Scrivere di pornografia violenta il giorno di Natale non può che avere comunque qualcosa di soddisfacente. Detto questo, Crash di J.G. Ballard non mi è piaciuto.
Romanzo pubblicato nel 1973 – e letto ampiamente fuori tempo per poter gioire del suo probabile effetto scandalizzante – Crash racconta le vicende di Ballard come testimone della vita di un certo Vaughan, uomo affetto da una forte perversione sessuale che lo porta ad associare (fondere?) il sesso con l’automobile e, in particolare, il sesso con gli incidenti e le menomazioni derivanti dall’utilizzo dell’automobile.
Libro spinto, molto spinto, non adatto ai palati raffinati – forse – che non cerca di nascondere il suo intento di critica allo snaturamento umano. Tutto molto condivisibile, nulla da dire, ma ripetitivo all’inverosimile e alla costante ricerca dell’eccesso. Un eccesso che in me non ha trovato radici, perlomeno quelle dello scandalo, perché non credo ci sia più nulla in grado di scandalizzarmi. Di certo, non la pornografia, sebbene mischiata alla malattia mentale psicopatologica.
Ballard utilizza lo stile di scrittura che sarà poi riconoscibile in autori successivi, uno su tutti Palahniuk, ma non riesce a tenere viva l’attenzione, perlomeno la mia. Sterminati elenchi di gesti erotici e di parti meccaniche protratti per pagine e pagine mi hanno costretto in alcuni tratti a una lettura obliqua, avevo proprio voglia di venirne fuori, insomma.
È un porno freddo, “inospitale”, scarsamente arrapante e, in fin dei conti, noioso.
Intento morale ottimo che, ripeto, condivido, ma narrativamente inaccettabile. Ani, vagine e cazzi non sono più sufficienti a tenere desta la mia attenzione, questo è un fatto. Il livello di perversione a cui ambisco per non cedere alla noia è di gran lungo più elevato e, magari, più malato.
Cercherò il film del 1996 di Cronenberg (indubbiamente la trama è carne per i suoi occhi) con James Spader, mi piacerebbe davvero sapere cosa sia riuscito a tirarne fuori. Alla prossima.
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“Quel fantastico giovedì” di John Steinbeck
Ho impiegato quasi un mese a terminare Quel fantastico giovedì. È in assoluto il peggior romanzo di Steinbeck che abbia letto, seguito da Pian della Tortilla, con il quale, insieme a Vicolo Cannery – che non ho ancora avuto il coraggio di affrontare – compone la trilogia di Cannery Row (li ho elencati in ordine sparso, lo so).
Steinbeck è uno dei miei autori preferiti in assoluto, Furore e La valle dell’Eden rientrano sicuramente nella top ten dei miei romanzi preferiti di sempre. Non mi faccio nessun riguardo, quindi, a dirti che trovo lo stile della trilogia di Cannery del tutto inaffrontabile.
Un guazzabuglio di personaggi grotteschi e macchiettistici tentano in tutti i modi di fare sbocciare una storia d’amore tra lo scienziato Doc e la prostituta Suzy. Il realismo che caratterizza lo Steinbeck dei grandi capolavori è qui totalmente assente. La storia è inconsistente, il coinvolgimento è nullo e l’empatia tra lettore e personaggi non pervenuta.
Tempo perso, sono arrivato quasi alla lettura obliqua, cosa che di solito non faccio mai.
Libri di John Steinbeck che ho letto:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
La battaglia (1936)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La luna è tramontata (1942)
La perla (1947)
La valle dell’Eden (1952)
Quel fantastico giovedì (1954)
“Codice Beta” di Michael Crichton
Come mi succede quasi sempre con Crichton, ho divorato le 230 pagine di Codice Beta in brevissimo tempo, giusto un paio di giorni. Scritto con lo pseudonimo di John Lange, il romanzo è datato 1972, è stato quindi pubblicato più di cinquant’anni fa. Questo è sempre utile ricordarlo per far comprendere l’abilità visionaria di questo autore che ha sempre saputo scrivere storie futuribili e caratterizzate da una fantascienza intelligente. Per spiegarmi è necessario ti racconti almeno un pochino di trama.
