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“Trilogia di New York” di Paul Auster

Trilogia di New York è una raccolta di tre romanzi (o racconti, vista la brevità) di Paul Auster, pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987. Si intitolano Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Ora ti faccio un breve, brevissimo, breverrimo, riepilogo delle trame.

Città di vetro
Per capirci (sul livello di follia) la storia inizia con un uomo che riceve una telefonata durante la notte, chi lo chiama sta cercando l’investigatore Paul Auster… L’uomo, che è in realtà uno scrittore e vive già una sorta di sdoppaimento, sia con il protagonista dei suoi romanzi sia con lo pseudonimo con cui li scrive, decide di fingersi Paul Auster e accettare l’incarico, iniziando ad indagare sul “caso”.

Fantasmi
Blue, detective allievo di Brown, riceve l’incarico da White di pedinare e sorvegliare Black. Il pedinamento si ridurrà a un monotono appostamento nel quale Blue osserverà, dalle finestre del palazzo di fronte, Black seduto a un tavolo che scrive ininterrottamente su un taccuino. Blue inizierà a domandarsi se non sia lui stesso Black, osservato dall’uomo che scrive.

La stanza chiusa
Fanshawe sparisce lasciando dietro di sé, oltre una moglie e un figlio, romanzi e poesie mai pubblicate. Sarà compito di un suo amico d’infanzia far pubblicare le sue opere e sarà suo “dovere” anche sposarne la moglie. Ma Fanshawe sarà davvero morto come tutti pensano? Fino a che punto chi prende la vita di un altro non diventa l’altro?

Come tu avrai già capito (dal momento che sei così astuto e sagace da seguire il mio blog) Paul Auster utilizza trame assurde per indagare il tema dell’identità. Lo indaga così tanto da farti venire il mal di testa, da farti sanguinare il cervello. L’intera Trilogia trasuda il problema dell’individuo, della personalità, di ciò che potrebbe diventare qualcos’altro perché è descritto e pensato come fosse quel qualcos’altro. Io sono io finché ho il mio nome e mi comporto nel mio modo, ma se prendo il nome di un altro e mi comporto come quell’altro, quando smetterò di essere me e comincerò a essere lui? Eh? Sei turbato? Bene, è lo spirito giusto.

Paradossalmente la cosa che manca di più, in tutto questo insieme di paturnie mentali postmoderniste, è proprio New York. Non aspettarti descrizioni della Grande Mela perché non ne troverai: New York è presente solo nel titolo e in qualche breve accenno, per il resto le trame potrebbero essere ambientate ovunque. Quello che troverai, oltre allo studio sull’identità (casomai non si fosse capito), è un forte attaccamento alla professione dello scrivere, sempre presente in tutti e tre i racconti.

Tolto tutto questo, cioè il 90% dell’opera, quello che resta della Trilogia di Auster è l’ambientazione noir da detective-story, che per certi versi mi ha ricordato Pulp di Bukowski (ma senza il divertimento), soprattutto per quanto riguarda il nonsense delle varie situazioni. Attenzione però, niente gialli o trame alla Ellroy, tutti i racconti sono estremamente onirici, collegati tra loro da astrusi dettagli che non riescono (e non vogliono) creare una storia con un inizio e una fine. Se proprio volessi saperlo, solo nell’ultimo racconto la trama segue una strada leggermente più canonica e percorribile.

A questo punto mi chiederai: «Ma questo libro ti è piaciuto?».
No, non mi è piaciuto. Non è un libro che si legge facilmente o volentieri, lo prendi tra le mani ogni volta sapendo di fare harakiri e conscio che non avrai nessuna voglia di girare pagina. La voglia dovrai inventartela, crearla, per riuscire ad arrivare in fondo. A dire il vero non capisco nemmeno perché farsi del male e scriverlo, un libro così, non capisco dove l’autore abbia trovato la voglia di sviluppare una storia di questo genere. Tuttavia non si può dire che sia un libro stupido, non si può non ammirarne l’indubbia e geniale complessità.
E allora lo ammiro, disprezzandolo.

“Spiagge sospese” di Renata Bovara

Spiagge sospese, di Renata Bovara, si era piazzato nel 2018 tra i tre finalisti della seconda edizione del Premio Letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, vinto successivamente* da Blowjim di Cavaciuti. Il romanzo è stato poi fortunatamente* (e meritatamente*) comunque pubblicato all’inizio di quest’anno. Mi è capitato tra le mani e quindi ora siamo qui.
*(Tre avverbi in dieci parole: a Stephen King sarà venuto un colpo).

