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“Lampi” di Dean Koontz

Laura Shane nasce illesa solo grazie all’intervento di un misterioso uomo che impedisce al dottore di turno (un alcolizzato incompetente) di causare danni irreversibili. Lo stesso uomo la salva nuovamente a otto anni, durante una rapina. E poi ancora, qualche tempo dopo, da un maniaco in orfanotrofio. E ancora, e ancora, e ancora.
Laura chiama questo individuo “il custode”, poiché sembra vegliare sempre su di lei. Quando finalmente capisce che lui proviene da un altro tempo, il pericolo vero si avventa sulla sua famiglia, lasciandola vedova e con un figlio da proteggere.
Mi fermo.

Lampi (Lightning) se la batte con Incubi, quanto a noia, e mi dispiace. L’ho letto in poco tempo, nonostante le sue 430 pagine, ma il motivo è dovuto solo a un paio di serate inaspettatamente libere che ho passato con il libro in mano, non certo all’entusiasmo. La trama è interessante, i viaggi nel tempo mi piacciono, la prima parte della storia, in orfanotrofio, mi ha appassionato, ma poi è finita lì.

Credo che il problema principale di Lampi, per quanto mi riguarda, sia stato l’aver ucciso la sospensione dell’incredulità. E non l’ha fatto con i tunnel temporali – quelli funzionano (ovviamente se li si apprezza) – l’ha fatto con dei dialoghi forzati, per nulla naturali e spontanei, e con personaggi a tratti macchiettistici. L’amica della protagonista, che di lavoro fa la cabarettista, si esprime praticamente solo a battute. Sembra il Groucho di Dylan Dog: una cosa che può funzionare in un fumetto, ma non in un romanzo. I nazisti sono tutti stupidi e quadrati, “cattivi e basta”. Laura si trasforma in Steven Seagal, imparando a utilizzare Uzi e pistole e sapendo muoversi nell’ambiente della criminalità come Scarface. Insomma, mancano la profondità e il realismo.

Se dovessi sintetizzare (o semplificare) al massimo, ti direi che questo romanzo è un buon telefilm. Non è da buttare, si può vedere, ma non è memorabile, anzi. È un po’ come se dovessi ricordarti la settima puntata della terza stagione di Magnum PI

Sembra, da quanto leggo ovunque, che Intensity sia insuperabile: forse è venuto il momento di “sfoderarlo”. In ogni caso, non saranno un paio di libri mediocri a farmi mollare Koontz.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Later” di Stephen King

Later l’ho letto in due giorni, è un romanzo che si fa divorare. Non tanto per la trama (che non ha nulla di straordinario) quanto perché quando King parla dell’adolescenza o, comunque, mette in campo un protagonista ragazzino, non posso far altro che rimanere ipnotizzato.

Jamie è il figlio di un’agente letteraria, non sa chi sia suo padre e vede le persone morte (l’avevo detto che la storia non era straordinaria, no?). Va tutto abbastanza bene, fa amicizia con un anziano vicino di casa, aiuta qualche trapassato e via dicendo. La sua vita scorre regolare tra alti e bassi, fino a quando non incontra il Male. Mi fermo.

Per qualche motivo ero convinto che questo romanzo fosse un poliziesco con risvolti paranormali: non lo è (un poliziesco, intendo). Sì, la compagna della mamma (strizzatina d’occhio) di Jamie è una poliziotta, ma finisce qui. Non si può nemmeno definire un giallo, Later è un horror di formazione, genere del quale il Re è… Re, appunto. Insomma, non farti troppo influenzare dalla versione americana della copertina, che suggerisce un qualche tipo di mistery (che poi è uguale alla copertina italiana, ma c’è quella pistola con la scritta Hard case crime che, insomma…)

Ancora una volta King ti riporta a quelle amicizie caratterizzate da una grande differenza d’età (l’ultima era ne Il telefono del signor Harrigan, il primo racconto di Se scorre il sangue) che hanno contraddistinto diversi suoi romanzi. Lo fa bene, lo sa fare, lo sappiamo.
Oltre a tutto questo, in Later, c’è una sorta di dedica al mondo che gira attorno ai romanzi e che resta dietro le quinte, quello degli agenti letterari.