Nel deserto dello Utah avviene un furto su commissione, un ordigno chimico viene sottratto da un drappello di mercenari. Dietro il furto c’è il geniale e milionario John Wright, intenzionato a sconvolgere gli equilibri planetari. A dare la caccia al cattivo, un altro genio, John Graves. I due combattono una guerra psicologica senza fine, una sfida personale e scacchistica a colpi di QI.
Ecco, a leggere la trama sembra quella di un qualsiasi film degli anni Novanta o Duemila, ci manca solo il Bruce Willis di turno a risolvere la situazione. Il problema è che, come ripeto, questo romanzo è del 1972. Crichton ci infila dentro un livello di tecnologia e modernità che all’epoca era qualcosa di impensabile. Come sempre, Crichton, è un precursore. Se non fosse per la quasi totale assenza di collegamenti internet e di smartphone, la storia potrebbe essere stata scritta oggi. Il ritmo è incalzante, lo stile freschissimo, le immagini che ti si formano nel cervello non sono per nulla opacizzate dal tempo trascorso.
Però, ovviamente, è necessario tenerlo a mente, il tempo trascorso, per apprezzare questo gioiellino. Quello che mi piace molto di Crichton, peraltro, è che sia ben evidente la sua crescita come scrittore. Qui il ritmo è forte e rionoscibile, ma la storia è ancora lineare e semplice, con pochi personaggi. La complessità è qualcosa che aggiungerà pian piano, andando avanti con i suoi romanzi negli anni successivi, senza mai togliere nulla, sempre addizionando qualità alla qualità.
Solo una cosa non mi piace: non mi mancano poi tanti suoi libri per aver letto tutto. Sulla mensola ho già pronti Preda, Casi di emergenza, In caso di necessità e Punto critico.
Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Codice Beta (1972)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Stato di paura (2004)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)
“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis
Era parecchio tempo che avevo Il più grande uomo scimmia del Pleistocene nella mia lista. Un romanzo che è una rivisitazione moderna della preistoria (oppure una rivisitazione preistorica della modernità). Roy Lewis è stato geniale, non c’è dubbio.
Forse non si ride così tanto come mi è capitato di leggere in giro, ma questo non è per forza un male. La storia è divertente, non propriamente comica, a voler essere pignoli.
La narrazione è in prima persona ad opera di Ernest, figlio, appunto, del più grande uomo scimmia del Pleistocene, Edward. Lewis presenta un micromondo di personaggi senza tempo che si scontrano nel Pleistocene allo stesso modo in cui potrebbero scontrarsi nei giorni nostri. Lo zio Vania, assolutamente reazionario, Edward, che ambisce a un progresso che elevi la specie e Ernest, che vorrebbe trasformare le nuove scoperte del padre in capitalismo.
Con estrema leggerezza, Lewis ti sbatte in faccia la piccolezza dell’uomo che, in fondo, non si è evoluto poi molto, se non in superficie. Perché una cosa è scoprire il fuoco, l’altra saperlo utilizzare per un fine “corretto”, un fine che ci porti tutti da qualche parte. Di esempi potrei fartene a centinaia, uno su tutti l’energia atomica, ma non credo che sia necessario… Per un essere umano così intelligente da inventare la ruota ce ne sono altri novantanove pronti a fracassarla sulla testa di qualcuno a caso. Il problema è che “la grandezza della specie” la fa la media degli individui che la compongono e non quei pochissimi che da quella media ci si elevano.
170 pagine velocissime, un piccolo capolavoro.
“Ghost” di Richard Matheson
Matheson non mi ha deluso nemmeno questa volta, te lo dico subito.
Ghost è la classica storia che parla di una casa infestata.
Una coppia si trasferisce per qualche giorno in una villa sulla spiaggia, come ultimo tentativo per recuperare un rapporto mandato in crisi dall’infedeltà di lui. È proprio qui che il fedifrago si trova ad avere che fare con il fantasma di una donna sempre arrapata (concedimi il termine) e pronta a saltargli addosso ogni volta che la compagna si addormenta o esce per una passeggiata. Mi fermo.
La trama è davvero molto semplice, come puoi intuire, d’altra parte il romanzo è abbastanza breve (circa 200 pagine). La novità risiede nell’indagine approfondita delle dinamiche del rapporto di coppia tra i due “vacanzieri” e, soprattutto, nella presenza di un erotismo molto forte e spinto che in Matheson non avevo mai riscontrato. C’è parecchio sesso, per farla breve.
