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“Venti racconti allegri e uno triste” di Mauro Corona

Se ho fatto bene i conti, Mauro Corona dovrebbe aver scritto, tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, 34 libri (di cui alcuni a quattro mani). Un autore molto prolifico, considerato che la sua prima pubblicazione, Il volo della martora, è del 1997. Venti racconti allegri e uno triste è il sedicesimo libro che leggo di Corona (visto che, appunto, stiamo facendo i conti).

Non mi dilungherò.
Come evidente dal titolo, si tratta di ventuno racconti e i temi sono quelli classici dello scrittore: la natura, le bevute, la montagna e, in generale, la vita. La distinzione tra i racconti allegri e quello triste è smontata dallo stesso Corona nella prefazione, poiché in tutti si possono trovare parti comiche e altre più riflessive, come caratteristico del suo stile narrativo. L’ispirazione deriva da fatti reali implementati dall’utilizzo della fantasia (sempre spiegato in prefazione).
Devo ammettere che, rispetto ad altre sue raccolte, ho trovato effettivamente una maggiore leggerezza nel modo di narrare le vicende, dove per leggerezza intendo una minore presenza di violenza, sesso e atmosfere cupe. Aiuta, in questo, anche la brevità dei racconti (il libro consta di circa 150 pagine).

Che dire, a me Corona piace, mi rilassa e alcune sue ottime riflessioni hanno il grande e difficile potere della semplicità. Ti consiglierei Venti racconti allegri e uno triste se hai lo stomaco debole e non desideri essere turbato (insomma, è un libro con la T di “per tutti”). Se vuoi leggere racconti meno allegri potresti dirigerti su Come sasso nella corrente, anche se io continuo a consigliarti il romanzo Il canto delle manére.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“La strada” di Cormac McCarthy

La strada (2006) è un romanzo di Cormac McCarthy, vincitore del James Tait Black Memorial Prize e del Premio Pulitzer. Dal libro è stato tratto lo stupendo The Road, di John Hillcoat (suo anche Lawless, molto bello), con Viggo Mortensen. La strada, così come Cecità di Saramago, è uno di quei romanzi che dovrebbero essere consigliati a scuola (non so se oggi esista qualche insegnante abbastanza illuminato, io ne ho avuti pochi).

In un futuro non troppo lontano, dopo un olocausto nucleare (o la caduta di un asteroide – non è specificato), un padre e un figlio camminano lungo la strada in direzione dell’oceano. Da un flashback si scopre che la madre del bambino non ha retto la situazione venutasi a creare dopo il cambiamento e si è suicidata. L’uomo cerca semplicemente di tirare avanti, è chiaro che il mare sia solo un obiettivo come un altro. Tutto è grigio e cosparso di cenere, il cibo è rarissimo e i sopravvissuti molto pochi. È un mondo in cui è saltata ogni organizzazione sociale, i disperati che non sono morti fisicamente lo sono nell’animo e il cannibalismo è diventato per tanti la soluzione alla fame.

Il livello di disperazione che pervade il romanzo è tale da farti sentire lì, a fianco di questi due personaggi senza nome. Potresti essere tu a tenere una pistola carica, pronto a ucciderti, più che a uccidere, e a porre fine anche alla vita di chi non potrebbe andare avanti da solo. La strada è un’analisi perfettamente lucida di quello che potrebbe essere, di quanto tutto il nostro sistema sia precario e come basterebbe poco per ridurci a uno stadio primitivo. L’unico portatore di bontà, non corrotto dal male dell’età adulta, è il bambino, che cerca sempre di aiutare chi sta peggio anche quando questo può rappresentare un rischio. McCarthy ti trasmette benissimo l’angoscia che vive l’uomo, già dalle primissime pagine visibilmente malconcio (tossisce sangue), conscio che presto dovrà abbandonare il bambino a sé stesso. È un padre che insegna al figlio come si fa a spararsi un colpo in bocca, nel caso gli capitasse di dover evitare una morte atroce (vedi: mangiato).

La strada è un capolavoro, uno dei migliori romanzi che abbia letto ultimamente. Ora mi è venuta voglia di rivedere il film.
Ho scoperto tardi McCarthy, autore, tra gli altri, di Non è un paese per vecchi. Recupererò tutti e dieci i suoi romanzi, puoi starne certo.

