come se fosse una medicina amara da dover terminare per forza. Un peccato.

C’è tutta una parte in mezzo in cui non succede assolutamente nulla. Non esagero dicendo che avrei potuto tranquillamente saltare uno dei capitoli centrali senza perdere il senso della trama e, probabilmente, senza nemmeno accorgermene. So di essere assolutamente controcorrente in questo mio pensiero, ma temo che Le intermittenze della morte sia stato uno dei romanzi più noiosi che ho letto negli ultimi anni. Non un grande problema, se si considera che è lungo appena 200 pagine, ma un forte freno alla mia passione per Saramago, un autore che, in qualsiasi caso, ha sempre qualcosa da insegnare. Perché qui, anche nella noia, si parla comunque di alta letteratura, e questo è bene sottolinearlo.

Ho sulla mensola anche Memoriale del convento, ma ora temo ci vorrà un bel po’ prima che mi venga voglia di leggerlo…

Libri che ho letto di José Saramago:
Cecità (1995)
L’uomo duplicato (2002)
Le intermittenze della morte (2005)
Caino (2009)

“In un incubo di follia” di Dean Koontz

Alex sta attraversando gli Stati Uniti a bordo di una Thunderbird insieme all’undicenne fratellino della moglie. La direzione è San Francisco, dove l’amata Courtney li sta aspettando per cominciare una nuova vita, tutti insieme. Senza un motivo apparente, un pazzo omicida, al volante di un furgone bianco, comincia a pedinare i due con l’evidente intenzione di ucciderli. È una corsa per la vita, la loro e anche quella di Courtney, dal momento che il pazzo sembra sapere qualcosa anche di lei… Mi fermo.

In un incubo di follia è il dodicesimo romanzo di Koontz che leggo ed è anche il più datato, dal momento che risale a ben 51 anni fa. Il ritmo è incalzante, la storia molto semplice e le 200 pagine sono volate in un paio di giorni. È un thriller senza troppe pretese, adatto a una lettura di puro svago. La scrittura di Koontz è, come spesso succede, non troppo elaborata e talvolta, nelle scelte narrative, un po’ inverosimile. Non è il caso di soffermarsi per porsi domande di logica, meglio leggere e godere di quel che viene dato, insomma, cioè puro intrattenimento.

Sebbene Koontz non sia tra gli autori che apprezzo di più – proprio a causa di questa sua eccessiva semplicità – è successo che, in una recente manifestazione di libri usati (Librokilo), mi sia trovato tra le mani diversi suoi romanzi e non abbia saputo resistere alla tentazione… i prezzi erano molto buoni. Ne consegue che apparirà più spesso tra le prossime letture, perché devo smaltire parecchi titoli acquistati in quell’occasione. È una buona notizia se sei un suo ammiratore, un po’ meno se non ti dovesse piacere. Io spero sempre di trovarmi tra le mani qualcosa di eccellente – perché a volte accade, come nel caso di Phantoms! – anche se resto dell’idea che, a differenza di King, Koontz sia stato penalizzato da un’eccessiva produzione che ha abbassato la qualità generale dei suoi lavori.
Vedremo.

 

Libri che ho letto di Dean Koontz:
In un incubo di follia (1973)
In fondo alla notte (1979)
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)
Nel labirinto delle ombre (2009)

“You like it darker – Salto nel buio” di Stephen King

Volevo aprire con un superpippone sulla forzatura della traduzione del titolo in italiano, ma rimandiamo questa cosa a dopo. Già, perché ho appena terminato You like it darker e ho letto, proprio pochi minuti fa, le abituali note dell’autore e… cazzo, questa volta sembrano un testamento. Stefano Re, non fare scherzi, mi raccomando. Ci sono i ringraziamenti delle collaborazioni dei libri passati, le riflessioni su una vita di scrittura, mancano solo le scuse al bambino al quale hai tirato una sberla alle elementari! Così mi preoccupo, mi aspettavo che da un momento all’altro dicessi: «Questo sarà il mio ultimo libro» oppure «Purtroppo devo darti una brutta notizia…»

Ora veniamo al titolo che, a tutti gli effetti, è intraducibile per il suo significato più “oscuro”. Di certo non potevano renderlo con Ti piace più scuro, avrebbero rischiato di far sembrare il volume una guida turistica di Capo Verde per milf annoiate e granny vogliose. Ma Salto nel buio, Grande Giove (cit.), cosa c’entra? Nulla, non è nemmeno un richiamo a uno dei racconti, è proprio un’italianata. Io capisco che ormai molti lettori di King abbiano una certa età e che magari non mastichino l’inglese ma, talvolta, sarebbe meglio lasciare le cose così come stanno, no?

