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“L’istituto” di Stephen King

La trama di questo nuovo romanzo del Re è nota, quindi sarò ermetico come un Tupperware.
Luke Ellis, 12 anni, viene rapito nel cuore della notte, i suoi genitori brutalmente uccisi. Il ragazzo si ritrova in un segretissimo istituto dove altri ragazzi come lui, dotati di poteri telecinetici o telepatici, vengono sottoposti a continui esperimenti da dottori senza scrupoli e senza pietà. A quale scopo? Riuscirà Luke a scappare?

Su L’istituto ho letto opinioni contrastanti, da chi festeggia per il ritorno di Stephen King agli antichi splendori (sul retro del volume lo slogan promozionale decanta il libro come il nuovo IT, brrr) a chi ne decreta l’ormai imminente morte artistica. Io ti dico: né una cosa, né l’altra. Siamo di fronte a un romanzo medio, molto scorrevole ma che non lascia il segno. Attenzione: qualcuno (tanti) l’ha anche trovato prolisso ma io credo che se decidi di leggere Stephen King un po’ di lungaggini tu debba metterle in conto e, per dirla tutta, a me piacciono.

E qui apriamo una piccola parentesi con un esempio del tutto inventato.
Se un personaggio, in un romanzo di King, incontra una cassiera al supermercato, tu puoi stare sicuro che il Re ti racconterà qualcosa di quella cassiera, anche se la sua funzione sarà solo quella di far pagare la spesa. È così. King vuole che tu riesca a incasellare ogni comparsa in una tua determinata categoria mentale e, per farlo, usa aneddoti o dettagli che spesso vengono considerati superflui o eccessivamente descrittivi. Tuttavia è proprio questo che fa funzionare la sua narrazione. Trascorso qualche mese dalla lettura ti sembrerà di avere vissuto personalmente quanto accaduto nel romanzo, di essere stato anche tu lì, mentre quella cassiera si faceva rigirare la fede al dito, nonostante il marito morto da due anni, e tu avrai un’idea ben precisa di che tipo di donna sia (secondo i tuoi criteri) grazie ai suoi dubbi se accettare o meno l’invito del postino che la corteggia da mesi. Magari poi salterà anche fuori che lei si era sposata senza amore per un debito di riconoscenza nei confronti del deceduto. Insomma, se tutto questo non ti piace, hai sbagliato autore.

Comunque, tornando a L’istituto, è indubbia la strizzata d’occhio ai successi teen del momento (vedi Stranger Things o il nuovo IT) con una letteratura alleggerita che in certi momenti fa pensare, più che a un romanzo per adulti, a uno per ragazzi. Insomma, ultimamente si batte un po’ cassa, ma questo lo avevamo già visto con le discutibili scelte editoriali di La scatola dei bottoni di Gwendy e Elevation che, insieme, non fanno mezzo libro delle vecchie raccolte di racconti (tipo A volte ritornano).
[A proposito di A volte ritornano, io me lo sono riascoltato tutto su questo canale Youtube. Te lo consiglio veramente, questo Lorenzo Loreti è bravissimo, i racconti sono effettati e recitati. Mi ha davvero salvato in momenti di noia lavorativa.]

Di sicuro non ti consiglierei questo romanzo per iniziare a leggere King, ma forse te lo consiglierei se tu fossi molto giovane. Paradossalmente, trovo delle lacune dove altri sentono la trama più snella e agile, ossia nella mancanza di approfondimento per i personaggi “cattivi”. Se, infatti, i ragazzi (le vittime) sono ben tratteggiati (così come poi i loro aiutanti) così non è per gli antagonisti, che finiscono per essere solamente, appunto, “cattivi”, senza uno spessore di umanità che li caratterizzi. Per capirci, ti ho appena parlato di Joker, dove l’approfondimento psicologico ti consente di capire come Joker sia diventato Joker. Ecco, ne L’istituto tutto questo manca, i malvagi sono malvagi in quanto tali, e questo per me è una pecca.

