“Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury

Questa è una di quelle occasioni in cui dovrei solo dire: «Grazie, ciao». Come posso parlarti di un’opera così completa, così mastodontica? La verità è che non lo so. Partiamo quindi proprio dalla sua mole, ragion per cui ultimamente mi hai sentito un po’ meno. 1340 pagine, cento racconti esatti scelti dallo stesso Ray Bradbury per questa autoantologia che comprende un periodo altrettanto enorme, dal 1943 al 1980. Io di Bradbury, mea culpa, avevo letto solo Il popolo dell’autunno e Ritornati dalla polvere e sono quindi giunto del tutto impreparato a questa impresa, senza sapere troppo in merito all’autore. Che botta.

Parto facendo ordine, altrimenti mi perdo, si perderebbe chiunque, credimi. Provo quindi a dividere i racconti in quattro categorie principali, così come li ha divisi il mio cervello, per farti capire cosa puoi trovare in questo libro. Ovviamente, inutile dirlo, è una divisione che va presa con le pinze per le naturali ibridazioni.

Racconti sullo spazio e sui razzi, racconti marziani
Qui convergono tutti i racconti sui viaggi spaziali. La cosa bella è che Bradbury narra spesso non tanto il viaggio di per sé quanto l’immediato arrivo sul pianeta (quasi sempre Marte) o, addirittura, si sposta in avanti con gli anni in un momento in cui il pianeta è già stato colonizzato. Attenzione però, non una colonizzazione alla Asimov, già strutturata in confederazioni, ma una colonizzazione avvenuta da poco, ancora in una fase iniziale del processo di espansione dell’uomo nello spazio. È quindi una fantascienza legata alle turbe umane, il distacco dalla Terra, la paura delle guerre lasciate alle spalle, l’isolamento e la solitudine. È come se Bradbury, per indagare l’animo dell’uomo, si spostasse su un altro pianeta, rimanendo a casa. Bellissimo anche il racconto che chiude la raccolta e parla dell’inizio dei viaggi nello spazio: La fine del principio. Tutti f-a-n-t-a-s-t-i-c-i.

Racconti “fantasiosi”, esseri strani, vampiri, volatori
Questi sono i racconti che ho potuto collegare agli altri due romanzi che ho letto dello scrittore, in particolare a Ritornati dalla polvere. Sono strani, nel senso che Bradbury racconta come se il lettore dovesse sapere già qualcosa. Scrive di vampiri, esseri volatili, famiglie di freaks con poteri particolari. Vedasi, ad esempio, Zio Einar o La ragazza che viaggiava. Sono famiglie “normali”, che si vogliono bene e vivono la vita serenamente, ma che hanno qualcosa di diverso e Bradbury ne parla come se la loro esistenza fosse del tutto logica. Siamo più vicini al fantasy/fiabesco che all’horror, non c’è paura o violenza. Qui rientra anche l’altra grande tematica, quella del Luna Park o del Circo e dei suoi lavoranti, già trattata in Il popolo dell’autunno. Anzi, il racconto La giostra nera è una vera e propria costola del romanzo.

Racconti onirici
Quelli che ho preferito di meno, anzi, se proprio devo essere sincero, non mi sono piaciuti. Forse il 5/10% della raccolta. Li definisco io “onirici” perché sono poco chiari, nebulosi. Partono da una situazione senza descriverla bene, sembrano quasi esperimenti artistico/letterari. Non mi hanno consentito di entrare in sintonia con la storia e con i personaggi. Come Il meraviglioso abito color gelato alla panna o La bottiglia azzurra. Ininfluenti su un numero di racconti così ampio, capiamoci.

Racconti concreti
Sono tutti gli altri, tutti quei racconti che non parlano di Marte, di freaks o simili. Sono i racconti classici, i miei preferiti. Spesso con questi racconti Bradbury arriva alla poesia pura, come ne Il lago, ma affronta anche i problemi relazionali di coppia (Viaggio in Messico), tanto da chiederti se scrivendoli non stesse facendo dell’autoanalisi. Potrei elencartene di stupendi, come Io canto il corpo elettrico! dove il mondo dei robot (nello specifico una nonna elettrica) si scontra con la mortalità umana facendoti porre le elementari domande sull’esistenza. Bellissimo anche Ghiaccio e fuoco che parla di uomini atterrati su un pianeta che altera la vita, creando un invecchiamento precoce (esistenza media attorno ai 10 giorni) e riportando le persone a uno stadio primitivo. Mi fermo qui.

Avrei voluto essere più specifico, per rispetto a qualcosa di grandioso, ma ho letto il tomo in un arco di tempo abbastanza lungo, tre mesi circa, alternandolo alle altre mie letture. Purtroppo ora guardo i titoli di alcuni racconti e non ricordo più esattamente di cosa parlassero. Ma ricordo dinosauri, marionette, alieni e intelligenze superiori, complicate macchine meccaniche, alterazioni temporali e tanto, tanto altro. Quello che mi resta è un incredibile viaggio nella mente di un genio, che conosciamo per Fahrenheit 451 o per Cronache marziane, ma che in realtà ha prodotto molto(issimo) altro. E mi resta la sensazione di libertà mentale, unita all’avventura e ad un pizzico di angoscia, per delle storie che per quanto vadano lontane sono sempre rimaste molto vicine al cuore e alle turbe dell’essere umano.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente un pezzo del mitico discorso di John Milton (Al Pacino) alla fine de L’avvocato del diavolo. Quando diceva: «A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti». Ecco come vedo Bradbury ora, così lontano nello spazio ma così terribilmente vicino nell’animo. Uno degli ultimi umanisti.

