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“Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! He Hui. Un soprano cinese nel mondo dell’opera lirica” di Melanie Ho

Qualche secolo fa, durante i miei studi universitari, ricordo di aver sostenuto un temibile esame di storia della musica. Ovviamente, c’era una mostruosa discrepanza tra ciò che intendessi io per “storia della musica” e quello che aveva in mente il docente. Fui quindi costretto ad abbandonare momentaneamente Led Zeppelin, Rolling Stones e Black Sabbath in favore di Mozart, Beethoven, Puccini e compagnia allegra. Come compendio all’esame, oltre ai tre tomi d’ordinanza, un ancor più terrificante libricino che riassumeva tutti i librettisti d’opera, gli scenografi e altre amenità di questo tipo. In breve: un incubo.
Se devo essere sincero, da allora non ho mai approfondito la mia conoscenza della lirica, anche se lo studio si rivelò meno noioso del previsto. (Per la cronaca, era il mio primo esame e presi 28.)

Leggere questo Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! He Hui. Un soprano cinese nel mondo dell’opera lirica (a quanto pare a essere lunghe non sono solo le rappresentazioni…) di Melanie Ho mi ha quindi portato anche un certo carico di nostalgia. Per quanto l’opera lirica sia un mondo molto distante dai miei interessi, scoprire la storia della soprano cinese He Hui, mi ha fatto venire voglia di tornare indietro e affrontare i miei studi con maggiore apertura mentale (qualcuno ha una DeLorean?).

Certo, questa è una lettura destinata agli appassionati, non ci si scappa. Tuttavia la brevità della biografia, meno di cento pagine, e la semplicità con la quale è scritta, la rende godibile anche per chi, come me, è ignorante in materia. Ho scoperto, ad esempio, l’esistenza di una competizione organizzata da Placido Domingo: l’Operalia (contest che ha rappresentato un punto di svolta nella vita di He Hui). Non solo, ho rispolverato le principali opere come l’Aida, la Turandot, la Bohème, la Tosca e tante altre. Insomma ho fatto un piacevole ripasso, all’ombra dell’Arena di Verona, dove la soprano He Hui si esibisce spesso (l’introduzione del libro è di Cecilia Gasdia, soprano e sovraintendente della Fondazione Arena di Verona).

La mia competenza, come avrai capito, si limita ai fantastici duetti tra Freddie Mercury e Montserrat Caballé. Tuttavia è comprensibile anche a me quanto la lettura di questo libro sia imprescindibile per un appassionato e, probabilmente (considerati i forti legami con l’Arena), anche per un veronese.

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“Una feroce compassione” di Angelo Paratico

Una feroce compassione è il nuovo romanzo storico di Angelo Paratico (tradotto dalla sua versione inglese: The dew of Heaven). Ti avevo già parlato di Paratico in due precedenti occasioni, per l’interessantissimo saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava e per il bel thriller La settima fata. Con Una feroce compassione l’autore mescola in qualche modo i due generi, arrivando così a portare all’attenzione vicende storiche realmente accadute (e poco conosciute) attraverso una ricostruzione che poggia anche su situazioni di pura finzione.

Tutto ruota intorno al ritrovamento del diario di Gino Montecorvo, un ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 e stabilitosi poi a Macao per motivi sentimentali ed economici. La lettura del diario – da parte dei personaggi appartenenti alla parte di “fiction” del romanzo – è l’occasione per narrare un periodo storico e gli eventi che lo hanno attraversato. È una storia da noi poco nota (io, almeno, la ignoravo) che riguarda l’Olocausto sofferto dalla Mongolia a opera dei bolscevichi sovietici. Una rappresaglia di guerra che ha causato, oltre a incalcolabili perdite umane, anche lo smarrimento e la distruzione di opere sacre, libri e monasteri. Tra queste reliquie venne perso anche il Sulde, cioè l’oggetto che avrebbe dovuto contenere l’anima di Gengis Khan e conferire il potere di ricreare lo Stato mongolo… (qualcosa di simile alla Sacra Sindone ma con più superpoteri – scostandoci dal fantasy cristiano e avvicinandoci alla realtà, potrei paragonarlo al mantello di Superman).

