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“Il grande sonno” di Raymond Chandler

Il grande sonno è il primo romanzo di Raymond Chandler, nonchè il primo degli otto che avranno come protagonista il detective Philip Marlowe. Scritto nel 1939 (da noi arriverà solo qualche anno dopo, in dis-ordine cronologico) e ambientato a Hollywood, è uno dei maggiori esempi del genere hardboiled (l’uovo sodissimo), tanto che poi ne verrà tratto anche un film con la regia di Howard Hawks e interpretato da Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Potrei aprirti una dissertazione interminabile sulle differenze che intercorrono (o intercorrerebbero) tra hardboiled, noir e poliziesco ma, siccome sono finezze per schizzopatici, limitiamoci a dire che il padre di tutto è stato Dashiell Hammett (del quale non ho ancora letto nulla) negli anni ’20 e che tutti gli altri sono venuti dopo.

La trama è quella classica del genere. Ci sono omicidi, ricatti, pupe e pallottole. E poi c’è lui, Marlowe, duro, durissimo e disilusso, che combatte contro il crimine mettendo davanti a tutto il “cliente”, che non tradirebbe mai per deontologia professionale. Il contorno è quello dei bassifondi, dei criminali senza scrupoli, del linguaggio grezzo bagnato da fiumi di alcool. Alcool, peraltro, che non ha risparmiato nemmeno lo stesso Chandler, in lotta costante con la dipendenza (che alla fine avrà la meglio su di lui).

Ho pensato molto a cosa dirti riguardo a questo romanzo, e ancora non mi è chiaro. Come saprai ho iniziato da poco a leggere James Ellroy (i suoi primi due: Prega detective e Clandestino) ed era quindi mia intenzione arrivare alle radici del genere, questo uno dei motivi per cui ho recuperato Il grande sonno. Tuttavia, mentre con Ellroy è stato amore a prima vista, non posso dirti la stesso con Chandler. Certo, è un romanzo del 1939, e probabilmente si paga la distanza anagrafica. È anche vero, però, che non ho sentito questa distanza nei romanzi dello stesso periodo di John Fante (tutte le storie di Arturo Bandini che, ahitè, ho letto prima di aprire il blog). Non è nemmeno un problema di linguaggio: Chandler (così come Fante) utilizza uno stile e un gergo che in Italia arriverà almeno trent’anni dopo. Non lo so. La realtà è che non ho mai avuto la curiosità di procedere con la lettura, di prendere in mano il libro. Ho letto 200 pagine in otto giorni, e non è un buon segno…

La prima parte della vicenda è molto più intricata (confusa?) rispetto alla seconda, che ho trovato più piacevole. So che il romanzo nasce dalla fusione di due racconti, azzardo quindi che questo possa esserne il motivo. Nei vari intrighi iniziali mi sono perso più volte, senza mai il desiderio di recuperare il filo, volevo soltanto venirne fuori. Poi, quando le cose si sono un po’ sistemate (non ci speravo più), ho apprezzato maggiormente le scene, le descrizioni, la lentezza. So che sto per dire una cosa forte e che molti mi impalerebbero per questo, ma spesso mi è venuto un grande sonno

Non credo che leggerò altro di Chandler, in definitiva. Ne riconosco i meriti, lo stile, la grandezza e l’innovazione, ma io e Marlowe non ci siamo presi. E mi dispiace.

P.S. Ho letto una versione tradotta da Oreste Del Buono, ma so che recentemente è uscita una nuova traduzione. Chissà.

“Trilogia di New York” di Paul Auster

Trilogia di New York è una raccolta di tre romanzi (o racconti, vista la brevità) di Paul Auster, pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987. Si intitolano Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Ora ti faccio un breve, brevissimo, breverrimo, riepilogo delle trame.

Città di vetro
Per capirci (sul livello di follia) la storia inizia con un uomo che riceve una telefonata durante la notte, chi lo chiama sta cercando l’investigatore Paul Auster… L’uomo, che è in realtà uno scrittore e vive già una sorta di sdoppaimento, sia con il protagonista dei suoi romanzi sia con lo pseudonimo con cui li scrive, decide di fingersi Paul Auster e accettare l’incarico, iniziando ad indagare sul “caso”.