Non vorrei che fraintendessi, però, ora che ci penso. Sebbene le similitudini con Il sesto senso siano molte, il romanzo di King non ha nulla a che fare con il film di Shyamalan. La trama si sviluppa in tutt’altro modo e l’intervento del Male (con qualche similitudine con il male supremo di Derry, IT) è molto più approfondito. Se hai confidenza con il regno immaginifico creato da King, non ti sfuggirà di certo il “rituale” che prevede il mordersi la lingua a vicenda con il nemico. La tartaruga è dietro l’angolo, insieme ai Vettori.

Non credo che Later verrà ricordato come uno dei migliori libri di King, però lui ci ha buttato dentro parecchio, questo è indubbio. È un bel punto di connessione tra molte storie, che gli appassionati si potranno godere appieno. È più un romanzo sul come, che sul cosa. È più una sintesi sullo stile, che una nuova aggiunta. A me, comunque, è piaciuto molto, perché ha la leggerezza di Joyland. E poi lo sai che io con Stephen mi sento a casa, ed è in assoluto l’unico autore con il quale mi succeda.

Ora attendo con ansia Billy Summers (uscita USA in agosto). Ah, e ho già preordinato il saggio Guns – Contro le armi, che uscira a maggio in sole diecimila copie (Marotta&Cafiero editori, Scampia).
Chissene della regina: Dio salvi il Re.

Ho letto quasi tutto di Stephen King (me ne mancano 3), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)

“Incubi” di Dean Koontz

Melanie, all’età di tre anni, viene rapita dal padre Dylan e per i sei anni successivi la madre Laura ne perde le tracce. Poi Melanie viene ritrovata mentre si aggira nuda e sola in mezzo alla strada. È scappata da una casa delle “torture” dove il padre e altri complici la sottoponevano a esperimenti mirati a raggiungere il completo controllo dell’inconscio, utilizzando una sedia elettrica e una camera di deprivazione sensoriale. Nella casa sono tutti morti, uccisi da qualcuno che possiede una forza sovrumana. Melanie è in stato catatonico e la madre, insieme al detective Dan Haldane, cercano di venire a capo di quanto accaduto. Man mano che le indagini procedono, e che vengono scoperte altre persone implicate negli esperimenti, i cadaveri cominciano a moltiplicarsi. Mi fermo.

Sesto romanzo di Dean Koontz che leggo (gli altri li trovi in fondo al post) e primo a non piacermi. I motivi sono tanti, forse troppi.

Il primo e più incisivo è sicuramente la prevedibilità. La storia è costruita per metà come un horror e per l’altra metà come un poliziesco/giallo. Chi compie gli omicidi?
[SPOILER] Se non fosse già intuibile dai primi capitoli, ci pensa una copertina ai limiti della legalità a fornire la risposta. Inaccettabile questa scelta, è un po’ trovarsi davanti la foto del maggiordomo con il coltello in mano. Non si fa. Pensavo fosse una scelta per sviare i sospetti, invece è solo una scelta del cazzo (quando ci vuole…). [FINE SPOILER]

Il secondo motivo è l’inutile lunghezza. 380 pagine per raccontare qualcosa che avrebbe richiesto meno della metà dello spazio. Concetti ripetuti svariate volte, pippe mentali e inutili descrizioni. Prolisso, punto. Ci ho messo una vita a leggerlo, non ho mai avuto lo stimolo a proseguire, non sono mai stato curioso.

Il terzo è la macchinosità. Di tutto. Della trama, dei ragionamenti, delle emozioni. I protagonisti arrivano ad accettare situazioni inaccettabili attraverso dubbie deduzioni logiche. Le difficoltà psicologiche vengono annullate dall’appiattimento intellettuale dei personaggi, che paiono tagliati con l’accetta. Mi ha ricordato quando si inventano le storie giocando tra bambini e ci si fa andare bene qualsiasi cosa: «Allora facciamo che tu non riesci a uccidermi perché io ho mangiato la caramella dell’immortalità». Certo, come no.

