“Arrival” di Denis Villeneuve

Finalmente un film di fantascienza con i controcazzi. Era da parecchio che non uscivo soddisfatto dalla sala, dopo un pellicola di questo genere. Ho visto qualcosa di molto buono comodamente sul mio divano, ma al cinema penso di dover tornare indietro a Interstellar o Prometheus. Peraltro di Villeneuve conoscevo solo il bellissimo thriller Prisoners, e sono quindi molto contento mi sia piaciuto anche Arrival, poichè la cosa mi fa ben sperare per Blade Runner 2049.

Questo non è un film per tutti. Cioè, se vuoi le sparatorie, le spade laser o Will Smith che prende a calci in culo un alieno, forse è meglio che vai a vederti Assassin’s Creed, che io non ho visto sia chiaro, ma mi sembra più idoneo alle tue aspettative. Io con la fantascienza voglio pensare, ho questo brutto vizio. E Arrival ti fa pensare parecchio, tanto che chi era con me non ha ben compreso tutte le sfumature fino in fondo.

Trama nota e semplice: arrivano gli alieni, cosa vogliono? Come comunicare? Come affrontare l’incapacità di intendersi?

Oggi sono molto buono e non voglio spoilerare niente, non lo so perchè. Ma è un buon segno, ho talmente desiderio che tu veda questo film che non voglio proprio rovinarti nulla. C’è davvero tutto: dalla riflessione sul tempo (sui viaggi nel tempo, tanto cari ai nerds e ai paradossisti), a quella sul linguaggio come forma mentis. C’è poi un durissimo confronto tra una civiltà evoluta e la vostra (si, vostra, io ho deciso di essere un eptopode), primitiva. Su quest’ultimo punto, il film offre una spietata idea realistica di come potreste apparire voi umani ad una specie superiore, nella vostra piccolezza (sisi, eptopode!).

E’ uno di quei film che, se visto più volte, continua a offrire nuovi dettagli e sfumature, nuove logiche. Vai a vederlo, potresti imparare qualcosa, e magari poi sarai pronto per condividerla con me!

“Aria sottile” di Jon Krakauer

Tempo fa avevo visto il film Everest di Baltasar Kormákur (di cui avevo anche scritto) e ne ero rimasto talmente colpito da continuare a pensare a quella tragedia del 1996. Avevo intenzione di leggere il libro di Krakauer già da allora, ma poi, sai come vanno le cose, il progetto era stato accantonato. Ora finalmente ci sono riuscito. Di Krakauer avevo già letto Nelle terre estreme, da cui è stato poi tratto il film Into the wild di Sean Penn, altra storia/film/vita estremamente ricca ed interessante, ed ero quindi pronto ad un’altra buona lettura. Non sono certamente rimasto deluso, nonostante i due libri siano molto diversi tra loro: Nelle terre estreme è più un lungo reportage basato su un’indagine giornalistica, mentre Aria sottile è un resoconto in prima persona, essendo Krakauer uno dei membri superstiti della spedizione sull’Everest del 1996.

La storia è nota: durante la conquista della vetta dell’Everest, il 10 maggio 1996, nove alpinisiti persero la vita. La gran parte di questi perì nella fase di discesa, poichè sopraffatta da una perturbazione, neanche troppo straordinaria per quella altitudine. Krakauer era membro della spedizione commerciale guidata dal Rob Hall, insieme ad altri clienti che sborsarono la cifra di 60/70mila dollari per farsi traghettare alla meta. Tra i morti anche Scott Fischer, altro grande alpinista, alla guida di un’altra spedizione commerciale, unitasi a quella di Rob Hall per l’assalto alla vetta.

Sono davvero tantissimi i fatti e gli errori che hanno portato a questo tragico evento, Krakauer li sonda uno ad uno, accollandosi anche la responsabilità per la morte di una delle aiuto guide, Andy Harris. Ma non intendo stare qui a fare un elenco delle cose che, secondo lo scrittore o secondo varie personalità del regno della montagna, potevano essere fatte meglio o meno. (Una di queste, la più famosa, è un’annosa disputa con un’altra aiuto guida, il fortissimo Anatoli Boukreev, sulla questione dell’utilizzo delle bombole d’ossigeno in vetta, da parte delle guide stesse).

