“A sangue freddo” di Truman Capote

Da qualche tempo ero alla ricerca di un trattato serio e completo sui serial killer, poichè suscitano da sempre il mio interesse. Hai presente quando fanno quei documentari su Bundy/Dahmer/Manson/ecc. sulle reti secondarie? Ecco, io non riesco a scollarmici. Durante la mia caccia al tesoro (che ha portato al risultato del malloppissimo I serial killer di Mastronardi e De Luca, già ordinato) continuavo ad imbattermi nel romanzo di Capote. A un certo punto, viste anche le continue positivissime recensioni che mi si spiattellavano davanti agli occhi, non ho più avuto scelta, ho dovuto comprarlo e leggerlo (i serial killer comunque non c’entrano molto).

Ripeto: recensioni positivissime, ovunque e sempre. Effettivamente non si può certo dire che sia un brutto romanzo. Tuttavia, forse a causa dell’enorme aspettativa, ho trovato comunque che mancasse qualcosa, anche se non saprei definire bene cosa. O meglio, è mancato quel qualcosa che mi fa mollare tutto ogni due minuti per andare avanti a leggere, ecco. E’ un romanzo con alti e bassi fortissimi, ci sono effettivamente dei momenti in cui non ci si riesce a staccare dal libro alternati ad altri molto noiosi. Credo che un centinaio di pagine in meno (su 400) non avrebbero guastato.

La storia è nota: il massacro della famiglia Clutter in Arkansas nel 1959 ad opera di due delinquenti, “amichevolmente” Perry e Dick, per futili motivi. Ovviamente all’epoca fu uno scandalo incredibile, cosa che ad oggi invece succede tranquillamente giorno si e giorno si in qualsiasi provincia, senza particolare eco mediatica. (O con particolare eco mediatica, dipenda dai punti di vista, vedi tutta la TV spazzatura come “Quarto grado”, ecc.)

clutter family

Uno dei pregi del romanzo è sicuramente proprio quello di riportarti in un contesto storico “puro” dove ancora il Male era indicabile con il dito indice e confinabile in un angolo. E’ evidente l’enorme differenza dei nostri anni con quelli di allora. Inoltre Capote descrive tutti i personaggi, dalle vittime agli assassini ma passando anche dalla postina del paese, facendoti sentire parte della comunità, non celando nulla, ti sembra di abitare a Garden City, dove tutto è successo. In questa precisa e minuziosa descrizione non mancano attimi molto coinvolgenti, come il momento del ritrovamento dei quattro cadaveri o le fasi del processo ai killer.

Tuttavia il resoconto è fortemente romanzato. Chi cerca un libro d’inchiesta resterà quindi forse deluso. Troppe descrizioni sentimentali, troppe riflessioni e soggettività. Ogni poco ci si chiede quante siano le supposizioni dell’autore e quante le reali informazioni carpite dalle interviste ai personaggi. Questa ibridazione tra due generi è quindi difficile da mandare giù per chi, come me, ama o la narrativa o i fatti oggettivi. Sembra di mescolare Il mostro di Michele Giuttari con Il miglio verde di Stephen King, per capirci.

E’ evidente, soprattutto nella parte finale, la totale avversione di Capote alla pena di morte (in questo caso per impiccagione) supportata tramite facili “giochi” sulla commiserazione dei due personaggi, soprattutto di Perry Smith. Ognuno può pensarla come vuole e il dibattito è infinito, tuttavia ritengo ci siano casi in cui esistano veramente, se non nulle, pochissime giustificazioni. Queste bestie sono entrate in una casa con il chiaro intento di “non lasciare testimoni”, dopodichè hanno imbavagliato e ucciso quattro persone collaboranti, tra cui due ragazzini. Sapevano di essere in Arkansas e della esistenza della pena di morte, quindi la scelta di essere condannati a morte l’hanno effettuata loro nel momento in cui hanno premuto il grilletto, non il giudice, la giuria, o chiunque altro. Ovvio che poi, all’ombra del cappio, sembrino tutti agnelli.

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