530 pagine, 12 racconti, quattro dei quali – i migliori – lunghi abbastanza da occupare da soli circa 380 pagine. Onestamente, ci sono solo un paio di racconti – i più corti – che non mi sono piaciuti, tutto il resto l’ho trovato davvero godibile, come avviene sempre con i racconti di King, con buona pace di chi sostiene che il Re sia morto.

Ti parlerò brevemente solo dei quattro racconti lunghi, giusto per darti un’idea. In Due bastardi di talento viene raccontata la vita di due amici che, dopo una misteriosa gita nel bosco, acquisiscono dei talenti artistici che li accompagneranno per il resto dei loro anni. L’incubo di Danny Coughlin – a mio parere il miglior racconto della raccolta, oltre che il più lungo con le sue 160 pagine – parla di un uomo normale che ha un solo e unico incubo in cui gli viene rivelato dove si trova il cadavere di una donna che è stata assassinata. Un poliziotto con problemi psichici, non credendo alla storia dell’incubo ed essendo convinto che sia proprio Coughlin l’assassino, lo tormenta e stolkera cercando di incastrarlo in ogni modo. Serpenti a sonagli ha come protagonista il marito, ormai anziano, della protagonista di Cujo (romanzo di King del 1981). È una storia di spettri, per la precisione di spettri di bambini morti. L’uomo delle risposte ha qualcosa di circense, anche se il circo non c’è. C’è un banchetto, a lato della strada, dove un misterioso individuo offre tutte le risposte per soli tre minuti alla volta. Il protagonista ha la s/fortuna di imbattersi in questo banchetto per tre volte nel corso della propria esistenza.

Ti consiglio You like it darker, infine? Sì, certo. Non è Night Shift ma è qualcosa di bello e, forse, qualcosa di ancora più oscuro.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)
L’ultima missione di Gwendy (2022, con Richard Chizmar)
Fairy Tale (2022)
Holly (2023)
You like it darker (2024)

I fumetti (sempre solo quelli di cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)
Sleeping Beauties (2023)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)

“Preda” di Michael Crichton

Ogni tanto mi capita di fare qualche conto sui libri che ho letto, in particolare mi ritrovo a pensare a quali autori abbia frequentato di più. Crichton è uno di questi, Preda è il sedicesimo suo romanzo che leggo. Altri sono, ad esempio, King (ma questo è ovvio), Palahniuk, Bukowski, Matheson, Doyle, Steinbeck, Asimov… giusto per elencare qualche nome.

Preda è stato un romanzo da vacanza, bruciato a Favignana in soli quattro giorni. Se dovessi semplificare al massimo, ti direi che Preda è uno Sfera di terra. L’ambientazione è quella di una base nel deserto – rispetto ai fondali oceanici – ma la claustrofobia è la stessa. Questa volta il buon Michael affronta il tema delle nanotecnologie che si trasformano in virus, infettando il corpo umano. Non aggiungo altro, perché già così ti ho detto troppo.

La cosa incredibile è, come sempre, la visionarietà di questo autore che, nel 2002, scrive su un tema ancora attualissimo e futuribile. Non si ha mai la sensazione di leggere qualcosa di sorpassato, nonostate la tecnologia, ora più che mai, compia passi da gigante. Probabilmente non il miglior romanzo di Crichton, ma nemmeno il peggiore, anzi, se la cava molto bene. Se non hai mai letto un suo romanzo potresti iniziare da qui, c’è tutto quello che contraddistingue il suo stile.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Casi di emergenza (1970)
Codice Beta (1972)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Preda (2002)
Stato di paura (2004)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Giocati dal caso” di Nassim Nicholas Taleb

Nassim Nicholas Taleb è considerato da chi si occupa di finanza – o comunque di un qualsiasi tipo di crescita anche solo personale – una lettura imprescindibile. Il suo libro più noto e riconosciuto è Il cigno nero, scritto proprio dopo Giocati dal caso. Non a “caso” (perdona il gioco di parole) il sottotitolo del libro di cui ti sto per parlare è: “Il ruolo della fortuna nella finanza e nella vita”.

Taleb, molto semplicemente, spiega come il caso (o la fortuna, appunto, per gli astrologi) domini interamente la nostra vita. Si tratta della classica situazione in cui si può dire che tutto cambi solo per essersi trovati nel posto giusto al momento giusto, o viceversa. Con una serie di esempi, Taleb scardina il concetto di “merito”, cioè dei risultati ottenuti per qualche specifica capacità, e introduce l’idea che uno stolto, se “fortunato”, possa raggiungere il successo più di una persona “preparata”.