Non vorrei svelarti troppo della trama. Primo perché, come sai, a me non piace raccontare le trame dei libri, secondo perché potrebbe indurti in errore nella valutazione di questo romanzo. Qualcosa comunque te la dirò, perché altrimenti a te, che sei un lettore medio di recensioni medie, se usciamo dal canone rischiamo ti venga un eczema da stress.

La marchesa Federica Macaluso muore, e muore all’inizio del romanzo. Lascia una figlia, una nipote e delle pronipoti. Tutte queste donne hanno, in qualche modo, qualcosa in “sospeso” con lei. La marchesa lascia, però, anche una vita di contrasti, amori, misteri. Lascia, in particolare, un segreto legato alla sua giovinezza che l’ha condizionata per tutta l’esistenza, anche durante un matrimonio, con il marchese appunto, che non sembra essere nato dall’amore. E sarà la marchesa stessa a sbrogliare la matassa della sua vita dal luogo in cui è finita dopo la morte. Un luogo, anche qui, sospeso, composto da ricordi e reinterpretazioni del vissuto della marchesa, mentre nel mondo “reale” le sue discendenti proseguiranno le loro vite, cercando di capire chi fosse davvero Federica Macaluso e quanto abbia in realtà inluenzato le loro vite.

Spiagge sospese è scritto molto bene, su questo non ci piove. Quello che si nota subito è l’eleganza e la raffinatezza (sai che non è da me utilizzare questi termini, ma tant’è) della costruzione della frase. Ma quello che ho ammirato ancora di più è che questa eleganza non sia legata a particolari virtuosismi lessicali o sbruffonerie: l’autrice usa infatti parole semplici, solo che le sa “abbinare” bene. È un po’ la differenza che intercorre tra chi, per dimostrare il proprio valore, deve spendere una sacco di soldi in marchi e abiti costosi (risultando spesso pacchiano) e chi, invece, ha una classe intrinseca che gli consente di essere elegante anche in mutande. Spero di aver reso l’idea.

Poi c’è questa cosa della sospensione che è azzeccatissima. Il romanzo È una sospensione. Da bambino partecipavo a dei pranzi domenicali estivi con i parenti (una tortura) che si concludevano immancabilmente con il pisolino del primo pomeriggio. E io ero lì, l’unico sveglio, ad aspettare succedesse qualcosa senza poter fare niente. Dormivano tutti, il sole picchiava di brutto, le strade erano deserte, non c’erano rumori. La giornata non era finita, io lo sapevo ma, per un certo tempo, non sarebbe successo nulla. Questo romanzo mi ha fatto sentire sospeso, come allora, in un’attesa diurna.

Spiagge sospese indaga la vita, il rimorso, le svolte mancate. Allo stesso tempo però butta anche un occhio su qualcosa che, la maggior parte dei lettori, non capirà. Ossia sulla vita stessa, che non è solo il sogno, ma è anche la normalità. Qualsiasi scelta porta a delle conseguenze, ed è solo vivendo che si arriverà a capire che il sogno non esiste, perché quello esiste solo nelle scelte mancate che, rimanendo estranee alla realtà, possono fingere di essere perfette.

Fermo restando che Spiagge sospese è destinato a un pubblico femminile e che io l’ho letto e compreso solo grazie alla mia incredibile sensibilità, intelligenza, arguzia, fascino, bellezza, ecc. ecc. (e modestia, e umiltà, ovviamente), credo, in definitiva, che questo romanzo sia il libro perfetto per mandare in brodo di giuggiole un plotone di casalinghe frustrate. Quelle incastrate in un matrimonio che non le soddisfa, che pensano a “come sarebbe potuta andare se..”. Le stesse che non riusciranno a vedere molto oltre la trama, attaccate alla superficie delle cose, perdendosi i contenuti, intente a cercare le similitudini con le loro tristi e inutili vite. Vedranno solo quello che vorranno vedere. Ed è un peccato, perché si perderanno molto.

“Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle” di Maurizio Brunelli

Nel 2021 ricorrerà il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri e io, per rimanere “sul pezzo”, così come poco tempo fa avevo fatto per Leonardo da Vinci, mi sono letto un saggio a tema: Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle di Maurizio Brunelli (scrittore storico per passione ed esperto della figura di Cangrande). In realtà in questo testo si parla anche di molto altro, non solo del poeta fiorentino, ma ci arriveremo.

Prima però, come si fa per le malattie sui siti medici, vorrei esporti un elenco di sintomi per verificare se tu sia destinato alla lettura di questo volume. [Per inciso: io su quei siti ho sempre 9 sintomi su 10, soffro di tutte le patologie esistenti, dall’infiammazione della prostata all’ovaio policistico.]
Sarà sufficiente averne uno solo perchè tu possa procedere:

• Sei interessato alla vita di Cangrande della Scala;
• Ti piace la storia (il Medioevo, in particolare);
• Beh, anche Dante Alighieri, ovviamente;
• Vivi a Verona;
• Sei appassionato di astrologia;
• Hai difficoltà nel mantere l’equilibrio (no scusa, questo era per la labirintite, non c’entra).

Sì, io lo so che tu hai letto “astrologia” e hai subito alzato gli occhi al cielo pensando all’oroscopo di Paolo Fox, ma la situazione è in realtà un po’ più complessa rispetto a «oggi è una giornata molto buona per il Toro che potrebbe ottenere ottimi risultati professionali e incontrare la sua anima gemella».
Brunelli, infatti, tenta di capire, stimando la data di nascita di Cangrande e verificando quale possa esserne il relativo oroscopo, se un’eventuale vaticinio astrologica abbia influenzato le scelte dei Dalla Scala e, in seguito, anche quelle di Cangrande stesso. Questo perché, all’epoca dei fatti, a metà del XIII secolo, l’astrologia era tenuta molto da conto, tanto da essere insegnata nelle Università. Non è quindi da escludersi che Cangrande fosse stato designato come il prescelto per formare il Regno dell’Alta Italia (questo indipendentemente dal fatto che tu creda o meno all’oroscopo!). Cangrande che, nel corso della sua vita, oltre ad aver conquistato città e territori, ha ospitato a lungo l’esiliato Dante, meritandosi così la dedica del Paradiso, terza cantica della Divina Commedia.

La mia avversione per l’oroscopo, e per l’astrologia in generale, mi ha fatto iniziare la lettura con un cattivo presagio, ma devo dire invece che l’abbinamento funziona. Brunelli individua quelle che dovrebbero essere le caratteristiche della personalità di Cangrande, secondo l’astrologia del tempo, e le confronta con gli eventi storici di cui si ha traccia (anche grazie a scrittori meno noti dell’epoca, come Ferreto Ferreti). Il risultato è un alleggerimento che consente una lettura più fluida, anche dove, per forza di cose, la nozionistica prende il sopravvento (ricordati che si parla di un periodo di continui cambi di potere, tradimenti, guerre… e quindi di centinaia di nomi e date).
Dante accompagna e condisce il viaggio, così come ha accompagnato il Signore di Verona nel corso della sua vita e tutti quelli che l’hanno amato sui banchi di scuola (o, recentemente, in tv letto da Roberto Benigni).
Pensa, io Dante l’ho sempre detestato, ritenendolo l’Alfonso Signorini del 1300, ma questo volume te lo consiglio lo stesso. Non credo di dover aggiungere altro…

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Il volo della martora” di Mauro Corona

Il volo della martora è il primo libro pubblicato da Mauro Corona, anno 1997 (cioè 22 anni fa!) e, per quanto riguarda la “nostra” cronologia, il tredicesimo libro di cui ti parlo di questo autore. Per fare una cosa fatta bene dovrei far finta di non aver letto gli altri dodici e esporti le mie impressioni vergini, come se avessi conosciuto Corona solo ora. Non credo che ci riuscirò, ma tu tienine conto, perché i temi saranno quelli sempre cari allo scrittore ma, in fin dei conti, qui sono esposti per la prima volta.

