“Trafficanti” di Todd Phillips

Ah, non è la locandina del film? No? Devo aver sbagliato.. Si si, col cazzo che ho sbagliato. Ana de Armas scala con prepotenza la mia personale classifica salendo sicuramente sul podio del figametro, devo ancora capire bene dove, ma molto in alto. L’avevo già apprezzata in Knock knock, in cui faceva parecchio la birichina, ma qui ha proprio colpito al cuore, cioè, io adesso la amo e dobbiamo sposarci. E’ così versatile poi, da stupratrice di Keanu Reeves a mogliettina modello e incorruttibile di questo Trafficanti, ha proprio tutte le caratteristiche che si possono cercare.

Ah già, c’è anche il film.

Oscurato dalla presenza della carismatica Ana (non so se si è capito) il film è comunque ben godibile e divertente. Mi sono letto anche la storia vera di David Packouz (che fa un cameo) e Efraim Diveroli per non presentarmi impreparato e, per quanto il film sia sicuramente stato romanzato, la realtà non discosta troppo dalla fantasia: due freschi ventenni sono diventati davvero, senza troppa esperienza, due trafficanti d’armi internazionali per conto della Difesa degli Stati Uniti. Insomma il classico sogno americano che diventa realtà (reale). Condito con qualche battuta e gag classica dei film con Jonah Hill (che peraltro mi preoccupa molto, sta diventando un pianeta).

La classica ascesa e discesa in stile Scarface (a cui il film fa moltissmi riferimenti), anche se gestita in modo abbastanza leggero, non manca di divertire. Insomma se hai due ore guardalo, male che vada t’innamorerai.

“Jason Bourne” di Paul Greengrass

Era da un po’ che non andavo al cinema, non tanto da quanto non scrivo di cinema qui, ma comunque da parecchio. In realtà non ho scritto molto perchè non ho visto recentemente film interessanti (perlomeno al cinema). La triste verità è che i film decenti in sala ci restano si e no tre giorni e io non faccio mai in tempo a vederli. Spinto quindi dalla promozione del 2° mercoledì del mese a 2 euro mi sono autoimposto di approfittarne con Jason Bourne (il film più “impegnato” tra i disponibili). Quanti errori tutti insieme..

Primo errore. So che ora sembrerò classista e criticabile, ma in fin dei conti non me ne frega un cazzo. Il cinema a 2 euro (e probabilmente anche la programmazione ignorante) riunisce la peggio feccia dell’umanità disponibile sul mercato. Dallo spettatore che puzza di morte fognatica al mangiatore scrocchiante compulsivo, senza tralasciare i litigi e le discussioni da galli con petto gonfiato. Un gruppo di capre chiacchieranti che è un insulto alla razza umana anche solo esteticamente a guardarlo in fermo immagine. Certo, ti senti una persona migliore (superiore), ma non mi basta. E questo è solo il contesto, veniamo al film.

Secondo errore. Cercherò di essere molto tecnico e preciso e di utilizzare un linguaggio aulico per distanziarmi dalla sopracitata feccia: questo film mi ha fatto totalmente cacare. Nulla a che vedere con i leggeri ma molto divertenti e coinvolgenti Bourne della trilogia. Già dopo la prima mezz’ora era ben chiaro che di Bourne se ne sarebbe visto veramente poco. Tutta una serie interminabile di collegamenti telefonici-mediatici-conscritteinsovraimpressione in stile pseudo spionaggio (che ha veramente scartavetrato i maroni), senza arrivare da nessuna parte. Io ne ho piene le palle di trovare le ormai straviste scritte che ti dicono: “nazione/città – data – ora” accompagnate da rumori tipici di sottofondo della zona e immagini di mercati con molti autoctoni che parlano in lingua madre. Quando individuo queste scelte registiche capisco già che la novità è altrove. Ma tralasciamo. La verità è che non c’è una trama, non c’è coinvolgimento, e non c’è neanche il protagonista. Sembra un film girato con il girato avanzato da altri film (tecnica di cui al momento non ricordo il nome). Non ho voglia neanche di spendere altre parole.

E’ vero, mi sono imposto di scrivere solo di film visti in sala, ma se andiamo avanti così sarà ben poco ciò che varrà la pena andare a vedere. Non voglio lasciarti a digiuno, vuoi vedere un bel film? Guarda Take shelter di Jeff Nichols, non c’entra un beneamato con il tema del post ma l’ho visto recentemente ed è stupendo.