“L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares

L’invenzione di Morel è un romanzo breve (o racconto lungo) dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, grande amico di Jorge Luis Borges (che scrive la prefazione). Circa 140 pagine di fantascienza del 1940, con alcuni dichiarati omaggi a L’isola del dottor Moreau di Wells.
Scopro ora che, nel 1974, da questo romanzo è stato tratto un film con la regia di Emidio Greco. Sarebbe molto interessante vederlo, le foto che ho trovato online sembrano belle, tuttavia dubito sia facilmente reperibile.

Parlarti de L’invenzione di Morel senza spoilerare è pressoché impossibile, se non restando molto, molto vaghi nella descrizione della trama.
Un fuggitivo si nasconde su un isola della Polinesia, della quale scopre presto di non essere l’unico abitante. Oltre a lui, infatti, è presente sull’isola un gruppo di amici che frequentano le poche strutture esistenti, una piscina e una sorta di casa museo. Il fuggitivo, pur non entrando mai in contatto con nessuno di loro, si innamora perdutamente di una donna, Faustine, che ha rapporti poco chiari con gli altri uomini del gruppo. Nel frattempo l’uomo nota che sull’isola accadono cose strane: nel cielo il Sole e la Luna sono sdoppiati, c’è un motore che si muove con la forza cinetica data dalle maree, il gruppo di amici sembra scomparire per poi ricomparire… e via dicendo. Mi fermo.

Questo romanzo ha suscitato in me sentimenti contrastanti. Nella prima parte, troppo onirica per i miei gusti, l’ho odiato. Poi, però, quando l’invenzione viene svelata (e qui non posso aggiungere altro), la psicologia del racconto cambia e si fa tutto più interessante. Si instaura una vena malinconicamente drammatica che mi è piaciuta molto. L’eterna solitudine interiore del fuggitivo diventa il vero fulcro della storia, rendendo secondaria la vicenda esterna. Il disperato amore che l’uomo prova per Faustine trascende il genere fantascientifico e si collega agli interrogativi primari dell’esistenza (la mortalità, la vita, l’eternità).

Di certo parliamo di una fantascienza molto più profonda nelle tematiche, rispetto a quella di H.G. Wells (L’uomo invisibile, La guerra dei mondi) anche se, devo dire, Casares perde senza dubbio la sfida del tempo. Questo romanzo ha ottant’anni e l’età la sente tutta, molto più di quelli dello scrittore britannico (che lo precedono, peraltro, di quasi mezzo secolo). Insomma, per scrivere nel 1940 in un linguaggio che non invecchia mai, ti devi chiamare John, Fante o Steinbeck, ma comunque John.

“La storia infinita” di Michael Ende

Volendo arrivare un minimo preparato a parlarti de La storia infinita (1979) di Michael Ende, ieri sera ho agonizzato per tre ore di fronte al motivo per il quale l’ho letto: il film omonimo di Wolfgang Petersen del 1984. L’ho iniziato alle 23 e l’ho terminato alle 2 di notte (più correttamente mi ha terminato lui, alla T-800). Dura 90 minuti, lo so, ma ho dovuto tornare indietro qualche decina di volte a causa degli attacchi narcolettici (che sono in realtà indipendenti dal film e caratteristici dello spettatore, ultimamente). Ad ogni modo, i miei ricordi erano viziati dall’entusiasmo giovanile e il film è a dir poco terrificante, non mi stupisce che Ende abbia fatto causa (perdendo) per scomparire dai titoli di testa. Bello eh Falkor (che poi nel romanzo si chiama Fucur, vai a capire), ma se togli il Golden Retriever volante non è che del film rimanga molto, probabilmente solo Barret Oliver (volto anche di D.A.R.Y.L. altra pellicola della mia infanzia). Insomma, per definirlo con le parole dello stesso Ende: «Un gigantesco melodramma di kitsch, commercializzazione, pupazzi e plastica».

