“Verso il Polo con Armaduk” di Ambrogio Fogar

Ambrogio Fogar è per me una sorta di creatura mitologica, ammantata da un’aura di affascinante mistero. Il tempo che ci distanzia, la nostalgia degli anni di Jonathan Dimensione Avventura, lo rende qualcosa di magico, qualcosa che mi riporta all’infanzia. Non appena sento Adventure di Piovan vengo istantaneamente calato nel mondo di Bim Bum Bam, delle sorprese nelle scatolette per fiammiferi della Mulino Bianco e nella immensa tristezza di quel cazzo di gattino sotto la pioggia della pubblicità della Barilla. È un’esperienza solamente sensoriale, perché io Fogar non me lo ricordo. Cioè, lo ricordo bloccato nel letto, ma non ho memoria delle sue imprese, ero troppo piccolo, purtroppo.
Proprio scrivendo di queste cosa, ora, ho avuto un flash di Uanathan

Comunque, volevo leggere La zattera e mi son trovato tra le mani Verso il Polo con Armaduk. (Il mitico Armaduk, citato anche da pozzetto ne Il ragazzo di campagna, così, giusto per andare avanti con l’amarcord.) Qui Fogar racconta la sua esperienza di viaggio a piedi sulla banchisa verso il Polo Nord, in compagnia del fidato cane, con uno slittino per i bagagli e 60 gradi sotto zero. E lo racconta bene, in modo non pesante ma fortemente comunicativo. Quello che mi ha colpito è soprattutto il Fogar persona comune, non un supereroe. Mi spiego.
Quando leggo le imprese di Walter Bonatti (ho già parlato di Montagne di una vita) mi rendo conto di come fossero impossibili per chiunque non avesse la sua predisposizione fisica (scientificamente dimostrata, non solo allenamento). Dico “wow”, tuttavia non potrei mai calarmi nella sua parte, è una sorta di Superman. Con Fogar invece è stato diverso, le sue insicurezze sono più umane, e così anche i suoi fallimenti. Fogar non punta al primato (lo stesso viaggio al Polo è già stato compiuto da altri al momento della sua avventura), punta a fare un’esperienza, così come la potrebbe fare una persona qualsiasi. Per dirla in modo forse un po’ poetico è come se Bonatti fosse quello che vorremmo essere, Fogar quello che non abbiamo il coraggio di essere. Per farla breve: Fogar mi fa sentire in colpa di non vivere a pieno, così come faceva lui.

Andando su un piano più “terreno” il libro è ricco di particolari anche per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e tutta la parte tecnica necessaria ad affrontare un simile viaggio. Oltre ovviamente alla descrizione di tutto il percorso di conoscenza e amicizia tra Ambrogio e Armaduk.
[Un inciso, per quanto riguarda i cani. All’inzio del libro Fogar descrive come vengono crudelmente trattati in quella zona del mondo dagli eschimesi (perlomeno in quegli anni). I cani sono solo uno strumento, li si ciba una volta alla settimana e se non servono vengono lasciati morire tra i ghiacci. L’esatto opposto di quanto succede oggi da noi, dove hanno più diritti dell’uomo. Le vie di mezzo sono ormai qualcosa di sconosciuto.]

Adesso cercherò di recuperare anche La zattera, storia del famoso naufragio di Fogar, per settanta giorni alla deriva nell’oceano, in cui perse la vita il suo amico Mauro Mancini.

Quindi, a tra poco.

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