Ciò che fa da cornice al diario è una vicenda di intrigo e spionaggio, più affine alla precedente opera di Paratico, La settima fata. Ho trovato questa soluzione molto utile a rendere la parte storica più godibile, poiché l’autore ha saputo creare un buon equilibrio tra la narrativa e la storia, dosando sapientemente intrattenimento e informazione (direi un buon 50/50). C’è quindi tutta una sottotrama di intrighi, mafie e segreti (che include anche una storia d’amore) che accompagna il ritrovamento del diario e il mistero del Sulde.

Curiosità: nell’ultima parte del romanzo si svolge un “funerale celeste“, approfonditamente descritto. Un tipo di “sepoltura” rituale tibetana che non conoscevo e che è molto lontana (è un eufemismo) dalle nostre tradizioni. Ti dico solo che gli avvoltoi si cibano del corpo del defunto… Davvero molto interessante.

Ora l’ultima domanda che mi rimane (e che porrò direttamente all’autore) è come e perché il titolo The dew of Heaven sia diventato Una feroce compassione. Alla fine anche La rugiada del Paradiso non sarebbe suonato male.

“Pilota di Stuka” di Hans Ulrich Rudel

Hans Ulrich Rudel (1916-1982), pilota della Luftawaffe, è stato il soldato tedesco più decorato durante la Seconda Guerra Mondiale e, senza girarci troppo intorno, è stato anche un personaggio da record. Qualsiasi numero lo riguardi è, semplicemente, alto. Oltre 2500 missioni, 1300 veicoli nemici distrutti, sopravvissuto a 30 abbattimenti, unico ad aver ricevuto da Hitler la “Croce di Ferro con Foglie d’oro, Spade e Diamanti” (disegnata dal Führer in persona che ha sfogato così, evidentemente, gli intenti artistici mancati: vedi Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler). Aggiungi che, nell’ultima parte della sua carriera, Rudel aveva una gamba sola e abbiamo detto tutto.
[Quasi tutto. Se sei fanatico dei numeri vai su Wikipedia: 5 mln di carburante, 1 mln di chili di esplosivo sganciato, 600k chilometri percorsi, ecc.]

Pilota di Stuka è il resoconto della sua guerra. Quella combattuta tra i cieli, in un continuo e interminabile su e giù da un aereo all’altro. Ore e ore di missioni giornaliere, interrotte solo per sostituire o riparare lo Stuka (in tedesco Sturzkampfflugzeug, letteralmente “aereo da combattimento in picchiata”) quando questo diventava inservibile a causa dei colpi nemici. Rudel era una macchina da guerra, tanto quanto i mezzi che pilotava. Unico, peraltro, a permettersi di contraddire (più volte) Hitler quando questi gli chiese di smettere di volare per diventare, in fin dei conti, un simbolo vivente della tenacia e forza tedesca, un eroe vivente a uso e consumo dei giovani da indottrinare.

Questa autobiografia è un’ottima occasione per farsi un’idea del modo di pensare “dall’altra parte” (e non solo), anche se la sensazione, leggendo, è quella di avere a che fare con un uomo che si sarebbe trovato a fare le stesse cose indipendentemente dalla “squadra” di appartenenza. Più che di un nazista si tratta infatti di un guerrafondaio, imbrigliato in ideali più grandi di lui e dettati dall’alto. Per come la vedo io, è innegabile sia stato un fuoriclasse nella sua “professione” ma, comunque, un piccolo uomo.

I valori di Rudel, i suoi ideali, sono legati a un modo di pensare che non mi appartiene. E, ripeto, non tanto perché fosse nazista, quanto perché fautore della guerra come soluzione. Resto convinto che le guerre non esisterebbero se l’essere umano fosse realmente dotato di responsabilità individuale, se non avesse bisogno di indossare l’abito delle idee di qualcun altro per poter mostrare una propria identità (che, paradossalmente, propria non è). Detto in altri termini: se l’uomo avesse il coraggio di opporsi davvero, si rifiuterebbe di imbracciare un fucile, scegliendo di rimanere con i propri cari invece di uccidere o farsi uccidere. Se l’uomo fosse intelligente, le guerre sarebbero combattute da pochi minus habens e, tra questi, ci sarebbero di certo i vari Rudel.

