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“Questioni di culo – Guida ragionata all’uso di un vecchio tabù nel linguaggio figurato” di Samuel Ghelli

Va detto subito che questo libro ha una copertina geniale. #🍑, aggiungerei. Ok, un po’ di storia recente, così ci capiamo… L’emoji della pesca utilizzata da Apple aveva una forma vagamente “chiappesca”, tanto da farla diventare il simbolo dei glutei nella maggior parte dei social. Non ci credi? Prova a digitare #🍑 su Instagram. Ti uscirà una collezione di terga femminili, facilmente accompagante da qualche frase filosfica (del tipo «Guardate che bel culo che ho, però sono una persona profonda»). Successivamente Apple ha aggiornato i suoi sistemi e la pesca è stata vagamente albicocchizzata, perdendo la propria ambiguità. È scoppiata la rivoluzione online – tutti rivolevano la pesca osé – e Apple è tornata sui suoi passi. La copertina di Questioni di culo, di Samuel Ghelli, richiama volutamente il nuovo “frutto proibito”. Geniale, appunto.

hashtag pesca

Cos’è, dunque, Questioni di culo? È un enciclopedico riassunto, diviso per 35 aree tematiche, di tutti i modi di dire che hanno a che fare con una delle “parolacce” più utilizzate dagli italiani (tanto che ormai, pensare a culo come a una parolaccia, suona quasi anacronistico). È un libro divertente, molto, ma non stupido, e qui sta la sua intelligenza. L’ironia e il sarcasmo, con i quali Ghelli (professore di Italian Studies presso la City University of New York) spiega da dove derivino i vari costrutti, nulla tolgono alla precisione delle spiegazioni stesse, che spesso affondano le radici nella storia della nostra lingua e dei nostri autori più noti (uno tra tutti, Dante).

Tu avevi idea di quante locuzioni contengano la parola culo? Io no, ma sono tantissime. Potrei citartene decine tra quelle più note (lo stesso vaffanculo, il non muovere il culo o il conosciutissimo culo e camicia), ma lo cosa per me più interessante è stata scoprire quei modi di dire che non conoscevo, vuoi perché un po’ datati o perché specifici di aree geografiche diverse dalla mia. Fare il callo al culo come le bertucce. Ritornare il peto in culo. Avere il culo cotto nei ceci rossi. E via dicendo…

Ti avviso, però, devi accettare di mettere temporaneamente da parte il politically correct. Che la maggior parte dei detti culiani abbia un qualche legame con le pratiche sessuali (volute, non volute, desiderate, temute…) è un dato di fatto che non si può negare. È così e basta. Lo stesso vaffanculo, a guardare bene, di politically correct non ha proprio nulla. Ecco, ti ho avvisato. Forse, se sei un purista del perbenismo, potresti trovare alcune molte parti del testo “fastidiose” (per dirne una: l’area tematica legata all’omosessualità). Per me non è stato così, perché non è rinnegando il passato che si cambia il futuro. Ma qui il discorso si farebbe troppo ampio e io adesso… ho le formiche al culo.

Ho letto Questioni di culo seguendo il suggerimento dell’autore nell’introduzione: mi sono mosso in ordine sparso, secondo curiosità. In realtà, l’ho anche alternato ad altri libri che sto leggendo. Funziona, è un ottimo passatempo letterario da infilare quando hai solo cinque minuti liberi. Mi ha divertito? Sì. Potrebbe essere un buon regalo, invece della solita bottiglia di vino, per non presentarsi a una cena a mani vuote. Certo, chi ti ospita dovrebbe essere un esperto di… libri, ovvio.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“La selva oscura” di Upton Sinclair

Nel 1904 il giornalista Upton Sinclair pubblica una serie di articoli su un settimanale socialista, una vera e propria inchiesta sui macelli di Chicago, dove viene “prodotta” quasi tutta la carne destinata a sfamare il popolo americano. Nel 1906, forse fiutando l’affare, Sinclair trasforma gli articoli nel romanzo La selva oscura (The Jungle), che diventa un best seller internazionale e viene tradotto in 27 lingue. Il romanzo avrà una potenza tale da causare l’approvazione del Federal and Drugs Act (una legge per il controllo della carne) da parte del Congresso degli Stati Uniti, sotto la spinta del presidente Roosvelt.