Tra gli ultimi (il grassetto è d’obbligo) romanzi di King, insomma, i migliori rimangono ancora 22/11/63 e Joyland, ma L’istiuto è comunque godibile in tutte le sue 560 pagine. IT, però, signori che stabilite le frasi a effetto da inserire sulle copertine, è proprio un altro pianeta.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4/5), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)

“Distanza di sicurezza” di Samanta Schweblin

Cupo. Questa è la prima cosa che mi viene in mente parlando di Distanza di sicurezza. La seconda a cui penso è una copertina totalmente azzeccata. Ti dirò, a me non piacciono le fotografie in copertina, preferisco i temi astratti o comunque qualsiasi cosa che non sia una riproduzione del reale. Eppure questa foto funziona, c’è un prato illuminato a giorno ma dietro, tra gli alberi, vedi il buio della notte. Il riflesso nell’acqua antistante poi è freddo, inquietante, come se quell’acqua potesse risucchiarti in una vuota oscurità. Insomma, in una foto sono condensate le emozioni che trasmette questo romanza di Samanta Schweblin, giovane scrittrice argentina.

Un po’ di trama, che ti piace, lo so.
Amanda è in un letto d’ospedale, non sa perché. Al suo fianco c’è un bambino, David, che le pone delle domande. Lei non lo vede, non è ancora del tutto sveglia. Amanda conosce la mamma di David, Carla, e la sua storia. Sa che David ha subito una contaminazione e che la madre è stata costretta a sottoporlo a un rituale per poterlo salvare. Un rituale paranormale, dove l’anima si scinde. Anche Amanda ha una figlia, Nina. Dov’è Nina? Che cos’ha in comune con David?
Mi fermo.

Distanza di sicurezza si legge tutto d’un fiato in un paio d’ore, sono circa 140 pagine a caratteri “generosi”. Il pregio principale è che sia scritto in un modo che non ti fa mai staccare gli occhi dal libro, anche solo per alzarti a bere un bicchiere d’acqua. Sei lì che dici: «Ok dai, mi fermo appena la situazione arriva a un momento morto». Solo che il momento morto non arriva mai, vivi l’ansia che vive Amanda, in attesa costante di sapere cosa sia successo a lei e alla figlia e a tutto quello che le circonda. L’angoscia, l’oscurità e l’insicurezza che pervadono la protagonista ti si attaccano addosso e non ti mollano fino alla fine. Fine dove non riesci comunque a trovare una via di fuga, una vera soluzione, e sei lì che ti chiedi se hai compreso tutto, se non ti sia sfuggito qualcosa e se questa sensazione sia voluta o meno. E forse devo ancora digerirlo questo romanzo, per capire se il senso di incompiutezza che ora ho addosso sia dovuto a una qualche mia insoddisfazione, riportata a galla dal libro, o alla precisa volontà dell’autrice di inquietarmi.

“American Psycho” di Bret Easton Ellis

American Psycho è un romanzo del 1991 di Bret Easton Ellis. Ancora prima della pubblicazione il libro ha provocato scandalo e indignazione. Si parla di rifiuto dell’editore, minacce di morte a Ellis, accuse di violenza gratuita, ritrovamenti del volume nei comodini di serial killer. Cose così. Nel 2000 è poi uscito il film di Mary Harron con Christian Bale, fortemente sforbiciato per quanto riguarda la violenza e l’umorismo, che ha rilanciato nuovamente l’opera.
E che cazzo di opera.

Già, perché American Psycho è un’opera d’arte. Così come Meno di zero e Le regole dell’attrazione (il discorso vale meno per Lunar Park), American Psycho assume le sembianze di una statua o di un quadro, bisogna osservarlo nel suo insieme. La bellezza non sta nella trama ma nella sua interezza, nella visione totale che riesce a fornire una volta che lo si è terminato. Non è un romanzo facile, non ha una storia particolarmente coinvolgente ed è forse il romanzo esteticamente più violento che abbia mai letto. Insomma, non è certo per tutti.