4 pensieri riguardo ““Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury”

  1. Aspettavo questo articolo! E molto bella la definizione che dai di Bradbury alla fine, sono d’accordo. Come ti ho già detto, mi sembra, non ho ancora avuto il coraggio di comprare questa raccolta, anche se a questo punto ho già letto un po’ delle sue opere e sono sicuro che mi piacerebbe. In genere preferisco i romanzi ai racconti, e il mio dubbio è: sono racconti che si trovano già editi in altre raccolte o sono inediti? Anche se in realtà è una domanda un po’ del cavolo, è come lamentarsi perché Bradbury ti mette in mano un libro dicendo “tieni, questo è il meglio che ho fatto, goditelo”.

    Ho finito di leggere qualche giorno Morte a Venice, ed è stato bellissimo! Con questo sono a 5 libri letti: oltre a questo, Fahrenheit 451, Il popolo dell’autunno, Il gioco dei pianeti e L’albero di Halloween; anche Il gioco dei pianeti può essere considerato una costola del Popolo dell’autunno, visto che la cornice che racchiude i racconti ha per protagonista l’Uomo Illustrato. Adesso ho comprato anche Il pigiama del gatto, che dovrei leggere a breve; insomma, lentamente sto recuperando tutto!

    Bradbury è veramente una lettura speciale, capisci subito di avere a che fare con una persona dall’intelligenza straordinaria ma non risulta mai pesante o pedante (va bè, QUASI mai, ma glielo perdono), e soprattutto il modo che ha di scrivere è ipnotico, ci sono brani interi che suonano come versi di una poesia; soprattutto in Morte a Venice ci sono paragrafi meravigliosi di un lirismo eccezionale.

    Niente, mi sa che alla fine prenderò anche questo malloppone!

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    1. Ahah, mi fa piacere averti convinto!

      Anche io di norma preferisco i romanzi ai racconti… Non so se ci siano degli inediti, ma di sicuro ci sono racconti già pubblicati in altre raccolte, dal momento che alcuni di questi danno proprio il titolo a delle raccolte. Ho anche consultato wiki e molti titoli si ripetono in altri libri di Bradbury, quindi non sono di certo tutti inediti, insomma.

      Sì, a questo punto anche io dovrò prendere in mano la sua bibliografia e recuperare, magari comincio proprio da Morte a Venice dal momento che me lo consigli.

      Devo dirti poi, facendo un commento un po’ superficiale, che di questo fardello ho apprezzato anche l’impaginazione. Spesso compri dei libroni enormi e per leggerli poi ti serve la lente d’ingrandimento perché son scritti in caratteri minuscoli (ho via il mammut di Lovecraft ed è proprio questo motivo che mi sta bloccando), invece questa edizione è ben calibrata, le pagine non ti uccidono gli occhi. E non ho problemi di vista, ma è una di quelle cose a cui bado.

      Sono stato davvero colpito, era davvero un genio e, naturalmente, un poeta.

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      1. Non è un commento superficiale, l’impaginazione è una parte fondamentale di un libro. Mia sorella aveva il mammuth delle Mille e una notte, anche noi abbiamo fatto fatica a leggerlo; io dopo un po’ ho rinunciato, lei non so se ne sia mai venuta a capo.
        Qualche tempo fa ho comprato il volume con tutto Sherlock Holmes, un librone edito da Mondadori su cui non ho pensato due volte, sbagliando: è molto pesante e non posso portarlo in giro, e in più il testo è diviso in due colonne per pagina scritto con un carattere molto piccolo, una follia! Una follia che, per dire, l’edizione “bifronte” della Guida Galattica non ha adottato, mantenendo il testo a tutta pagina (c’è anche da dire che è molto più breve). Tutto questo per dire che se la raccolta si legge facilmente significa che è stato davvero fatto un buon lavoro, e il suo valore aumenta.

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        1. L’ho proprio visto qualche giorno fa in libreria il tomone di Doyle, con quella terribile divisione in colonne. Io l’ho preso sempre in edizione mammut della Newton e l’ho letto tutto. Non era proprio “occhio-friendly” ma comunque gestibile rispetto alle colonne! E ho visto anche quella bella edizione di cui parli di Douglas Adams, che mi ha fatto un po’ pentire di avere già i volumi singoli (che comunque dal quarto in poi sono secondo me scesi molto di qualità). Stanno uscendo tante di queste belle raccolte enormi, e io ho un vero e proprio debole per l’opera omnia in unico volume, solo che poi, come dici tu, diventa difficilmente gestibile da portare in giro o da leggere in una posizione che non preveda l’appoggio del mattone…

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