La sensazione è quella di un libro che sia stato scritto perché doveva essere scritto. Non c’è anima, non c’è passione. Un compitino svolto per la sufficienza.
Può succedere, capiamoci, ma sono contento di aver già letto altro di Koontz perché se fossi partito da Incubi mi sarei fatto un’idea sbagliata (un po’ come approcciare Stephen King partendo da Rose Madder).
Vedremo, ho Lampi e Intensity ancora sullo scaffale.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore” di Luigi Musolino

Oscure Regioni è un’antologia di racconti horror di Luigi Musolino, uscita nella collana Memorie dal Futuro dell’associazione RiLL.
Non credo oramai di doverti più spiegare cosa sia RiLL (associazione culturale nata nel 1992 che, dal 1994, organizza il più noto concorso d’Italia dedicato al racconto fantastico: il Trofeo RiLL) ma, se è la prima volta che ne senti parlare, ti invito ad approfondire attraverso i link che ti lascio a fine post (sul sito ufficiale trovi anche il bando, appena uscito, per la prossima edizione del concorso letterario).

Veniamo all’antologia Oscure Regioni che, in realtà, è una doppia antologia (gnam!) poiché composta da due volumi di circa 150 pagine l’uno, per un totale di 20 racconti. Musolino, peraltro, è un autore che, inaspettatamente, avevo già letto: ti ricordi quando ti ho parlato de I vermi conquistatori di Brian Keene? Be’, ho scoperto che l’edizione italiana era tradotta proprio da Luigi Musolino!
Sto divagando, lo so. Però questa, a mio parere, è una cosa importante, sai che alle traduzioni ci tengo.

Il titolo Oscure Regioni è un gioco di parole che svela il contenuto della raccolta. Il tema è, infatti, quello delle leggende popolari, dei miti, del folclore locale, che Musolino ha rivisitato e orrorizzato. I racconti sono ispirati alle storie oscure delle regioni italiane e attingono quindi a piene mani da una cultura sotteranea composta da streghe, mostri e creature che (forse) non esistono.
È inutile che ti dica quale lavoro (davvero mostruoso) debba aver richiesto una cosa del genere, vero? Te lo dico lo stesso, perché si percepisce benissimo. Non solo per quanto riguarda la conoscenza del folclore locale, appunto, ma anche per la descrizione dei luoghi e per l’utilizzo della lingua, che spesso prende a prestito da forme dialettali geolocalizzate.

Potremmo stare qui ore a parlare di ogni singolo racconto e scoprire quale leggenda sia nascosta alla base della sua trama, ed è esattamente questo il bello della raccolta di Musolino. Lasciamelo dire: con buona pace di chi ritiene l’horror un genere “leggero” e slegato dalla cultura.
Ho trovato anche un bell’articolo dello stesso Musolino che spiega l’etimologia dei racconti, dividendoli regione per regione. Lo puoi leggere QUI.

In Oscure Regioni ci sono anche i due racconti con i quali l’autore ha vinto il Trofeo RiLL nel 2010 e nel 2012: O Mammone e Il carnevale dell’uomo cervo (uno tra i miei preferiti, insieme a Smeraldo).
A questo punto non mi rimane che recuperare Eredità di carne, il nuovo romanzo di Musolino appena pubblicato da Acheron Books.

Libri RiLL di cui ti ho parlato:
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni AA.VV. (2019)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“La casa del tuono” di Dean R. Koontz

La casa del tuono è una grotta dove quattro ragazzi di una confraternita universitaria hanno ucciso un aspirante “confratello”, dopo averlo picchiato e seviziato davanti alla fidanzata, Susan. Trascorsi tredici anni Susan, che nel frattempo si è rifatta una vita, ha un incidente d’auto e si risveglia in ospedale dopo diversi giorni di coma. Sarebbe tutto “normale” se non fosse che, camuffati tra i pazienti e gli infermieri, Susan riconosce i quattro assassini, ancora giovani e, soprattutto, ancora vivi, nonostante fossero morti tutti poco dopo aver commesso il crimine. Susan non ha dimenticato che, quella sera, i quattro le avevano promesso di ucciderla, e non lo hanno dimenticato neanche loro…

Non posso dirti molto di questo romanzo di Koontz senza svelare particolari compromettenti, farò quel che riesco. È principalmente un thriller/horror ospedaliero, dal momento che la maggior parte della trama si svolge tra le mura del reparto dove la protagonista è impegnata a recuperare le forze e la memoria. Non solo però, nella parte finale la scena si sposta all’esterno e, nel giro di cinquanta pagine, la situazione si ribalta diverse volte mandandoti in confusione mentale esattamente come Susan.