La trama è nota, proprio grazie alla trasposizione (che però tratta solo la prima metà del romanzo).
Bastiano Baldassarre Bucci, scappando da dei bulli, entra in una libreria, ruba un libro e si rifugia a leggerlo nel sottotetto della sua scuola. Scopre così le avventure di Atreiu, giovane cacciatore del regno di Fantàsia, incaricato dall’Infanta Imperatrice di condurre una missione per salvare lei e lo stesso regno. Il male infatti incombe, sotto forma di un misterioso Nulla che pian piano sta inghiottendo tutta Fantàsia. Atreiu, accompagnato dal drago della fortuna Fucur, si spingerà oltre i confini conosciuti, reso forte dal medaglione Auryn.
Qui in realtà finisce il film di Petersen e entra in scena Bastiano. Non ti dico come, per non spoilerare, ti basti sapere che siamo solo a metà della storia.
Bastiano prende il posto di Atreiu e diventa a tutti gli effetti il protagonista del libro, a sua volta prima incaricato di salvare l’imperatrice e poi di effettuare una ricerca, sia fuori che dentro sé stesso, per poter tornare nel mondo reale (che poi sarebbe il nostro). Questa parte è occupata prevalentemente da un continuo susseguirsi di singole avventure.

Che dire, La storia infinita è una macchina perfetta, della quale è impossibile non riconoscere la grandezza, che però non mi ha entusiasmato troppo. La costruzione dei significati, le metafore e la fantastica trovata del metaromanzo sono qualcosa di insuperabile e questo è più che sufficiente per giustificarne la lettura, tuttavia, soprattutto nella seconda metà, il romanzo è leggermente prolisso e fatica a “trainare”.

La parte che ho preferito di gran lunga è quella centrale. Ti trovi a leggere La storia infinita dove Bastiano sta leggendo La storia infinita nella quale c’è un Vecchio che sta scrivendo La storia infinita. È una cosa geniale. Il protagonista legge la storia mentre viene creata (legge quindi di sé stesso che sta leggendo), perdendo così il concetto di passato, presente e futuro.
I temi trattati sono poi moltissimi e, come dicevo, ogni situazione si presta a una doppia interpretazione. Onnipresente è la questione dell’importanza della fantasia, si può dire che il romanzo ne sia un vero e proprio elogio. Parallelamente, le funzioni della memoria/ricordo e della denominazione vengono ritenute fondamentali per l’esistenza (non solo del regno).

Forse il punto più “debole” de La storia infinita è proprio quello relativo alla lettura superficiale. Se si tolgono sottotesto e metafore, la vicenda rischia di risultare noiosa in alcuni tratti, perlomeno agli occhi di un adulto. Ma forse è questa la grandezza di Ende: l’aver creato una storia che si adatta all’età lettore e che svela i suoi vari strati in base alle competenze acquisite da lui negli anni.

Credo che leggerò anche Momo.
E ora beccati il parrucco di Limahl.

“Orsanti” di Arturo Curà

Ho comprato questo libro pensando fosse un saggio, per scoprire solo successivamente, quando ormai l’avevo tra le mani, che si trattasse di un romanzo. Orsanti, di Arturo Curà, rientra tra le letture che sto affrontando per studiare gli orsi e il mondo che li circonda(va). Se ricordi, in merito a queste mie “indagini”, poco tempo fa ti ho parlato anche di Gli orsi delle Alpi – Chi sono e come vivono di Filippo Zibordi. Nonostante le mie aspettative fossero diverse, tuttavia, Orsanti mi è piaciuto davvero tanto. È un romanzo carico di storia e di nostalgia nei confronti di una comunità, quella degli “zingari italiani”, ormai perduta.

Gli orsanti, così come i cammellanti, gli scimmianti e, anche , i musicanti, erano quegli uomini (le donne erano poche) che si muovevano dal paese d’origine andando a cercare fortuna in giro per l’Europa con i loro spettacoli. Carovane molto simili a quelle del circo, anche se di dimensioni più ridotte. Un fenomeno nato tra il Settecento e l’Ottocento, ma che ha poi avuto strascichi fino alla prima metà del Novecento.
Io non li conoscevo, anche se la foto in copertina non mi è risultata del tutto nuova, quindi  avevo forse già visto questi ammaestratori di orsi.