Taleb è un matematico e uno statistico di fama mondiale, ma è anche un trader esperto. L’unica vera qualità che Taleb ritiene importante è quella di essere consapevoli della casualità. Non a caso (ci risiamo) lui lavora attendendo i cigni neri, cioè quegli eventi imprevedibili e rari che possono cambiare le sorti di un investimento. È quindi il “so di non poter prevedere” (storpiando Socrate) la legge più importante da seguire, l’unica vera costante.

Giocati dal caso è un libro abbastanza semplice (ma non troppo) che non si spinge nei meandri della finanza ma tratta l’argomento della casualità a 360°, d’altra parte il caso influenza la vita in ogni suo momento.
Sicuramente procederò anche con Il cigno nero, dammi tempo.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)

“Teddy” di Jason Rekulak

Non credo avrei mai acquistato Teddy di mia spontanea volontà, è andata che me lo sono trovato in un lotto di libri usati che ho ritirato per lavoro e, allora, l’ho letto. Il romanzo di Rekulak ha avuto un vero periodo d’oro, presente in tutte le librerie, superbloggato e instagrammato, c’è stato un momento in cui era ovunque… La verità è che gode di una copertina molto intrigante, anche grazie all’effetto rilievo dei disegni infantili rappresentati.

Teddy racconta – in prima persona, così come va molto oggi – la storia di una babysitter ex tossicodipendente che si trova a prendersi cura di un bambino che disegna, con capacità ben al di sopra dei suoi cinque anni, situazioni inquietanti con soggetti ancora più inquietanti. Teddy, il bambino, pare essere un tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti ed è chiaro che dietro alle sue opere si nasconda qualcosa, a quanto sembra, un delitto.

Ho letto Teddy in quattro giorni, è un libro molto semplice e le sue 400 pagine volano in un attimo, anche grazie ai molti disegni che completano la storia. La trama, come avrai già potuto capire, è più che banale. Sembra di leggere la sceneggiatura di uno dei centinaia di film horror – tutti uguali – che intasano le pay tv. Non a caso da Teddy verrà tratta una serie che sarà trasmessa su Netflix.
È la prima volta che leggo un romanzo di questo tipo – come sai sono abituato a Stephen King che tratta storie molto più complesse – eppure Teddy non mi ha deluso. Forse proprio perché è il primo romanzo in stile cine-horror che leggo, ha rappresentato in qualche modo una novità. Se fosse stato davvero un film, probabilmente avrei spento la tv dopo dieci minuti per l’eccessiva prevedibilità delle situazioni. Invece no. È stato un pò come ascoltare per la prima volta un audiolibro, vedere un film in 3D… un’esperienza nuova, se non nei contenuti, nella forma. Magari da non ripetere, ma certamente da provare.

Credo comunque che libri di questo tipo siano un buon modo per avvicinare alla lettura anche chi non è abituato a leggere. Il famoso grande pubblico.
Ottimo marketing, in ogni caso.

“La sottile linea scura” di Joe R. Lansdale

La sottile linea scura è un noir, un romanzo di formazione, un giallo, un pezzo di storia. È tante cose, così come il suo autore che – fortunatamente – non si lascia incasellare in un solo genere e fagocitare dal mondo editoriale. Lansdale scrive quello che vuole, ho letto solo pochi suoi romanzi ma questo mi è già chiaro e non posso che apprezzarlo.

La storia è ambientata nell’America degli anni Cinquanta, in un contesto di razzismo, disparità e violenze familiari (non in tutte le famiglie, è ovvio). È una storia che ti porta in un altro tempo, un altro luogo, in un altro insieme di regole e valori. Il giovane Stanley, alle soglie dell’adolescenza, indaga su alcuni omicidi compiuti nel suo paese pochi anni prima e si scontra con un mondo di brutalità domestica. Lo aiutano la sorella e un paio di amici, tra i quali un anziano proiezionista nero e alcolizzato che gli insegna a “diventare uomo”, se mi concedi la semplificazione.

Questo romanzo mi ha ricordato Il buio oltre la siepe per la capacità di intrattenere e “istruire” allo stesso tempo. Si può quindi parlare di razzismo e disparità sessuale senza far cadere le palle per terra per la banalità e la noia (come fa Netflix, ad esempio), in un modo intelligente e coinvolgente.

È un libro da non perdere, senza se e senza ma, di certo il migliore che ho letto nell’ultimo anno. Intendo approfondire per bene la mia conoscenza di Lansdale, quindi aspettati molto altro su questo autore.