“I serial killer” di Vincenzo M. Mastronardi e Ruben De Luca

Il fascino del serial killer è qualcosa che subisco da sempre. E’ sufficiente uno di quei programmi in seconda serata sui delitti irrisolti per incatenarmi alla TV senza possibilità di fuga. Conscio di questa mia inclinazione (all’informazione si intende, non all’omicidio) ho deciso di cercare un libro completo ed esaustivo sull’argomento per togliermi tutti i dubbi e le curiosità e avere un quadro generale abbastanza completo. Incredibilmente, al primo colpo, posso dire di averlo trovato.

La ricerca non è stata semplice, tra eBay, Amazon e recensioni varie ho fatto passare tutta l’editoria riguardante questo argomento. Quello che mi ha portato ad acquistare I serial killer sono stati i commenti dei lettori, c’era chi diceva “libro completo ed esaustivo anche dal punto di vista psicologico” e chi scriveva “se avessi saputo che era un libro a carattere universitario non l’avrei acquistato”. Ho capito subito che era un volume non per tutti, e la cosa non ha fatto che convincermi: era quello che cercavo.

Effettivamente un libro per tutti non lo è. C’è moltissima psicologia e l’argomento è trattato in modo assolutamente didattico, con pagine e pagine sulle varie teorie e gli approcci di diverse correnti di pensiero. In poche parole è un libro davvero universitario, talvolta per dare una definizione impiega più pagine vagliando le varie teorie in merito, ma questo non deve spaventare poichè in cambio offre una completezza incredibile. Letto questo volume (sono circa 900 pagine) non ho più alcun dubbio, nessun interrogativo che non sia stato analizzato. Certo, se cerchi qualcosa di cinematografico, è meglio se ti riguardi Il silenzio degli innocenti per la 200° volta.

Gli argomenti trattati sono moltissimi e non limitati ai “classici” nomi quali Bundy, Manson, Chikatilo noti a tutti e in certo modo commerciali. Vengono analizzati anche molti casi sconosciuti al grande pubblico (anche se molto più prolifici, si parla di 500/1000 omicidi per alcuni assassini come il Dr. Shipman) meno risaltanti dal punto di vista scenico (ossia dell’atrocità) ma non da quello psicologico. Passando per tutte le perversioni e deviazioni possibili, tra cui necrofilia, cannibalismo, pedofilia, onnipotenza, satanismo, vengono analizzate le differenze tra i serial killer uomini e quelli donna, tra le diverse aree geografiche e i tentativi (inutili) di cura. Ci sono centinaia di schede dedicate a praticamente tutti i serial killer (pare che per scrivere il testo siano stati analizzati più di 2200 casi) inserite ad hoc all’interno del testo quali esempi degli argomenti trattati. C’è un capitolo bellissimo sui casi nostrani (Girolimoni, compagni di merende, bestie di Satana, Izzo, ecc.). La quantità di informazioni e di spiegazioni è impressionante, è impossibile anche solo farne un riassunto esaustivo.

Che dire, letto questo volume non sento il bisogno di approfondire l’argomento nell’ambito generico, poichè ha soddisfatto tutte le mie curiosità. Non solo. Mi ha fatto venire voglia di approfondire invece le singole tematiche o i singoli casi, stimolando la mia passione. Adesso il difficile sarà riuscire a trovare qualcosa all’altezza di questa lettura che mi ha portato a una vera conoscenza della psicologia del serial killer, sempre troppo esemplificata dal cinema e dalla nostra cultura di massa.

“Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle

Avevo iniziato il mammut-malloppone l’anno scorso, devo ammettere con pregiudizi sbagliatissimi. Questa “bibbia” racchiude tutto lo scibile riguardo allo Sherlock Holmes originale, ossia quello di Arthur Conan Doyle, in comodissime e praticissime (2 kg da portare in spiaggia) 1200 e passa pagine scritte in micronico. L’ho alternato ad altre letture per variare, ma devo dire fin da subito che, ora che ho terminato, Holmes e il fidato Watson già mi mancano.