Quello che il libro ti lascia non è questo, non è una mera indagine, sebbene sia presente. Quello che Karkauer è bravissimo a far capire all’uomo comune, cioè a chi non ha idea di come si viva oltre gli 8000 metri, è che a quell’altitudine si muore, non si vive. In quella “zona della morte” l’unica cosa da fare è essere veloci a salire e scendere, poichè appena la si raggiunge il corpo inizia a soccombere, non è progettato per sopravvivere lassù. Fine. Con un terzo dell’ossigeno, azioni all’apparenza semplici, come aprire o chiudere una valvola dell’ossigeno, sono molto complesse, non solo da compiere, ma anche da pensare. Ogni piccola azione, è un atto di forza. Di fronte a tutto questo le varie accuse, semplicemente, crollano. Non ci si dovrebbe neanche chiedere di chi sia la responsabilità delle morti, poichè la responsabilità è individuale, di chi sceglie di correre tale rischio. Lo sforzo è tale che i piccoli aiuti sono atti eroici, e gli aiuti che non si riescono a dare sono la normalità. Ci sarà anche un motivo se il percorso è letteralmente cosparso di cadaveri che non si possono riportare indietro, perchè chi muore rimane lì.

Ho sempre grande ammirazione per le esperienze al limite. L’ho avuta per personaggi come Alexander Supertramp o Ambrogio Fogar, e non posso non averla per chi ha vissuto la tragedia del 1996, per i vivi e per i morti. Ho l’idea che queste persone muoiano facendo ciò che amano, sfidando il limite dell’umano e riportando la vita ai suoi concetti base, primordiali. Chi può dire di vivere così intensamente nella banale vita di tutti i giorni, dove spesso si aspetta solamente che il tempo passi?

“Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” di Tim Burton

Un film che poteva essere migliore in almeno mille modi diversi. Inizio ad essere abbastanza pessimista riguardo al declino di Tim Burton, saranno 10 anni che non fa un film “a livello”.

Non so neanche da dove iniziare. La trama è banale, scarna. Ci sono i buoni, ci sono i cattivi, i cattivi (guardacaso) vogliono far fuori i buoni. Non è che succeda molto altro. Esteticamente è anche piacevole, compaiono in parte le caratteristiche del cinema di Burton nella creazione fisica dei personaggi e dei mostri, ma si limita solamente a questo. Nel mio cinema ideale l’estetica è al servizio della trama e non viceversa, perchè se non c’è trama, mi annoio.

I temi sviluppabili potevano essere tantissimi. A livello fantascientifico quello sempre intricato dei viaggi nel tempo con i suoi paradossi, a livello umano quello del “diverso”, a livello storico il nazismo con i suoi mostri. Ci poteva anche stare una rivalutazione dei vecchi valori nonno-nipote, se fosse stata approfondita. O una visione alterata della realtà, come avveniva in Big Fish. Niente di tutto questo, solo superficie.

Se penso che sono andato a vedere questa roba e non sono riuscito per tempo a beccare Captain Fantastic mi tiro una martellata nelle palle. Un mese di programmazione il primo, quattro giorni il secondo. Che pubblico di merda, diciamolo. Prove concrete: top ten di dicembre al cinema, cinque film sono italiani. Osservare la qualità dei titoli e piangere (o bestemmiare).

“Putin – Vita di uno zar” di Gennaro Sangiuliano

Difficile parlare di questo libro, richiederebbe una discussione prolungata, tanti sono gli argomenti toccati. Non ho quindi intenzione di addentrarmi nei singoli fatti, poichè ogni vicenda richiederebbe la giusta trattazione. Sarò quindi sintetico e di parte. Sangiuliano è chiaramente un sostenitore di Putin, così come lo sono io, e ne evidenzia quindi tutti i lati positivi. Ne descrive la storia dalla nascita nel 1952 fino al 2016, passando per le guerre, le rielezioni, il miracolo economico russo, il terrorismo, l’Isis e tutto ciò che ne segue.