Arturo Curà, mancato purtroppo nel 2018, ha dedicato molti studi agli orsanti e li ha condensati, bene, nel romanzo. La storia è quella di un ragazzo che lascia il suo paese perché ha la vocazione per il mestiere di orsante e crea dal nulla la propria compagnia, trasformandola poi in un circo (attività con molte similitudini, come dicevo). I problemi che incontra durante il suo percorso sono quelli che incontravano tutti quelli che sceglievano questa strada. La lontananza da casa (stavano via anche anni), dai famigliari, l’incertezza nel futuro, l’instabilità affettiva. Insomma, tutto ciò che riguarda una tipologia di vita zingara. Di base c’era anche un grande bisogno di libertà e non avere radici stabili. In Orsanti questo dualismo è molto forte, la nostalgia si scontra continuamente con la voglia di essere, appunto, liberi da tutto e da tutti.

Io cercavo notizie riguardo alle condizioni in cui venivano tenuti gli animali e ai metodi utilizzati per ammaestrarli. In verità ho trovato poco a riguardo, il romanzo si concentra molto di più sulla vicenda umana dei personaggi. Non è stato un male – non ci vuole tanto a immaginare che le tecniche di addestramento fossero crudeli (viene solo citato il modo in cui insegnavano all’orso a ballare: in una botte rovente) – mi ha aperto gli occhi su un tipo di vita che non conoscevo immergendomi perfettamente nel contesto.
Davvero un bel romanzo, non l’avrei scovato se non stessi compiendo questa mia ricerca sugli orsi. È un peccato, romanzi del genere dovrebbero essere molto più noti. Orsanti fonde perfettamente la narrativa con la storia, ed è una cosa abbastanza rara.

Nel frattempo ho scoperto che esiste un Museo degli Orsanti a Vigoleno (Piacenza). A questo punto dovrò visitarlo, per forza.

“La battaglia” di John Steinbeck

Ho impiegato due settimane a leggere La battaglia di John Steinbeck, un tempo estremamente lungo per un libro di 300 pagine. Ora che l’ho terminato sono in preda a sentimenti contrastanti e non so ancora bene cosa vorrei dirti a riguardo. Se da un lato la scrittura poetica di Steinbeck è sempre qualcosa di unico, dall’altro la storia del romanzo non è tra quelle che più mi hanno entusiasmato. In dubious battle, insomma, non è coinvolgente come altri libri dello scrittore, ma questo non significa non sia una grande fonte di riflessione.

Il tema è quello estremamente caro a Steinbeck: la situazione dei braccianti, e il loro sfruttamento, nel periodo della Grande Depressione. Furore raccontava l’odissea della famiglia Joad, soprattutto dal punto di vista umano; Uomini e topi affrontava il dramma di chi, già ultimo per condizione economica, lo era ancor di più per natura fisica. La battaglia si sposta all’interno dei movimenti degli scioperanti (e dei “rossi”, i comunisti) che cercavano di cambiare qualcosa attraverso, appunto, le battaglie sul campo.

Come già visto anche negli altri romanzi, quello che accadeva era che i braccianti venivano attratti sul posto di lavoro con la promessa di paghe che poi venivano, solo all’ultimo momento, dimezzate. La manodopera a questo punto non poteva più tirarsi indietro (non aveva nessuna stabilità per poter rifiutare l’ingaggio) e accettava l’umiliazione di lavorare per poco e niente. Ed è esattamente questo che accade ne La battaglia: un esercito di disperati viene attratto nei campi, per la raccolta delle mele, con una promessa che non viene mantenuta. Tra questi ci sono anche Mac, un “rosso” di vecchia data, e Jim, appena arruolato nel partito. Loro, però, in quanto “comunisti”, si recano nei campi già sapendo che ci sarà motivo di lottare per i diritti dei lavoratori. È questo il loro vero scopo. La battaglia non è altro che il racconto dello sciopero, organizzato e fomentato dai due protagonisti.