Ghost ha qualcosa del romanzo gotico, ma è più leggero. Ricorda L’incubo di Hill House, ma non ti stufa. È un Poltergeist (o, meglio, un Entity, ma te lo ricordi quel film?) con una coniglietta di Playboy.
E il bambino in copertina – quello che sbircia dalla finestra, per capirci – chi è? Cosa c’entra? Assolutamente nulla, non c’è nessun bambino. Mi sono sempre chiesto quale sia la logica che guida gli editori nella scelta delle immagini da mostrare in copertina: tuttora, per me, rimane un mistero.
Di Matheson ho ancora da leggere il terzo e quarto volume di Tutti i racconti e il resoconto di guerra I ragazzi della morte. A presto, quindi.
Libri che ho letto di Richard Matheson:
Io sono leggenda (1954)
Tre millimetri al giorno (1956)
Io sono Helen Driscoll (1958)
La casa d’inferno (1971)
Ghost (1982)
Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (2013)
Tutti i racconti Vol. 2 1954-1959 (2013)
“Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong
È davvero molto difficile parlarti di Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong, non so proprio da che parte cominciare. Dalla trama, forse, che poi una trama non è.
Il romanzo è una lettera che Little Dog scrive a sua madre Rose, raccontandole tutte le difficoltà e le esperienze che lui ha incontrato dal momento del loro trasferimento dal Vietnam agli Stati Uniti. Little Dog è anche l’unico anello di congiunzione tra Rose e nonna Lan, il solo che può aiutare le due donne – che non parlano inglese – in un impossibile tentativo di integrazione nello stile di vita americano. Nel bel mezzo di questa situazione, già complicata, Little Dog comincia anche a scoprire sé stesso e la propria diversità.
Ho letto parecchie recensioni su questo libro e molte si fermavano sul discorso relativo all’omosessualità. Alcuni lettori “maschi alfa”, particolarmente insicuri e bisognosi di affermare il proprio io, hanno trovato difficili le descrizioni dei rapporti sessuali tra Little Dog e il ragazzo che sarà il suo primo vero amore. Cercherò di essere delicato nei confronti di questi lettori, perché ognuno proviene da un vissuto differente e può essere che venga infastidito da cose che minino dei punti di riferimento ben precisi. Insomma, se uno è un coglione non è che si possa pretendere diventi intelligente con un libro, è forse più indicato che continui a trovarsi a proprio agio guardando i morti ammazzati in tv o i calciatori del cuore che vengono intervistati in mutande negli spogliatoi (molto virile, peraltro). Qui chiudiamo l’argomento.
Vuong possiede una capacità espressiva ed emotiva degna di pochi, questo è un fatto. È un autore in grado di leggere l’essere umano, di parlare in modo eterno riferendosi solo ai sentimenti e alle emozioni, lasciando fuori tutta la scenografia. Questo romanzo è estremamente poetico, al limite del sostenibile se stai cercando una trama canonica. Già, perché una trama non c’è, l’intero scritto salta da un punto all’altro, raccontando, più che le esperienze, le sensazioni che queste esperienze hanno suscitato.
Brevemente risplendiamo sulla terra non mi è piaciuto (boom), ma è un romanzo da leggere. È da leggere perché sfida dei limiti, i tuoi, perché ti fa sentire piccolo nel tuo modo di vedere le cose. Ti dice: «Ehi, guarda che profondità di lettura della vita ha questo ragazzo, tu saresti mai in grado di averla?». La risposta, spesso, è: «No».
Quindi, cosa non mi è piaciuto? Cercherò di fartelo capire.
Devi pensare a quell’amico che abbiamo tutti, quello che quando inizia a parlare apre mille argomenti contemporaneamente e si discosta dal discorso principale (chiamiamolo “ramo”) per arrivare a descriverti ogni singola variabile (chiamiamola “foglia”). Tu intanto sei lì, in apnea, che pensi “sì, ok, ma vienicene fuori, torna sulla via iniziale”. Ecco, Vuong scrive in questo modo. Poi – bisogna dirlo – chiude ogni “foglia”, rametto e fuscello per tornare a completare il ramo, ma è estenuante. Non nascondo di avere saltato spesso delle righe nella lettura, proprio per quella sensazione di ansia crescente e per il bisogno di concretezza e sintesi. Ma questo è il mio gusto, la mia preferenza di stile, e il contenitore/mezzo non può in questo caso cancellare il contenuto.