Ogni evento è basato sui fatti, senza false congetture o complottismi, quindi non ci sono dietrologie. Putin viene descritto come un uomo d’azione, che si è costruito da solo e si è guadagnato tutto quello che ha ottenuto. Dati alla mano, Putin ha sconfitto l’oligarchia riportando i beni al popolo, ha consentito che la poverta passasse dal 35 al 15% con la creazione di un benessere diffuso, che alcune piaghe sociali come la criminalità e l’alcolismo venissero pesantemente ridimensionate. C’è un capitolo intero di dati matematici sul confronto pre e dopo Putin che rende impossibile non considerarlo un parente di Superman. Oltre alle sue doti strettamente personali, intendo (tipo l’essere campione di Judo).

La cultura russa è talmente diversa dalla nostra che qualsiasi critica mi pare sinceramente impossibile (e inaccetabile). Si può non essere d’accordo con i metodi (forse), ma la coerenza è innegabile. Per un occidente che è abituato a dare lezioni di umanità, mentre da sempre vive rubando alla parte povera del mondo, Putin non può che essere un nemico. Per un binomio Europa-Usa che gozzoviglia nell’ipocrisia della falsa democrazia, un uomo del genere è un pericolo.

Si, sono uno di quelli che ritiene positivo ciò che è stato compiuto in Cecenia. Le guerre si fanno con i morti, non con le foto dei bambini, questa è la realtà. Pochi mesi, tutto risolto. Siamo così (falsamente) occupati a difendere i diritti di tutti che restiamo immobili. Putin è sicuramente fatto di un’altra pasta, la Russia è fatta di un’altra pasta. E’ un paese dove, dal 2000 in poi, gli interessi economici vanno a beneficio del popolo, non ci siamo abituati.

A qualcuno questo machismo economico-culturale potrebbe sembrare arretrato, ma perchè? Noi siamo forse più avanti? Dovremmo fare un passo indietro e imparare da chi vive ancora legato ai valori delle “antiche” potenze. Poi sicuramente si potrà riprovare a fare nuovi passi avanti, magari stavolta, non con i piedi nella merda.

“Rogue One: A Star Wars Story” di Gareth Edwards

La vicenda penso sia ormai nota a tutti, e per una volta farò una breve sintesi. Mooolto breve. Il film parla di come sia stato scoperto il punto debole della Morte Nera, che verrà distrutta in Star Wars: Una Nuova Speranza, attraverso il furto da parte dei ribelli dei piani di costruzione della macchina-pianeta.

E’ sicuramente un film divertente, come tutti i film della serie di Star Wars (ad eccezione de La minaccia fantasma, che faceva proprio cagare). C’è ritmo, frenesia, non ci si ferma mai. Però. Verrò sicuramente messo in croce per quanto sto per dire, quindi ci tengo anticipatamente a sottolineare che ritengo tutta la saga godibilissima ed unica nel suo genere. Il pregio principale di Star Wars è quello di portarti totalmente in un altro mondo, dove è normale tutto quello che accade. Cioè, si può mettere in dubbio la trama, alcuni personaggi, ecc., ma non si mette mai in dubbio la veridicità di questo universo parallelo costruito benissimo. E questo è grandioso. Ma..

Ma.. Star Wars Rogue One manca, a mio parere, totalmente di empatia, come tutti gli altri episodi. I personaggi sono divertenti, ci si affeziona come ci si affeziona a un bel giocattolo, ma tutto finisce qui. Un esempio: l’umanità del Ford-Deckard è totalmente superiore a quella del Ford-Solo (si, lo so che non c’è Harry in questo episodio!), e di conseguenza anche il coinvolgimento emotivo. Certo non si può avere tutto, Star Wars ha creato un mondo, ed è già moltissimo. Tuttavia, l’estremo fanatismo creato da questa saga lo considero esagerato, nella fantascienza preferirò sempre un Blade Runner, Alien o Interstellar. Potrei forse dire riguardo a Star Wars la temibile frase “visto uno visti tutti”. Che poi sia un piacere vederli tutti è sicuro, ma una volta visto il primo, la novità, l’innovazione, il coinvolgimento, sono da un’altra parte e non certo in tutto quello che è seguito. Diciamo che per me Star Wars equivale ad una serie televisiva ad altissimo costo.