Il tema, attuale ed eterno, è sempre la stesso: l’uomo che odia sé stesso. Dietro a una “battaglia” appunto, utile a nascondere le ingiustizie, c’è chi non ha assolutamente nulla e chi ha tutto, troppo. Nella lotta ai “rossi” di allora si può ritrovare qualsiasi altra scusa che serva a mantenere lo stato invariato delle cose, anche oggi. Non è infatti molto diverso da quello che vedi in tv e nei telegiornali tutti i giorni: mentre si accende la tifoseria da stadio tra i partiti (e tra le capre che li seguono ancora), nulla cambia, l’uomo non si evolve. Le vittime culturali di questo sistema sono da entrambi i lati, ma ovviamente a soffrire di più è chi sta peggio perché, oltre alla stupidità, patisce anche la fame.

Adesso voglio leggere La valle dell’Eden, quindi lo metto in lista.

Libri di John Steinbeck di cui ti ho parlato:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
La battaglia (1936)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La perla (1947)

“Lolita” di Vladimir Nabokov

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Lo, Lola, Lolita.
Arrivo alla lettura di Lolita, di Vladimir Nabokov, vergine (concedimelo) della visione dei film che ne sono stati tratti. Oddio, proprio vergine no, quello di Kubrick del 1962 devo averlo visto, ma non lo ricordo. Di certo ho mancato il remake del 1997 di Adrian Lyne (specializzato in film porcellini, come 9 settimane e ½ e Attrazione fatale) con Jeremy Irons.
Dovrò rimediare perché Lolita, sebbene per certi versi sia lento come una lumaca su una tartaruga, è un capolavoro.

Nabokov ha dovuto sudare le pene dell’inferno per trovare un editore. Il romanzo all’epoca (1°ed. Parigi, 1955) fu scartato da quattro editori, perché considerato difficile, visto il tema scabroso trattato. Nel decennio successivo, invece, venne tradotto anche in russo (dallo stesso autore) dopo essere diventato un best seller da decine di milioni di copie.

La trama è nota, non mi dilungo.
Humbert Humbert, professore di letteratura francese, racconta (scrive) la vicenda da una cella, dopo essere stato recluso per un delitto (non ti dirò quale). Narra della sua passione per le ninfette e di come questa l’abbia portato, all’età di 37 anni, a sposare Charlotte Haze, con il fine di poter rimanere vicino alla figlia dodicenne Dolores Haze (alias Lolita). Charlotte muore e Humbert Humbert diventa in questo modo patrigno/tutore, amante e, infine, schiavo della viziata ragazzina. Insieme girano l’America, tra motel, cinema e ristoranti, in un crescendo di malessere e dipendenza psicologica, dove vittima e carnefice si scambiano di ruolo, fino al momento in cui Lolita scompare…

C’è da fare un dovuto distinguo, prima di addentrarsi nel pericoloso argomento pedofilia. Nei film che ho citato prima Lolita aveva, per scelta dei registi, 16 (Kubrick) e 14 (Lyne) anni. Questo, in qualche modo, sposta le versioni cinematografiche dal tema della malattia mentale a quello, meno pesante, della morale. Possiamo stare qui a discutere per ore se un uomo maturo possa o meno considerarsi tale provando attrazione per una sedicenne, ma di certo non stiamo parlando di pedofilia. Nel romanzo, però, Lolita ha 12 anni e Humbert Humbert, per sua stessa ammissione, prova un’attrazione (consciamente da nascondere) nei confronti di alcune particolari ragazzine, che lui definisce ninfette, comprese tra i 9 e i 12 anni. Humbert Humbert è un pedofilo, su questo non c’è alcun dubbio.

Te lo scrivo perché anche io, avendo in mente le immagini intraviste dai film, sono partito prevenuto, pensando che a parlare di pedofilia fossero i soliti benpensanti (quelli, insomma, che non hanno mai visto una foto della Ratajkowski a 14 anni). Ecco, no. Humbert è un pedofilo, senza se e senza ma. Humbert è attrato dai corpi acerbi, non formati, che presentano ancora fattezze decisamente infantili o comunque parecchio borderline. Humbert è un cazzo di malato mentale, della peggior specie.

Lolita, tuttavia, Lolita… bisogna dirlo.
Dolores “Lolita” Haze non è del tutto sana nemmeno lei. Quando Humbert approfitta della sua “innocenza”, Lolita non è più vergine perché si è già data parecchio da fare durante le vacanze estive. E, ti ricordo: ha 12 anni. Se è vero che Humbert la rovina del tutto, “rompendo” una psiche già malconcia, è anche vero che lei ci mette cinque minuti a ribaltare la frittata e a rendere il pedofilo suo schiavo in tutto e per tutto, dimostrando, peraltro, una iperattività sessuale non solo nei suoi confronti, ma anche nei confronti di qualsiasi altro maschio abbordabile nel di lei raggio d’azione.