Il finale (non spoilero) è talmente diverso da quanto ti aspetti da far crollare qualsiasi critica avessi iniziato a sollevare durante la lettura. Per dirne una: la somiglianza iniziale con il racconto A volte ritornano (dall’omonima raccolta) di Stephen King decade, per fortuna, lasciando spazio a un’idea originale. Tutto si spiega, in una apprezzabile narrativa classicamente anni ottanta.

Che dire, Koontz mi piace, questo è il quinto suo libro che leggo ed è anche quello che, nella cronologia dell’autore, precede il bellissimo Phantoms!. In questo caso si parla di una storia molto più semplice, ma non per questo meno divertente. 300 pagine che scivolano via veloci.
Curiosità: la prima edizione de La casa del tuono è del 1982, Koontz la scrive sotto lo pseudonimo (uno dei tanti) di Leigh Nichols.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Phantoms!” di Dean Koontz

Jennifer è un giovane medico e torna nella piccola cittadina di Snowfield insieme alla sorella minore Lisa, affidatale dopo la morte della madre. Entra in casa e trova la domestica morta, e blu. Presto le due ragazze scoprono di essere le uniche persone vive in tutta la città, gli altri abitanti o sono morti (in condizioni stravaganti) o scomparsi nel nulla. Jennifer sospetta un virus, un attacco batteriologico. Interviene lo sceriffo della contea vicina, con i suoi uomini. Il Male, l’Antico Nemico, si manifesta e le persone ricominciano a morire.

Phantoms! (1983) è il quarto romanzo che leggo di Dean Koontz e anche il migliore (per ora). In realtà potrei averlo già letto da “giovane” ma, grazie a un rincoglionimento galoppante, non ricordo. Ti dirò di più, non ricordo nemmeno il film con Ben Affleck che ne è stato tratto e che ho visto (di questo son sicuro), quindi la situazione è abbastanza grave. Dannazione, avevo appena festeggiato il mio primo indispensabile hater (vedi i commenti di L’urlo e il furore) e vedevo davanti a me un futuro radioso, invece pare sia pronto per la fossa!

Rispetto alle mie precedenti letture Koontziane, Phantoms! ha una struttura più complessa, personaggi più articolati (e numerosi) e una profondità maggiore. Ci sono alcune vicinanze con altre storie successive che trattano l’argomento del Male rappresentato in forma simile. L’inizio, per dire, ricorda Silent Hill (videogioco o film, quello che vuoi). L’Antico Nemico, che comunica tramite lo schermo di un computer, riporta alla memoria Sfera (il film almeno, il libro di Crichton, del 1987, non l’ho ancora letto). E poi, ovviamente, IT (1986). Insomma, di tutto si può accusare Koontz tranne che di aver copiato, anzi…

Ora non voglio anticiparti troppo, perché questo romanzo si divide fondamentalmente in due parti e spoilerare significherebbe ucciderne almeno una. Nella prima, infatti, regna il mistero, l’impossibilità di capire cosa stia avvenendo a Snowfield. Nella seconda il mistero è svelato e si deve combattere il Male (per come te lo sto descrivendo, non è svelato). Quello che mi è piaciuto, però, è anche la giustificazione che Konntz dà a questo Male, la sua vera origine, che io condivido del tutto (questa è per chi ha letto il libro).

Di Koontz ho sulla mensola Intensity, ma in arrivo anche Lampi, Incubi e La casa del tuono. Non credo che riuscirò mai a leggere tutta la sua produzione, dal momento che ha scritto 105 romanzi e non so quante raccolte di racconti, ma tu stai pur certo che per un po’ ti parlerò ancora di lui…

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Il tunnel dell’orrore” di Dean Koontz

Per questo romanzo di Dean Koontz, terzo che leggo dopo Cuore nero e Il luogo delle ombre, è doverosa un’introduzione che definirei storiografica (nel senso che ti racconto la storia della sua creazione).
Ok? Partiamo.