Sinclair racconta la vita di Jurgis Rudkus che, insieme alla  famiglia, giunge negli USA dalla Lituania, in cerca di fortuna. I sogni di felicità e richezza di Jurgis crollano presto, quando si ritrova a Chicago a mendicare un lavoro sottopagato nella zona a più altra intensità di macelli d’America. Lì Jurgis impara cosa sia l’umiliazione, scopre lo sfruttamento dei lavoratori e la sua vita diviene un vero e proprio incubo, al pari di quella di tutti gli altri uomini e donne macellati (appunto) dal meccanismo del profitto a ogni costo.

Parlarti, in poche righe, di ciò che descrive Sinclair in più di 500 pagine è praticamente impossibile. La selva oscura devve essere letto, per essere compreso. Sinclair non ha la delicatezza di Steinbeck, che in Furore lasciava la maggior parte dello schifo all’immaginazione, lui vuole mostrarti le cose così come stanno, senza addolcire la pillola. Bambini che affogano in fiumi di fango, mogli che si prostituiscono per salvare il posto di lavoro dei mariti, corruzione, licenziamenti causa infortunio (senza alcuna tutela), persone che rovistano nelle discariche, malattie, carne putrefatta immessa sul mercato. Questo è The Jungle.

Forse te lo devo ripetere, La selva oscura è un romanzo di 115 anni fa. Mi fa sempre molta impressione leggere libri così vecchi, che nulla hanno da invidiare a testi contemporanei, sia per quanto riguarda il linguaggio che per i temi trattati; l’incredibile capacità degli scrittori statunitensi (vedi John Fante) di rimanere attuali e fruibili, a differenza, purtroppo, di molti autori italiani. Sinclair non è da meno e riesce benissimo – anche a distanza di un secolo – a sconvolgerti e, infine, a farti arrabbiare.

Già, perché non è cambiato nulla. In tutti questi anni non abbiamo imparato a ragionare come specie, abbiamo solo vestito i problemi con altri tessuti, ma l’essere umano è rimasto un animale individualista, involuto, e per questo destinato all’estinzione. Detto in altri termini: scopiamo la polvere sotto un altro tappeto, aspettando sempre che sia qualcun altro a scoprire come non crearla, quella polvere, evitando così il peso della responsabilità. Oggi i lavoratori non sono più sfruttati a Chicago, ma in zone del mondo che non vediamo (o che non vogliamo vedere). E noi compriamo, compriamo, compriamo… oggetti che non ci servono, prodotti dove una donna, se incinta, viene licenziata o dove un bambino viene messo in catena di montaggio. Prodotti dove i diritti umani vengono calpestati, ora come allora, in favore di un prezzo finale più economico. È la nostra società del superfluo, che paga in saldo con il sangue degli altri, sacrificando l’unico vero bene dal valore incommensurabile: il tempo.

Qualche sera fa ho guardato Cowspiracy su Netflix, un documentario, prodotto da Leonardo di Caprio, sull’allevamento intensivo. Te lo consiglio vivamente. Ti renderai conto che, anche da questo punto di vista, siamo rimasti fermi. Le associazioni che si occupano dell’ambiente sono le prime a non parlare degli effetti devastanti dell’industria del bestiame, puntando tutto sul tema economicamente più “facile” del risparmio energetico. I primi finanziatori di queste associazioni sono i produttori di carne… è ancora il denaro a comandare, non la salute. Forse (forse) non mangiamo più carne marcia, come ai tempi di Sinclair, ma qual è la differenza se la carne che mangiamo avvelena l’aria che respiriamo? O se, questa carne, è imbottita di farmaci? Cosa cambia, dal momento che l’Organizzazione Mondiale di Sanità ha classificato le carni lavorate come cancerogene al pari del fumo di sigaretta? Nulla.