Il fronte che viene raccontato in Pilota di Stuka è principalmente quello russo: la lotta al bolscevismo. Il nemico è uniformato nell’unico nome di Ivan: Ivan guida il carro, Ivan combatte, Ivan pilota gli aerei. La visione semplicistica del guerrafondaio Rudel aiuta sicuramente a dimenticare che il nemico è in realtà un uomo come lui, che lascia moglie, figli, genitori, quando muore. Lo stesso Rudel, però, si indigna di fronte alla mancanza di rispetto nei confronti di chi ha perso, quando lui viene catturato a guerra terminata. Eppure, a ben pensarci, lui è solo un Adolf (consentimi questo gioco). Rudel, che non sa nulla dei campi di sterminio, o fa finta di non sapere. Che poi, se ci rifletti, in entrambi i casi ne esce al pari di un burattino privo di un proprio cervello.

Mi sono sempre chiesto quale sia il pensiero di chi accetti di combattere una guerra. In questo libro ho trovato, forse, una risposta. Rudel nomina sua moglie un paio di volte, mi pare. Ed è qui la risposta. La morte, non l’amore, guida il pensiero di una mente simile.
Una lettura, questa, che dovrebbe essere obbligatoria, perché attraverso la semplicità di uomini come Rudel (cioè la maggioranza, la massa) è possibile comprendere perché siamo una specie che merita l’estinzione.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle” di Maurizio Brunelli

Nel 2021 ricorrerà il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri e io, per rimanere “sul pezzo”, così come poco tempo fa avevo fatto per Leonardo da Vinci, mi sono letto un saggio a tema: Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle di Maurizio Brunelli (scrittore storico per passione ed esperto della figura di Cangrande). In realtà in questo testo si parla anche di molto altro, non solo del poeta fiorentino, ma ci arriveremo.

Prima però, come si fa per le malattie sui siti medici, vorrei esporti un elenco di sintomi per verificare se tu sia destinato alla lettura di questo volume. [Per inciso: io su quei siti ho sempre 9 sintomi su 10, soffro di tutte le patologie esistenti, dall’infiammazione della prostata all’ovaio policistico.]
Sarà sufficiente averne uno solo perchè tu possa procedere:

• Sei interessato alla vita di Cangrande della Scala;
• Ti piace la storia (il Medioevo, in particolare);
• Beh, anche Dante Alighieri, ovviamente;
• Vivi a Verona;
• Sei appassionato di astrologia;
• Hai difficoltà nel mantere l’equilibrio (no scusa, questo era per la labirintite, non c’entra).

Sì, io lo so che tu hai letto “astrologia” e hai subito alzato gli occhi al cielo pensando all’oroscopo di Paolo Fox, ma la situazione è in realtà un po’ più complessa rispetto a «oggi è una giornata molto buona per il Toro che potrebbe ottenere ottimi risultati professionali e incontrare la sua anima gemella».
Brunelli, infatti, tenta di capire, stimando la data di nascita di Cangrande e verificando quale possa esserne il relativo oroscopo, se un’eventuale vaticinio astrologica abbia influenzato le scelte dei Dalla Scala e, in seguito, anche quelle di Cangrande stesso. Questo perché, all’epoca dei fatti, a metà del XIII secolo, l’astrologia era tenuta molto da conto, tanto da essere insegnata nelle Università. Non è quindi da escludersi che Cangrande fosse stato designato come il prescelto per formare il Regno dell’Alta Italia (questo indipendentemente dal fatto che tu creda o meno all’oroscopo!). Cangrande che, nel corso della sua vita, oltre ad aver conquistato città e territori, ha ospitato a lungo l’esiliato Dante, meritandosi così la dedica del Paradiso, terza cantica della Divina Commedia.