Il volo della martora mi è piaciuto, questo te lo dico subito. È una raccolta di racconti carica di poesia, nostalgia e vecchi valori (se i valori possono essere vecchi). In poche pagine, circa 200, Corona tira fuori tutti gli argomenti che poi lo caratterizzeranno nella successiva produzione, ma lo fa forse con meno rabbia (giustificata), meno risentimento (giustificato), nei confronti di un mondo, il nostro, che sta andando a puttane (perdona il francesismo). Ci sono anche accenni a personaggi a cui l’autore dedicherà poi romanzi interi, vedi Santo Corona della Val, che sarà protagonista de Il canto delle manére, che come tu sai è il mio preferito tra i suoi libri. E poi c’è la vita di montagna, il lavoro, la fatica, ma anche le gioie dell’infanzia in un mondo in cui avere un paio di scarpe nuove è una vera festa. Se vuoi continuo eh? C’è il rapporto genitori e figli, le storie di vita vissuta, gli anziani che ricercano il senso della vita nei propri ricordi, il rispetto per la natura e gli animali, le tradizioni, gli amori, le donne. C’è tutto.

So che forse te l’ho già detto per altri suoi libri, ma questa volta vale più di altre, se vuoi conoscere Mauro Corona scrittore inizia pure da Il volo della martora. Perché qui tutto torna, ed è anche il primo libro, quindi è la famosa quadratura del cerchio.

E poi c’è un’altra cosa, che ho tenuto in fondo, perché in questa raccolta non c’è molta rabbia e non volevo riversarne subito io. C’è il Vajont, che è un argomento principe di questa come di altre opere di Corona. Qui lo scrittore ne parla amareggiato, quasi disilluso. Bambini che non hanno avuto un futuro, cumuli di scarpe, bambole senza arti, disperati che cercano tra le macerie il ricordo/feticcio di una vita cancellata. Genitori senza figli, figli senza genitori. Paesi distrutti, vite distrutte, speranze distrutte.
Nessuno che paga.

[Ora un po’ di rabbia, la mia]
Tu lo sai che io non parlo mai di politica. Il perché è presto detto (senza falsa modestia): perché sono superiore sia a chi la esercita sia a chi la vive come se fosse il derby della squadra del cuore, con inutili schieramenti, facendosi abbindolare dai talk show e dai “dibattiti”. Però questa volta, in questo preciso momento, alla caduta del millesimo governo e alla successiva lotta per chi ha ragione e chi torto, per chi “io tengo a questo” e “io tengo a quello”, leggere del Vajont assume un certo significato.
E mentre sei lì, a decidere chi ti stia raccontando la bugia migliore per la tua tranquillità, ricordatelo il Vajont. Ricordati il DC-9. Ricorda le stragi più moderne, più silenti ma forse peggiori perché non consentono la conta dei morti, che tolgono la voglia di fare, di vivere. I tumori. Ricorda i suicidi di chi non regge.
Chiediti quando il sistema (non solo italiano, ma globale) ti abbia fatto sentire parte di un’organizzazione evoluta a livello di specie. Mai.
Io non ti sto parlando di colori o partiti, di telefonini, automobili o aspirazioni economiche. Cerca di capirmi. Black friday, saldi e scarpette. È solo questo che siamo riusciti ad essere? Intendo, come forma di vita nell’Universo, siamo questo? Perché se è così, cosa di cui io sono purtroppo convinto, c’è solo da aspettare l’appuntamento con l’asteroide, sempre che non facciamo da soli, prima.
E se ancora sei lì, a distinguera tra questo e quello, a cercare il conforto nell’idea che uno sTATO possa uscire fuori da qualche parte, pensa ancora al Vajont, perché non ci hai pensato abbastanza.
La merda non si trasforma in oro. Mai.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni” AA.VV. – Collana Mondi Incantati

L’anno scorso ti avevo parlato di Davanti allo specchio, l’antologia edita da Wild Boar che riuniva i racconti finalisti al XXIII Trofeo Rill (e non solo) e te ne avevo parlato bene, peraltro con un certo stupore dovuto alla mia esterofilia. Ecco, quest’anno devo ripetermi, anzi, potrei dirti esattamente le stesse cose. Ana nel campo dei morti (no, birbone, non è il titolo di un video necrofilo su Youporn) raccoglie i primi cinque racconti classificati al XXIV Trofeo Rill, oltre ad altri quattro racconti arrivati in finale in altrettanti concorsi letterari in giro per il mondo, e a quattro racconti che hanno vinto il concorso Sfida interno al Rill.

