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“Città delle illusioni” di Ursula Kroeber Le Guin

Di Ursula Le Guin ti avevo già parlato dopo la lettura del volumone che contiene tutta La Saga di Terramare, quando ancora l’autrice era viva. Già perché, purtroppo, la Le Guin nel frattempo è morta, per la precisione nel gennaio 2018. Vincitrice di cinque premi Hugo e sei premi Nebula, la scrittrice fa parte della storia del fantasy e della fantascienza, dove per storia si intende quel tipo di letteratura impegnata che tenta, attraverso la narrazione, di tramandare anche dei valori e dei significati altri. Insomma, ai giorni nostri, una rarità  quanto Bradbury (letto recentemente: Cento racconti – Autoantologia 1943-1980) o Asimov.

Città delle illusioni (1967) è il terzo romanzo del Ciclo dell’Ecumene (o hainita), una serie di storie ambientate in un futuro dove la specie umana si è diffusa per l’Universo e cerca di organizzarsi in una Lega chiamata “Lega di Tutti i Mondi”. L’uomo ha imparato a spostarsi a una velocità vicina a quella della luce (ma mai superiore) e ha fondato colonie che però hanno perso contatto con la propria origine, il pianeta Hain, dimenticando così la propria provenienza. In questo scenario si cerca di  riunire i pianeti sotto un unico ordine, l’Ecumene, appunto. La caratteristica interessante è che durante i viaggi a velocità straordinarie, così come ci ha insegnato Interstellar, il tempo subisce un rallentamento estremo per i viaggiatori, che si trovano quindi a dover affrontare differenze temporali enormi in pochi anni.

In Città delle illusioni un essere semi-umano esce da una foresta con la mente totalmente cancellata (il romanzo inizia così) e viene accolto da una comunità che lo rieduca dandogli un nome, Falk, e insegnandogli persino a parlare. Nel cielo volano gli aeromobili dei Shing, dittatori silenti del pianeta, che concedono una vita pacifica finché non li si contrasti. Falk deve però capire chi sia e si mette quindi in viaggio verso la città dei Shing, Es Toch. Durante il cammino incontrerà una donna, Estrel, che sembrerà aiutarlo… Mi fermo.

Come già per Terramare anche qui la Le Guin usa la storia per parlare di altro, nello specifico di razza e di diversità. E sulla bontà di tutto questo non ci sono dubbi e potremmo tranquillamente chiuderla qui.
Tuttavia Città delle illusioni è stato un romanzo che ho fatto parecchia fatica a portare avanti, non mi ha quasi mai incuriosito e procedere nella lettura è stata più un'(auto)imposizione che un piacere. Se con Terramare il confronto, ben riuscito, era con il fantasy di Tolkien qui, invece, il riferimento più immediato è quello alla lunghissima e inimitabile saga di Asimov [saga che ho iniziato leggendo tutto il Ciclo dei Robot e dell’Impero, li trovi in giro per il blog, e che porterò ovviamente avanti con la Fondazione]. E, insomma, Asimov è Asimov.

Detto questo, ho già sullo scaffale della libreria La mano sinistra delle tenebre, quarto romanzo del Ciclo dell’Ecumene (che, come avrai capito, non richiede particolare lettura cronologica) e univerasalmente noto come il capolavoro della Le Guin.
Vedremo se mi farà appassionare di nuovo.

“Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury

Questa è una di quelle occasioni in cui dovrei solo dire: «Grazie, ciao». Come posso parlarti di un’opera così completa, così mastodontica? La verità è che non lo so. Partiamo quindi proprio dalla sua mole, ragion per cui ultimamente mi hai sentito un po’ meno. 1340 pagine, cento racconti esatti scelti dallo stesso Ray Bradbury per questa autoantologia che comprende un periodo altrettanto enorme, dal 1943 al 1980. Io di Bradbury, mea culpa, avevo letto solo Il popolo dell’autunno e Ritornati dalla polvere e sono quindi giunto del tutto impreparato a questa impresa, senza sapere troppo in merito all’autore. Che botta.

Parto facendo ordine, altrimenti mi perdo, si perderebbe chiunque, credimi. Provo quindi a dividere i racconti in quattro categorie principali, così come li ha divisi il mio cervello, per farti capire cosa puoi trovare in questo libro. Ovviamente, inutile dirlo, è una divisione che va presa con le pinze per le naturali ibridazioni.