La mia avversione per l’oroscopo, e per l’astrologia in generale, mi ha fatto iniziare la lettura con un cattivo presagio, ma devo dire invece che l’abbinamento funziona. Brunelli individua quelle che dovrebbero essere le caratteristiche della personalità di Cangrande, secondo l’astrologia del tempo, e le confronta con gli eventi storici di cui si ha traccia (anche grazie a scrittori meno noti dell’epoca, come Ferreto Ferreti). Il risultato è un alleggerimento che consente una lettura più fluida, anche dove, per forza di cose, la nozionistica prende il sopravvento (ricordati che si parla di un periodo di continui cambi di potere, tradimenti, guerre… e quindi di centinaia di nomi e date).
Dante accompagna e condisce il viaggio, così come ha accompagnato il Signore di Verona nel corso della sua vita e tutti quelli che l’hanno amato sui banchi di scuola (o, recentemente, in tv letto da Roberto Benigni).
Pensa, io Dante l’ho sempre detestato, ritenendolo l’Alfonso Signorini del 1300, ma questo volume te lo consiglio lo stesso. Non credo di dover aggiungere altro…

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“La settima fata” di Angelo Paratico

Di Angelo Paratico ti avevo già parlato dell’interessante saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava, dedicato al noto inventore e artista del Rinascimento. Ora, invece, ti sto per parlare de La settima fata, che non è un saggio, né uno scritto politico (a differenza di quanto la copertina potrebbe far pensare), ma un’opera di narrativa che intreccia lo spionaggio con il poliziesco, senza tralasciare una strizzata d’occhio a dei risvolti amorosi e quindi, inevitabilmente, ai relativi rapporti umani.

Raccontarti la trama di questo romanzo senza svelarne i colpi di scena è praticamente impossibile ma, come puoi facilmente immaginare dall’immagine qui sopra, c’è di mezzo l’Assassination (concedimi questa citazione dal mitico film che ho rivisto l’altra sera, con l’altrettanto mitico Charles Bronson) di Xi Jinping, il presidente della repubblica popolare cinese. Detto questo non ti anticipo altro ma, nel corso della vicenda, avrai modo di imbatterti anche nella mafia italiana, in valigette contenenti armi scambiate Cina e Stati Uniti, in una storia d’amore insidiata da ricatti e dubbi morali e ancora tanto altro.

La settima fata si legge molto velocemente proprio per il continuo mutare degli eventi e l’evolversi rapido della situazione, non ci sono parti “stanche” e le 125 pagine del romanzo volano via in un attimo. Te lo consiglio soprattutto se cerchi una lettura d’evasione, che ti porti via con la sua azione, spesso frenetica, in un paese, la Cina, da noi spesso ancora considerato esotico a causa della poca conoscenza che abbiamo delle usanze e tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra.

Lo so che la copertina (la bandiera cinese, Xi Jinping in primo piano, il mirino stilizzato…) potrebbe ricordarti certi mattoni politici nostrani, cioè quei libri che ti chiedi sempre chi mai li legga ancora, stavo anche io per cadere in questo misunderstanding. Non badarci, non è così. Ho letto il romanzo in un’unica “sessione”, credo che questo possa essere già indicativo riguardo al fatto che non ti troverai di fronte a una narrazione pesante, anzi.

Curiosità, cito dalla quarta di copertina:
“Un libro stampato a Hong Kong nel 2017, in 100 copie e subito ritirate, per evitare complicazioni politiche.”
Sarà vero? Sarà marketing? Temo non lo sapremo mai.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler” di Walter Charles Langer

Caro mio fedele lettore (come direbbe Stephen King, giusto per volare basso), parliamoci fuori dai denti perché le cose è bene dirle e dirle chiare. So bene che quando leggi che ho ricevuto un libro da una casa editrice la tua mente maliziosa e pervertita pensa “ecco, un’altra marchetta”, perché a volte lo penso anche io, quando sto dal tuo lato dello schermo (peraltro, puliscilo lo schermo, che restano le tracce delle tue visite ai siti birichini). Ma a me questo Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler di Walter Langer è piaciuto davvero, ti diro di più, l’ho trovato stracazzutamente interessante (l’ho letto in due giorni).

Parto subito dal pregio di questo libro: mi ha raccontato delle cose che non sapevo. Se consideri quante pubblicazioni sono state fatte sul Führer e sul nazismo, quanti documentari (pensa solo all’Istituto Luce), quanto lo si è studiato a scuola, non è cosa da poco. Questo libro parla di Hitler, ma non l’Hitler che tutti conosciamo (di cui ne abbiamo le palle piene e che ci fa cambiare canale), parla di Hitler come persona, come essere umano. Ne indaga i comportamenti, la storia familiare, le turbe emotive. Tu lo sapevi che Hitler è stato praticamente un mendicante per diversi anni? Io no.