La storia è nota, ma comunque…
Patrick Bateman è ricco, ricco sfondato, lavora a Wall Street e ha una vita scandita da precisi rituali e manie. La palestra esclusiva, i programmi televisivi, la passione per la musica e la tecnologia, le prenotazioni nei ristoranti più costosi, la moda, i vestiti, la moda, i vestiti, la moda, i vestiti, la cocaina, le donne, il lusso sfrenato, gli oggetti di design. Insomma, ci siamo capiti. Vede ogni persona solo per quello che appare esteriormente, ne viviseziona l’abbigliamento perché conosce sempre gli abbinamenti corretti da fare. È un esteta puro, superficiale, cinico, misogino, razzista. Ed è un serial killer. Quando tortura le sue vittime le violenze vengono descritte con la stessa precisione con cui viene descritto un abito di Armani. (Un assaggio, per capirci: a una ragazza inserisce un tubo nella vagina, così che un topo possa mangiarle le interiora dopo che lui vi ha infilato del brie. La difficoltà dell’inserimento del tubo viene risolta grazie a dell’acido muriatico). E poi ci sono telefonate, organizzazioni di cene che durano per pagine e pagine, bidoni a chi non è considerato all’altezza, adorazione per Donald Trump.

Ora avrai capito che, come dicevo, non è un romanzo facile. Ma è un perfetto ritratto della superficialità del nostro mondo (qui poi siamo a Wall Street, il regno degli yuppies), trasparente come un vetro, senza alcun filtro. Bateman si chiede più volte se esista qualcosa oltre all’apparenza, se esista lui stesso oltre alle sue abitudini e alla sua crudeltà, se esista un qualsiasi senso di empatia nei confronti di un altro essere umano. American Psycho è l’esasperazione dell’individualismo, una critica fortissima al sistema estetico nato dal sistema economico.

Chi ci vede solo la violenza ha bisogno di un paio di occhiali e, se ancora non vede, allora forse merita di incontrare Patrick Bateman.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)
Imperial Bedrooms (2010)

“Portland Souvenir” di Chuck Palahniuk

Non mi dilungherò troppo su Portland Souvenir, solo poche righe per descriverti quello che è (o quello che non è).
Per prima cosa è una guida turistica della città di Portland, ma non è una guida esaustiva o totale, è una guida da utilizzare solo come ulteriore supporto a un cartaceo più classico, casomai tu decida di visitare la città. Io, se dovessi mai andare a Portland, me la porterei dietro per avere un punto di vista sicuramente originale e alternativo. Magari con una cartina, tanto per dire.
Non è un romanzo o una raccolta di racconti. Sì, ci sono degli aneddoti, che vengono chiamati “cartoline”, ma è tutto molto lontano dall’essere definibile come “narrativa”. Se non hai mai letto Palahniuk, ASSOLUTAMENTE non partire da questo libro. Portland Souvenir è apprezzabile solo da chi di Chuck vuole leggere proprio tutto, anche le ricette da cucina.
Lo scrittore ti descrive luoghi e attività in quello che è il suo stile caratteristico, raccontando di tanto in tanto storie di vita e leggende metropolitane.
Che dire, io sapevo cosa mi sarei trovato a leggere e devo anche ammettere che ho pagato solo due euro per questa copia del libro, poiché usato. A prezzo pieno forse non l’avrei comprato, perlomeno non prima di aver letto tutto di Palahniuk o aver deciso di fare il turista per le vie di Portland…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
Portland Souvenir (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)

“Trilogia di New York” di Paul Auster

Trilogia di New York è una raccolta di tre romanzi (o racconti, vista la brevità) di Paul Auster, pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987. Si intitolano Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Ora ti faccio un breve, brevissimo, breverrimo, riepilogo delle trame.

Città di vetro
Per capirci (sul livello di follia) la storia inizia con un uomo che riceve una telefonata durante la notte, chi lo chiama sta cercando l’investigatore Paul Auster… L’uomo, che è in realtà uno scrittore e vive già una sorta di sdoppaimento, sia con il protagonista dei suoi romanzi sia con lo pseudonimo con cui li scrive, decide di fingersi Paul Auster e accettare l’incarico, iniziando ad indagare sul “caso”.

Fantasmi
Blue, detective allievo di Brown, riceve l’incarico da White di pedinare e sorvegliare Black. Il pedinamento si ridurrà a un monotono appostamento nel quale Blue osserverà, dalle finestre del palazzo di fronte, Black seduto a un tavolo che scrive ininterrottamente su un taccuino. Blue inizierà a domandarsi se non sia lui stesso Black, osservato dall’uomo che scrive.