Fantasmi
Blue, detective allievo di Brown, riceve l’incarico da White di pedinare e sorvegliare Black. Il pedinamento si ridurrà a un monotono appostamento nel quale Blue osserverà, dalle finestre del palazzo di fronte, Black seduto a un tavolo che scrive ininterrottamente su un taccuino. Blue inizierà a domandarsi se non sia lui stesso Black, osservato dall’uomo che scrive.

La stanza chiusa
Fanshawe sparisce lasciando dietro di sé, oltre una moglie e un figlio, romanzi e poesie mai pubblicate. Sarà compito di un suo amico d’infanzia far pubblicare le sue opere e sarà suo “dovere” anche sposarne la moglie. Ma Fanshawe sarà davvero morto come tutti pensano? Fino a che punto chi prende la vita di un altro non diventa l’altro?

Come tu avrai già capito (dal momento che sei così astuto e sagace da seguire il mio blog) Paul Auster utilizza trame assurde per indagare il tema dell’identità. Lo indaga così tanto da farti venire il mal di testa, da farti sanguinare il cervello. L’intera Trilogia trasuda il problema dell’individuo, della personalità, di ciò che potrebbe diventare qualcos’altro perché è descritto e pensato come fosse quel qualcos’altro. Io sono io finché ho il mio nome e mi comporto nel mio modo, ma se prendo il nome di un altro e mi comporto come quell’altro, quando smetterò di essere me e comincerò a essere lui? Eh? Sei turbato? Bene, è lo spirito giusto.

Paradossalmente la cosa che manca di più, in tutto questo insieme di paturnie mentali postmoderniste, è proprio New York. Non aspettarti descrizioni della Grande Mela perché non ne troverai: New York è presente solo nel titolo e in qualche breve accenno, per il resto le trame potrebbero essere ambientate ovunque. Quello che troverai, oltre allo studio sull’identità (casomai non si fosse capito), è un forte attaccamento alla professione dello scrivere, sempre presente in tutti e tre i racconti.

Tolto tutto questo, cioè il 90% dell’opera, quello che resta della Trilogia di Auster è l’ambientazione noir da detective-story, che per certi versi mi ha ricordato Pulp di Bukowski (ma senza il divertimento), soprattutto per quanto riguarda il nonsense delle varie situazioni. Attenzione però, niente gialli o trame alla Ellroy, tutti i racconti sono estremamente onirici, collegati tra loro da astrusi dettagli che non riescono (e non vogliono) creare una storia con un inizio e una fine. Se proprio volessi saperlo, solo nell’ultimo racconto la trama segue una strada leggermente più canonica e percorribile.

A questo punto mi chiederai: «Ma questo libro ti è piaciuto?».
No, non mi è piaciuto. Non è un libro che si legge facilmente o volentieri, lo prendi tra le mani ogni volta sapendo di fare harakiri e conscio che non avrai nessuna voglia di girare pagina. La voglia dovrai inventartela, crearla, per riuscire ad arrivare in fondo. A dire il vero non capisco nemmeno perché farsi del male e scriverlo, un libro così, non capisco dove l’autore abbia trovato la voglia di sviluppare una storia di questo genere. Tuttavia non si può dire che sia un libro stupido, non si può non ammirarne l’indubbia e geniale complessità.
E allora lo ammiro, disprezzandolo.

“Clandestino” di James Ellroy

Clandestino è il secondo romanzo di James Ellroy, datato 1982. Ed è stracazzutissimamente bello.