La vera forza del romanzo è, a mio parere, tutta qui: nello scontro tra le due malattie mentali che non fanno prigionieri. Humbert e Lolita sono l’uno la punizione dell’altra. Non credo, onestamente, che la deriva di Lolita sia stata causata specificamente da quell’Humbert, credo, piuttosto, che Lolita avrebbe comunque cercato un Humbert dal quale farsi rovinare. Era destinata a questa fine.

Ovviamente, chiariamolo, questo discorso nulla toglie alla laida e schifosa figura del pedofilo Humbert, che tale è e tale rimane. Nabokov lo tratteggia stupendamente attraverso il racconto in prima persona, che lo rende fragile, malato e pericoloso al tempo stesso. Ti fa entrare nella sua mente, capire come ragiona. L’elevato livello culturale del protagonista fa si che la brutalità venga nascosta dall’esposizione poetica dei suoi pensieri. E così, in un certo senso, non appare cattivo, quanto piuttosto un essere che si è ormai arreso alla diversità dei propri istinti e che non cerca più di ostacolarli, ma solo di nasconderli alla vista del prossimo.

Curiosità. La storia di Lolita sarebbe ispirata a fatti realmente accaduti. Nel 1948 l’undicenne Sally Horner fu rapita dal meccanico cinquantenne Frank La Salle che abusò di lei per 21 mesi, viaggiando attraverso l’America.

Insomma: Lolita non è un libro facile e non è nemmeno un libro leggero, ma devi assolutamente leggerlo.

P.S. E se l’immagine di Lolita fosse del tutto stravolta dall’unico punto di vista che la descrive, cioè quello di Humbert Humbert? Fino a che punto la realtà che percepisci durante la lettura è reale?

“Una feroce compassione” di Angelo Paratico

Una feroce compassione è il nuovo romanzo storico di Angelo Paratico (tradotto dalla sua versione inglese: The dew of Heaven). Ti avevo già parlato di Paratico in due precedenti occasioni, per l’interessantissimo saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava e per il bel thriller La settima fata. Con Una feroce compassione l’autore mescola in qualche modo i due generi, arrivando così a portare all’attenzione vicende storiche realmente accadute (e poco conosciute) attraverso una ricostruzione che poggia anche su situazioni di pura finzione.

Tutto ruota intorno al ritrovamento del diario di Gino Montecorvo, un ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 e stabilitosi poi a Macao per motivi sentimentali ed economici. La lettura del diario – da parte dei personaggi appartenenti alla parte di “fiction” del romanzo – è l’occasione per narrare un periodo storico e gli eventi che lo hanno attraversato. È una storia da noi poco nota (io, almeno, la ignoravo) che riguarda l’Olocausto sofferto dalla Mongolia a opera dei bolscevichi sovietici. Una rappresaglia di guerra che ha causato, oltre a incalcolabili perdite umane, anche lo smarrimento e la distruzione di opere sacre, libri e monasteri. Tra queste reliquie venne perso anche il Sulde, cioè l’oggetto che avrebbe dovuto contenere l’anima di Gengis Khan e conferire il potere di ricreare lo Stato mongolo… (qualcosa di simile alla Sacra Sindone ma con più superpoteri – scostandoci dal fantasy cristiano e avvicinandoci alla realtà, potrei paragonarlo al mantello di Superman).

Ciò che fa da cornice al diario è una vicenda di intrigo e spionaggio, più affine alla precedente opera di Paratico, La settima fata. Ho trovato questa soluzione molto utile a rendere la parte storica più godibile, poiché l’autore ha saputo creare un buon equilibrio tra la narrativa e la storia, dosando sapientemente intrattenimento e informazione (direi un buon 50/50). C’è quindi tutta una sottotrama di intrighi, mafie e segreti (che include anche una storia d’amore) che accompagna il ritrovamento del diario e il mistero del Sulde.