Ah, altro pregio è sicuramente l’operazione vintage/amarcord in cui ci sono ancora superpulsanti giganti sulle astronavi, come nella fantascienza anni ’70. Ed i cattivi cascano come mosche (quelle armature bianche devono proprio valere un cazzo). Insomma, il bello del rivivere un cinema dei tempi andati (con tanto di attori della trilogia originale resuscitati con la computer grafica).

Sarò estremamente sintetico, ed in questa conclusione spoilero, quindi non leggere se devi ancora andare al cinema: alla fine di Rogue One muoiono tutti, solo che non te ne frega un cazzo. Ed in questo c’è qualcosa che non funziona.

“Millennium – La ragazza che giocava con il fuoco” di Stieg Larsson

Che dire, non ho molto da aggiungere rispetto a quanto già scritto per il primo volume Uomini che odiano le donne, sono nuovamente volate altre 750 pagine in un attimo. In copertina dicono “Entrate nel mondo di Stieg Larsson e non vorrete più uscirne!”, ed è una buona sintesi di quanto succede davvero.

Nel primo volume il tema centrale era un serial killer, qui si parla di mafia della prostituzione (trafficking) e di intrighi segretati che hanno al centro Lisbeth Salander, di cui si scopre molto, svelando quindi l’alone di mistero che la circonda. Il tema del serial killer mi è più caro, ma è una preferenza personale, non per questo saprei dire quale dei due libri è il migliore. C’è molta azione, molta più violenza rispetto al primo volume e molta più storia personale di Lisbeth. Questo romanzo è inoltre una introduzione a quanto succederà nel terzo, è chiaro dal finale (non spoilero).

Una menzione particolare ad una scena di combattimento di boxe (o quasi) che ti lascia col fiato sospeso per qualche pagina, e non è certo facile, a livello narrativo, sviluppare così bene una situazione palesemente più visuale che scritta. Altra curiosità: il buon Mikael Blomkvist riesce a trombarsi un altro membro della famiglia Vanger, è davvero incontenibile!

Forse Larsson non sarà ricordato per la profondità dei suoi romanzi, ma a livello di coinvolgimento è davvero inimitabile, sembra di vedere un film. E’ la classica lettura per cui  appena hai cinque minuti prendi il libro in mano e vuoi vedere cosa succede nella pagina dopo.

Ho già La regina dei castelli di carta pronto.

“Fine turno” di Stephen King

Fine della trilogia poliziesca di Stephen King. Fine turno..
Avevo già parlato dei primi due libri della serie: Mr. Mercedes e Chi perde paga (sempre tu abbia voglia di farti un ripasso).

Nella normalità, sia della produzione letteraria che cinematografica, la decadenza della qualità nel progredire con gli episodi/puntate/serie/volumi è ormai un dato di fatto innegabile. Pochissimi sono gli esempi che contraddicono la regola (vedi Il padrino). Tuttavia, dal creatore della Torre Nera (altro rarissimo caso di eccellenza seriale) non mi sarei aspettato la conferma della regola. E invece.. invece Fine turno mi ha proprio scassato i maroni.

Questo ultimo capitolo è la copia carbone del primo, con tanto di difficoltà fisica del protagonista Hodges che deve lottare con il suo corpo oltre che con il nemico Brady (nel primo libro il poliziotto aveva il cuore prossimo a un infarto, qui ha un tumore ed è prossimo alla morte). Peraltro questo schema della doppia difficoltà è uno schema classico alla Stephen King, una delle maggiori pecche ripetitive, a mio parere, dei suoi peggiori libri. E io, te lo ricordo, amo Stephen King. Nel primo volume della trilogia c’era però la novità hard boiled a rendere il tutto digeribile, in quest’ultimo invece non c’è nulla di nuovo, anzi. La svolta verso i poteri parapsicologici del cattivone, non fa altro che ammazzare la freschezza di un genere nuovo per l’autore, riportando il tutto sui consueti binari, ma con qualche ruota in meno a causa del voler comunque contraddistinguersi per un appartenenza di genere (noir) ormai imposto alla serie.

Io non sono uno di quelli che dice “il King di una volta non esiste più”, ho trovato i recenti The dome e 22/11/63 molto belli, e anche Joyland, per quanto sicuramente più leggero, è godibilissimo. Al tempo stesso però ritengo Fine turno una delle peggiori prostituzioni dell’autore alla commercialità più estrema, al volersi adeguare ad una moderna necessità seriale di cui, ancora una volta, almeno io, non sentivo il bisogno.