“Le leggi della frontiera” di Javier Cercas
Circa un anno fa ho visto sul temibile (qualitativamente parlando) Netflix il film di Daniel Monzón, Le leggi della frontiera, appunto. Ricordo di essere rimasto sorpreso, come mi accade sempre quando trovo qualcosa di decente su una piattaforma che, ormai, non distribuisce più nulla che non sia serializzato e di scarso spessore (ok, la smetto). Comunque, ho lasciato decantare la cosa finché la trama del film si è annebbiata nella mia memoria, abbastanza da poter leggere con curiosità il romanzo omonimo di Javier Cercas dal quale il film è stato tratto.
Prima parte.
Fine anni 70, fine franchismo, Gerona. In una città divisa in due tra chi ha e chi non ha, si muovono le prime bande giovanili, composte da criminali (reietti, immigrati, emarginati) provenienti dalle baraccopoli al di là del fiume Ter. Ignacio Canas, bravo ragazzo dalla parte “giusta” del confine, rimane affascinato da quello che pare, a tutti gli effetti, essere un capo banda, Zarco, poco più grande di lui e, soprattutto, da Tera, bella ragazza facente parte del giro di Zarco. Per Ignacio comincia un’indimenticabile estate di rapine, fughe, amori e avventure.
Seconda parte.
Vent’anni dopo, Ignacio è diventato un avvocato di successo, uno di quelli che non perde mai. Zarco è in carcere e ha sulle spalle il peso del mito mediatico del primo capobanda del dopofranchismo. Tere è, come sempre, inaffidabile. Ignacio è costretto a rivivere quell’estate di anarchia e scoprire se valga o meno la pena di mettere la sua carriera in gioco per salvare (e scarcerare) quel poco che rimane di Zarco. Soprattutto, scoprire se valga la pena mettere la sua vita in gioco in nome dell’amore (vero/idealizzato) per Tere. Mi fermo.
Il romanzo è raccontato sotto forma di narrazione diretta dello stesso Ignacio (al 90%, con brevi capitoli raccontati da altri personaggi secondari) per un ghost writer che deve scrivere un libro sulla vita del “mito” Zarco. La storia è fortemente divisa in due parti, tanto che il film di Monzón ne racconta solo la prima (che, effettivamente, starebbe in piedi anche da sola). Quindi si può parlare di un romanzo di formazione unito a un dramma carcerario/giudiziario. Se mi conosci, sai già quale parte ho preferito…
L’estate di Ignacio è coinvolgente e narrativamente potente, con tanto di riscatto sociale e fuga da un’esistenza apparentemente dorata ma che nasconde problemi di bullismo (subito) e incomprensioni familiari. Il dramma carcerario, invece, mi è parso un pochino prolisso e ripetitivo, tanto che un taglio del 30/40%, a mio parere, non avrebbe guastato. Sintesi: ho letto in tre giorni le prime 200 pagine e in dieci le restanti 200.
Nonostante questo, Le leggi della frontiera è un romanzo che ti consiglio, senza ombra di dubbio. Il racconto della giovinezza di Ignacio, Tere e Zarco è così forte e comunicativo da mettere in ombra la “normale” vita adulta degli anni successivi. Ma forse è proprio questo che Cercas voleva mettere sul tavolo (anche nei ritmi narrativi): il contrasto tra l’idealizzazione, la giovinezza, e la vita reale che attende dietro l’angolo. Lo scontro tra un futuro incerto e ancora aperto e un’inevitabile esistenza canonica, quasi già scritta.
Mi pare che ci sia riuscito molto bene.
“L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson
Ultimamente non ho molta voglia di leggere, sono parecchio demotivato. So che succede e non mi preoccupo – sono ancora lontano dal lobotomizzarmi bramando come obiettivo di vita la scempions di turno – tuttavia è un dato di fatto che sia passato dal leggere un libro in tre giorni a più di un mese. Ho scelto L’isola del tesoro (1883) proprio per cercare di uscire da questa impasse, fallendo. Sulla carta c’era tutto: letteratura per ragazzi, avventura, grande successo, eppure… eppure.
