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“Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Tu sai che io non sono un grande amante del giallo, non a caso, qui sul blog, te ne ho sempre parlato poco. L’ultima volta (se vogliamo escludere tutta la serie del BarLume di Malvaldi), deve essere stato con Il bosco di Mila di Irma Cantoni (mia concittadina e scrittrice, quindi…). In realtà, di questo genere, ho sempre preferito i film, come il recente Knives Out – Cena con delitto o, appunto, l’agathachristiano Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh. Certo, poi mi piace il noir e l’hardboiled ma, sebbene in alcuni casi siano generi affini, non credo possano essere definiti propriamente “gialli”. Insomma, ci sarà pure una certa differenza tra James Ellroy e Agatha Christie, dai…
[Su Sherlock Holmes non si discute, quello è sacro.]

Tutto questo per dire che, comunque, Dieci piccoli indiani (Ten Little Niggers, titolo a cui dedico una dovutissima superpippa a fine post) è un “irrinunciabile”, anche per chi il genere lo mastica poco. Dal 1939, anno della prima pubblicazione, questo romanzo ha totalizzato un numero infinito di trasposizioni e omaggi, oltre ad essere stato fonte di ispirazione anche per videogiochi (!!!) e canzoni (scopro, solo ora, Dieci piccoli indiani dei Matia Bazar). È il cinema, ovviamente, ad essere il maggiore debitore nei confronti della Christie, ma io qui non voglio elencarti tutti i film che derivano da questo romanzo, ti basti pensare che persino D-Tox, con Sylvester Stallone, avrebbe di che ringraziare.
Tuttavia, un omaggio particolare voglio ricordarlo. Era il lontano luglio del 1992 (cazzo, sono passati 28 anni) quando in edicola usciva Sette anime dannate, lo speciale numero 6 di Dylan Dog, una delle storie che ho preferito dell’Indagatore dell’Incubo (forse perché, a dieci anni, vedere Dylan darci dentro con delle topolone una pagina sì e l’altra anche mi aveva fatto un certo effetto). Qui i personaggi erano sette, non dieci, e le loro colpe i vizi capitali.
Momento amarcord, dove sono i fazzoletti?

 

Sette anime dannate” – Dylan Dog Speciale n. 6

 

La trama del romanzo? Ma fai sul serio?
Dieci persone vengono invitate con l’inganno in una villa a Nigger Island, dove presto scoprono non esserci nessuno oltre a loro. Dopo essere state accusate di omicidio da una voce registrata, iniziano a morire una alla volta, seguendo l’ordine “di sparizione” di una filastrocca appesa sulle pareti delle camere da letto. Tutti sospettano di tutti. Chi è il colpevole?

Dieci piccoli indiani si termina velocemente, sia perché è leggero e scorrevole, sia perché, effettivamente, è piuttosto breve. Io l’avevo già letto da ragazzino e non lo ricordavo (cosa indispensabile per gustare un giallo, in particolare questo). Ciò che ti godi è il mistero e l’intrigo, non certo la profondità psicologica, differente da quella a cui, ormai, ci ha abituato la narrativa (e intendo anche il cinema) recente. Non aspettarti quindi grandi introspezioni: per certi versi i protagonisti potrebbero essere i personaggi secondari del Titanic di Cameron, quelli che, mentre la nave affonda (o le persone vengono uccise) ammirano un quadro o fanno una partita a carte. Pare che con gli anni, questa abitudine di morire educatamente, sia andata un po’ persa…

Credo che proverò a superare questa mia avversione per il giallo (seconda, comunque, a quella per i romanzi rosa, brrr…) e credo anche che il merito potrebbe proprio essere di Agatha Christie. E ora cosa? Omicidio sull’Orient Express?

LA SUPERPIPPA
Dai confini della Galassia… sta arrivando… la senti?
A due mani. Con calzino, lubrificante e VHS, in stile American Pie.
È lei: la superpippa!
(Qui ci starebbe bene una musica tipo Star Wars, per capirci.)
La superpippa te la faccio sul titolo che, in lingua originale, è Ten Little Niggers.

Momento di spauracchio razzismo e tante altre cose: me ne sbatto.