La stanza chiusa
Fanshawe sparisce lasciando dietro di sé, oltre una moglie e un figlio, romanzi e poesie mai pubblicate. Sarà compito di un suo amico d’infanzia far pubblicare le sue opere e sarà suo “dovere” anche sposarne la moglie. Ma Fanshawe sarà davvero morto come tutti pensano? Fino a che punto chi prende la vita di un altro non diventa l’altro?

Come tu avrai già capito (dal momento che sei così astuto e sagace da seguire il mio blog) Paul Auster utilizza trame assurde per indagare il tema dell’identità. Lo indaga così tanto da farti venire il mal di testa, da farti sanguinare il cervello. L’intera Trilogia trasuda il problema dell’individuo, della personalità, di ciò che potrebbe diventare qualcos’altro perché è descritto e pensato come fosse quel qualcos’altro. Io sono io finché ho il mio nome e mi comporto nel mio modo, ma se prendo il nome di un altro e mi comporto come quell’altro, quando smetterò di essere me e comincerò a essere lui? Eh? Sei turbato? Bene, è lo spirito giusto.

Paradossalmente la cosa che manca di più, in tutto questo insieme di paturnie mentali postmoderniste, è proprio New York. Non aspettarti descrizioni della Grande Mela perché non ne troverai: New York è presente solo nel titolo e in qualche breve accenno, per il resto le trame potrebbero essere ambientate ovunque. Quello che troverai, oltre allo studio sull’identità (casomai non si fosse capito), è un forte attaccamento alla professione dello scrivere, sempre presente in tutti e tre i racconti.

Tolto tutto questo, cioè il 90% dell’opera, quello che resta della Trilogia di Auster è l’ambientazione noir da detective-story, che per certi versi mi ha ricordato Pulp di Bukowski (ma senza il divertimento), soprattutto per quanto riguarda il nonsense delle varie situazioni. Attenzione però, niente gialli o trame alla Ellroy, tutti i racconti sono estremamente onirici, collegati tra loro da astrusi dettagli che non riescono (e non vogliono) creare una storia con un inizio e una fine. Se proprio volessi saperlo, solo nell’ultimo racconto la trama segue una strada leggermente più canonica e percorribile.

A questo punto mi chiederai: «Ma questo libro ti è piaciuto?».
No, non mi è piaciuto. Non è un libro che si legge facilmente o volentieri, lo prendi tra le mani ogni volta sapendo di fare harakiri e conscio che non avrai nessuna voglia di girare pagina. La voglia dovrai inventartela, crearla, per riuscire ad arrivare in fondo. A dire il vero non capisco nemmeno perché farsi del male e scriverlo, un libro così, non capisco dove l’autore abbia trovato la voglia di sviluppare una storia di questo genere. Tuttavia non si può dire che sia un libro stupido, non si può non ammirarne l’indubbia e geniale complessità.
E allora lo ammiro, disprezzandolo.

“Spiagge sospese” di Renata Bovara

Spiagge sospese, di Renata Bovara, si era piazzato nel 2018 tra i tre finalisti della seconda edizione del Premio Letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, vinto successivamente* da Blowjim di Cavaciuti. Il romanzo è stato poi fortunatamente* (e meritatamente*) comunque pubblicato all’inizio di quest’anno. Mi è capitato tra le mani e quindi ora siamo qui.
*(Tre avverbi in dieci parole: a Stephen King sarà venuto un colpo).

Non vorrei svelarti troppo della trama. Primo perché, come sai, a me non piace raccontare le trame dei libri, secondo perché potrebbe indurti in errore nella valutazione di questo romanzo. Qualcosa comunque te la dirò, perché altrimenti a te, che sei un lettore medio di recensioni medie, se usciamo dal canone rischiamo ti venga un eczema da stress.