Di Stevenson avevo letto solo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e ricordo mi fosse piaciuto. Certo, lì era presente un tema forte, eterno, il Bene contro il Male nella natura umana. In più mi era piaciuto moltissimo L’isola dei pirati di Crichton, quindi tutto faceva presagire a un’ottima commistione tra un autore apprezzato e un genere interessante.
Avrai già capito che tutto questo preambolo nasce da una delusione, non la tirerò per le lunghe.
La trama è nota (vorrei ben vedere!) e rivista in varie opere successive, in tutte le salse. Un giovane ragazzo, Jim, entra in possesso di una mappa, poi c’è il viaggio sulla nave in cerca dell’isola e del tesoro, l’ammutinamento, i combattimenti, ecc.
Devo dire che l’inzio del romanzo, con l’arrivo dell’enigmatico marinaio nella locanda di Jim, mi aveva conquistato. Il senso di mistero e la tensione erano palpabili e “moderni”, in qualche modo. Tuttavia, dopo il breve intermezzo del viaggio in nave fino all’isola, il romanzo vira verso un continuo botta e risposta tra ammutinati e “buoni”, diventando poco coinvolgente, ai miei occhi. Le battaglie e gli scontri con il moschetto non suscitano in me nessun interesse, c’è solo la voglia di vedere come vadano a finire per poter procedere con la trama e arrivare al punto successivo.
Lo so, lo so, che sto parlando con leggerezza di un grande classico. Mi rendo conto, tuttavia, che questo sia un mio limite, una preferenza personale. Stevenson mi piace nello stile di scrittura, lo trovo più godibile rispetto a Verne (per rimanere tra i giganti dell’epoca), del quale però apprezzo maggiormente le trame, più coinvolgenti.
Non lo so, mi aspettavo più mistero, una tensione quasi soprannaturale, che non ho trovato. È tutto alla luce del sole, tutto esplicitato. Ho avvertito poco la solitudine del mare, la solitudine dell’isola. In poche parole, sono rimasto fermo, non ho viaggiato. Mi dispiace.
Ma la verità, temo, è che io sia ormai troppo vecchio per apprezzare qualcosa che farà sicuramente brillare gli occhi a un ragazzino alle prime letture.
In tema pirati/mare ho sullo scaffale La trilogia del mare di Golding. Attenderò un po’ prima di affronatarlo. Credo che ora leggerò Le leggi della frontiera di Javier Cercas.
“Addio alle armi” di Ernest Hemingway
Trama.
Giovane ufficiale americano, autista di ambulanze, diserta durante la ritirata di Caporetto. Si ricongiunge con la fidanzata incinta, un’infermiera, rifugiandosi in Svizzera. [SPOILER CON FINALE]. Il bambino muore durante il parto, la donna muore poco dopo. L’uomo rimane solo. Fine.
Ho un rapporto difficile con Hemingway, gli ho sempre di gran lunga preferito Steinbeck, eppure Il vecchio e il mare è uno dei miei romanzi preferiti in assoluto. Forse è per questo che continuo a leggere altri romanzi dello scrittore, sebbene mi annoino. Addio alle armi non è stato da meno, una storia priva di qualsiasi emotività (se non nel finale) intrisa di un verboso machismo che non porta da nessuna parte. Qualcuno mi odierà per questo, chi se ne frega.
I dialoghi tanto decantati dell’autore, famosi per essere particolarmente asciutti, non mi hanno trasmesso nulla. La prima parte del romanzo poi, fino alla diserzione (pagina 200 circa, su 340), è un insieme continuo di scambi e battute (superflue) tra commilitoni. Semplicemente interminabile, Addio alle armi, tre settimane di lettura.
L’unico momento nel quale si intravede un senso e quello del finale, il ricovero in ospedale dell’amata, l’ombra della morte. La solitudine, la paura, la sofferenza. Ho letto che Hemingway ha riscritto questa parte qualcosa come 47 volte, prima di decidere quale fosse la versione definitiva. Il senso di sconfitta che aleggia nell’aria è palpabile, e forse val la pena soffrire tutto il libro per leggere queste ultime pagine.
Ho ancora sulla mensola dei “da leggere” altri quattro romanzi di Hemingway. Tuttavia, per quanto il fascino di un essere umano che si spara in bocca sia qualcosa, per me, di calamitante, inizio ad avere pochissime speranze sul fatto che possano piacermi. Vedremo.
Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
Addio alle armi (1929)
I quarantanove racconti (1938)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)
“Fairy Tale” di Stephen King
C’è qualcosa che devo premettere prima di parlarti di Fairy Tale, il nuovo romanzo di Stephen King. Non amo i gialli, e infatti ne leggo pochi. Non amo i romanzi storici, e infatti ne leggo pochi. Non amo del tutto i sentimentali, e infatti non ne leggo. Ebbene, anche il fantasy non è tra i miei generi preferiti eppure… eppure un po’ ne ho letti, di fantasy. Tutti i must, per capirci. Il Signore degli Anelli, ovviamente (ed è immenso), La Saga di Terramare, Le Cronache di Narnia… solo per citarne alcuni. Di King, nel genere, ho letto Gli occhi del drago e, sempre che possa considerarsi un fantasy – ma non credo proprio – tutta la stratosferica serie de La Torre Nera. Non ho ancora letto Il Talismano e La casa del buio, sono tra quei tre libri che lascio indietro che cito sempre a fine post.
Perché non apprezzo il fantasy? Perché il fantasy, a differenza dell’horror e della fantascienza, si pone già in una condizione di totale irrealtà che rende difficile empatizzare con i personaggi, capirne le turbe e i problemi. Mi spiego. Posso immaginare come mi sconvolgerebbe, a livello emotivo, un’invasione aliena o una creatura che esce dal fosso dietro casa (si parla di un reale che conosco che si scontra con l’immaginario/imprevisto), ma non riesco a identificarmi in un mondo dove elfi, draghi e giganti siano sempre eistiti. Come potrei? Non è il mio mondo. È un vero e proprio scostamento dal vivere quotidiano. Per me, almeno.
King, con Fairy Tale, fa qualcosa di grandioso, almeno inizialmente. In un romanzo di 700 pagine, le prime 200 non hanno nulla di fantasy.
Boom.
Le ho letteralmente divorate, quelle 200 pagine. Mi son ritrovato in un’atmosfera che ricordava moltissimo il racconto Il telefono del signor Harrigan (da Se scorre il sangue – tra poco ne uscirà il film su Netflix).
Un ragazzo, Charlie, entra in confidenza con il misterioso e burbero anziano che vive nella casa in cima alla collina e che ha palesemente qualcosa da nascondere. La madre di Charlie è morta in un incidente e il padre è un ex alcolizzato. A Charlie, alla sua storia, ti affezioni. Poi Charlie scende nel pozzo nascosto dietro la casa e raggiunge un altro mondo, insieme al fido cane Radar. E, all’inizio, funziona tutto comunque, perché quelle 200 pagine (il mondo reale) te le porti dietro. In quel pozzo ci stai scendendo anche tu, con tutti i tuoi problemi tangibili.
Ma, ahimè, non dura.
Non dura perché King questa volta calca la mano e – tra grilli semi-parlanti, principesse e gigantesse – ho avuto la sensazione (lo sto per dire, mai avrei immaginato) che il Re cercasse di parlare ai giovani… come lo farebbe un “vecchio” che cerca di imitare il loro linguaggio. A pagina 300 il mondo reale, che mi ero tenuto tanto stretto, l’ho dimenticato e ho cominciato ad annoiarmi (per inciso, il primo libro che ho letto di King è stato Gli occhi del drago e, nonostante fosse un fantasy puro, l’ho adorato). La storia prosegue con un regno che è stato usurpato e che deve essere riconquistato da un principe e una principessa. Mi fermo.
Non è stato sufficiente l’omaggio a Bradbury e a Il popolo dell’autunno per emozionarmi. Magari sono io, magari quel linguaggio funziona benissimo e i giovani, che oggi divorano i fantasy, rimarrranno soddisfattissimi da questo romanzo di King. Non lo so. Io appartengo a un mondo che è “andato avanti” e che “non ha dimenticato il volto di suo padre”. Un altro mondo, insomma, probabilmente posto lungo un altro Vettore, dove non gira una meridiana ma la ruota del Ka.
Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)
L’ultima missione di Gwendy (2022, con Richard Chizmar)
Fairy Tale (2022)
I fumetti (sempre solo quelli di cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)
I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)