Nel 1980 Koontz non era ancora quel mostro di vendite che è ora (si parla di qualcosa come 500 milioni di copie) e, anzi, era abbastanza sconosciuto al grande pubblico. Tirava quindi a campare accettando anche scritture a compenso. Una di queste è quella che gli offrono i produttori del nuovo film di Tobe Hooper (hai presente? Non aprite quella porta, Poltergeist… ecco, lui), che si sarebbe intitolato The Funhhouse. Desiderano, infatti, ricavare un romanzo dalla sceneggiatura originale di Larry Block. Koontz accetta e scrive, appunto, Il tunnel dell’orrore, peraltro utilizzando la sceneggiatura solo per l’ultimo quinto della storia, che lui ricrea e approfondisce sviluppando tutta una parte iniziale inesistente. Per ragioni di marketing  scrive sotto lo pseudonimo di Owen West (uno dei mille che utilizza) e il romanzo, che in origine sarebbe dovuto uscire contemporaneamente al film, viene pubblicato in anticipo e vende milioni di copie. Poi esce anche il film di Hooper e il libro smette di vendere all’improvviso. Io il film non l’ho visto, ma così a occhio non deve essere un granché…

Horror puro anni ’80, senza fronzoli, tutto intrattenimento e cervelli spappolati. Una gioia per le mie papille oculari.
Trama (poca, as usual).
1955. Ellen scappa di casa con un giostraio per sfuggire alla madre bigotta. L’uomo, tale Conrad, diventa violento, lei resta incinta e partorisce un freak simil-satanico. Disperata, lo uccide (a ragione, è una bestia immonda e malefica). Conrad le giura vendetta.
1980. Ellen si è sposata e ha avuto due figli. È anche diventata bigotta quanto la madre, e alcolizzata. Sua figlia Amy ha 17 anni (anche lei resta incinta, ma abortisce) e per una serie di eventi finisce nel luna park dove Conrad ha il suo tunnel dell’orrore… Non aggiungo altro, ma qui inizia il film (e gli squartamenti).

Koontz a me piace, non c’è niente da fare. Chiariamoci, non è Stephen King (per restare in tema parco divertimenti il suo Joyland è di gran lunga superiore), ma ha una scrittura semplice che fa letteralmente volare via il tempo. E poi questa atmosfera retrò da Venerdì con Zio Tibia mi ha riportato alle mie prime esperienze con le notti horror di Italia Uno. Un genere, l’horror, che ormai è pieno di fantasmi inquieti e presenze tormentate, ma che una volta era più semplice e più gustoso. Anche ne Il tunnel si ritrovano dei piacevoli stereotipi che hanno fatto epoca (chessò, Liz, l’amica puttanella di Amy, che non ha alcuna profondità psicologica ma solo profondità inguinale).

Bene, ci risentiremo quindi di certo con Phantoms e Intensity, dal momento che li ho già in libreria.

“Antologia Delirio – Terni e Narni Horror Fest” AA.VV.

Un po’ di storia (mia, si intende).
Prima di arrivare a pubblicare L’amico giusto partecipavo a diversi concorsi letterari, in prevalenza horror. Essendo l’horror una letteratura “di genere” (e in quanto tale maltrattata) i concorsi a essa dedicati sono pochi e quelli organizzati bene ancora meno. Io ne ho “frequentati” parecchi, tra cui il FiPiLi Horror, l’Esecranda e, appunto, il premio letterario Terni Horror (ora Terni e Narni Horror Fest).
[Momento nostalgia per chi ricorda il Dylan Dog Horror Fest].
Nel 2018 mi è capitato di vincerlo (ex aequo con Roberto Ciardiello), il Terni Horror, motivo per il quale ho tra le mani questa bella antologia che contiene anche il mio racconto.

Due parole, veloci, sul Terni e Narni Horror Fest.
Nato dalla passione di pochi amici che amano l’horror, diviene nel giro di cinque/sei anni un punto di riferimento per tutti gli amanti del genere. È una manifestazione che, oltre al concorso letterario, si occupa anche di cinema e di tutto quello che gravita attorno all’orrore. Pur mantenendo le sue radici genuine (e questa a mio parere è la sua forza) attrae a sé nomi importanti: l’anno scorso la presidentessa di giuria era Paola Barbato e prima ancora il mitico, e purtroppo scomparso, Tullio Dobner (tu sai quanto io ami lo Stephen King tradotto magistralmente da Dobner).