Racconti sullo spazio e sui razzi, racconti marziani
Qui convergono tutti i racconti sui viaggi spaziali. La cosa bella è che Bradbury narra spesso non tanto il viaggio di per sé quanto l’immediato arrivo sul pianeta (quasi sempre Marte) o, addirittura, si sposta in avanti con gli anni in un momento in cui il pianeta è già stato colonizzato. Attenzione però, non una colonizzazione alla Asimov, già strutturata in confederazioni, ma una colonizzazione avvenuta da poco, ancora in una fase iniziale del processo di espansione dell’uomo nello spazio. È quindi una fantascienza legata alle turbe umane, il distacco dalla Terra, la paura delle guerre lasciate alle spalle, l’isolamento e la solitudine. È come se Bradbury, per indagare l’animo dell’uomo, si spostasse su un altro pianeta, rimanendo a casa. Bellissimo anche il racconto che chiude la raccolta e parla dell’inizio dei viaggi nello spazio: La fine del principio. Tutti f-a-n-t-a-s-t-i-c-i.

Racconti “fantasiosi”, esseri strani, vampiri, volatori
Questi sono i racconti che ho potuto collegare agli altri due romanzi che ho letto dello scrittore, in particolare a Ritornati dalla polvere. Sono strani, nel senso che Bradbury racconta come se il lettore dovesse sapere già qualcosa. Scrive di vampiri, esseri volatili, famiglie di freaks con poteri particolari. Vedasi, ad esempio, Zio Einar o La ragazza che viaggiava. Sono famiglie “normali”, che si vogliono bene e vivono la vita serenamente, ma che hanno qualcosa di diverso e Bradbury ne parla come se la loro esistenza fosse del tutto logica. Siamo più vicini al fantasy/fiabesco che all’horror, non c’è paura o violenza. Qui rientra anche l’altra grande tematica, quella del Luna Park o del Circo e dei suoi lavoranti, già trattata in Il popolo dell’autunno. Anzi, il racconto La giostra nera è una vera e propria costola del romanzo.

Racconti onirici
Quelli che ho preferito di meno, anzi, se proprio devo essere sincero, non mi sono piaciuti. Forse il 5/10% della raccolta. Li definisco io “onirici” perché sono poco chiari, nebulosi. Partono da una situazione senza descriverla bene, sembrano quasi esperimenti artistico/letterari. Non mi hanno consentito di entrare in sintonia con la storia e con i personaggi. Come Il meraviglioso abito color gelato alla panna o La bottiglia azzurra. Ininfluenti su un numero di racconti così ampio, capiamoci.

Racconti concreti
Sono tutti gli altri, tutti quei racconti che non parlano di Marte, di freaks o simili. Sono i racconti classici, i miei preferiti. Spesso con questi racconti Bradbury arriva alla poesia pura, come ne Il lago, ma affronta anche i problemi relazionali di coppia (Viaggio in Messico), tanto da chiederti se scrivendoli non stesse facendo dell’autoanalisi. Potrei elencartene di stupendi, come Io canto il corpo elettrico! dove il mondo dei robot (nello specifico una nonna elettrica) si scontra con la mortalità umana facendoti porre le elementari domande sull’esistenza. Bellissimo anche Ghiaccio e fuoco che parla di uomini atterrati su un pianeta che altera la vita, creando un invecchiamento precoce (esistenza media attorno ai 10 giorni) e riportando le persone a uno stadio primitivo. Mi fermo qui.

Avrei voluto essere più specifico, per rispetto a qualcosa di grandioso, ma ho letto il tomo in un arco di tempo abbastanza lungo, tre mesi circa, alternandolo alle altre mie letture. Purtroppo ora guardo i titoli di alcuni racconti e non ricordo più esattamente di cosa parlassero. Ma ricordo dinosauri, marionette, alieni e intelligenze superiori, complicate macchine meccaniche, alterazioni temporali e tanto, tanto altro. Quello che mi resta è un incredibile viaggio nella mente di un genio, che conosciamo per Fahrenheit 451 o per Cronache marziane, ma che in realtà ha prodotto molto(issimo) altro. E mi resta la sensazione di libertà mentale, unita all’avventura e ad un pizzico di angoscia, per delle storie che per quanto vadano lontane sono sempre rimaste molto vicine al cuore e alle turbe dell’essere umano.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente un pezzo del mitico discorso di John Milton (Al Pacino) alla fine de L’avvocato del diavolo. Quando diceva: «A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti». Ecco come vedo Bradbury ora, così lontano nello spazio ma così terribilmente vicino nell’animo. Uno degli ultimi umanisti.