Te lo dico, a scanso di equivoci: non sono vegetariano, vegano o rettiliano. Quando vedo un hamburger comincio a sbavare come il cane di Pavlov. Tuttavia credo sia arrivato il momento di porsi delle domande, curare le cause del malessere, non più i sintomi. Questo sia dal punto di vista economico che da quello alimentare. Continuiamo ad approcciare i problemi in modo politico, neanche fossimo allo stadio a tifare per la squadra del cuore. Parlare di padroni e di oppressi, come se fossero categorie distinte e contrapposte, di partiti e di politicanti, è qualcosa che si poteva fare ai tempi di Sinclair. Oggi è semplicemente primitivo ragionare a compartimenti stagni. Dobbiamo evolverci, ora, passare a un nuovo livello di organizzazione, ripeto, come specie.

Quando leggo libri come La selva oscura, vorrei che un domani l’Uomo potesse prenderli in mano e utilizzarli quali esempi del prima, ma non credo che succederà. Siamo in grado di immaginare in grande, a volte, ma la nostra natura è limitata. Penso sempre agli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che atterrano e cercano un mezzo di comunicazione, nella loro immensa superiorità da viaggiatori interstellari. Noi non potremo mai essere come loro. Noi saremmo lì a venderci le tutine spaziali con lo sponsor, a decidere se il viaggio sia vantaggioso a livello economico e a fare a gara per “chi arriva prima”.  Siamo ancora fermi, vorrei dire “al 1906”, ma la verità è che non ci siamo mai mossi.

 

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“La vendetta di Seneca” di Vincenzo Gueglio

Leggere questo La vendetta di Seneca, di Vincenzo Gueglio, è stato come fare un viaggio nel tempo. Mi sono trovato catapultato in un’epoca buia, caratterizzata da un costante clima di paura, dove il potere tirannico veniva esercitato con crudeltà e senza alcun rispetto nei confronti dei “sudditi”. Erano gli anni attorno al 2000 (d.C.) e frequentavo il Liceo Scientifico: un’esperienza a tutti gli effetti terrificante. Tra le ore più temibili c’erano quelle di latino (una lingua a me ignota, soprattutto nel triennio) e quelle di filosofia (forse un po’ meno temibili, dai, dipendeva molto dall’insegnante). Ed è per questo che, rispolverando titoli di datata memoria – come il De brevitate vitae e l’Apokolokýntosis – ho rischiato di rimanerci. Seriamente.

La vendetta di Seneca è un romanzo colto, coltissimo, colterrimo. Su questo non ci piove. La competenza di Gueglio è tale da riportarti davvero nell’Antica Roma (oltre che su quel dannato banco), sia per quanto riguarda la vera e propria ricostruizione storica, che per lo stile di scrittura, che ricalca la lingua dell’epoca. Mentre leggi hai la sensazione di camminare al fianco di Seneca, di sentire i rumori e i dialoghi che riempiono le strade della capitale.

Seneca è sospettato di fare parte della congiura di Pisone ai danni di Nerone. Condannato a morte, il filosofo viene rilasciato dopo due settimane di durissima detenzione nel Tulliano (non sto neanche a spiegarti cosa sia, se non lo conosci questo libro non fa per te). Seneca si incammina verso casa, sapendo che l’indomani verrà ucciso. Il cammino che lo divide dalla sua abitazione, e dalla moglie Paolina, è un cammino fisico, ma anche filosofico. Lungo la strada, l’uomo si interroga sulla propria vita, sulle scelte fatte e sugli ideali seguiti, domandandosi quanto il suo credo filosofico “regga” con l’approssimarsi della morte e quanto lui sia davvero capace di accettare il proprio destino, senza tentare, appunto, un’ultima vendetta nei confronti dell’ex allievo, ora tiranno, Nerone.

Oltre al romanzo, il libro contiene anche: un’appendice, Seneca secondo Boccaccio (un commento di Boccaccio alla Divina Commedia di Dante, con riferimento a Seneca); un’interessante postfazione di Sergio Audano, che ti consiglio di leggere prima del romanzo (per fare un ripasso di storia); un Indice dei nomi e delle cose notevoli, cioè un elenco dettagliato dei personaggi e dei luoghi (in pratica le “note”).