Sicuramente, in un mondo dove ormai il caprone medio segue ogni anno la “nuova” serie televisiva con lo stesso entusiasmo con cui segue il “nuovo” campionato, economicamente è la strategia più premiante. Minor sforzo creativo, sicurezza del ritorno del consumatore, maggiori introiti. Non a caso anche Mr. Mercedes diventerà un ennesima serie televisiva. E chiariamo, la colpa non è certo di King o dei produttori vari, che giustamente ci guadagnano miliardi sulle pecorelle, la colpa è del letargo dei cervelli. Lo schiavo lavora 12 ore al giorno in modo ripetitivo, dopodichè si svaga con un passatempo altrettanto ripetitivo.

La lobotomia autoinflitta è completa.

“Millennium – Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

Credo che 700 pagine di tomo terminate in una settimana siano già un buon riassunto di quello che penso di questo libro. Mi ha totalmente coinvolto e anche stupito, ero scettico di fronte al “fenomeno editoriale”, ed infatti l’ho letto solo ora, ma mi sono dovuto totalmente ricredere. Narrativa pura al 100%, tutto intreccio e suspance, da rimanere senza fiato.

La storia è ben nota, anche perchè da questo volume hanno tratto due film, quello svedese e quello, più noto, americano di Fincher con Daniel Craig. Io ho visto solo quest’ultimo e devo dire che segue abbastanza il libro (salvo inevitabili concessioni e semplificazioni), ora però devo al più presto recuperare anche il primo, di Niels Arden Oplev.

Quello che mi ha più (piacevolmente) sorpreso è che in alcune parti, principalmente quelle di carattere finanziario, il romanzo è abbastanza complesso e, diciamo, non per tutti. Non è la classica lettura rilassante insomma, bisogna starci un minimo dietro. Già, perchè a contorno della vicenda principale, la ricerca dell’assassino, c’è tutta una sottotrama di carattere economico, che nel film viene trascurata per ovvie ragioni di tempo e di difficoltà di trasposizione.

Inoltre, c’è da dirlo come aneddoto, questo Mikael Blomkvist è un trombatore seriale, più che nel film. Riesce ad avere anche una storia con una dei membri della famiglia Vanger, oltre ad ovviamente con la sua direttrice della rivista Millennium e con la più che desiderabile Lisbeth Salander.

Ora mi dirigo velocemente sul capitolo finale della trilogia poliziesca di Stephen King, Fine turno, e poi mi fiondo su La ragazza che giocava con il fuoco, per forza.

“Sinistre Presenze – 17 Racconti horror impegnati” di AA.VV.

Sono generalmente poco incline a tutto ciò che provenga dall’Italia, che sia cinema, musica o letteratura. Questo libro tuttavia, mi è stato regalato, e di conseguenza ho provato ad affrontarlo con spirito nuovo, anche se tutti gli autori sono ovviamente italiani. Pensavo peggio.
Per prima cosa non bisognerebbe leggere l’introduzione, infatti dalle prime pagine si ha l’impressione di un libro schierato politicamente (almeno nella narrativa che la politica se ne stia fuori dalle palle), invece è solo un’intro a mio parere mal riuscita. I racconti sono socialmente impegnati, ma un impegno condivisibile di critica alla società, non uno schieramento destra-sinistra da stadio, che ancora è tanto di moda tra chi crede che esista davvero una divisione di questo tipo. Per capirci è un po’ una critica del tipo Zombie di Romero, argomenti di innegabile esistenza riguardo ai difetti del genere umano.

(Scrivo per chi ha già letto più che per chi deve ancora leggere.)
Detto questo i racconti sono altalenanti, alcuni molto coinvolgenti e interessanti, altri terribilmente noiosi. Non sto a farti titoli e nomi, non ne ho voglia. C’è però un ottimo racconto proprio sugli zombie come critica all’omologazione di massa, una divertente e anticlericale (con tanto di copula tra un prete e una suora) rivisitazione di Tremors e un bel racconto finale (questo più che per la trama per lo stile di scrittura) di Danilo Arona sulle pozioni magiche. Come contrappeso un paio di lunghi racconti veramente indigeribili, quello sul libro satanico e quello degli uomini che chiacchierano in osteria, entrambi estremamente pesanti e noiosi.