Anche per questa edizione ti ribadisco due cose che trovo in linea con quella precedente. Primo, i racconti hanno una struttura piacevole e definita dove la trama è un elemento fondamentale, non ci si trova di fronte a quelle masturbazioni letterarie “tutto stile” che poi sono inesistenti dal punto di vista della storia. E non è una banalità o una cosa scontata. Secondo, tra i tredici racconti presenti, ancora una volta, ho trovato migliori i nove italiani rispetto ai quattro, comunque ottimi, stranieri. E questo serve a me, per guarire dal mio bisogno di cercare sempre “fuori”.

Ho trovato interessanti anche i racconti legati al concorso Sfida, il concorso che organizza Rill per gli ex partecipanti al Trofeo, che quest’anno, in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, era dedicato proprio al noto artista/inventore. I vincoli di partecipazione, l’ambientazione in Italia e il legame con l’inventore, non erano troppo stringenti e hanno quindi consentito agli autori di spaziare senza troppe “catene”, cosa che ha giovato alla qualità e evitato di rendere i racconti simili tra loro. E poi noi di Leonardo ne sappiamo già qualcosa no? Te ne ho parlato da poco in Leonardo da Vinci, Lo psicotico figlio d’una schiava. Mi stai attento, vero?

C’è un’altra cosa che devo dirti, e forse non sarà molto politically correct, ma io, come Clark Gable in Via col vento, “francamente me ne infischio”. Alla seconda antologia Rill che leggo posso dire che vengono selezionati dei racconti buoni in quanto tali, e non delle marchette contemporanee legate a temi sociali più o meno presenti nel periodo del concorso. Viviamo in un’epoca in cui, fortunatamente, vengono sollevati temi sociali importanti (vedasi discriminazione, violenza, malattie, ecc.) con grande enfasi mediatica. Spesso ho visto questi temi entrare nei concorsi letterari e arrivare nelle fasi finali anche quando la qualità era scadente, forse per non sfigurare o per mostrarsi comunque “sul pezzo”. Con Davanti allo specchio e Ana nel campo dei morti non ho avuto questa sensazione e l’ho apprezzato molto. La qualità rimane il primo criterio di scelta, poi quando arriva anche il resto (e in certi racconti arriva, chiariamoci) benvenga.

Credo, in definitiva, che questa lettura diventerà un mio appuntamento annuale e, di conseguenza, anche tuo…

“Ninna nanna” di Chuck Palahniuk

Di Palahniuk ho letto quasi tutto, mi mancano giusto gli ultimi libri usciti, ma per quanto riguarda i masterpiece posso tranquillamente dire di non essermi perso nulla. Purtroppo l’inizio della mia passione per questo scrittore risale a ben prima che decidessi di aprire il blog, quindi non ti ho parlato di molti suoi lavori per ovvie questioni cronologiche, ma sotto troverai comunque un elenco sia di ciò di cui ho scritto che di quello che, ahitè, ho letto precedentemente.

Ninna nanna è il quinto romanzo di Chuck e, te lo dico subito, non mi è piaciuto. Ammetto di essermici dedicato in condizioni di scarsa concentrazione (peregrinando tra i rifugi delle Dolomiti) e questa può essere una mia colpa, ma è l’unica. Mi aspettavo molto, anzi, moltissimo da questo libro e il perché è presto spiegato: i primi quattro romanzi di Palahniuk sono in assoluto i miei (suoi) preferiti, e Ninna nanna veniva subito dopo.

La (confusionaria) trama parla di neonati che muoiono nella culla senza un’apparente causa. La causa però c’è e dipende dalla lettura di una particolare filastrocca contenuta in un libro per bambini, che procura morte istantanea. Quattro personaggi si lanciano nell’impresa di distruggere i volumi rimanenti, ognuno di questi disperati ha le proprie motivazioni, i propri problemi e segreti. Inoltre possedere la filastrocca della morte istantanea darebbe un enorme potere a chiunque…

Quello che mi fa salvare questo romanzo è lo stile di scrittura, secco e tagliente, caratteristico del Chuck delle origini, ma è anche l’unica cosa che salvo. Proprio perché il romanzo mi avrebbe accompagnato durante il mio girovagare, cercavo qualcosa che mi invogliasse alla lettura, che mi incuriosisse spingendomi a voltare pagina. Invece la storia è di una noia mortale, soporifera. 50% stile – 0% trama, i conti non tornano. Peccato.