Come avrai capito, La vendetta di Seneca non è un romanzo per tutti, anche se, a ben guardare, tratta un tema abbastanza universale: quello della coerenza. Nello specifico, la capacità di essere fedeli a sé stessi e alle proprie idee anche di fronte alla morte. Ora credo che sia venuto il momento di ripassare filosofia… leggendo questo libro mi sono accorto di ricordare molto, molto poco di quella che è una materia fantastica (sempre che non te la facciano odiare a scuola).

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! He Hui. Un soprano cinese nel mondo dell’opera lirica” di Melanie Ho

Qualche secolo fa, durante i miei studi universitari, ricordo di aver sostenuto un temibile esame di storia della musica. Ovviamente, c’era una mostruosa discrepanza tra ciò che intendessi io per “storia della musica” e quello che aveva in mente il docente. Fui quindi costretto ad abbandonare momentaneamente Led Zeppelin, Rolling Stones e Black Sabbath in favore di Mozart, Beethoven, Puccini e compagnia allegra. Come compendio all’esame, oltre ai tre tomi d’ordinanza, un ancor più terrificante libricino che riassumeva tutti i librettisti d’opera, gli scenografi e altre amenità di questo tipo. In breve: un incubo.
Se devo essere sincero, da allora non ho mai approfondito la mia conoscenza della lirica, anche se lo studio si rivelò meno noioso del previsto. (Per la cronaca, era il mio primo esame e presi 28.)

Leggere questo Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! He Hui. Un soprano cinese nel mondo dell’opera lirica (a quanto pare a essere lunghe non sono solo le rappresentazioni…) di Melanie Ho mi ha quindi portato anche un certo carico di nostalgia. Per quanto l’opera lirica sia un mondo molto distante dai miei interessi, scoprire la storia della soprano cinese He Hui, mi ha fatto venire voglia di tornare indietro e affrontare i miei studi con maggiore apertura mentale (qualcuno ha una DeLorean?).

Certo, questa è una lettura destinata agli appassionati, non ci si scappa. Tuttavia la brevità della biografia, meno di cento pagine, e la semplicità con la quale è scritta, la rende godibile anche per chi, come me, è ignorante in materia. Ho scoperto, ad esempio, l’esistenza di una competizione organizzata da Placido Domingo: l’Operalia (contest che ha rappresentato un punto di svolta nella vita di He Hui). Non solo, ho rispolverato le principali opere come l’Aida, la Turandot, la Bohème, la Tosca e tante altre. Insomma ho fatto un piacevole ripasso, all’ombra dell’Arena di Verona, dove la soprano He Hui si esibisce spesso (l’introduzione del libro è di Cecilia Gasdia, soprano e sovraintendente della Fondazione Arena di Verona).

La mia competenza, come avrai capito, si limita ai fantastici duetti tra Freddie Mercury e Montserrat Caballé. Tuttavia è comprensibile anche a me quanto la lettura di questo libro sia imprescindibile per un appassionato e, probabilmente (considerati i forti legami con l’Arena), anche per un veronese.

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“Una feroce compassione” di Angelo Paratico

Una feroce compassione è il nuovo romanzo storico di Angelo Paratico (tradotto dalla sua versione inglese: The dew of Heaven). Ti avevo già parlato di Paratico in due precedenti occasioni, per l’interessantissimo saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava e per il bel thriller La settima fata. Con Una feroce compassione l’autore mescola in qualche modo i due generi, arrivando così a portare all’attenzione vicende storiche realmente accadute (e poco conosciute) attraverso una ricostruzione che poggia anche su situazioni di pura finzione.