L’Antologia Delirio – Terni e Narni Horror Fest, curata da Fabio Mundadori, raccoglie tutti i racconti che si sono piazzati nei primi tre posti dal 2016 al 2019, oltre a tutti i finalisti del 2019. Un totale di 24 racconti, per circa 270 pagine. Siccome sono un esteta e un superficiale devo anche spendere qualche riga per dirti che l’edizione è parecchio curata per quanto riguarda la qualità dei materiali. Questo non è scontato perché spesso i concorsi, causa fondi limitati, si trovano a dover ripiegare su edizioni dall’aspetto economico. Non è questo il caso: carta di pregio, bella copertina, fisicità importante.

Come spesso mi è più volte capitato di notare, anche leggendo antologie di altri concorsi (vedi Trofeo Rill, altro premio fantastico), i racconti hanno quell’originalità che manca alle “normali” raccolte che si trovano in libreria. È come se la necessità degli autori di trovare qualcosa di nuovo da dire li portasse a uscire dai normali canoni di genere per scoprire territori nuovi, inesplorati, che possono solo essere entusiasmanti per chi legge e desidera uscire dai binari. Io poi amo l’alternanza nello stile e nel sottogenere, quindi ho trovato pane per i miei denti. Ti dirò che, pur vestando il mio vracconto il migliove dell’inteva antologia (da leggere con tono da saccente letterato), anche quelli degli altri autori se la cavano piuttosto bene! (Umiltà, il mio più grande pregio).
Scherzi a parte, il livello è alto, leggendo un racconto preso a caso si fa fatica a capire se questo possa essere un vincitore o solo un finalista.

Purtroppo l’anno della vittoria non ho potuto essere presente alla premiazione e, con questo libro tra le mani, mi dispiace ancora di più. Che dire, se hai la passione per la scrittura (horror) il Terni e Narni Horror Fest è una buona occasione, se invece non scrivi… leggi l’antologia!

“Blaze” di Stephen King (Richard Bachman)

Blaze è un romanzo scritto da Stephen King agli inizi degli anni settanta, ma pubblicato solo nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era uno dei cinque libri di King che non avevo ancora letto, ora la conta scende a quattro (Duma Key, La storia di Lisey, e i due scritti a quattro mani con Peter Straub).

La trama è semplice: Clayton Blaisdell Jr, detto Blaze, è un gigante ritardato che rapisce un neonato rampollo di una famiglia di miliardari. Fino a qui tutto ok. Ma naturalmente è un romanzo di King. Quindi… quindi Blaze ha un complice, George, che gli suggerisce cosa fare e lo aiuta nei momenti di difficoltà, offrendogli le soluzioni a cui lui non potrebbe mai arrivare. Solo che George è morto tre mesi prima. Di chi è quindi l’intelligenza? Che ci sia un lato dormiente nel cervello di Blaze?

La storia è lunga 320 pagine, scritte “grande”, quindi ci si trova di fronte a un lungo racconto di circa 200 pagine reali, ben diverso dai soliti romanzi del Re. Tuttavia, a differenze del deludente La scatola dei bottoni di Gwendy, Blaze mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché questo cattivo non è un cattivo, ma un buono che si è sempre trovato in situazioni sbagliate al momento sbagliato ed è finito vittima degli eventi. Anche il suo ritardo mentale è frutto delle violenze del padre (che lo ha lanciato tre volte di seguito giù dalle scale): prima Blaze era un bambino intelligentissimo. Inoltre l’uomo si affeziona moltissimo a Joe, il bambino rapito, poiché per la prima volta in vita sua non si sente solo. È sicuramente un romanzo molto leggero, ma io se fossi in te non lo trascurerei.

Al termine del romanzo è inserito un racconto di una cinquantina di pagine, Memoria, prequel di Duma Key. Il racconto è talmente bello che credo leggerò al più presto proprio Duma Key (portando così a tre la mia mancolista letteraria sul Re).