Era da parecchio che non leggevo Palahniuk proprio per le ultime delusioni, ma non demordo. Ho già sullo scaffale Portland souvenir (so già che qui non ci saranno colpi di scena, è praticamente una guida) e la raccolta di racconti Romance. Spero in meglio, ben sapendo che chi vive sperando…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)

“A bocce ferme” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

A bocce ferme è, per ora, l’ultimo libro della serie del BarLume. Io, nel frattempo, mi sono già procurato un altro romanzo di Marco Malvaldi, Argento vivo, anche per scoprire come sia leggere qualcosa di diverso dalle indagini del bar(r)ista Massimo Viviani. Ma veniamo al punto.

In questo episodio a scatenare le indagini di Massimo, della sua fidanzata poliziotta Alice e, ovviamente, della banda della “maglia-di-lana” (i quattro ottuagenari avventori del bar) è un testamento. Un testamento in cui il ricco proprietario di un’azienda farmaceutica si dichiara reo confesso di un assassinio avvenuto nel ’68. Da qui partono tutta una serie di ricordi e di memorie degli anziani che ci riportano nel periodo dei figli dei fiori e, soprattutto, in quello delle lotte studentesche e operaie… mi fermo.

Come sempre la narrazione è divertente e si ride parecchio ma, devo ammettere, rispetto ai libri precedenti sembra che il “giallo” qui prenda più piede. Se di solito, infatti, a motivarmi fortemente nella lettura era il contesto goliardico, in questo episodio sono anche stato parecchio curioso di venire a capo del “caso”. Per una serie ormai dalle caratteristiche consolidate devo dirti che questa differenza l’ho sentita in modo abbastanza deciso, non che sia un male, anzi, ha aggiunto ancora qualcosa a uno schema ben collaudato e funzionante.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury

Questa è una di quelle occasioni in cui dovrei solo dire: «Grazie, ciao». Come posso parlarti di un’opera così completa, così mastodontica? La verità è che non lo so. Partiamo quindi proprio dalla sua mole, ragion per cui ultimamente mi hai sentito un po’ meno. 1340 pagine, cento racconti esatti scelti dallo stesso Ray Bradbury per questa autoantologia che comprende un periodo altrettanto enorme, dal 1943 al 1980. Io di Bradbury, mea culpa, avevo letto solo Il popolo dell’autunno e Ritornati dalla polvere e sono quindi giunto del tutto impreparato a questa impresa, senza sapere troppo in merito all’autore. Che botta.

Parto facendo ordine, altrimenti mi perdo, si perderebbe chiunque, credimi. Provo quindi a dividere i racconti in quattro categorie principali, così come li ha divisi il mio cervello, per farti capire cosa puoi trovare in questo libro. Ovviamente, inutile dirlo, è una divisione che va presa con le pinze per le naturali ibridazioni.

Racconti sullo spazio e sui razzi, racconti marziani
Qui convergono tutti i racconti sui viaggi spaziali. La cosa bella è che Bradbury narra spesso non tanto il viaggio di per sé quanto l’immediato arrivo sul pianeta (quasi sempre Marte) o, addirittura, si sposta in avanti con gli anni in un momento in cui il pianeta è già stato colonizzato. Attenzione però, non una colonizzazione alla Asimov, già strutturata in confederazioni, ma una colonizzazione avvenuta da poco, ancora in una fase iniziale del processo di espansione dell’uomo nello spazio. È quindi una fantascienza legata alle turbe umane, il distacco dalla Terra, la paura delle guerre lasciate alle spalle, l’isolamento e la solitudine. È come se Bradbury, per indagare l’animo dell’uomo, si spostasse su un altro pianeta, rimanendo a casa. Bellissimo anche il racconto che chiude la raccolta e parla dell’inizio dei viaggi nello spazio: La fine del principio. Tutti f-a-n-t-a-s-t-i-c-i.

Racconti “fantasiosi”, esseri strani, vampiri, volatori
Questi sono i racconti che ho potuto collegare agli altri due romanzi che ho letto dello scrittore, in particolare a Ritornati dalla polvere. Sono strani, nel senso che Bradbury racconta come se il lettore dovesse sapere già qualcosa. Scrive di vampiri, esseri volatili, famiglie di freaks con poteri particolari. Vedasi, ad esempio, Zio Einar o La ragazza che viaggiava. Sono famiglie “normali”, che si vogliono bene e vivono la vita serenamente, ma che hanno qualcosa di diverso e Bradbury ne parla come se la loro esistenza fosse del tutto logica. Siamo più vicini al fantasy/fiabesco che all’horror, non c’è paura o violenza. Qui rientra anche l’altra grande tematica, quella del Luna Park o del Circo e dei suoi lavoranti, già trattata in Il popolo dell’autunno. Anzi, il racconto La giostra nera è una vera e propria costola del romanzo.