Nel volume sono comprese tutte le opere (4 romanzi e 56 racconti), quindi:
• Uno studio in rosso
• Il regno dei Quattro
• Le avventure di Sherlock Holmes
• Le memorie di Sherlock Holmes
• Il mastino dei Baskerville
• Il ritorno di Sherlock Holmes
• La valle della paura
• L’ultimo saluto
• Il taccuino di Sherlock Holmes

Da ragazzino avevo letto Il mastino dei Baskerville, e ricordo che mi era piaciuto moltissimo, ecco, non è cambiato nulla. Doyle ti prende sia nei racconti che nei romanzi, non puoi sfuggire. E’ chiaramente una lettura “classica”, pulita, ma è comunque coinvolgente ed ogni volta ti fa sentire a casa grazie alla ritualità ripetitiva della costruzione della storia, all’ormai notissimo metodo deduttivo (che ricordiamo, ha inventato proprio Doyle) e alla consapevolezza dell’infallibilità dell’investigatore e alla fedeltà del suo amico Watson, che è poi colui che nella narrazione si occupa di mettere per iscritto le avventure.

Non si può aggiungere nulla oltre a quanto detto, Doyle è un incredibile maestro, sono rimasto davvero stupito, mi aspettavo qualcosa di noioso ed invece ho dovuto totalmente ricredermi. Spesso di Holmes si ricorda solo l’intuito incredibile ed il metodo deduttivo, ci sono però migliaia di sfaccettature meno note ed altrettanto interessanti, ad esempio la dipendenza dell’investigatore dalla droga quando è inattivo o la capacità camaleontica di travestimento o ancora la passione per gli esperimenti in ambito chimico.

In definitiva con pochi euro di investimento ti si apre un mondo intero da cui non vorrai più uscire, rateizzabile in diversi mesi di lettura. Se proprio dovessi essere pignolissimo ho trovato gli ultimi due libri leggermente sotto tono rispetto al resto, ma è proprio un voler trovare il pelo nell’uovo..

“A sangue freddo” di Truman Capote

Da qualche tempo ero alla ricerca di un trattato serio e completo sui serial killer, poichè suscitano da sempre il mio interesse. Hai presente quando fanno quei documentari su Bundy/Dahmer/Manson/ecc. sulle reti secondarie? Ecco, io non riesco a scollarmici. Durante la mia caccia al tesoro (che ha portato al risultato del malloppissimo I serial killer di Mastronardi e De Luca, già ordinato) continuavo ad imbattermi nel romanzo di Capote. A un certo punto, viste anche le continue positivissime recensioni che mi si spiattellavano davanti agli occhi, non ho più avuto scelta, ho dovuto comprarlo e leggerlo (i serial killer comunque non c’entrano molto).

Ripeto: recensioni positivissime, ovunque e sempre. Effettivamente non si può certo dire che sia un brutto romanzo. Tuttavia, forse a causa dell’enorme aspettativa, ho trovato comunque che mancasse qualcosa, anche se non saprei definire bene cosa. O meglio, è mancato quel qualcosa che mi fa mollare tutto ogni due minuti per andare avanti a leggere, ecco. E’ un romanzo con alti e bassi fortissimi, ci sono effettivamente dei momenti in cui non ci si riesce a staccare dal libro alternati ad altri molto noiosi. Credo che un centinaio di pagine in meno (su 400) non avrebbero guastato.

La storia è nota: il massacro della famiglia Clutter in Arkansas nel 1959 ad opera di due delinquenti, “amichevolmente” Perry e Dick, per futili motivi. Ovviamente all’epoca fu uno scandalo incredibile, cosa che ad oggi invece succede tranquillamente giorno si e giorno si in qualsiasi provincia, senza particolare eco mediatica. (O con particolare eco mediatica, dipenda dai punti di vista, vedi tutta la TV spazzatura come “Quarto grado”, ecc.)

clutter family

Uno dei pregi del romanzo è sicuramente proprio quello di riportarti in un contesto storico “puro” dove ancora il Male era indicabile con il dito indice e confinabile in un angolo. E’ evidente l’enorme differenza dei nostri anni con quelli di allora. Inoltre Capote descrive tutti i personaggi, dalle vittime agli assassini ma passando anche dalla postina del paese, facendoti sentire parte della comunità, non celando nulla, ti sembra di abitare a Garden City, dove tutto è successo. In questa precisa e minuziosa descrizione non mancano attimi molto coinvolgenti, come il momento del ritrovamento dei quattro cadaveri o le fasi del processo ai killer.

Tuttavia il resoconto è fortemente romanzato. Chi cerca un libro d’inchiesta resterà quindi forse deluso. Troppe descrizioni sentimentali, troppe riflessioni e soggettività. Ogni poco ci si chiede quante siano le supposizioni dell’autore e quante le reali informazioni carpite dalle interviste ai personaggi. Questa ibridazione tra due generi è quindi difficile da mandare giù per chi, come me, ama o la narrativa o i fatti oggettivi. Sembra di mescolare Il mostro di Michele Giuttari con Il miglio verde di Stephen King, per capirci.