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:

La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

“L’angelo del silenzio” di James Ellroy

Ho momentaneamente sospeso la lettura “cronologica” della trilogia del sergente Hopkins (mi manca solo l’ultimo libro) per dedicarmi a L’angelo del silenzio (1986), un romanzo stand alone sempre di James Ellroy. In realtà (anzi, in finzione) l’autore del romanzo sarebbe lo stesso protagonista, il serial killer Martin Plunkett, che scrive le sue memorie per un editore, direttamente dal carcere e quindi a cattura già avvenuta.

Il racconto è abbastanza crudo e trasuda un certo livello di omofobia (Plunkett è bisessuale), ma se escludiamo questa “problematica” per nulla inclusiva (molto sentita ai giorni nostri, ma meno negli anni 80) si legge facilmente. Devo, però, dire la verità: non sono rimasto particolarmente coinvolto. La formula del diario implica un realismo che esclude colpi di scena o grandi svolte nella trama, quindi la noia della ripetitività, su 300 pagine, tende a farsi sentire. Alla fine si parla solo di omicidi che si susseguono fino alla cattura, senza molti altri accadimenti. È chiaro, sembra di entrare nella mente del serial killer – e in questo Ellroy è bravissimo – ma forse, proprio per questo, L’angelo del silenzio dovrebbe essere letto più con l’idea di approcciarsi a un (riuscito, ripeto) esperimento letterario che a un romanzo di narrativa.

Forse sono solo assuefatto alla violenza, ai serial killer e ai morti ammazzati. Forse, come sempre, si dovrebbe tronare indietro nel tempo e rileggere il libro al tempo della pubblicazione, per coglierne la vera forza. Erano anni in cui i serial killer, quelli veri, spopolavano negli Usa e ciò avrà sicuramente implicato un impatto emotivo molto forte. Dicono, anzi, che Ellroy si sia ispirato alle storie vere di Lawrence Bittaker e Roy Norris (due serial killer da noi meno conosciuti, che “lavoravano” a quattro mani), per scrivere la storia.
Indagherò.

Ho ancora molto da leggere, sia di Ellroy che sugli omicidi seriali, quindi mi risentirai presto parlare di questi argomenti…

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
Perché la notte (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
L’angelo del silenzio (1986)
I miei luoghi oscuri (1996)

“Se non dovessi tornare – La vita di Gary Hemming” di Enrico Camanni

Nel 1966 Gary Hemming salva due alpinisti tedeschi sulle Aiguilles du Dru, Monte Bianco. Alpinista esperto anche lui, californiano, scavalca tutta la macchina dei soccorsi e, insieme ad altri, riesce nell’impresa di riportare a casa vivi i due disperati. La stampa lo identifica da subito come eroe. Lo addita come eroe, sarebbe meglio dire. Ma Hemming è un tipo difficile, uno che non ti dice quanti anni ha, da dove viene o chi sia. È uno che una cosa così – la notorietà – lo destabilizza ancora più di quanto la società dei consumi non abbia già fatto. Cade in un vortice di problematiche esistenziali, fugge da tutti, vive giornate estremamente piene alternate ad altre di totale chiusura. Vuole scrivere un libro, ma non ci riesce: il suo editore vorrebbe fargli dire delle cose, lui ne prefisce altre che restano sui diari, escluse dal circo della carta stampata. Le sue donne – Gary ne ha almeno tre importanti – un po’ lo seguono e un po’ no, e lui si sente ancora più solo. Incompreso dal mondo, ucciso da un sistema che giustamente non sente suo, in una notte ubriaca del 1969 si spara un colpo in testa e saluta tutti, così, a 35 anni. Qualcuno crede sia impossibile, si parla anche di errore o, addirittura, di omicidio, ma la verità è che Hemming aveva già giocato alla roulette russa di fronte a un suo amico, poco tempo prima. La cosa era nell’aria. Alpinista “fragile”, dice la frase in copertina. Ci sarebbe da discutere su questo aggettivo, ma non mi soffermerei nemmeno troppo a farlo.

Non conoscevo assolutamente nulla di questa storia, ho letto il libro perché mi è stato regalato. È una vicenda cronologicamente troppo “vecchia” per me, ma in qualche modo eterna e già vista. Hemming mi ha dato l’idea di essere un Supertramp delle montagne, un altro uomo nato in un mondo sbagliato, dove – appunto – l’impossibilità di allinearsi ai “valori” canonici DEVE essere interpretata come fragilità, per non mettere in discussione proprio quei valori, che di “valore” hanno poco.