Freddy Hunderhill è un poliziotto nella Los Angeles degli anni cinquanta, con la passione per le donne e la meraviglia. La meraviglia si incontra spesso nel suo mestiere ed è qualcosa che non è ben definibile, e non è per forza un elemento positivo, è semplicemente la meraviglia. Forse potrebbe essere la “poesia della vita”, dove la poesia non sia solo un bel tramonto, ma anche una determinata situazione tragica. Freddy è a caccia di un assassino di donne e sembra averlo trovato. Alcuni suoi superiori lo coinvolgono in un’indagine fatta di pestaggi e confessioni forzate, tanto che il principale indiziato, innocente e reo confesso, si suicida. Qualcuno deve pagare per questo errore e a pagare è proprio Freddy, costretto sotto ricatto ad abbandonare il lavoro con disonore. Passano degli anni, Freddy cerca di rifarsi una vita, ha una donna fissa e un cane ereditato da un ex-collega morto sul lavoro. Viene uccisa un’altra donna, con le stesse modalità che Freddy conosce bene. Deve riprendere a indagare, anche senza distintivo, per rimettere ordine nel mondo e nella sua vita, che nel frattempo sta andando in pezzi.

Siamo all’evoluzione di Prega detective, tutto ciò che di buono c’era nel primo romanzo di Ellroy è cresciuto e si moltiplicato. La trama è più complessa, i personaggi più profondi, la linea che divide il bene dal male si è assottigliata. Nessuno è assolto, Ellroy dipinge il mondo così come è, senza finzione, in questo noir che ti lascia in bocca il sapore di alcool e tabacco, che ti fa sentire sporco mentre lo leggi. Come per il precedente romanzo la forza non risiede nella trama ma nella costruzione dei personaggi e delle situazioni.

Vuoi un romanzo che ti porti da un’altra parte? È questo. Ti piace non sapere chi sia l’assassino fino alla fine? Clandestino fa per te.
Freddy Hunderhill non è del tutto una bella persona, ma non lo sei neanche tu. Ellroy lo sa.

Come puoi facilmente immaginare sono già a caccia della trilogia di Lioyd Hopkins. Con Ellroy procederò scrupolosamente in ordine cronologico (fatta eccezione per I miei luoghi oscuri). Ho già commesso l’errore di averlo ignorato fino ad ora, spero in questo modo di rimediare e gustarmi la sua crescita.

“Prega detective” di James Ellroy

Prega detective è 100% noir. È, inoltre, il romanzo di esordio di James Ellroy, risale infatti al 1981, il titolo originale è Brown’s Requiem. In Italia la prima edizione è del 1995, ma noi si sa, arriviamo sempre in ritardo.

La trama è, a mio parere, secondaria rispetto allo stile e all’ambientazione. È una storia di intrighi, omicidi e corruzione su cui si trova ad indagare l’investigatore privato Fritz Brown, ex poliziotto, (quasi)ex alcolizzato e appassionato di musica classica. Di mezzo c’è il mondo delle scommesse, quello dei caddie (i facchini dei campi da golf) e truffe alla previdenza sociale. Non manca un cattivone, di cui non ti dico nulla per non svelare parte del mistero. E, ovviamente, la bella di cui il detective si innamora.

Io di Ellroy avevo letto solo I miei luoghi oscuri, un paio di mesi fa, che però è una biografia. Prega detective mi ha folgorato: è IL noir, punto. Hai presente quando ti aspetti quelle frasi tipo (invento): «Era una notte buia, ma quella bionda mi faceva girare la testa…», ecco. In questo romanzo trovi esattamente quello che cerchi, un’atmosfera perfetta per il genere.

Di veramente noir non avevo mai letto nulla, fatta eccezione per Pulp di Bukowski (che ora assume ancora più significato nella sua grandezza parodistica). Quello di Ellroy è uno stile cupo, una scrittura che sa di whisky, cazzotti e pallottole.
Dannazione, credo sia nato un amore.

“I miei luoghi oscuri” di James Ellroy

Premessa: è il primo libro che leggo di James Ellroy, ma posso già dirti che non sarà l’ultimo. Fine della premessa.

I miei luoghi oscuri è un romanzo autobiografico dello scrittore dedicato a tutto ciò che riguarda l’omicidio irrisolto di sua madre, Jean Ellroy, avvenuta per strangolamento il 22 giugno 1958. James all’epoca aveva solo dieci anni.