La marchesa Federica Macaluso muore, e muore all’inizio del romanzo. Lascia una figlia, una nipote e delle pronipoti. Tutte queste donne hanno, in qualche modo, qualcosa in “sospeso” con lei. La marchesa lascia, però, anche una vita di contrasti, amori, misteri. Lascia, in particolare, un segreto legato alla sua giovinezza che l’ha condizionata per tutta l’esistenza, anche durante un matrimonio, con il marchese appunto, che non sembra essere nato dall’amore. E sarà la marchesa stessa a sbrogliare la matassa della sua vita dal luogo in cui è finita dopo la morte. Un luogo, anche qui, sospeso, composto da ricordi e reinterpretazioni del vissuto della marchesa, mentre nel mondo “reale” le sue discendenti proseguiranno le loro vite, cercando di capire chi fosse davvero Federica Macaluso e quanto abbia in realtà inluenzato le loro vite.

Spiagge sospese è scritto molto bene, su questo non ci piove. Quello che si nota subito è l’eleganza e la raffinatezza (sai che non è da me utilizzare questi termini, ma tant’è) della costruzione della frase. Ma quello che ho ammirato ancora di più è che questa eleganza non sia legata a particolari virtuosismi lessicali o sbruffonerie: l’autrice usa infatti parole semplici, solo che le sa “abbinare” bene. È un po’ la differenza che intercorre tra chi, per dimostrare il proprio valore, deve spendere una sacco di soldi in marchi e abiti costosi (risultando spesso pacchiano) e chi, invece, ha una classe intrinseca che gli consente di essere elegante anche in mutande. Spero di aver reso l’idea.

Poi c’è questa cosa della sospensione che è azzeccatissima. Il romanzo È una sospensione. Da bambino partecipavo a dei pranzi domenicali estivi con i parenti (una tortura) che si concludevano immancabilmente con il pisolino del primo pomeriggio. E io ero lì, l’unico sveglio, ad aspettare succedesse qualcosa senza poter fare niente. Dormivano tutti, il sole picchiava di brutto, le strade erano deserte, non c’erano rumori. La giornata non era finita, io lo sapevo ma, per un certo tempo, non sarebbe successo nulla. Questo romanzo mi ha fatto sentire sospeso, come allora, in un’attesa diurna.

Spiagge sospese indaga la vita, il rimorso, le svolte mancate. Allo stesso tempo però butta anche un occhio su qualcosa che, la maggior parte dei lettori, non capirà. Ossia sulla vita stessa, che non è solo il sogno, ma è anche la normalità. Qualsiasi scelta porta a delle conseguenze, ed è solo vivendo che si arriverà a capire che il sogno non esiste, perché quello esiste solo nelle scelte mancate che, rimanendo estranee alla realtà, possono fingere di essere perfette.

Fermo restando che Spiagge sospese è destinato a un pubblico femminile e che io l’ho letto e compreso solo grazie alla mia incredibile sensibilità, intelligenza, arguzia, fascino, bellezza, ecc. ecc. (e modestia, e umiltà, ovviamente), credo, in definitiva, che questo romanzo sia il libro perfetto per mandare in brodo di giuggiole un plotone di casalinghe frustrate. Quelle incastrate in un matrimonio che non le soddisfa, che pensano a “come sarebbe potuta andare se..”. Le stesse che non riusciranno a vedere molto oltre la trama, attaccate alla superficie delle cose, perdendosi i contenuti, intente a cercare le similitudini con le loro tristi e inutili vite. Vedranno solo quello che vorranno vedere. Ed è un peccato, perché si perderanno molto.

“Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle” di Maurizio Brunelli

Nel 2021 ricorrerà il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri e io, per rimanere “sul pezzo”, così come poco tempo fa avevo fatto per Leonardo da Vinci, mi sono letto un saggio a tema: Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle di Maurizio Brunelli (scrittore storico per passione ed esperto della figura di Cangrande). In realtà in questo testo si parla anche di molto altro, non solo del poeta fiorentino, ma ci arriveremo.

Prima però, come si fa per le malattie sui siti medici, vorrei esporti un elenco di sintomi per verificare se tu sia destinato alla lettura di questo volume. [Per inciso: io su quei siti ho sempre 9 sintomi su 10, soffro di tutte le patologie esistenti, dall’infiammazione della prostata all’ovaio policistico.]
Sarà sufficiente averne uno solo perchè tu possa procedere:

• Sei interessato alla vita di Cangrande della Scala;
• Ti piace la storia (il Medioevo, in particolare);
• Beh, anche Dante Alighieri, ovviamente;
• Vivi a Verona;
• Sei appassionato di astrologia;
• Hai difficoltà nel mantere l’equilibrio (no scusa, questo era per la labirintite, non c’entra).