Tutto ruota intorno al ritrovamento del diario di Gino Montecorvo, un ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 e stabilitosi poi a Macao per motivi sentimentali ed economici. La lettura del diario – da parte dei personaggi appartenenti alla parte di “fiction” del romanzo – è l’occasione per narrare un periodo storico e gli eventi che lo hanno attraversato. È una storia da noi poco nota (io, almeno, la ignoravo) che riguarda l’Olocausto sofferto dalla Mongolia a opera dei bolscevichi sovietici. Una rappresaglia di guerra che ha causato, oltre a incalcolabili perdite umane, anche lo smarrimento e la distruzione di opere sacre, libri e monasteri. Tra queste reliquie venne perso anche il Sulde, cioè l’oggetto che avrebbe dovuto contenere l’anima di Gengis Khan e conferire il potere di ricreare lo Stato mongolo… (qualcosa di simile alla Sacra Sindone ma con più superpoteri – scostandoci dal fantasy cristiano e avvicinandoci alla realtà, potrei paragonarlo al mantello di Superman).

Ciò che fa da cornice al diario è una vicenda di intrigo e spionaggio, più affine alla precedente opera di Paratico, La settima fata. Ho trovato questa soluzione molto utile a rendere la parte storica più godibile, poiché l’autore ha saputo creare un buon equilibrio tra la narrativa e la storia, dosando sapientemente intrattenimento e informazione (direi un buon 50/50). C’è quindi tutta una sottotrama di intrighi, mafie e segreti (che include anche una storia d’amore) che accompagna il ritrovamento del diario e il mistero del Sulde.

Curiosità: nell’ultima parte del romanzo si svolge un “funerale celeste“, approfonditamente descritto. Un tipo di “sepoltura” rituale tibetana che non conoscevo e che è molto lontana (è un eufemismo) dalle nostre tradizioni. Ti dico solo che gli avvoltoi si cibano del corpo del defunto… Davvero molto interessante.

Ora l’ultima domanda che mi rimane (e che porrò direttamente all’autore) è come e perché il titolo The dew of Heaven sia diventato Una feroce compassione. Alla fine anche La rugiada del Paradiso non sarebbe suonato male.

“Pilota di Stuka” di Hans Ulrich Rudel

Hans Ulrich Rudel (1916-1982), pilota della Luftawaffe, è stato il soldato tedesco più decorato durante la Seconda Guerra Mondiale e, senza girarci troppo intorno, è stato anche un personaggio da record. Qualsiasi numero lo riguardi è, semplicemente, alto. Oltre 2500 missioni, 1300 veicoli nemici distrutti, sopravvissuto a 30 abbattimenti, unico ad aver ricevuto da Hitler la “Croce di Ferro con Foglie d’oro, Spade e Diamanti” (disegnata dal Führer in persona che ha sfogato così, evidentemente, gli intenti artistici mancati: vedi Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler). Aggiungi che, nell’ultima parte della sua carriera, Rudel aveva una gamba sola e abbiamo detto tutto.
[Quasi tutto. Se sei fanatico dei numeri vai su Wikipedia: 5 mln di carburante, 1 mln di chili di esplosivo sganciato, 600k chilometri percorsi, ecc.]

Pilota di Stuka è il resoconto della sua guerra. Quella combattuta tra i cieli, in un continuo e interminabile su e giù da un aereo all’altro. Ore e ore di missioni giornaliere, interrotte solo per sostituire o riparare lo Stuka (in tedesco Sturzkampfflugzeug, letteralmente “aereo da combattimento in picchiata”) quando questo diventava inservibile a causa dei colpi nemici. Rudel era una macchina da guerra, tanto quanto i mezzi che pilotava. Unico, peraltro, a permettersi di contraddire (più volte) Hitler quando questi gli chiese di smettere di volare per diventare, in fin dei conti, un simbolo vivente della tenacia e forza tedesca, un eroe vivente a uso e consumo dei giovani da indottrinare.

Questa autobiografia è un’ottima occasione per farsi un’idea del modo di pensare “dall’altra parte” (e non solo), anche se la sensazione, leggendo, è quella di avere a che fare con un uomo che si sarebbe trovato a fare le stesse cose indipendentemente dalla “squadra” di appartenenza. Più che di un nazista si tratta infatti di un guerrafondaio, imbrigliato in ideali più grandi di lui e dettati dall’alto. Per come la vedo io, è innegabile sia stato un fuoriclasse nella sua “professione” ma, comunque, un piccolo uomo.