E’ evidente, soprattutto nella parte finale, la totale avversione di Capote alla pena di morte (in questo caso per impiccagione) supportata tramite facili “giochi” sulla commiserazione dei due personaggi, soprattutto di Perry Smith. Ognuno può pensarla come vuole e il dibattito è infinito, tuttavia ritengo ci siano casi in cui esistano veramente, se non nulle, pochissime giustificazioni. Queste bestie sono entrate in una casa con il chiaro intento di “non lasciare testimoni”, dopodichè hanno imbavagliato e ucciso quattro persone collaboranti, tra cui due ragazzini. Sapevano di essere in Arkansas e della esistenza della pena di morte, quindi la scelta di essere condannati a morte l’hanno effettuata loro nel momento in cui hanno premuto il grilletto, non il giudice, la giuria, o chiunque altro. Ovvio che poi, all’ombra del cappio, sembrino tutti agnelli.

“12 anni schiavo” di Solomon Northup

Penso che scriverò in merito a questo il libro in modo un po’ sparso, così è.

Mi aspettavo un polpettone, essendo stato scritto nel 1853, invece sono stato piacevolmente sorpreso dallo stile fresco (per quanto si possa parlare di stile fresco considerato il tema) e dalla leggerezza con cui sono descritti i 12 anni di schiavitù a cui è stato sottoposto il protagonista, dopo essere stato rapito e privato della identità di uomo libero.

Avevo già visto il film di McQueen, bellissimo come tutti i suoi film, e dopo aver letto il libro non posso che apprezzarne ancora di più la regia. E’ uno di quei pochissimi casi in cui romanzo e trasposizione cinematografica si equivalgono, leggere il libro dopo il film devo ammettere che risulti quasi inutile (dal punto di vista conoscitivo), se non per sentire la storia dalle parole esatte di chi l’ha vissuta.

Questo romanzo ti consente di avere una visione precisa di cosa fosse la schiavitù in quegli anni, anche perchè chi scrive è una persona di cultura, cosa generalmente impossibile perchè gli schiavi venivano appositamente mantenuti nell’ignoranza più totale per evitare problemi. Solomon è invece un uomo che ha studiato, suona il violino e ha doti di artigiano. In realtà si intuisce una certa censura dovuta all’epoca, che limita i sopprusi subiti dagli schiavi alle frustate o comunque a punizioni “descrivibili”. Ma è chiaro, quando si parla di padroni “lussuriosi”, quali altre punizioni dovessero subire. Il padrone ha sullo schiavo qualsiasi diritto.

E’ una sorta di Fuga dal campo 14 del 1850. Quando l’uomo è ridotto in schiavitù il tempo sembra fermarsi, le differenze sono infatti minime a 150 anni di distanza. Quello che più mi colpisce di questi due libri è il concetto, più volte espresso in entrambi i romanzi, secondo cui chi nasce schiavo soffre molto meno rispetto a chi ha avuto modo di conoscere la libertà. E anche così non è forse ben detto. Più precisamente, chi nasce schiavo anela poco alla libertà, non la desidera come ci si aspetterebbe dovrebbe essere, non la immagina, non ha idea di cosa sia. Quello che io mi chiedo, o meglio, che chiedo a te perchè io la mia risposta la conosco, è questo: ormai è chiaro che siamo tutti schiavi, in modo più subdolo e meno cruento di Solomon certo, ma quanto siamo realmente coscienti di esserlo? Dove si ferma la nostra capacità di immaginare una reale libertà mai vista e provata?

“Le correnti dello spazio” di Isaac Asimov

Eccomi a concludere il Ciclo dell’Impero, dopo Paria dei cieli e Il tiranno dei mondi ho terminato la trilogia con Le correnti dello spazio, il più breve romanzo dei tre e, a mio parere, anche il meno entusiasmante.

Non mi dilungherò molto, non ho in realtà tanto da dire in più rispetto a quanto ho già scritto per gli altri due romanzi del Ciclo. Tuttavia ho trovato l’intera storia un po’ più freddina, senza grandi coinvolgimenti emotivi, né da parte mia ma nemmeno da parte dei protagonisti. In realtà i personaggi principali sono più di uno e non sono riuscito ad affezionarmi a nessuno di loro, questo ha creato un bel distacco che non mi ha consentito di appassionarmi, come è successo invece per i precedenti capitoli. C’è molto intrigo politico e burocratico in questo Le correnti dello spazio, l’azione c’è ma non si avverte la tensione degli eventi, anche perchè tutta la narrazione è un continuo salto da un evento/luogo/personaggio all’altro, con una cronologia leggermente sovrapposta in alcuni punti, dove troviamo la descrizione di reazioni ad accadimenti che vengono solo successivamente descritti.