Sì, io lo so che tu hai letto “astrologia” e hai subito alzato gli occhi al cielo pensando all’oroscopo di Paolo Fox, ma la situazione è in realtà un po’ più complessa rispetto a «oggi è una giornata molto buona per il Toro che potrebbe ottenere ottimi risultati professionali e incontrare la sua anima gemella».
Brunelli, infatti, tenta di capire, stimando la data di nascita di Cangrande e verificando quale possa esserne il relativo oroscopo, se un’eventuale vaticinio astrologica abbia influenzato le scelte dei Dalla Scala e, in seguito, anche quelle di Cangrande stesso. Questo perché, all’epoca dei fatti, a metà del XIII secolo, l’astrologia era tenuta molto da conto, tanto da essere insegnata nelle Università. Non è quindi da escludersi che Cangrande fosse stato designato come il prescelto per formare il Regno dell’Alta Italia (questo indipendentemente dal fatto che tu creda o meno all’oroscopo!). Cangrande che, nel corso della sua vita, oltre ad aver conquistato città e territori, ha ospitato a lungo l’esiliato Dante, meritandosi così la dedica del Paradiso, terza cantica della Divina Commedia.

La mia avversione per l’oroscopo, e per l’astrologia in generale, mi ha fatto iniziare la lettura con un cattivo presagio, ma devo dire invece che l’abbinamento funziona. Brunelli individua quelle che dovrebbero essere le caratteristiche della personalità di Cangrande, secondo l’astrologia del tempo, e le confronta con gli eventi storici di cui si ha traccia (anche grazie a scrittori meno noti dell’epoca, come Ferreto Ferreti). Il risultato è un alleggerimento che consente una lettura più fluida, anche dove, per forza di cose, la nozionistica prende il sopravvento (ricordati che si parla di un periodo di continui cambi di potere, tradimenti, guerre… e quindi di centinaia di nomi e date).
Dante accompagna e condisce il viaggio, così come ha accompagnato il Signore di Verona nel corso della sua vita e tutti quelli che l’hanno amato sui banchi di scuola (o, recentemente, in tv letto da Roberto Benigni).
Pensa, io Dante l’ho sempre detestato, ritenendolo l’Alfonso Signorini del 1300, ma questo volume te lo consiglio lo stesso. Non credo di dover aggiungere altro…

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Il volo della martora” di Mauro Corona

Il volo della martora è il primo libro pubblicato da Mauro Corona, anno 1997 (cioè 22 anni fa!) e, per quanto riguarda la “nostra” cronologia, il tredicesimo libro di cui ti parlo di questo autore. Per fare una cosa fatta bene dovrei far finta di non aver letto gli altri dodici e esporti le mie impressioni vergini, come se avessi conosciuto Corona solo ora. Non credo che ci riuscirò, ma tu tienine conto, perché i temi saranno quelli sempre cari allo scrittore ma, in fin dei conti, qui sono esposti per la prima volta.

Il volo della martora mi è piaciuto, questo te lo dico subito. È una raccolta di racconti carica di poesia, nostalgia e vecchi valori (se i valori possono essere vecchi). In poche pagine, circa 200, Corona tira fuori tutti gli argomenti che poi lo caratterizzeranno nella successiva produzione, ma lo fa forse con meno rabbia (giustificata), meno risentimento (giustificato), nei confronti di un mondo, il nostro, che sta andando a puttane (perdona il francesismo). Ci sono anche accenni a personaggi a cui l’autore dedicherà poi romanzi interi, vedi Santo Corona della Val, che sarà protagonista de Il canto delle manére, che come tu sai è il mio preferito tra i suoi libri. E poi c’è la vita di montagna, il lavoro, la fatica, ma anche le gioie dell’infanzia in un mondo in cui avere un paio di scarpe nuove è una vera festa. Se vuoi continuo eh? C’è il rapporto genitori e figli, le storie di vita vissuta, gli anziani che ricercano il senso della vita nei propri ricordi, il rispetto per la natura e gli animali, le tradizioni, gli amori, le donne. C’è tutto.