I valori di Rudel, i suoi ideali, sono legati a un modo di pensare che non mi appartiene. E, ripeto, non tanto perché fosse nazista, quanto perché fautore della guerra come soluzione. Resto convinto che le guerre non esisterebbero se l’essere umano fosse realmente dotato di responsabilità individuale, se non avesse bisogno di indossare l’abito delle idee di qualcun altro per poter mostrare una propria identità (che, paradossalmente, propria non è). Detto in altri termini: se l’uomo avesse il coraggio di opporsi davvero, si rifiuterebbe di imbracciare un fucile, scegliendo di rimanere con i propri cari invece di uccidere o farsi uccidere. Se l’uomo fosse intelligente, le guerre sarebbero combattute da pochi minus habens e, tra questi, ci sarebbero di certo i vari Rudel.

Il fronte che viene raccontato in Pilota di Stuka è principalmente quello russo: la lotta al bolscevismo. Il nemico è uniformato nell’unico nome di Ivan: Ivan guida il carro, Ivan combatte, Ivan pilota gli aerei. La visione semplicistica del guerrafondaio Rudel aiuta sicuramente a dimenticare che il nemico è in realtà un uomo come lui, che lascia moglie, figli, genitori, quando muore. Lo stesso Rudel, però, si indigna di fronte alla mancanza di rispetto nei confronti di chi ha perso, quando lui viene catturato a guerra terminata. Eppure, a ben pensarci, lui è solo un Adolf (consentimi questo gioco). Rudel, che non sa nulla dei campi di sterminio, o fa finta di non sapere. Che poi, se ci rifletti, in entrambi i casi ne esce al pari di un burattino privo di un proprio cervello.

Mi sono sempre chiesto quale sia il pensiero di chi accetti di combattere una guerra. In questo libro ho trovato, forse, una risposta. Rudel nomina sua moglie un paio di volte, mi pare. Ed è qui la risposta. La morte, non l’amore, guida il pensiero di una mente simile.
Una lettura, questa, che dovrebbe essere obbligatoria, perché attraverso la semplicità di uomini come Rudel (cioè la maggioranza, la massa) è possibile comprendere perché siamo una specie che merita l’estinzione.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle” di Maurizio Brunelli

Nel 2021 ricorrerà il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri e io, per rimanere “sul pezzo”, così come poco tempo fa avevo fatto per Leonardo da Vinci, mi sono letto un saggio a tema: Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle di Maurizio Brunelli (scrittore storico per passione ed esperto della figura di Cangrande). In realtà in questo testo si parla anche di molto altro, non solo del poeta fiorentino, ma ci arriveremo.

Prima però, come si fa per le malattie sui siti medici, vorrei esporti un elenco di sintomi per verificare se tu sia destinato alla lettura di questo volume. [Per inciso: io su quei siti ho sempre 9 sintomi su 10, soffro di tutte le patologie esistenti, dall’infiammazione della prostata all’ovaio policistico.]
Sarà sufficiente averne uno solo perchè tu possa procedere:

• Sei interessato alla vita di Cangrande della Scala;
• Ti piace la storia (il Medioevo, in particolare);
• Beh, anche Dante Alighieri, ovviamente;
• Vivi a Verona;
• Sei appassionato di astrologia;
• Hai difficoltà nel mantere l’equilibrio (no scusa, questo era per la labirintite, non c’entra).

Sì, io lo so che tu hai letto “astrologia” e hai subito alzato gli occhi al cielo pensando all’oroscopo di Paolo Fox, ma la situazione è in realtà un po’ più complessa rispetto a «oggi è una giornata molto buona per il Toro che potrebbe ottenere ottimi risultati professionali e incontrare la sua anima gemella».
Brunelli, infatti, tenta di capire, stimando la data di nascita di Cangrande e verificando quale possa esserne il relativo oroscopo, se un’eventuale vaticinio astrologica abbia influenzato le scelte dei Dalla Scala e, in seguito, anche quelle di Cangrande stesso. Questo perché, all’epoca dei fatti, a metà del XIII secolo, l’astrologia era tenuta molto da conto, tanto da essere insegnata nelle Università. Non è quindi da escludersi che Cangrande fosse stato designato come il prescelto per formare il Regno dell’Alta Italia (questo indipendentemente dal fatto che tu creda o meno all’oroscopo!). Cangrande che, nel corso della sua vita, oltre ad aver conquistato città e territori, ha ospitato a lungo l’esiliato Dante, meritandosi così la dedica del Paradiso, terza cantica della Divina Commedia.