Racconti onirici
Quelli che ho preferito di meno, anzi, se proprio devo essere sincero, non mi sono piaciuti. Forse il 5/10% della raccolta. Li definisco io “onirici” perché sono poco chiari, nebulosi. Partono da una situazione senza descriverla bene, sembrano quasi esperimenti artistico/letterari. Non mi hanno consentito di entrare in sintonia con la storia e con i personaggi. Come Il meraviglioso abito color gelato alla panna o La bottiglia azzurra. Ininfluenti su un numero di racconti così ampio, capiamoci.

Racconti concreti
Sono tutti gli altri, tutti quei racconti che non parlano di Marte, di freaks o simili. Sono i racconti classici, i miei preferiti. Spesso con questi racconti Bradbury arriva alla poesia pura, come ne Il lago, ma affronta anche i problemi relazionali di coppia (Viaggio in Messico), tanto da chiederti se scrivendoli non stesse facendo dell’autoanalisi. Potrei elencartene di stupendi, come Io canto il corpo elettrico! dove il mondo dei robot (nello specifico una nonna elettrica) si scontra con la mortalità umana facendoti porre le elementari domande sull’esistenza. Bellissimo anche Ghiaccio e fuoco che parla di uomini atterrati su un pianeta che altera la vita, creando un invecchiamento precoce (esistenza media attorno ai 10 giorni) e riportando le persone a uno stadio primitivo. Mi fermo qui.

Avrei voluto essere più specifico, per rispetto a qualcosa di grandioso, ma ho letto il tomo in un arco di tempo abbastanza lungo, tre mesi circa, alternandolo alle altre mie letture. Purtroppo ora guardo i titoli di alcuni racconti e non ricordo più esattamente di cosa parlassero. Ma ricordo dinosauri, marionette, alieni e intelligenze superiori, complicate macchine meccaniche, alterazioni temporali e tanto, tanto altro. Quello che mi resta è un incredibile viaggio nella mente di un genio, che conosciamo per Fahrenheit 451 o per Cronache marziane, ma che in realtà ha prodotto molto(issimo) altro. E mi resta la sensazione di libertà mentale, unita all’avventura e ad un pizzico di angoscia, per delle storie che per quanto vadano lontane sono sempre rimaste molto vicine al cuore e alle turbe dell’essere umano.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente un pezzo del mitico discorso di John Milton (Al Pacino) alla fine de L’avvocato del diavolo. Quando diceva: «A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti». Ecco come vedo Bradbury ora, così lontano nello spazio ma così terribilmente vicino nell’animo. Uno degli ultimi umanisti.

“La settima fata” di Angelo Paratico

Di Angelo Paratico ti avevo già parlato dell’interessante saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava, dedicato al noto inventore e artista del Rinascimento. Ora, invece, ti sto per parlare de La settima fata, che non è un saggio, né uno scritto politico (a differenza di quanto la copertina potrebbe far pensare), ma un’opera di narrativa che intreccia lo spionaggio con il poliziesco, senza tralasciare una strizzata d’occhio a dei risvolti amorosi e quindi, inevitabilmente, ai relativi rapporti umani.

Raccontarti la trama di questo romanzo senza svelarne i colpi di scena è praticamente impossibile ma, come puoi facilmente immaginare dall’immagine qui sopra, c’è di mezzo l’Assassination (concedimi questa citazione dal mitico film che ho rivisto l’altra sera, con l’altrettanto mitico Charles Bronson) di Xi Jinping, il presidente della repubblica popolare cinese. Detto questo non ti anticipo altro ma, nel corso della vicenda, avrai modo di imbatterti anche nella mafia italiana, in valigette contenenti armi scambiate Cina e Stati Uniti, in una storia d’amore insidiata da ricatti e dubbi morali e ancora tanto altro.

La settima fata si legge molto velocemente proprio per il continuo mutare degli eventi e l’evolversi rapido della situazione, non ci sono parti “stanche” e le 125 pagine del romanzo volano via in un attimo. Te lo consiglio soprattutto se cerchi una lettura d’evasione, che ti porti via con la sua azione, spesso frenetica, in un paese, la Cina, da noi spesso ancora considerato esotico a causa della poca conoscenza che abbiamo delle usanze e tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra.