La trama la trovi su wiki, sappi che parla di un uomo a cui è stata cancellata la memoria poichè possedeva informazioni importanti per quanto riguarda la distruzione di un pianeta, fondamentale per il commercio di un materiale pregiatissimo di cui è unico produttore nell’Universo. Chi e perchè gli ha cancellato la memoria? Intrighi, ribaltoni, politica.

E’ sempre Asimov, ovvio, quindi la genialità nel creare e rendere plausibile un mondo, anzi, un Universo, articolato e complesso è incredibile. Posso però dire che tra i suoi libri che ho letto fino ad ora (non tanti in realtà, 8 o 9) questo è quello che mi è piaciuto di meno. E’ quel romanzo che mi farebbe dire: “Ah non hai mai letto Asimov, è un genio, però non iniziare da Le correnti dello spazio perchè ti faresti un’idea sbagliata”.

“Il tiranno dei mondi” di Isaac Asimov

Prosegue la mia avventura galattica nel Ciclo Asimoviano, in particolare nel Ciclo dell’Impero (il Ciclo dei Robot l’ho letto prima di iniziare a scrivere su questo blog). Dopo Il paria dei cieli ho affrontato quindi in ordine cronologico (di scrittura) Il tiranno dei mondi. A breve leggerò Le correnti dello spazio, concludendo questa trilogia, per poi FINALMENTE arrivare al Ciclo della Fondazione, che non vedo l’ora di scoprire.

L’unica pecca del libro (e dopo procediamo ad inchinarci) non dipende ovviamente da Asimov, che è un genio assoluto e inimitabile del genere, ma nella traduzione del titolo. Il titolo originale è infatti The Stars, Like Dust (tradotto solo in poche edizioni in Stelle, come polvere) assolutamente più poetico e in linea con l’opera. Ma è una puntualizzazione fatta apposta per essere scassacazzo, chiariamoci.

Come al solito non starò a snocciolare la trama, composta da avventure, intrighi e viaggi stellari. Quello che lascia sempre a bocca aperta è il contesto in cui si svolge la vicenda, come viene storicizzato e reso coerente in millenni di storia dell’Umanità ormai alla conquista dell’Universo. Attualissimo direi anche il tema dei Tiranni che dominano su una serie di pianeti, dove ogni pianeta reclama la propria dignità e indipendenza dall’impero centrale. In questa gigantesca costruzione non manca comunque la visione dell’Uomo nel suo piccolo, con la storia d’amore e le conseguenti gelosie e paure del singolo individuo. L’avventuriero e la principessa, tema ripetuto in molte narrazioni, rivive qui ricordando una sorta di Guerre Stellari meglio costruita.

Non riesco ad esprimere bene ciò che Asimov crea nel lettore, o comunque in me in particolare. Quello che mi fa adorare questo scrittore è che, mentre l’adrenalina cresce nella trama, gli intrighi si infittiscono, la politica fa il suo orribile corso (come la nostra) e l’amore ha suoi alti e bassi, riesco a sentire costantemente, in sottofondo a tutto questo, il vuoto, il silenzio e la desolazione dello Spazio che avvolge tutto. Asimov riesce a far apparire piccolo anche un impero galattico composto da molti pianeti, come a ricordare, appunto, che in confronto all’infinito siamo granelli di polvere.

“Sventura” di Chuck Palahniuk

Quando devo scrivere di un libro e continuo a pensare “dai, fai vedere che ci sono dei lati positivi” non è certo un buon segno. Il mio attaccamento a Palahniuk rischia di distorcere la realtà e portarmi su posizioni poco obiettive. La prima grande verità è che in queste 334 pagine di romanzo ci sono almeno 100 pagine di troppo. Ma andiamo per gradi.

Sventura è il secondo capitolo della Trilogia Dantesca di Palahniuk, iniziata con Dannazione (di cui ti avevo parlato QUI). La verginella Madison, uscita dall’Inferno, si aggira per la Terra sotto forma di fantasma, scoprendo che i suoi famosissimi genitori (una sorta di coppia Pitt-Jolie) hanno fondato una religione, il burinismo, caratterizzata dalla totale adesione alla volgarità (parolacce, rutti, scorregge..). In un crescendo che potrebbe portare all’estinzione della razza umana, Madison deve cercare di impedire il trionfo del burinismo, inseguita da Satana e da una cerchia di fantasmi che la consigliano (un po’ come l’angelo buono e l’angelo cattivo). Trama leggera e forte critica sociale, ossia tutto quello che mi era piaciuto in Dannazione. E fino a qui tutto bene.