Questo titolo è stato cambiato svariate volte sia nella versione inglese che, figuriamoci, in quella italiana. Il problema, naturalmente, è la parola niggers / negri, in questo caso meglio traducibile come negretti (piccoli). E quindi: Dieci piccoli indiani, E poi non rimase nessuno, ecc.
La parola negro, sebbene sia considerata dispregiativa (per lavarci la coscienza dai crimini commessi), in realtà non lo è. Ha assunto un significato dispregiativo: è diverso. Lo stesso significato che ha poi assunto nero/di colore e, ancora, extracomunitario e, in ultimo, immigrato. Ora, mi pare che il termine in voga, per essere politicamente corretti, sia migrante o, in taluni casi, afroamericano.
Io non starò qui a discutere di razzismo, servirebbero altri cento post. Mi pare però evidente che il razzista abbia ben compreso che la parte fondamentale della frase negro di merda sia il di merda e che il sostantivo sia secondario. È il presunto non-razzista che, a tutt’oggi, finge di opporsi al razzismo con una stupida (infantile/perbenista/superficiale/inutile) guerra terminologica.
Viviamo in una parte del pianeta che è benestante non perché sia più “brava” delle altre, ma perché ha imparato a rubare (uccidere) in quelle zone dove le persone muoiono di fame. Con le auto che bruciano le vite e gli smartphone costruiti dai bambini, abbiamo deciso che la parola sbagliata sia negro e quella corretta sia integrazione. Suona bene, certo, nelle orecchie e nelle bocche di chi smania di mostrarsi buono sfoggiando termini positivi. Peccato che, integrare, in questo sistema, significhi insegnare a uccidere.
Purtroppo non si può avere tutto, il “benessere” e la coscienza pulita, a qualcosa bisogna rinunciare. L’incoerenza e l’ipocrisia non sono la soluzione, ma solo la facciata dietro cui nascondere l’indisponibilità alla rinuncia.

“Cuore nero” di Dean Koontz

Come ti avevo anticipato, dopo Il luogo delle ombre, rieccomi a parlarti di Dean Koontz. Scrittore, a mio parere, da noi un po’ trascurato, se consideri che wiki sostiene abbia venduto 450 milioni di copie dei suoi romanzi (Stephen King si aggira attorno ai 500, credo il primo posto se lo giochino ancora gli autori fantasy di Bibbia e Corano). Forse la minore notorietà, in Italia, è dovuta alle poche (e, quelle poche, scarse) trasposizioni cinematografiche. Lo stesso Cuore nero (Hideaway, 1993) è stato portato sullo schermo con il titolo Premonizioni, un film con Jeff Goldblum che non ho visto, ma che a quanto pare era talmente brutto da far incazzare proprio Koontz, tanto da fargli fare di tutto per riuscire a rimuovere il suo nome dai crediti.

Hatch e Lindsey hanno un terribile incidente d’auto. Lindsey se la cava bene, ma Hatch rimane morto per ottanta minuti prima che un luminare della rianimazione “a freddo” lo riporti indietro. I due coniugi si rimettono e tornano a casa, adottano anche una bambina. Poi Hatch inizia ad avere strane visioni, sembra che il suo inconscio sia collegato telepaticamente con qualcuno dalla psiche distorta, un freddo e crudele serial killer che identifica sé stesso con il demone Vassago. Perché Hatch è tornato dall’aldilà con questo “dono”? Non ti anticipo altro, perché il mistero è parte integrante della trama.

Come avrai intuito ci risiamo: 100% intrattenimento. In questo periodo ho il cervello che mi fuma, troppe cose da fare, e quando prendo in mano un libro lo svago è esattamente ciò che cerco. Con Koontz me la gioco facile, perché le sue storie sono coinvolgenti come un buon film d’azione. Anche in questo caso i riferimenti alla religione, ai demoni e al satanismo, sono funzionali alla trama e difficilmente aprono la strada a dubbi morali o a ragionamenti complessi. Semplicemente, una pagina tira l’altra.
Tranquillo, ritornerò a proporti pipponi pseudofilometafisici, ma non oggi, non oggi…

“Come sasso nella corrente” di Mauro Corona

Come già successo in passato, prima di leggere quello che sto per scrivere, ti chiedo di effettuare un enorme sforzo cognitivo e dimenticare il Mauro Corona personaggio per concentrarti solo su Mauro Corona scrittore. Anche se ormai lo saprai, sono due entità ben distinte. (Se non lo sai significa che è la prima volta che passi di qui. Scorri il post fino alla fine, dove trovi gli altri libri di Corona che ho letto, e ripassa.)