Curiosità: nell’ultima parte del romanzo si svolge un “funerale celeste“, approfonditamente descritto. Un tipo di “sepoltura” rituale tibetana che non conoscevo e che è molto lontana (è un eufemismo) dalle nostre tradizioni. Ti dico solo che gli avvoltoi si cibano del corpo del defunto… Davvero molto interessante.

Ora l’ultima domanda che mi rimane (e che porrò direttamente all’autore) è come e perché il titolo The dew of Heaven sia diventato Una feroce compassione. Alla fine anche La rugiada del Paradiso non sarebbe suonato male.

“La casa del tuono” di Dean R. Koontz

La casa del tuono è una grotta dove quattro ragazzi di una confraternita universitaria hanno ucciso un aspirante “confratello”, dopo averlo picchiato e seviziato davanti alla fidanzata, Susan. Trascorsi tredici anni Susan, che nel frattempo si è rifatta una vita, ha un incidente d’auto e si risveglia in ospedale dopo diversi giorni di coma. Sarebbe tutto “normale” se non fosse che, camuffati tra i pazienti e gli infermieri, Susan riconosce i quattro assassini, ancora giovani e, soprattutto, ancora vivi, nonostante fossero morti tutti poco dopo aver commesso il crimine. Susan non ha dimenticato che, quella sera, i quattro le avevano promesso di ucciderla, e non lo hanno dimenticato neanche loro…

Non posso dirti molto di questo romanzo di Koontz senza svelare particolari compromettenti, farò quel che riesco. È principalmente un thriller/horror ospedaliero, dal momento che la maggior parte della trama si svolge tra le mura del reparto dove la protagonista è impegnata a recuperare le forze e la memoria. Non solo però, nella parte finale la scena si sposta all’esterno e, nel giro di cinquanta pagine, la situazione si ribalta diverse volte mandandoti in confusione mentale esattamente come Susan.

Il finale (non spoilero) è talmente diverso da quanto ti aspetti da far crollare qualsiasi critica avessi iniziato a sollevare durante la lettura. Per dirne una: la somiglianza iniziale con il racconto A volte ritornano (dall’omonima raccolta) di Stephen King decade, per fortuna, lasciando spazio a un’idea originale. Tutto si spiega, in una apprezzabile narrativa classicamente anni ottanta.

Che dire, Koontz mi piace, questo è il quinto suo libro che leggo ed è anche quello che, nella cronologia dell’autore, precede il bellissimo Phantoms!. In questo caso si parla di una storia molto più semplice, ma non per questo meno divertente. 300 pagine che scivolano via veloci.
Curiosità: la prima edizione de La casa del tuono è del 1982, Koontz la scrive sotto lo pseudonimo (uno dei tanti) di Leigh Nichols.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee

Il buio oltre la siepe (To kill a mockingbird) è un romanzo del 1960 della scrittrice americana Harper Lee (grande amica del Truman Capote di A sangue freddo) tornato di gran moda ultimamente a causa delle violenze perpetrate dalla polizia statunitense nei confronti degli afroamericani/personedicolore/neri/negri* [la pippa sull’ipocrisia linguistica te la tiro dopo], il soffocamento di George Floyd e il movimento black lives matter.
Argomenti, questi, che obbligano a muoversi con molta attenzione poiché il perbenista di turno, desideroso di lavarsi l’occidentale coscienza utilizzando le pippe linguistiche di qui sopra, è sempre pronto a combattere il razzismo a suon di termini politicamente corretti.