La mia avversione per l’oroscopo, e per l’astrologia in generale, mi ha fatto iniziare la lettura con un cattivo presagio, ma devo dire invece che l’abbinamento funziona. Brunelli individua quelle che dovrebbero essere le caratteristiche della personalità di Cangrande, secondo l’astrologia del tempo, e le confronta con gli eventi storici di cui si ha traccia (anche grazie a scrittori meno noti dell’epoca, come Ferreto Ferreti). Il risultato è un alleggerimento che consente una lettura più fluida, anche dove, per forza di cose, la nozionistica prende il sopravvento (ricordati che si parla di un periodo di continui cambi di potere, tradimenti, guerre… e quindi di centinaia di nomi e date).
Dante accompagna e condisce il viaggio, così come ha accompagnato il Signore di Verona nel corso della sua vita e tutti quelli che l’hanno amato sui banchi di scuola (o, recentemente, in tv letto da Roberto Benigni).
Pensa, io Dante l’ho sempre detestato, ritenendolo l’Alfonso Signorini del 1300, ma questo volume te lo consiglio lo stesso. Non credo di dover aggiungere altro…

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“La settima fata” di Angelo Paratico

Di Angelo Paratico ti avevo già parlato dell’interessante saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava, dedicato al noto inventore e artista del Rinascimento. Ora, invece, ti sto per parlare de La settima fata, che non è un saggio, né uno scritto politico (a differenza di quanto la copertina potrebbe far pensare), ma un’opera di narrativa che intreccia lo spionaggio con il poliziesco, senza tralasciare una strizzata d’occhio a dei risvolti amorosi e quindi, inevitabilmente, ai relativi rapporti umani.

Raccontarti la trama di questo romanzo senza svelarne i colpi di scena è praticamente impossibile ma, come puoi facilmente immaginare dall’immagine qui sopra, c’è di mezzo l’Assassination (concedimi questa citazione dal mitico film che ho rivisto l’altra sera, con l’altrettanto mitico Charles Bronson) di Xi Jinping, il presidente della repubblica popolare cinese. Detto questo non ti anticipo altro ma, nel corso della vicenda, avrai modo di imbatterti anche nella mafia italiana, in valigette contenenti armi scambiate Cina e Stati Uniti, in una storia d’amore insidiata da ricatti e dubbi morali e ancora tanto altro.

La settima fata si legge molto velocemente proprio per il continuo mutare degli eventi e l’evolversi rapido della situazione, non ci sono parti “stanche” e le 125 pagine del romanzo volano via in un attimo. Te lo consiglio soprattutto se cerchi una lettura d’evasione, che ti porti via con la sua azione, spesso frenetica, in un paese, la Cina, da noi spesso ancora considerato esotico a causa della poca conoscenza che abbiamo delle usanze e tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra.

Lo so che la copertina (la bandiera cinese, Xi Jinping in primo piano, il mirino stilizzato…) potrebbe ricordarti certi mattoni politici nostrani, cioè quei libri che ti chiedi sempre chi mai li legga ancora, stavo anche io per cadere in questo misunderstanding. Non badarci, non è così. Ho letto il romanzo in un’unica “sessione”, credo che questo possa essere già indicativo riguardo al fatto che non ti troverai di fronte a una narrazione pesante, anzi.

Curiosità, cito dalla quarta di copertina:
“Un libro stampato a Hong Kong nel 2017, in 100 copie e subito ritirate, per evitare complicazioni politiche.”
Sarà vero? Sarà marketing? Temo non lo sapremo mai.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler” di Walter Charles Langer

Caro mio fedele lettore (come direbbe Stephen King, giusto per volare basso), parliamoci fuori dai denti perché le cose è bene dirle e dirle chiare. So bene che quando leggi che ho ricevuto un libro da una casa editrice la tua mente maliziosa e pervertita pensa “ecco, un’altra marchetta”, perché a volte lo penso anche io, quando sto dal tuo lato dello schermo (peraltro, puliscilo lo schermo, che restano le tracce delle tue visite ai siti birichini). Ma a me questo Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler di Walter Langer è piaciuto davvero, ti diro di più, l’ho trovato stracazzutamente interessante (l’ho letto in due giorni).