Come sasso nella corrente.
Mi è piaciuto? Ni. Per certi versi è uno dei migliori romanzi di Corona (senza scomodare quel paio di titoli che nemmeno ti vado più a citare), per altri uno dei peggiori. Ma prima vediamo di cosa parla, così sei contento e non ti vengono le emorroidi da stress.

Autobiografia in terza persona dello scrittore (o almeno lo sembra molto) fino alle ultime pagine, quando vira verso un genere misterioso/fantastico. Ecco, questa è la trama, sono stato più ermetico del solito. Ok, ok, ancora un paio di cose. Cupo e triste, questo romanzo racconta l’esistenza di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e niente. Tutto, perché ha ottenuto il successo e la notorietà, che hanno gonfiato il suo ego e soddisfatto il suo narcisismo; niente, perché l’infelicità non lo ha mai lasciato, impedendogli di godersi anche quei momenti superficiali a fronte della ricerca di qualcosa di profondo, che non è riuscito a trovare. Ad ogni modo, è chiaro che una delle principali cause di questa sofferenza sia imputabile a un’infanzia negata, caratterizzata da una madre assente e da un padre violento. Solo dopo è arrivata la vita, che ha cinghiato il protagonista laddove non lo aveva già cinghiato il padre.
Cupo, dicevo. Triste.

Tuttavia…
Tuttavia in questo romanzo si trovano dei singoli paragrafi che sono i migliori che abbia mai letto scritti da Corona. Estrapolati dal contesto, sono poesia pura. Forse perché, in fin dei conti, vediamo la vita in modo simile. E, siccome un esempio vale più di mille parole…

Erano buone ore quando stavano assieme. Buone per ciò che restava delle loro anime. Le loro anime non erano intere. In passato le avevano divise con qualcuno che era stato allontanato. Chi viene allontanato non se ne va a mani vuote, ruba sempre un po’ d’anima all’altro. Non si esce ad anima integra da una separazione o da spartizioni di beni comuni. Il passato condiviso non si cancella, resta lì col muso duro e il pugno chiuso, a rammentarci che è esistito. Dentro al pugno un po’ d’anima dell’altro. E viceversa.

Per il resto, invece, Come sasso nella corrente non mi ha particolarmente coinvolto, la lettura è stata lenta. Questo anche per una certa ripetitività nella costruzione della frase (ecco, sono cose di cui di solito non mi accorgo, per dire) che tende a riformulare sempre lo stesso concetto, più volte, aiutandosi (troppo) spesso con elenchi di sinonimi. La sensazione è quella di una cantilena che procede per alti e bassi, senza mutamenti. Quando ti aspetti una ripetizione… taaac, arriva, puntuale.

Nel complesso ti direi di leggerlo, non tra i migliori libri dello scrittore/alpinista/scultore/showman, ma di sicuro molto diverso dagli altri. Ecco, forse è questa la cosa più interessante: mentre alcuni suoi titoli, trascorso un po’ di tempo, faccio fatica a distinguerli gli uni dagli altri (soprattutto quelli composti da racconti), questo mi rimarrà in mente. Ha una sua personalità intimista (cupa sempre, eh) ben definita. Così cupa che, in fondo, mi attira.
Ah, ho comprato anche Storia di neve, regolati.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Il grido del falco” di Renata Bovara

Tu non lo sai, ma io ho delle regole.
Ti risparmierò quelle del tipo “non si esce quando piove” e “vietate le cene con più di cinque persone” (che non sempre riesco a rispettare) limitandomi a elencartene un paio inerenti la lettura dei libri. Una è “mai eBook di narrativa”, un’altra è “non si leggono più romanzi contemporaneamente”. La prima è dovuta al fatto che maltollero l’esistenza stessa degli eBook, giustifandoli solo sotto forma di guida turistica (per ovvie ragioni di praticità). La seconda è, invece, una strategia che mi impedisce di fare arenare la lettura di un libro preferendone un altro. Ecco, con Il grido del falco di Renata Bovara, le ho infrante entrambe. A mia discolpa, questo romanzo non è reperibile in cartaceo e l’eBook, per forza di cose, non è sempre comodo da portare in giro, a differenza del buon vecchio albero assassinato e fatto a fettine. (Quindi, nel frattempo, sto leggendo anche La città dei libri sognanti di Walter Moers, di cui ti racconterò tra qualche giorno).