Lo so che la copertina (la bandiera cinese, Xi Jinping in primo piano, il mirino stilizzato…) potrebbe ricordarti certi mattoni politici nostrani, cioè quei libri che ti chiedi sempre chi mai li legga ancora, stavo anche io per cadere in questo misunderstanding. Non badarci, non è così. Ho letto il romanzo in un’unica “sessione”, credo che questo possa essere già indicativo riguardo al fatto che non ti troverai di fronte a una narrazione pesante, anzi.

Curiosità, cito dalla quarta di copertina:
“Un libro stampato a Hong Kong nel 2017, in 100 copie e subito ritirate, per evitare complicazioni politiche.”
Sarà vero? Sarà marketing? Temo non lo sapremo mai.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Wild – Una storia selvaggia di avventura e rinascita” di Cheryl Strayed

Avevo ragione. Nel senso che conoscevo Wild per il film di Jean-Marc Vallée (Dallas buyers club), su sceneggiatura di Nick Hornby, con la quasi-sempre-insopportabile Reese Witherspoon e, pur non essendomi piaciuto molto, avevo intuito che dietro ci fosse una grande storia. Mi ero quindi ripromesso di leggere il romanzo di Cheryl Strayed per verificare.
Cazzo, che bel libro.

Wild racconta l’avventura dell’autrice sul Pacific Crest Trail (PCT), affrontato senza alcuna esperienza pregressa di trekking o di qualsiasi altro tipo di escursionismo. Oggi il PCT è molto conosciuto, ma all’epoca in cui lo affrontò la Strayed, nel 1994, non era così noto. Il PCT è un percorso di trekking che si snoda su suolo statunitense “vicino” (150/200 km) alla costa, dal confine del Messico a quello del Canada per 4286 km, con un altitudine variabile da 0 a 4009 metri. Chi riesce a completarlo viene definito un Thru-Hiker. Insieme all’Appalachian Trail e al Continental Divide Trail rappresenta il sogno di ogni appassionato di trekking.
La Strayed, dopo una serie di problemi personali, cominciati con la morte della madre e proseguiti con un periodo di dipendenza dalle droghe e dal sesso fino ad arrivare a un divorzio, si butta sul percorso avendo letto solamente una guida. Perderà unghie, scarpe, speranza (per poi ritrovarla) e molto altro, prima di riuscire a concludere l’impresa.

Vorrei che ti fosse ben chiaro di cosa stiamo parlando, soprattutto trattandosi di una donna sola che attraversa l’America da sud a nord. Nello specifico, infatti, il problema non sono solo gli orsi, i puma, i serpenti a sonagli e gli scorpioni, ma anche il pericolo rappresentato dal predatore più cattivo (o meglio, l’unico cattivo) del regno animale: l’uomo. Le condizioni di insicurezza sono costanti e l’autrice, come si suol dire, ha avuto i controcoglioni per affrontare questa impresa. Da qui poi si estendono altre migliaia di difficoltà, come la depurazione dell’acqua, l’assenza di cibo e di igiene, il peso dello zaino (soprannominato “Mostro” dalla Strayed). Questa è davvero un’impresa titanica.
E poi, certo, c’è tutto ciò che di positivo porta un’esperienza come questa. La condivisione con altri hiker, la visione di animali e paesaggi incredibili, il contatto diretto con la natura nella sua forma più vera e, naturalmente, la soddisfazione di mettersi alla prova e riuscire a fare qualcosa di grandioso.

Come ti ho già detto altre volte, io fatico a leggere romanzi scritti da donne, fatico a immedesimarmi nella visione femminile della vita. Non per sessismo o altre stupidate, ma semplicemente per una psicologia molto diversa, per cui immagino che, semplicemente, valga anche il contrario. Questa volta invece non ho faticato, l’ammirazione ha superato le differenze e la Strayed mi ha conquistato totalmente. Qui si parla di rinascita, di un Christopher McCandless, al femminile, che non incontra la pianta sbagliata e ha la possibilità di risorgere. Non è esattamente Into the wild certo, ma è comunque molto più Wild di quanto tutti noi saremmo disposti e capaci di affrontare. Chapeau.