[Una nota per chi ancora non lo sapesse.
Richard Bachman è lo pseudonimo con cui King ha scritto alcuni libri tra gli anni ’70 e i ’90: Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga (forse ti ricorderai L’implacabile, il film con Arnold Schwarzenegger), L’occhio del male e I vendicatori. Se volessi provare qualcosa io ti consiglio fortemente La lunga marcia.
Se tutta questa storia dello pseudonimo ti ricordasse un po’ La metà oscura non preoccuparti, è normale.]

“Sleeping Beauties” di Stephen King e Owen King

Oggi sarò eccentrico, partirò con la trama. Sintetica, che di prolissità ho già avuto la mia dose…

L’epidemia Aurora sconvolge il pianeta: simultaneamente tutte le donne che si addormentano vengono avvolte da un bozzolo e non si svegliano più. Se svegliate controvoglia sono violente, aggressive, assassine. Mentre si cerca di capire cosa stia succedendo, e le donne ancora sveglie si imbottiscono di stimolanti (per non cadere tra e braccia di Morfeo), una sola creatura di sesso femminile pare essere immune a questo destino: Evie Black. Lei parla con volpi, tigri, alberi, topi, uomini, smartphone e chi più ne ha più ne metta. Ah, fluttua e legge il pensiero, oltre ad avere una forza sovrumana. In questo contesto si sviluppano, tra gli uomini, le fazioni di chi vuole proteggere i bozzoli e chi vuole bruciarli, di chi vede Evie Black come una strega e chi come una salvatrice. E qui mi fermo, prima di scoprire dove siano finite le donne.

A questo punto ci vorrebbe una qualche frase ad effetto che fa tanto presa sui consumatori. Tipo: “Quanto The Dome incontra Greenpeace nella giornata contro la violenza sulle donne”. Adesso te la spiego.
Ma cazzo, che pacco.

Effetto The Dome.
E’ la classica strategia di Stephen King: prendi un tot di persone e le inserisci in una situazione “isolante”, che sia un locale, un paese o un’epidemia. Tipo la cupola di The Dome, appunto, il spermarket di The Mist, il virus de L’ombra dello scorpione. Potrei andare avanti. Questa “situazione” diventa l’artificio letterario per creare due fazioni, il Bene e il Male, che si scontrano tra loro. Non è diverso per Sleeping Beauties. Come direbbe il buon Vincent Vega: «È lo stesso fottuto campo da gioco».

Effetto Greenpeace. [leggero spoiler]
Attenzione: coup de théâtre. In questo campo da gioco compare l’arbitro: Evie Black. Una sorta di emissaria della Natura, una figura che dovrebbe fare capire all’umanità intera cosa siamo e cosa potremmo essere. Il tutto condito da una certa dose di modaiolo sessismo (e non inteso come maschilismo, ma come femminismo).

Effetto Women’s Power.
Abbiamo il contrasto tra uomini buoni e uomini cattivi e quello tra umanità e natura, vuoi non buttarci dentro anche quello tra natura maschile e natura femminile? Di sicuro, a livello di marketing, è il momento migliore per farlo. Gli uomini hanno distrutto il mondo, le donne avrebbero fatto di meglio.
[Questa cultura ha rotto il cazzo, è la prima causa di disuguaglianza sociale. Ogni volta che sento la parola “femminicidio” penso a come, invece di portare uguaglianza, stiamo allargando il concetto che le donne vadano protette come se fossero esseri “speciali”. Dove, però, lo “speciale” sembra indicare implicitamente ancora un’inferiorità.]

Non ci siamo King (padre, figlio e Spirito Santo), nonostante io sia “il tuo ammiratore numero uno”, questo libro è stato uno dei peggiori tuoi libri che abbia letto (cioè tutti). Partiamo col dire che 650 pagine sono troppissime, per quello che succede, 400 sarebbero state sufficienti e abbondanti. Mi sento come quando si finisce una serie televisiva: sono stato intrattenuto a luuungo ma mi ritrovo con un pugno di mosche (o di falene) in mano, esito ben diverso da quando vedo un bel film. Situazioni inutilmente complesse, degne della migliore (per molti, ma non per me) serie diluita in 15.000 episodi, poco attinenti alla storia, molto attinenti al consumo, al consumismo e al vendere libri ai polli.

La prossima scriviamo un bel romanzo sui gattini?