Se ricordi, ti avevo già parlato di Renata Bovara per Spiagge sospese, finalista al “Premio Letterario RTL102.5 – Mursia Romanzo Italiano” (concorso al quale sono legato per ovvie ragioni), che mi era piaciuto molto. Bene, mi è piaciuto anche Il grido del falco (fine della suspense, ma quanto ti ho fatto sudare, eh?).

Trama. (Poca, as usual).
Cora vive a New York, dove conosce il ricco Theo e ne diventa l’amante. Poi si diffonde un virus che decima la popolazione, si salvano solo pochi eletti. Cora sopravvive, ma che fine ha fatto Theo? Perché la evita?
(C’è un falco in tutto questo, motivo del titolo e della bella illustrazione in copertina che, a quanto ho capito, è opera del fratello dell’autrice).

Il romanzo si divide in due parti. Nella prima è maggiore l’introspezione della protagonista, che indaga la figura dell’amante, con i sacrifici e le scelte che deve affrontare chi si trovi in questa “posizione”. Nella seconda c’è un maggiore sopravvento della trama post-apocalittica, con qualche accenno di critica sociale a un sitema-mondo legato a doppio nodo con il denaro (non posso essere più specifico senza svelarti troppo). A prevalere è soprattutto la parte emotiva (non aspettarti un romanzo di fantascienza, non lo è) dove l’epidemia sembra talvolta una scusa per sondare meglio la solitudine dell’individuo. È un po’ come se a mancare non fossero tanto le persone, quanto l’umanità.

Anche Il grido del falco , così come Spiagge sospese, è un romanzo fortemente femminile. Difficile (se non impossibile) per una brutale, burbera, barbara, bestiale (e altre cose con la B) mente maschile riuscire ad accedere appieno alle inquietudini che turbano la protagonista.
Quello che apprezzo molto di questa scrittrice è l’assoluta riconoscibilità nello stile. Uno stile elegante e raffinato (sì, lo so, uso parole inconsuete, sarò stato sbrutalizzato dalla lettura) che non utilizza mai una terminologia complessa, facendo della semplicità la sua forza.

C’è poi un’altra sensazione che ho avuto leggendo questo romanzo. Un po’ come nell’Animali notturni di Tom Ford, il libro pare scritto per “farla pagare” a qualcuno. Sarà stata la rabbia della protagonista, non lo so, ma ho avuto l’impressione che fosse in parte autobiografico.
Di sicuro, in caso, lo saprà meglio Theo.

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.

“Spiagge sospese” di Renata Bovara

Spiagge sospese, di Renata Bovara, si era piazzato nel 2018 tra i tre finalisti della seconda edizione del Premio Letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, vinto successivamente* da Blowjim di Cavaciuti. Il romanzo è stato poi fortunatamente* (e meritatamente*) comunque pubblicato all’inizio di quest’anno. Mi è capitato tra le mani e quindi ora siamo qui.
*(Tre avverbi in dieci parole: a Stephen King sarà venuto un colpo).

Non vorrei svelarti troppo della trama. Primo perché, come sai, a me non piace raccontare le trame dei libri, secondo perché potrebbe indurti in errore nella valutazione di questo romanzo. Qualcosa comunque te la dirò, perché altrimenti a te, che sei un lettore medio di recensioni medie, se usciamo dal canone rischiamo ti venga un eczema da stress.

La marchesa Federica Macaluso muore, e muore all’inizio del romanzo. Lascia una figlia, una nipote e delle pronipoti. Tutte queste donne hanno, in qualche modo, qualcosa in “sospeso” con lei. La marchesa lascia, però, anche una vita di contrasti, amori, misteri. Lascia, in particolare, un segreto legato alla sua giovinezza che l’ha condizionata per tutta l’esistenza, anche durante un matrimonio, con il marchese appunto, che non sembra essere nato dall’amore. E sarà la marchesa stessa a sbrogliare la matassa della sua vita dal luogo in cui è finita dopo la morte. Un luogo, anche qui, sospeso, composto da ricordi e reinterpretazioni del vissuto della marchesa, mentre nel mondo “reale” le sue discendenti proseguiranno le loro vite, cercando di capire chi fosse davvero Federica Macaluso e quanto abbia in realtà inluenzato le loro vite.

