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“La casa del tuono” di Dean R. Koontz

La casa del tuono è una grotta dove quattro ragazzi di una confraternita universitaria hanno ucciso un aspirante “confratello”, dopo averlo picchiato e seviziato davanti alla fidanzata, Susan. Trascorsi tredici anni Susan, che nel frattempo si è rifatta una vita, ha un incidente d’auto e si risveglia in ospedale dopo diversi giorni di coma. Sarebbe tutto “normale” se non fosse che, camuffati tra i pazienti e gli infermieri, Susan riconosce i quattro assassini, ancora giovani e, soprattutto, ancora vivi, nonostante fossero morti tutti poco dopo aver commesso il crimine. Susan non ha dimenticato che, quella sera, i quattro le avevano promesso di ucciderla, e non lo hanno dimenticato neanche loro…

Non posso dirti molto di questo romanzo di Koontz senza svelare particolari compromettenti, farò quel che riesco. È principalmente un thriller/horror ospedaliero, dal momento che la maggior parte della trama si svolge tra le mura del reparto dove la protagonista è impegnata a recuperare le forze e la memoria. Non solo però, nella parte finale la scena si sposta all’esterno e, nel giro di cinquanta pagine, la situazione si ribalta diverse volte mandandoti in confusione mentale esattamente come Susan.

Il finale (non spoilero) è talmente diverso da quanto ti aspetti da far crollare qualsiasi critica avessi iniziato a sollevare durante la lettura. Per dirne una: la somiglianza iniziale con il racconto A volte ritornano (dall’omonima raccolta) di Stephen King decade, per fortuna, lasciando spazio a un’idea originale. Tutto si spiega, in una apprezzabile narrativa classicamente anni ottanta.

Che dire, Koontz mi piace, questo è il quinto suo libro che leggo ed è anche quello che, nella cronologia dell’autore, precede il bellissimo Phantoms!. In questo caso si parla di una storia molto più semplice, ma non per questo meno divertente. 300 pagine che scivolano via veloci.
Curiosità: la prima edizione de La casa del tuono è del 1982, Koontz la scrive sotto lo pseudonimo (uno dei tanti) di Leigh Nichols.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Phantoms!” di Dean Koontz

Jennifer è un giovane medico e torna nella piccola cittadina di Snowfield insieme alla sorella minore Lisa, affidatale dopo la morte della madre. Entra in casa e trova la domestica morta, e blu. Presto le due ragazze scoprono di essere le uniche persone vive in tutta la città, gli altri abitanti o sono morti (in condizioni stravaganti) o scomparsi nel nulla. Jennifer sospetta un virus, un attacco batteriologico. Interviene lo sceriffo della contea vicina, con i suoi uomini. Il Male, l’Antico Nemico, si manifesta e le persone ricominciano a morire.

Phantoms! (1983) è il quarto romanzo che leggo di Dean Koontz e anche il migliore (per ora). In realtà potrei averlo già letto da “giovane” ma, grazie a un rincoglionimento galoppante, non ricordo. Ti dirò di più, non ricordo nemmeno il film con Ben Affleck che ne è stato tratto e che ho visto (di questo son sicuro), quindi la situazione è abbastanza grave. Dannazione, avevo appena festeggiato il mio primo indispensabile hater (vedi i commenti di L’urlo e il furore) e vedevo davanti a me un futuro radioso, invece pare sia pronto per la fossa!

Rispetto alle mie precedenti letture Koontziane, Phantoms! ha una struttura più complessa, personaggi più articolati (e numerosi) e una profondità maggiore. Ci sono alcune vicinanze con altre storie successive che trattano l’argomento del Male rappresentato in forma simile. L’inizio, per dire, ricorda Silent Hill (videogioco o film, quello che vuoi). L’Antico Nemico, che comunica tramite lo schermo di un computer, riporta alla memoria Sfera (il film almeno, il libro di Crichton, del 1987, non l’ho ancora letto). E poi, ovviamente, IT (1986). Insomma, di tutto si può accusare Koontz tranne che di aver copiato, anzi…

Ora non voglio anticiparti troppo, perché questo romanzo si divide fondamentalmente in due parti e spoilerare significherebbe ucciderne almeno una. Nella prima, infatti, regna il mistero, l’impossibilità di capire cosa stia avvenendo a Snowfield. Nella seconda il mistero è svelato e si deve combattere il Male (per come te lo sto descrivendo, non è svelato). Quello che mi è piaciuto, però, è anche la giustificazione che Konntz dà a questo Male, la sua vera origine, che io condivido del tutto (questa è per chi ha letto il libro).

Di Koontz ho sulla mensola Intensity, ma in arrivo anche Lampi, Incubi e La casa del tuono. Non credo che riuscirò mai a leggere tutta la sua produzione, dal momento che ha scritto 105 romanzi e non so quante raccolte di racconti, ma tu stai pur certo che per un po’ ti parlerò ancora di lui…

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Il tunnel dell’orrore” di Dean Koontz

Per questo romanzo di Dean Koontz, terzo che leggo dopo Cuore nero e Il luogo delle ombre, è doverosa un’introduzione che definirei storiografica (nel senso che ti racconto la storia della sua creazione).
Ok? Partiamo.