Ma.

Ma Sventura (che, ricordo, si presentava potente come Fight Club e Soffocare: vaffanculo) è pesante, prolisso e poco coinvolgente. Palahniuk si affida ancora al suo insuperabile modo di scrivere tralasciando i contenuti. Come anticipato, forse la soluzione doveva essere quella di tagliare, per riportare il romanzo alla metratura standard delle precedenti opere. A un certo punto mi sono trovato dentro a un flashback interminabile di qualche decina di pagine (intendo 50/70 pagine, non so), evitabilissimo. Certo, c’è la scena del glory hole che rimane fantastica..

Poco da dire, se ci metto un mese a leggere un libro, o è Il signore degli anelli, o non mi è piaciuto e ho letto giusto quelle 10 pagine al giorno sul water per poterlo finire. Spero che la terza parte della trilogia sia più simile alla prima, spero che questo contrasto tra Dio e Satana sia davvero entusiasmante, anche se deve essere parecchio difficile fare del fantasy su della mitologia fantasy.

“Bone – Il mistero della scintilla – Libro Primo” di Jeff Smith e Tom Sniegoski

Io lo so che finirò con il parlarti di Bone di Jeff Smith invece che del libro, perchè è uno dei migliori fumetti che abbia mai letto, ma comunque ci proviamo. Cioè, Bone è fantastico, non ci sono cazzi. Dicevo? Ah si, il Mistero della scintilla. Però Bone è inimitabile dai, con le sue 1300 pagine è una sorta di Signore degli anelli dei fumetti in chiave comica, anche se bisogna dire che nonostante le risate mantiene un concetto molto serio e profondo di Bene e Male. Insomma è inarrivabile.

Il mistero della scintilla..

Allora, questo è il primo libro di una trilogia di romanzi illustrati da Smith e scritti da Sniegoski, nati come costola del fantasticissimo Bone. Se non hai letto il fumetto non prendere neanche in considerazione questi romanzi, prima devi leggere il fumetto, poi cercherai di ritrovare la magia nelle altre letture. Già perchè da Bone sono nate altre pubblicazioni (che non ho ancora letto) sempre edite da Bao che ha curato anche l’omnibus a fumetti, tra cui Racconti intorno al fuoco, La principessa Rose e L’arte di Bone. Sto divagando di nuovo.

Questo libro è un libro per ragazzi, ma ragazzi minuscoli, tipo 9/11 anni. Amarezza, tristezza e rassegnazione. Ero galvanizzato dalle 220 pagine, sperando, vista la mole, che non si trattasse di una storia per bambini, ma non c’è stato nulla da fare. Oddio, chiariamo, un ottimo libro per il suo target, ma la magia di Bone non si è ripetuta. Mi rimane la speranza che, uscendo i tre libri della trilogia ad anni di distanza, avvenga il fenomeno Harry Potter, cioè che gli autori facciano crescere la storia assieme ai lettori rendendola più adulta con le successive puntate. Ma temo che questa speranza sia solamente il voler giustificare il collezionista che è in me e che acquisterà anche i due libri successivi per soddisfare il bisogno di completezza della collezione.

La storia è talmente semplice che se te la racconto finisce subito. Quindi non te la racconto. I protagonisti la vivono come una grande e lunga avventura, ma tanto lunga non è, se non nella mente di un eventuale lettore molto giovane, appunto. Insomma, se hai un nipotino è un libro che consiglierei sicuramente, sarà sicuramente soddisfatto e divertito. Se sei un collezionista è inutile che ti dica qualsiasi cosa, farai quel cazzo che ti impone la malattia (hanno anche curato un’edizione davvero bella fisicamente, solida, lo sanno che non si resiste, i furboni). Se invece hai letto Bone occasionalmente non cercare di recuperare un amore finito, sappiamo entrambi come sono gli strascichi. I disegni di Smith non sono molti e anche questi sono adeguati al target, nulla a che vedere con.. ci risiamo.

Non so se si evince da quel che ho scritto.. ma vorrei essere chiaro visto che siamo alla fine così che non siano dubbi: Bone è MITICO!

La vita, l'universo e tutto quanto.

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