Se non dovessi tornare non mi ha entusiasmato eccessivamente nello stile, ma Hemming sì. Hemming è venuto fuori dalle pagine, come se avesse una potenza tale da sovrastare lo scrittore o il mezzo mediatico di turno. Altro che “fragile”…
So che esiste un’altra e più nota biografia di Hemming, scritta da Mirella Tenderini. A questo punto credo valga la pena recuperarla.

“Z – La città perduta” di David Grann

C’è stato un tempo in cui l’avventura era Avventura e l’esplorazione era Esplorazione. Un tempo senza satelliti, GPS, elettronica o tecnologia avanzata. Un tempo nel quale chi partiva non sapeva se si sarebbe trovato ad affrontare una montagna, un lago o una pianura. Questo è stato il tempo di Percy Harrison Fawcett, uno degli ultimi veri esploratori della nostra storia, scomparso nel 1925 in Amazzonia e mai più ritrovato (nonostante i tentativi perpetuati fino a, praticamente, i giorni nostri). L’ultimo Indiana Jones, verrebbe da dire, inviato per conto di Sua Maestà e della Royal Geographical Society a ritracciare parte dei confini del Sud America, in una terra misteriosa e terribilmente ostile. Ossessionato dall’idea di trovare la città di El Dorado, Fawcett è tornato in Amazzonia più volte, fino all’ultima, fatale, insieme al figlio ventiduenne Jack, quando sono stati inghiottiti dalla giungla e nessuno ha più saputo nulla di loro (teorie disparate a parte).

Ho scoperto  Z – La città perduta dopo aver visto il film Civiltà perduta di James Gray, ispirato proprio al libro del giornalista David Grann. Grann, peraltro, al momento è particolarmente famoso poiché l’ultimo film di Scorsese, The killers of the flower moon, è tratto da un altra sua opera d’inchiesta. Il giornalista ha ripercorso il tragitto di Fawcett in Amazzonia e, nel frattempo, ha sapientemente ricostruito la vita dell’esploratore recuperando diari e scritti sparsi per il mondo, tra i parenti di Fawcett e le biblioteche. Il libro alterna le due avventure in modo avvincente, senza mai annoiare. Uno dei figli di Fawcett, anni dopo la scomparsa del padre, ha anche pubblicato una sorta di diario dell’esploratore, intitolato Exploration Fawcett, che cercherò di trovare.

Come ti dico sempre, c’è qualcosa che mi affascina e mi calamita in queste storie di sopravvivenza e morte, non so come mai. È interessante perché ho scoperto che Corbaccio ha tutta una collana (Exploits) dedicata a questo genere e peraltro un paio di titoli di Karkauer, Nelle terre estreme e Aria sottile, li ho già letti. Voglio recuperare anche Endurance di Lansing, quindi presto ne riparleremo. In realtà li recupereri tutti, ma si parla di oltre 170 titoli.

Fawcett era una sorta di precursore destinato a fallire, probabilmente non sarebbe riuscito a trovare l’El Dorado nemmeno passandoci sopra, poiché in Amazzonia tutto è estremamente deperibile e i resti di una civiltà di secoli prima sono/sarebbero andati distrutti. Eppure, stando alle ricerche di Grann (e non solo), Fawcett non aveva sbagliato le sue teorie. Nel mezzo del verde, qualcosa di grosso pare esserci stato, prima che gli Indios venissero sterminati dal “civilizzato” uomo europeo e dalle sue malattie.

C’è qualcosa in Percy Fawcett che lo rende unico. Qualcosa che rende la sua vita degna di essere vissuta, più di quella di molti altri che calpestano, o hanno calpestato, inutilmente, questo nostro pianeta. Sarà l’ossessione, sarà il sogno, sarà l’eterna ricerca. La sua fine è avvolta nel mistero, ma la sua esistenza ha di certo avuto un significato.

 

Libri sul genere storie vere/sopravvivenza estrema che ti consiglio perché mi sono piaciuti molto (ecco perché non c’è Walden di Thoreau nell’elenco):

12 anni schiavo di Solomon Northup (1853)
La verità sul Titanic di Archibald Gracie (1913)
Papillon di Henri Charrière (1969)
Tabù di Piers Paul Read (1974)
Verso il Polo con Armaduk di Ambrogio Fogar (1983)
Nelle terre estreme di Jon Krakauer (1996)
Aria sottile di Jon Krakauer (1997)
127 ore di Aron Ralston (2004)
Z – La città perduta di David Grann (2005)
Wild di Cheryl Strayed (2012)
Fuga dal Campo 14 di Blaine Harden (2012)