So che forse te l’ho già detto per altri suoi libri, ma questa volta vale più di altre, se vuoi conoscere Mauro Corona scrittore inizia pure da Il volo della martora. Perché qui tutto torna, ed è anche il primo libro, quindi è la famosa quadratura del cerchio.

E poi c’è un’altra cosa, che ho tenuto in fondo, perché in questa raccolta non c’è molta rabbia e non volevo riversarne subito io. C’è il Vajont, che è un argomento principe di questa come di altre opere di Corona. Qui lo scrittore ne parla amareggiato, quasi disilluso. Bambini che non hanno avuto un futuro, cumuli di scarpe, bambole senza arti, disperati che cercano tra le macerie il ricordo/feticcio di una vita cancellata. Genitori senza figli, figli senza genitori. Paesi distrutti, vite distrutte, speranze distrutte.
Nessuno che paga.

[Ora un po’ di rabbia, la mia]
Tu lo sai che io non parlo mai di politica. Il perché è presto detto (senza falsa modestia): perché sono superiore sia a chi la esercita sia a chi la vive come se fosse il derby della squadra del cuore, con inutili schieramenti, facendosi abbindolare dai talk show e dai “dibattiti”. Però questa volta, in questo preciso momento, alla caduta del millesimo governo e alla successiva lotta per chi ha ragione e chi torto, per chi “io tengo a questo” e “io tengo a quello”, leggere del Vajont assume un certo significato.
E mentre sei lì, a decidere chi ti stia raccontando la bugia migliore per la tua tranquillità, ricordatelo il Vajont. Ricordati il DC-9. Ricorda le stragi più moderne, più silenti ma forse peggiori perché non consentono la conta dei morti, che tolgono la voglia di fare, di vivere. I tumori. Ricorda i suicidi di chi non regge.
Chiediti quando il sistema (non solo italiano, ma globale) ti abbia fatto sentire parte di un’organizzazione evoluta a livello di specie. Mai.
Io non ti sto parlando di colori o partiti, di telefonini, automobili o aspirazioni economiche. Cerca di capirmi. Black friday, saldi e scarpette. È solo questo che siamo riusciti ad essere? Intendo, come forma di vita nell’Universo, siamo questo? Perché se è così, cosa di cui io sono purtroppo convinto, c’è solo da aspettare l’appuntamento con l’asteroide, sempre che non facciamo da soli, prima.
E se ancora sei lì, a distinguera tra questo e quello, a cercare il conforto nell’idea che uno sTATO possa uscire fuori da qualche parte, pensa ancora al Vajont, perché non ci hai pensato abbastanza.
La merda non si trasforma in oro. Mai.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo Rill e dintorni” AA.VV. – Collana Mondi Incantati

L’anno scorso ti avevo parlato di Davanti allo specchio, l’antologia edita da Wild Boar che riuniva i racconti finalisti al XXIII Trofeo Rill (e non solo) e te ne avevo parlato bene, peraltro con un certo stupore dovuto alla mia esterofilia. Ecco, quest’anno devo ripetermi, anzi, potrei dirti esattamente le stesse cose. Ana nel campo dei morti (no, birbone, non è il titolo di un video necrofilo su Youporn) raccoglie i primi cinque racconti classificati al XXIV Trofeo Rill, oltre ad altri quattro racconti arrivati in finale in altrettanti concorsi letterari in giro per il mondo, e a quattro racconti che hanno vinto il concorso Sfida interno al Rill.

Anche per questa edizione ti ribadisco due cose che trovo in linea con quella precedente. Primo, i racconti hanno una struttura piacevole e definita dove la trama è un elemento fondamentale, non ci si trova di fronte a quelle masturbazioni letterarie “tutto stile” che poi sono inesistenti dal punto di vista della storia. E non è una banalità o una cosa scontata. Secondo, tra i tredici racconti presenti, ancora una volta, ho trovato migliori i nove italiani rispetto ai quattro, comunque ottimi, stranieri. E questo serve a me, per guarire dal mio bisogno di cercare sempre “fuori”.