Nel 1980 Koontz non era ancora quel mostro di vendite che è ora (si parla di qualcosa come 500 milioni di copie) e, anzi, era abbastanza sconosciuto al grande pubblico. Tirava quindi a campare accettando anche scritture a compenso. Una di queste è quella che gli offrono i produttori del nuovo film di Tobe Hooper (hai presente? Non aprite quella porta, Poltergeist… ecco, lui), che si sarebbe intitolato The Funhhouse. Desiderano, infatti, ricavare un romanzo dalla sceneggiatura originale di Larry Block. Koontz accetta e scrive, appunto, Il tunnel dell’orrore, peraltro utilizzando la sceneggiatura solo per l’ultimo quinto della storia, che lui ricrea e approfondisce sviluppando tutta una parte iniziale inesistente. Per ragioni di marketing  scrive sotto lo pseudonimo di Owen West (uno dei mille che utilizza) e il romanzo, che in origine sarebbe dovuto uscire contemporaneamente al film, viene pubblicato in anticipo e vende milioni di copie. Poi esce anche il film di Hooper e il libro smette di vendere all’improvviso. Io il film non l’ho visto, ma così a occhio non deve essere un granché…

Horror puro anni ’80, senza fronzoli, tutto intrattenimento e cervelli spappolati. Una gioia per le mie papille oculari.
Trama (poca, as usual).
1955. Ellen scappa di casa con un giostraio per sfuggire alla madre bigotta. L’uomo, tale Conrad, diventa violento, lei resta incinta e partorisce un freak simil-satanico. Disperata, lo uccide (a ragione, è una bestia immonda e malefica). Conrad le giura vendetta.
1980. Ellen si è sposata e ha avuto due figli. È anche diventata bigotta quanto la madre, e alcolizzata. Sua figlia Amy ha 17 anni (anche lei resta incinta, ma abortisce) e per una serie di eventi finisce nel luna park dove Conrad ha il suo tunnel dell’orrore… Non aggiungo altro, ma qui inizia il film (e gli squartamenti).

Koontz a me piace, non c’è niente da fare. Chiariamoci, non è Stephen King (per restare in tema parco divertimenti il suo Joyland è di gran lunga superiore), ma ha una scrittura semplice che fa letteralmente volare via il tempo. E poi questa atmosfera retrò da Venerdì con Zio Tibia mi ha riportato alle mie prime esperienze con le notti horror di Italia Uno. Un genere, l’horror, che ormai è pieno di fantasmi inquieti e presenze tormentate, ma che una volta era più semplice e più gustoso. Anche ne Il tunnel si ritrovano dei piacevoli stereotipi che hanno fatto epoca (chessò, Liz, l’amica puttanella di Amy, che non ha alcuna profondità psicologica ma solo profondità inguinale).

Bene, ci risentiremo quindi di certo con Phantoms e Intensity, dal momento che li ho già in libreria.

“Cuore nero” di Dean Koontz

Come ti avevo anticipato, dopo Il luogo delle ombre, rieccomi a parlarti di Dean Koontz. Scrittore, a mio parere, da noi un po’ trascurato, se consideri che wiki sostiene abbia venduto 450 milioni di copie dei suoi romanzi (Stephen King si aggira attorno ai 500, credo il primo posto se lo giochino ancora gli autori fantasy di Bibbia e Corano). Forse la minore notorietà, in Italia, è dovuta alle poche (e, quelle poche, scarse) trasposizioni cinematografiche. Lo stesso Cuore nero (Hideaway, 1993) è stato portato sullo schermo con il titolo Premonizioni, un film con Jeff Goldblum che non ho visto, ma che a quanto pare era talmente brutto da far incazzare proprio Koontz, tanto da fargli fare di tutto per riuscire a rimuovere il suo nome dai crediti.

Hatch e Lindsey hanno un terribile incidente d’auto. Lindsey se la cava bene, ma Hatch rimane morto per ottanta minuti prima che un luminare della rianimazione “a freddo” lo riporti indietro. I due coniugi si rimettono e tornano a casa, adottano anche una bambina. Poi Hatch inizia ad avere strane visioni, sembra che il suo inconscio sia collegato telepaticamente con qualcuno dalla psiche distorta, un freddo e crudele serial killer che identifica sé stesso con il demone Vassago. Perché Hatch è tornato dall’aldilà con questo “dono”? Non ti anticipo altro, perché il mistero è parte integrante della trama.

Come avrai intuito ci risiamo: 100% intrattenimento. In questo periodo ho il cervello che mi fuma, troppe cose da fare, e quando prendo in mano un libro lo svago è esattamente ciò che cerco. Con Koontz me la gioco facile, perché le sue storie sono coinvolgenti come un buon film d’azione. Anche in questo caso i riferimenti alla religione, ai demoni e al satanismo, sono funzionali alla trama e difficilmente aprono la strada a dubbi morali o a ragionamenti complessi. Semplicemente, una pagina tira l’altra.
Tranquillo, ritornerò a proporti pipponi pseudofilometafisici, ma non oggi, non oggi…

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.