Spiagge sospese è scritto molto bene, su questo non ci piove. Quello che si nota subito è l’eleganza e la raffinatezza (sai che non è da me utilizzare questi termini, ma tant’è) della costruzione della frase. Ma quello che ho ammirato ancora di più è che questa eleganza non sia legata a particolari virtuosismi lessicali o sbruffonerie: l’autrice usa infatti parole semplici, solo che le sa “abbinare” bene. È un po’ la differenza che intercorre tra chi, per dimostrare il proprio valore, deve spendere una sacco di soldi in marchi e abiti costosi (risultando spesso pacchiano) e chi, invece, ha una classe intrinseca che gli consente di essere elegante anche in mutande. Spero di aver reso l’idea.

Poi c’è questa cosa della sospensione che è azzeccatissima. Il romanzo È una sospensione. Da bambino partecipavo a dei pranzi domenicali estivi con i parenti (una tortura) che si concludevano immancabilmente con il pisolino del primo pomeriggio. E io ero lì, l’unico sveglio, ad aspettare succedesse qualcosa senza poter fare niente. Dormivano tutti, il sole picchiava di brutto, le strade erano deserte, non c’erano rumori. La giornata non era finita, io lo sapevo ma, per un certo tempo, non sarebbe successo nulla. Questo romanzo mi ha fatto sentire sospeso, come allora, in un’attesa diurna.

Spiagge sospese indaga la vita, il rimorso, le svolte mancate. Allo stesso tempo però butta anche un occhio su qualcosa che, la maggior parte dei lettori, non capirà. Ossia sulla vita stessa, che non è solo il sogno, ma è anche la normalità. Qualsiasi scelta porta a delle conseguenze, ed è solo vivendo che si arriverà a capire che il sogno non esiste, perché quello esiste solo nelle scelte mancate che, rimanendo estranee alla realtà, possono fingere di essere perfette.

Fermo restando che Spiagge sospese è destinato a un pubblico femminile e che io l’ho letto e compreso solo grazie alla mia incredibile sensibilità, intelligenza, arguzia, fascino, bellezza, ecc. ecc. (e modestia, e umiltà, ovviamente), credo, in definitiva, che questo romanzo sia il libro perfetto per mandare in brodo di giuggiole un plotone di casalinghe frustrate. Quelle incastrate in un matrimonio che non le soddisfa, che pensano a “come sarebbe potuta andare se..”. Le stesse che non riusciranno a vedere molto oltre la trama, attaccate alla superficie delle cose, perdendosi i contenuti, intente a cercare le similitudini con le loro tristi e inutili vite. Vedranno solo quello che vorranno vedere. Ed è un peccato, perché si perderanno molto.

“Nel legno e nella pietra” di Mauro Corona

Lo so che è un po’ che non mi senti, ma un motivo c’è: sto leggendo i Cento racconti di Ray Bradbury, un tomo enorme (e bellissimo) da 1400 pagine. Ho comunque interrotto la lettura, anche per variare, e sono quindi qui a parlarti di Nel legno e nella pietra di Mauro Corona (come sempre, a fine post, trovi l’elenco dei libri di Corona che ho letto).

Con Corona, come sai, ho un rapporto controverso. Ho letto libri molto belli (come L’ombra del bastone e Il canto delle manére) e altri meno, soprattutto tra gli ultimi. Ebbene, questo Nel legno e nella pietra mi è piaciuto. Forse perché tra i primi dello scrittore/alpinista/scultore, l’ho trovato meno compiaciuto e ripetitivo di altri.

I temi sono sempre quelli caratteristici del Corona-pensiero: il lavoro, la montagna, le bevute, l’amicizia, la natura. Il libro è composto da una novantina di racconti/aneddoti di 3 o 4 pagine ciascuno, leggeri ma carichi di significato. C’è una parte centrale occupata da storie di arrampicata e una finale da storie di lavoro in cava, che caratterizzano per metà la raccolta. Il resto è molto vario, racconti di caccia, esperienze di vita e, naturalmente, tracce di Vajont.

Una volta tanto, se non vuoi cominciare da un romanzo, mi sentirei di consigliarti questo libro. Credo si possa dire che  sia scritto dall’uomo-Corona e non dal personaggio-Corona. Se lasci per un attimo da parte ciò che vedi in tv, potresti rimanerne sorpreso.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)