Ho trovato interessanti anche i racconti legati al concorso Sfida, il concorso che organizza Rill per gli ex partecipanti al Trofeo, che quest’anno, in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, era dedicato proprio al noto artista/inventore. I vincoli di partecipazione, l’ambientazione in Italia e il legame con l’inventore, non erano troppo stringenti e hanno quindi consentito agli autori di spaziare senza troppe “catene”, cosa che ha giovato alla qualità e evitato di rendere i racconti simili tra loro. E poi noi di Leonardo ne sappiamo già qualcosa no? Te ne ho parlato da poco in Leonardo da Vinci, Lo psicotico figlio d’una schiava. Mi stai attento, vero?

C’è un’altra cosa che devo dirti, e forse non sarà molto politically correct, ma io, come Clark Gable in Via col vento, “francamente me ne infischio”. Alla seconda antologia Rill che leggo posso dire che vengono selezionati dei racconti buoni in quanto tali, e non delle marchette contemporanee legate a temi sociali più o meno presenti nel periodo del concorso. Viviamo in un’epoca in cui, fortunatamente, vengono sollevati temi sociali importanti (vedasi discriminazione, violenza, malattie, ecc.) con grande enfasi mediatica. Spesso ho visto questi temi entrare nei concorsi letterari e arrivare nelle fasi finali anche quando la qualità era scadente, forse per non sfigurare o per mostrarsi comunque “sul pezzo”. Con Davanti allo specchio e Ana nel campo dei morti non ho avuto questa sensazione e l’ho apprezzato molto. La qualità rimane il primo criterio di scelta, poi quando arriva anche il resto (e in certi racconti arriva, chiariamoci) benvenga.

Credo, in definitiva, che questa lettura diventerà un mio appuntamento annuale e, di conseguenza, anche tuo…

“Ninna nanna” di Chuck Palahniuk

Di Palahniuk ho letto quasi tutto, mi mancano giusto gli ultimi libri usciti, ma per quanto riguarda i masterpiece posso tranquillamente dire di non essermi perso nulla. Purtroppo l’inizio della mia passione per questo scrittore risale a ben prima che decidessi di aprire il blog, quindi non ti ho parlato di molti suoi lavori per ovvie questioni cronologiche, ma sotto troverai comunque un elenco sia di ciò di cui ho scritto che di quello che, ahitè, ho letto precedentemente.

Ninna nanna è il quinto romanzo di Chuck e, te lo dico subito, non mi è piaciuto. Ammetto di essermici dedicato in condizioni di scarsa concentrazione (peregrinando tra i rifugi delle Dolomiti) e questa può essere una mia colpa, ma è l’unica. Mi aspettavo molto, anzi, moltissimo da questo libro e il perché è presto spiegato: i primi quattro romanzi di Palahniuk sono in assoluto i miei (suoi) preferiti, e Ninna nanna veniva subito dopo.

La (confusionaria) trama parla di neonati che muoiono nella culla senza un’apparente causa. La causa però c’è e dipende dalla lettura di una particolare filastrocca contenuta in un libro per bambini, che procura morte istantanea. Quattro personaggi si lanciano nell’impresa di distruggere i volumi rimanenti, ognuno di questi disperati ha le proprie motivazioni, i propri problemi e segreti. Inoltre possedere la filastrocca della morte istantanea darebbe un enorme potere a chiunque…

Quello che mi fa salvare questo romanzo è lo stile di scrittura, secco e tagliente, caratteristico del Chuck delle origini, ma è anche l’unica cosa che salvo. Proprio perché il romanzo mi avrebbe accompagnato durante il mio girovagare, cercavo qualcosa che mi invogliasse alla lettura, che mi incuriosisse spingendomi a voltare pagina. Invece la storia è di una noia mortale, soporifera. 50% stile – 0% trama, i conti non tornano. Peccato.

Era da parecchio che non leggevo Palahniuk proprio per le ultime delusioni, ma non demordo. Ho già sullo scaffale Portland souvenir (so già che qui non ci saranno colpi di scena, è praticamente una guida) e la raccolta di racconti Romance. Spero in meglio, ben sapendo che chi vive sperando…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)