La vicenda narrata è divisibile in tre “atti”:
1° – Indagine ufficiale.
Ellroy racconta l’indagine in modo oggettivo, come se fosse svolta nel momento in cui lui ne scrive. I dettagli sul cadavere, gli indiziati (molti), le piste (moltissime) e tutto il resto, quasi fosse uno dei poliziotti incaricati di risolvere il caso. Jean è stata stuprata e uccisa dopo aver frequentato un paio di locali in compagnia di due persone, una donna e un uomo, che non verranno mai rintracciate.
2° – James Ellroy.
Lo scrittore spiega tutto ciò che è accaduto dal momento dell’indagine fino al suo successo come romanziere. Racconta come la morte della madre, accolta con felicità, abbia influenzato gli anni successivi nella sua psiche. Si parla di droga, furti, criminalità. Il giovane Ellroy è fuori di testa. Entra nelle case dei vicini e ruba le mutandine delle ragazze, ruba nei negozi, si mastruba pensando alla madre.
3° – L’indagine del 1994.
Ellroy, facendosi assistere da un poliziotto in pensione, riesamina il caso e cerca di risolverlo. Torna nei luoghi della vicenda, interroga le poche persone ancora vive che potrebbero saperne qualcosa, cerca l’assassino della madre… e cerca sua madre, la “rossa”, coma la chiama lui per il colore dei capelli.

Non ti racconto come evolve il personaggio, poiché è questo il vero mistero del libro e non voglio svelarlo troppo. Ellroy ha dei ricordi della madre che sono in gran parte stati creati dal padre, un fallito alcolizzato, e che ritraggono Jean come una puttana irresponsabile e a sua volta alcolizzata. Solo “cercandola” riuscirà a ricostruirne l’esistenza. Certo, non era una santa, e questo si intuisce chiaramente, ma c’era anche dell’altro.

Questo romanzo racconta un trauma lungo una vita, mai esorcizzato. Un lutto, non superato, che ha condizionato tutta l’esistenza dello scrittore. In poche parole: un’ossessione. È un libro estremamente cupo, nero, mentre lo leggi ti mette la morte nell’animo.
L’edizione che ho letto io (quella in foto) ha la copertina nera e c’è l’autore in abito scuro appogiato su un tavolo in primo piano. È il packaging perfetto per un’agenzia di pompe funebri, il libro sembra una piccola bara. È perfetto.

Conoscevo Ellroy come il re indiscusso del noir e del poliziesco. Avevo visto qualche film tratto dai suoi libri, come L.A. Confidential e La notte non aspetta. Non so perché l’avessi sempre trascurato, ma ho fatto male. Scrive dannatamente bene e ha uno stile personale ed inconfondibile. Sono rarissime le frasi lunghe più di due righe, per dirne una. Ti riempie di nomi, sta a te capire quali siano importanti e quali no. Non è di certo una lettura facile, rilassante, ma è indimenticabile.
Sicuramente anche il traduttore ha i suoi meriti, è infatti lo stesso Sergio Claudio Perroni che ho apprezzato nella nuova edizione di Furore di Steinbeck, poco tempo fa.

Insomma, credo proprio di aver trovato un nuovo autore da saccheggiare.

“Pulp” di Charles Bukowski

Ecco che Bukowski, dopo una dozzina di libri letti con impressioni alterne, mi stupisce piacevolmente, di nuovo. Sono proprio contento di questa cosa. Dopo il noioso Compagno di sbronze, appena letto, non mi aspettavo sarebbe successo.

Pulp è letteralmente incredibile. Nel senso che ogni singola riga non è credibile. È anche inclassificabile a livello di genere, tuttora non saprei dirti se è un noir, un poliziesco hard boiled, un libro fantasy o una spacconata alla Bukoswski. Ma forse è tutto questo insieme.