Ma partiamo dall’inizio. Walter Charles Langer riceve l’incarico da William Donovan (direttore dell’Office of Strategic Services statunitense, poi divenuto CIA) di effettuare uno studio psicologico su Hitler, basandosi sui dati conosciuti, le immagini e le testimonianze di persone che avevano avuto modo di frequentare il Führer. Langer, vicino a Freud, è conscio di quanto sia difficile esaminare un paziente “senza il paziente” (e lo ammette da subito, dato apprezzabile), ma ce la mette tutta e, nel 1943, con Hitler ancora vivo, scrive questo testo come relazione finale, pronosticando peraltro il probabile suicidio del dittatore.

Langler scinde in due la personalità di Hitler, analizzando come i traumi subiti nell’infanzia, tra cui una forte condizione edipica vissuta malissimo, l’abbiano portato a diventare (nell’apparenza) il Führer, ossia la proiezione di quello che, per l’Hitler persona, sarebbe il vero uomo a cui tutti dovrebbero ispirarsi. Per arrivare a questa deduzione (che lui ovviamente spiega meglio e molto più dettagliatamente di come abbia fatto io) Langler passa in rassegna tutti i momenti significativi della vita di Adolfino (scusami, ma dopo la lettura Hitler mi appare come un tipo insicuro, da qui il diminutivo). Oltre che in famiglia, viene quindi descritto l’atteggiamento di Hitler a scuola, nell’esercito e poi per strada, quando tentava di vendere i suoi dipinti in preda ai morsi della fame. Si parla di presunte perversioni (sarò esplicito: Hitler che si fa defecare in bocca), fortissime insicurezze, omosessualità, masochismo, spiccata tendenza alla sottomissione (sì, proprio la sua!) e davvero tanto altro. Ne esce un Hitler frignone, timido, impacciato, insicuro, che cerca di auto-caricarsi creando una figura che non gli appartiene e di cui è vittima, una vera e propria schizofrenia che lo vede saltare da pianti isterici a diaboliche crudeltà, praticamente autoimposte, per esternare al mondo una forza che in realtà non possiede.

È lo stesso Langer che sostiene (e qui l’ho aprezzato moltissimo) che lo studio su Hitler sia necessario, ma che sarebbe altrettanto necessario uno studio su tutta la popolazione che l’ha seguito. Ed è qualcosa di innegabile. Dire che Hitler sia stato il Male è semplice, troppo, ed è una bugia. Hitler era solo un uomo (un piagnone, ora che lo so), schizzato, con i baffi. Senza il Male vero, quello che alberga nell’Uomo in quanto tale e in tutta la nostra specie, non sarebbe arrivato da nessuna parte. Come sempre, puntare il dito è la cosa più facile che si possa fare, e anche la più ipocrita. Ecco, forse il pregio maggiore di Langer è quello di riportarti a vedere la piccolezza della persona Hitler, e di conseguenza costringerti a riflettere su chi sia il vero colpevole di quanto successo in quegli anni. Questo, negli studi scolastici preconfezionati, non lo fa mai nessuno.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“L’Altalena di Apollinarija” di Ciriaco Offeddu

Se cerchi traccia di “roba russa” su questo blog non troverai molto. Credo che la cosa più vicina alla Russia che tu possa incontrare sia Putin – Vita di uno zar, di cui ti ho parlato qualche anno fa. In realtà, anche a livello cinematografico, non ho mai frequentato l’ambiente, se non per la doverosa visione de La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (che, ricordiamolo, dura poco meno di un’ora e mezza, a dispetto della fama che lo circonda). Figurati che anche tra i film spacconi e anabolizzati degli anni ’80 (quelli con Schwarzenegger o Stallone, per capirci) Danko non è mai stato tra i miei preferiti. Certo, tra poco mi dedicherò alla Trilogia siberiana di Nicolai Lilin, ma devo ammettere che non ho mai prestato attenzione ai grandi classici russi, cioè a Tolstoj, Gogol’ e, appunto, Dostoevskij.