Trama e struttura, così non si sbaglia.
Alabama, anni 30. Scout, sei anni, racconta in prima persona le vicende che coinvolgono la sua famiglia in un arco di tempo di circa tre anni. Il romanzo (400 pagine) è divisibile in due parti da 200 pagine ciascuna. La prima è occupata dalla presentazione dei personaggi e del contesto nel quale vivono. La storia qui appare quasi più vicina al romanzo di formazione che a quello di critica sociale. Scout affronta i problemi dei primi anni di scuola, insieme al fratello Jem di quattro anni più grande, aiutata dal padre Atticus, avvocato, e dalla domestica di colore (ci risiamo) Calpurnia. Insieme a Jem scopre il fascino del mistero, rappresentato da un vicino, Boo Radley, che non esce mai di casa (da qui l’ignoto buio oltre la siepe, legato al pregiudizio dovuto alla non conoscenza). Quando la trama si sposta sul tema della seconda parte del libro, il razzismo, conosci già bene tutto il vicinato di Scout, così da avere un’idea precisa di come il contesto reagirà agli eventi che seguiranno. Al padre di Jem viene infatti affidata la difesa di ufficio di un negro, Tom Robinson, accusato di avere stuprato la figlia di Bob Ewell, un bianco parassita della società che vive di assistenzialismo e alcool. La vicenda è tutta qui: per quanto un bianco sia sporco non potrà mai esserlo quanto un negro e, quindi, la sua parola avrà sempre un valore e una credibilità maggiore, anche se sta palesemente mentendo.

Ero fortemente prevenuto nei confronti de Il buio oltre la siepe, così come lo sono per tutte le cose che finiscono, da un momento all’altro, per tornare di moda. Mi sbagliavo. Il buio oltre la siepe è uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi tempi. È fresco, coinvolgente, geniale nella innocente visione del mondo di Scout. A sessant’anni dalla pubblicazione è attuale, oltre che per i temi trattati, anche per lo stile narrativo.
È la moda a essere negativa, non il romanzo.
Risulterò impopolare e difficile da comprendere, il mio è un discorso forse troppo articolato per competere con la facile e immediata bellezza delle bandiere multicolori. Tuttavia sono convinto che, così come la parità dei diritti tra i sessi sia fortemente ostacolata dal danno creato dai movimenti femministi (che, in fondo, compiono un errore “specchiato”), il razzismo sia favorito da molti “antirazzisti” e dal perbenismo lessicale dilagante. Dal politically correct che costa poco/nulla in termini di sacrifici e offre, in cambio, una immediata visibilità, finendo per illudere che si stia lavorando per risolvere un problema, quando in realtà non si sta facendo nulla.

Devo averlo già detto qui sul blog, ma fino a quando si inseguiranno le parole invece dei fatti, non cambierà niente. Fino a quando si guarderà al negro (vocabolo che non ha nulla di negativo) mutando l’apparenza come più conviene in masturbazioni letterarie (di nuovo: di colore/afroamericano/nero) il problema non verrà affrontato. La via più facile viene percorsa dalla maggioranza, perché non implica rinunce. Nella nostra società poi, che di apparenza ci vive, è bellissimo mostrarsi ferventi sostenitori dei diritti senza essere costretti a rimetterci nulla. Ignorare che il vero problema sia lo sporco che precede il vocabolo di turno (a seconda del decennio) o il del cazzo che lo segue, è la perfetta metafora che ci consente di continuare a rubare a chi ha di meno (sia a livello locale che globale) sentendoci a posto con la coscienza perché ci siamo schierati esplicitamente dalla parte del bene.
[In merito al problema prettamente linguistico QUI ho trovato un bell’articolo che spiega quello che penso].

E così dire «non è cambiato niente» ci fa belli, ma non ci fa migliori. Il problema è tutto lì. Anche perché qualcosa, per fortuna, è cambiato dai tempi di 12 anni schiavo, anche se è tutto mooolto lento. Certo l’iperbole, l’esagerazione, fa sempre parte dell’apparenza. Dire che non è cambiato nulla è veloce e di impatto immediato, cambiare la propria vita al fine di far parte del cambiamento è invece molto più dispendioso (soprattutto in termini economici).

Il buio oltre la siepe va in profondità, è questo che mi è piaciuto. Lo fa con molta più efficacia e onestà di quanto spesso lo si faccia oggi. Il pregiudizio è affrontato a 360° (il titolo italiano è legato al pregiudizio nei confronti di un vicino di casa “caucasico”). Uccidere un usignolo, alla fine, è facile come scrivere un articolo su quanto sia importante effettuare dei cambiamenti veri per sconfiggere i sopprusi, senza poi fare nulla di tangibile perché qualcosa avvenga (oltre a controllare l’indicizzazione dell’articolo stesso per la gloria personale e il narcisismo intellettuale).

P.S. Non ho ancora visto il film di Robert Mulligan del 1963, con Gregory Peck. Rimedierò.