Parto subito dal pregio di questo libro: mi ha raccontato delle cose che non sapevo. Se consideri quante pubblicazioni sono state fatte sul Führer e sul nazismo, quanti documentari (pensa solo all’Istituto Luce), quanto lo si è studiato a scuola, non è cosa da poco. Questo libro parla di Hitler, ma non l’Hitler che tutti conosciamo (di cui ne abbiamo le palle piene e che ci fa cambiare canale), parla di Hitler come persona, come essere umano. Ne indaga i comportamenti, la storia familiare, le turbe emotive. Tu lo sapevi che Hitler è stato praticamente un mendicante per diversi anni? Io no.

Ma partiamo dall’inizio. Walter Charles Langer riceve l’incarico da William Donovan (direttore dell’Office of Strategic Services statunitense, poi divenuto CIA) di effettuare uno studio psicologico su Hitler, basandosi sui dati conosciuti, le immagini e le testimonianze di persone che avevano avuto modo di frequentare il Führer. Langer, vicino a Freud, è conscio di quanto sia difficile esaminare un paziente “senza il paziente” (e lo ammette da subito, dato apprezzabile), ma ce la mette tutta e, nel 1943, con Hitler ancora vivo, scrive questo testo come relazione finale, pronosticando peraltro il probabile suicidio del dittatore.

Langler scinde in due la personalità di Hitler, analizzando come i traumi subiti nell’infanzia, tra cui una forte condizione edipica vissuta malissimo, l’abbiano portato a diventare (nell’apparenza) il Führer, ossia la proiezione di quello che, per l’Hitler persona, sarebbe il vero uomo a cui tutti dovrebbero ispirarsi. Per arrivare a questa deduzione (che lui ovviamente spiega meglio e molto più dettagliatamente di come abbia fatto io) Langler passa in rassegna tutti i momenti significativi della vita di Adolfino (scusami, ma dopo la lettura Hitler mi appare come un tipo insicuro, da qui il diminutivo). Oltre che in famiglia, viene quindi descritto l’atteggiamento di Hitler a scuola, nell’esercito e poi per strada, quando tentava di vendere i suoi dipinti in preda ai morsi della fame. Si parla di presunte perversioni (sarò esplicito: Hitler che si fa defecare in bocca), fortissime insicurezze, omosessualità, masochismo, spiccata tendenza alla sottomissione (sì, proprio la sua!) e davvero tanto altro. Ne esce un Hitler frignone, timido, impacciato, insicuro, che cerca di auto-caricarsi creando una figura che non gli appartiene e di cui è vittima, una vera e propria schizofrenia che lo vede saltare da pianti isterici a diaboliche crudeltà, praticamente autoimposte, per esternare al mondo una forza che in realtà non possiede.

È lo stesso Langer che sostiene (e qui l’ho aprezzato moltissimo) che lo studio su Hitler sia necessario, ma che sarebbe altrettanto necessario uno studio su tutta la popolazione che l’ha seguito. Ed è qualcosa di innegabile. Dire che Hitler sia stato il Male è semplice, troppo, ed è una bugia. Hitler era solo un uomo (un piagnone, ora che lo so), schizzato, con i baffi. Senza il Male vero, quello che alberga nell’Uomo in quanto tale e in tutta la nostra specie, non sarebbe arrivato da nessuna parte. Come sempre, puntare il dito è la cosa più facile che si possa fare, e anche la più ipocrita. Ecco, forse il pregio maggiore di Langer è quello di riportarti a vedere la piccolezza della persona Hitler, e di conseguenza costringerti a riflettere su chi sia il vero colpevole di quanto successo in quegli anni. Questo, negli studi scolastici preconfezionati, non lo fa mai nessuno.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.