Metà e metà insomma. L’avrei comprato? Probabilmente no. Ed ora che l’ho letto? Si, qualche racconto vale davvero la pena di leggerlo, diciamo che si potrebbe ridurre a 10/12 racconti e salterebbe fuori proprio un bel libro. D’altra parte, con le raccolte di autori vari non può che essere così.
E’ comunque sicuramente apprezzabile questo intento di voler inserire dell’impegno sociale nell’horror, anche se è davvero molto difficile mantenere il giusto mix tra divertimento e critica, e solo in pochi autori ci riescono..

“Tarzan delle scimmie” di Edgar Rice Burroughs

In totale ignoranza ero convinto che il buon Burroughs avesse scritto un solo romanzo sul personaggio di Tarzan, ma approfondendo la questione mi son dovuto presto ricredere. I romanzi su Tarzan sono 24, di cui 16 tradotti in italiano (wiki). Tarzan dell scimmie è il primo libro della serie (scritta tra il 1912 e il 1947, più un paio di opere postume) e anche il più rappresentato cinematograficamente. A proposito, non ho ancora visto il Tarzan appena uscito al cinema, lo guarderò, anche se per me Tarzan rimane sempre Christopher Lambert in Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie.

Detto questo, sono rimasto notevolmente stupito: Tarzan mi è piaciuto moltissimo. Cioè, non che mi aspettassi un brutto libro, ci mancherebbe, ma non immaginavo certo mi avrebbe coinvolto e conquistato così tanto, pensavo giusto a un passatempo. Invece, tolti gli adeguati filtri dovuti al periodo di scrittura (soprattutto alle incongruenze scentifiche), Tarzan parla della vera natura umana, quella che si sviluppa con la crescita nella giungla del protagonista. Un esempio per tutti: Tarzan quando ha bisogno uccide. Senza rabbia o rimpianto, uccide come farebbe un leone o una tigre, senza che ci sia nulla di male in questo, senza cattiveria. Dal leone alla scimmia, passando per i negri* cannibali del villaggio vicino. (*Perdona il termine non politically correct, ma così si chiamano nel libro. E poi tra negri, neri, di colore, afroamericani o altro, non so più quale è il termine corretto di quest’anno, che tanto non sarà corretto l’anno prossimo, perchè l’uomo “civile” risolve i problemi del nostro tempo con la terminologia).

Spoilero. Il finale è peraltro estremamente amaro. Tarzan dopo un breve periodo nella civiltà (molto breve a livello di pagine) capisce che non è nel suo regno. Non solo: Jane, condizionata dalle promesse di matrimonio e dalle convenzioni sociali, ti appare come una creatura inferiore al “dio silvano” (così lei definisce Tarzan). Tarzan è disposto a cambiare la sua vita per l’amore di una donna, la donna vorrebbe ma non se la sente, si inventa delle motivazioni che giustifichino la sua rinuncia a Tarzan, e alla fine questo renderà scontenti tutti. E’ una perfetta metafora di quello che accade ogni giorno nel nostro mondo. Tarzan si finge stupido, si finge scimmia, per poter creare un minimo di armonia nella “civiltà” che si lascia alle spalle.

Curiosità: ci sono alcune parti scientificamente impossibili (o almeno credo). Tarzan con un abbecedario impara da solo a leggere e scrivere. Quando arrivano persone dall’esterno lui comunica scrivendo. Il problema è che non conosce solo le parole associate a determinate immagini (come se fossero ideogrammi), ma è in grado di comporne e leggerne di nuove, senza saper parlare.
Oltre a questo le scimmie sono talvolta soggette ad attacchi d’ira, più vicini all’uomo che all’animale.
Ovviamente quindi, bisogna attivare la sospensione dell’incredulità, altrimenti difficilmente un bambino sarebbe sopravvissuto nella giungla tra pantere e serpenti fino a diventare uomo..

Questo Tarzan delle scimmie, acquistato solo perchè costava 2 euro ed era insieme ad altri libri scelti invece con cura, si è rivelato indubbiamente una delle migliori sorprese del mio anno di letture.

La vita, l'universo e tutto quanto.

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