Questo L’Altalena di Apollinarija di Ciriaco Offeddu si apre con un sottotitolo che dice:

Chi ha ucciso Dostoevskij? Erotismo, spionaggio, amore e letteratura nella Russia di fine Ottocento.

Quindi capisci che non è proprio il mio pane… (anche se non cita Danko!)

Come avrai facilmente intuito, il romanzo gravita attorno alla figura di Fyodor Dostoevskij e della sua amante (un po’ puttana, diciamolo) Apollinaria Prokofyevna Suslova. L’altalena del titolo non è null’altro che una sex machine, strumento che consente di avere rapporti sessuali mantenendo la donna in sospensione (te lo dice uno che ha un discreto grado di competenza), passione erotica della Suslova, la quale non perde occasione di accoppiarsi come un istrice in calore con qualsiasi cosa respiri. Il povero Dostoevskij non può che mal sopportare la situazione (cioè il peregrinare della sua amante di caz.. ehm, di fiore in fiore) fino allo sfinimento, che esorcizza infilando Apollinaria nei suoi romanzi e facendola diventare la sua musa distruttrice.
Nel frattempo la polizia segreta dello zar sta compiendo un’indagine approfondita per capire se gli intellettuali della Russia di fine Ottocento siano complici dell’avverarsi della Grande Profezia, cioè la fine del regno degli zar, il gggomplotto, la rivoluzione. Ovviamente è un’indagine “alla russa”, cioè compiuta utilizzando interrogatori e terrore, oltre che con eliminazioni fisiche. E poi c’è questo sospetto che Dostoevskij sia stato ucciso…

Tutto il romanzo è scritto in chiave neo situazionista, cioè nell’impossibilità di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario. La storia è quindi mescolata alla finzione, ed è (quasi) impossibile capire dove si fermi la cronaca vera e cominci l’immaginario. Certo, ovviamente questa difficoltà decade nelle frequenti parti erotiche del racconto, che restano però lì a metà tra un semplice accenno e un esplicito De Sade (in pratica mai abbastanza da scatenarti una festa nelle mutande, ma sufficienti a desiderarla, la festa).
E no, anche se è il secondo romanzo di seguito che leggo (dopo Donne di Bukowski) con espliciti riferimenti sessuali non sto diventando un imperterrito onanista.

Ho letto questo libro, circa 200 pagine, in soli tre giorni. Questo perché la scrittura è coinvolgente e soprattutto divertente, ironica e, a tratti, volutamente grottesca nelle scene di sesso. Tuttavia non credo di averlo apprezzato appieno, probabilmente perché non conosco realmente Dostoevskij e la letteratura russa, come ti dicevo. Certo, i riferimenti sono molti e anche ben spiegati, tuttavia penso rimanga una lettura per chi abbia una buona conoscenza di Dostoevskij (ok, ti prometto che leggerò almeno Le notti bianche) e quindi te lo consiglio solo se la letteratura russa è tra le tue passioni.
Chissà, forse lo riprenderò in mano quando avrò colmato il vuoto.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“1936. Le Olimpiadi di Hitler. I fatti.” di John R. Webb

Nel leggere questo 1936. Le Olimpiadi di Hitler. I fatti. di John R. Webb sono stato preso da una certa nostalgia verso il passato. Ok, aspetta, così non suona benissimo… Rifaccio.

Era il lontano e misterioso 1734 e io, giovinetto dalle belle speranze, frequentavo il corso di Storia del Cinema all’Università. Rimembro, come fosse ieri, la passione che pervadeva il mio animo nell’approfondire la magia dell’immagine in movimento, dai Lumière a Méliès…
Ho esagerato di nuovo, ricomincio.

Insomma: io nel leggere il nome di Leni Riefenstahl mi sono ritrovato di colpo a pensare a quei venerdì mattina passati a vedere i grandi classici della storia del Cinema nell’aula di proiezione. Ero molto più giovane e potevo dedicarmi a cose davvero interessanti (cose diverse dal lavoro, per capirci…). Tra queste proiezioni c’era, appunto, Olympia, il documentario della nota regista sui Giochi Olimpici nella Germania di Hitler. Un documentario all’avanguardissima per quanto riguarda la tecnologia, grazie anche alle cospicue disponibilità economiche concesse alla Riefenstahl dal Reich, che desiderava fare di quest’opera il manifesto della potenza tedesca. Webb, nel libro, parla anche di Olympia, tra le altre cose, e mi ha quindi suscitato un certo amarcord.