La trama è semplice, segue le vicende di Nick Belane “il detective più dritto di Los Angeles” e delle sue strampalate indagini tra bar, locali e ippodromi. I personaggi su cui indaga (quelli a cui deve “inchiodare il culo”) e i suoi clienti sono del tutto assurdi. C’è la sexy Signora Morte (sì, la Morte), un’aliena (sempre sexy, eh) di nome Jeannie, un misterioso Passero Rosso, un marito tradito, lo scrittore Céline morto nel 1961 ma che è ancora in giro… insomma, ci siamo capiti.

Il nonsense è il vero motore che tiene insieme il romanzo, unito alla parodia della detective story classica. Wiki mi suggerisce che, per la precisione, la parodia sia rivolta a Rick Blane, interpretato da Humphrey Bogart in Casablanca, e ad altri personaggi noir interpretati sempre da Bogart.

Che dire, appena iniziato non mi era piaciuto molto, poi sono entrato nel mondo di Belane e tutto è cambiato. È sicuramente uno dei libri più divertenti che abbia letto negli ultimi tempi, con prese per il culo allo stereotipo del detective che sono davvero geniali. Pur riportando tratti caratteristici di Bukowski (appunto: i bar, le sbronze, l’ippodromo, il sesso) è un romanzo unico rispetto a tutto ciò che ha scritto. Sicuramente da leggere.

“Chi perde paga” di Stephen King

Siamo al terzo libro del Re recensito di seguito. Se pensi però che non stia leggendo molto ti sbagli, il fatto è che quando esce un nuovo romanzo di King interrompo le altre letture e gli do la precedenza, il primo amore non si scorda mai..
[Ti fornisco comunque un anticipazione: sto leggendo tutta la produzione letteraria di Conan Doyle riguardante Sherlock Holmes. Ti dirò quindi nei prossimi tempi cosa ne penso in toto. Ovviamente penso bene.]

Veniamo a Chi perde paga, ultima fatica dello scrittore, e secondo libro della trilogia iniziata con Mr. Mercedes, che vede il detective privato Hodges come (forse) protagonista. Occhio che spoilero di brutto, leggi solo se hai già letto il libro.

Devo dirti la verità, non ho trovato un granché la storia. Sono un grandissimo fan di King («Ma lei non è Stephen King!? Lo sa che sono il suo più grande ammiratore?») e non mi perdo nulla, inoltre per me leggere i suoi libri equivale a “tornare a casa”, è sempre amore. Tuttavia, tuttavia.. Cazzo, devo dirlo anche se verrò criticato: questa trilogia poliziesca risulta ai miei occhi essere una grande trovata commerciale. Ecco. Non lo dico a caso e te ne fornisco subito una prova. In Mr. Mercedes il protagonista era il detective in pensione Hodges, ossia l’anello che dovrebbe legare i tre polizieschi tra loro. In Chi perde paga Hodges (e la sua “banda”) ha dovuto scavarsi una parte che sembra essere quasi inutile, la funzione del personaggio influenza infatti forse il 5% della storia, tanto da chiedersi cosa sarebbe cambiato nella trama in caso di una sua assenza. Probabilmente poco e niente. Il dubbio quindi, che servisse semplicemente un legame per creare una trilogia noir, è molto forte. La storia di per sé non è molto originale, salvo il pregio di indagare nel mondo della scrittura, della proprietà delle opere letterarie e della fantasia di chi le crea e chi le legge.
Sembra invece che l’unica funzione interessante del detective Hodges sia quella di accendere i riflettori sull’antagonista del primo romanzo della trilogia, Brady Hartsfield, che in questo secondo libro occupa una parte irrilevante ai fini della trama, ma sufficiente per capire come il killer, ormai in stato catatonico, abbia acquisito dei poteri telecinetici. Sarà materiale per il terzo libro della trilogia o per un romanzo a sé stante? Io propendo per quest’ultima ipotesi. Vedremo.

In definitiva non è certo una delle migliori opere di King, anche se come sempre si fa leggere velocemente e volentieri. La struttura è ormai troppo classica e consolidata, oserei addirittura dire, a tratti ripetitiva.