Ma veniamo al libro. 111 pagine che si leggono molto velocemente, meno di un paio d’ore, anche perché arricchite da moltissime fotografie e immagini dell’epoca, oltre a tabelle con i medaglieri, ecc. È uno scritto fortemente informativo, ricco di aneddoti e dettagli che spesso cadono in secondo piano, messi in oscurità dai fatti che tutti invece conosciamo. Ma ti faccio un esempio pratico così ci capiamo.

Tutti conosciamo la vicenda di Jesse Owens, l’atleta statunitense afroamericano (è questo il termine “di moda” socialmente corretto oggi, giusto?). Si dice che Hitler si sentì umiliato e reagì con rabbia alle continue vittorie di Owens e che non lo salutò nemmeno. Una superficiale ricerca online lo conferma. Webb, invece, riporta come Owens fu assolutamente soddisfatto dell’accoglienza tedesca e che addirittura conservò nel portafoglio una foto di Hitler autografata (donatagli dal Führer in persona). Fu in realtà Roosevelt che non saluto l’atleta al ritorno negli Stati Uniti, per non perdere l’elettorato del sud (fortemente razzista). Se ci si pensa bene, infatti, era negli Stati Uniti che i bianchi erano separati dai neri nei servizi pubblici, quindi tutto torna (Owens dice: «Era nel mio Paese che non potevo salire davanti, in autobus, non in Germania»).
Webb in questo libretto scava oltre la superficie, dicendo le cose che nessuno vuole sentire. Siamo talmente abituati ad additare la Germania di Hitler come “il cattivo” della storia (cosa indubbia, chiariamoci) da dimenticare tutto quello che c’era intorno. Il silenzio, l’omertà, seguiti poi dall’accusa pubblica e il dito puntato, che toglie le colpe agli accusatori. Ma, per dirla con una metafora dei giorni nostri, dietro al bullo c’è anche chi ride del bullizzato, chi non fa nulla, chi si gira dall’altra parte.
È un poco come il problema della terminologia (la visione superficiale e lavacoscienze che abbiamo del mondo). Il problema di sporco negro, non è mai stato la parola negro, ma la parola sporco. Eppure si passa da negro a nero, poi da nero a colorato, poi da colorato a afroamericano… Come se questo risolvesse le cose. Qualcuno si è mai sentito offeso ad essere chiamato bianco? Eppure nero è offensivo, non si può usare. Molto comodo, per sentirsi meglio. Un po’ come dire: «È solo colpa di Hitler».
La finisco qui.

Ritornando a 1936. Le Olimpiadi di Hitler. I fatti. si parla anche di molti altri atleti. Tipo di Dora Ratjen, atleta tedesca rivelatasi poi essere un uomo (questa storia non la conoscevo), di Gretel Bergmann, dell’italiana Ondina Valla, ecc. C’è anche tutto un approfondimento sul Saluto Olimpico (poi vietato perché troppo simile a quello fascista) e sulle innovazioni nate durante quelle Olimpiadi che sono successivamente divenute la consuetudine fino ai giorni nostri, come la campana e la torcia olimpica. Ovviamente è anche analizzato il fallito tentativo di boicottaggio, con tutti i retroscena e le incoerenze che lo hanno caratterizzato.

Insomma, leggendo questo libro ho scoperto (e riscoperto) un sacco di cose scopate sotto lo zerbino della storia, grazie a un punto di vista nuovo, sicuramente meno perbenista. Ma tanto non è cambiato nulla, come sempre la storia si ripete, l’importante è far finta di non sapere quello che accade e mostrarsi indignati DOPO (vedi Fuga dal campo 14 e la Corea del Nord).

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.
(D’ora in poi ti indicherò sempre quando il libro di cui ti parlo è stato ricevuto in omaggio, per trasparenza. Ma tanto lo sai che non sono corruttibile).

“Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava” di Angelo Paratico

Il 2 maggio 2019 si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519). Sinceramente, se escludiamo la Gioconda, il Cenacolo e gli schizzi delle macchine volanti, non posso (o meglio, non potevo) dirmi un grande conoscitore dell’artista/scienziato/inventore. Pessimamente nella media, le mie conoscenze si limitavano a quanto assorbito per osmosi da Il codice da Vinci di Dan Brown (e sì, anche dal mitico Hudson Hawk – Il mago del furto con Bruce Willis), del tutto dimentico degli esami universitari dati.
Ora ho rimediato, con solo mezzo millennio di ritardo.

Ti dirò la verità, riguardo a questo Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (Gingko Edizioni): ero scettico. Uno scetticismo nato proprio dalla mia scarsa conoscenza su Leonardo. Già, perché mi sono detto, se devo leggere un libro su Leonardo tanto vale partire da qualcosa di generico, e non da un testo che desideri dimostrare delle tesi (come si evince dal titolo). Per semplicità mia, capiscimi, è come se per studiare la vita di Kennedy partissi da una biografia che sostenga non sia stato Oswald a sparare. E invece sono stato piacevolmente sorpreso.

Ma torniamo al titolo, appunto.
L’autore, Angelo Paratico, dalle prime pagine sostiene che la madre di Leonardo potesse essere una schiava tartara (termine con cui si definivano praticamente tutte le schiave provenienti da oriente) e che, anche a causa di queste origini umili, Leonardo abbia sempre rincorso un bisogno estremo di dimostrare la propria grandezza sia a sé stesso che al prossimo, soffrendo così di insoddisfazione cronica (e da qui: psicotico). Tutto molto interessante ma, per uno come me (ignorante in materia), poco utile. Ed è qui che il libro, nella sua importante mole di 360 pagine, mi ha sorpreso. Per dimostrare queste teorie, infatti, Paratico ricostruisce tutto il contesto storico per filo e per segno, riportandoti in un’Italia di signorie, epidemie, schiavismo (ebbene sì, in Italia), inciuci di palazzo e quant’altro. La vita di Leonardo viene passata al microscopio, ricostruita fin dagli avi e niente è trascurato.

Sai che sono un tipo pratico, quindi lungi da me addentrarmi nei dettagli del volume (mi perderei perché sono davvero molti, talvolta forse troppi) ma ti offro qualche esempio molto semplice. Sai come funzionava lo schiavismo in Italia nel XV secolo? Conosci i tratti orientali presenti nelle opere di Leonardo e le influenze orientali nel Rinascimento in generale? Sai che Leonardo era vegetariano e che scriveva al contrario? Hai idea di come l’omosessualità fosse affrontata in quel periodo? Pensi che persino tua nonna potrebbe essere il soggetto misterioso nascosto dietro alla Gioconda?
Ecco, dopo la lettura avrai tutte queste risposte e molto di più.

Credo in definitiva che non ci si debba troppo soffermare sulle tesi dell’autore, o che comunque non debbano essere considerate permeanti l’intero volume, poiché vengono esplicitate solo a margine di un’analisi esaustiva del personaggio e del contesto, ed è questo che mi è piaciuto maggiormente. Mi è parso per un po’ di camminare tra le botteghe nelle vie di Firenze e, soprattutto, ho colmato molte mie lacune sia su Leonardo in particolare che sul periodo del Rinascimento in generale.

E lo so che stai ancora storcendo il naso, ti vedo, cazzone. Che dici: «Sì, adesso vien fuori che anche Leonardo è Made in China». Premesso che identificare Cina = bassa qualità nasca da una visione miope (dovuta al fatto che TU compri solo articoli plasticosi da un euro da Cinciampai all’angolo), mi pare che questa opinione da tifoseria da stadio possa essere superata. (Chissà quante cose cinesi “assembled in Germany” hai in casa, di cui vai fiero, ri-cazzone). In Cina, e in oriente in generale, le arti ci sono sempre state, svegliati.

Non credo avrò bisogno di leggere altro su Leonardo Da Vinci, mi sento soddisfatto così, e questo è un dato abbastanza indicativo.
Ed ora, per non spaventarti troppo (che poi ti scoppia il cervello) e tornare alla narrativa, sappi che sto finendo I quarantanove racconti di Hemingway. Non è certo Il vecchio e il mare, ma non ti dico altro…