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“Los Angeles Nera: Le strade dell’innocenza” di James Ellroy (Trilogia del sergente Hopkins)

Un po’ di eventi storici, prima.
Tra il 1984 e il 1985 James Ellroy scrive la “trilogia del sergente Hopkins” composta da Le strade dell’innocenza, Perché la notte e La collina dei suicidi. Nel 2018 io leggo I miei luoghi oscuri, romanzo nel quale Ellroy racconta dell’omicidio della madre, e ne resto folgorato. Nel 1988 esce Indagine ad alto rischio, film con James Woods tratto proprio da Le strade dell’innocenza. A cavallo tra il 2018 e il 2019 leggo i primi due romanzi dello scrittore, Prega Detective e Clandestino, decidendo che dovrò leggere tutto quello che ha scritto, in ordine rigorosamente cronologico. Nel 2012 la serie di documentari America tra le righe dedica un’intera puntata a James Ellroy: Ellroy Confidential. 2020: cerco Indagine ad alto rischio su Netflix e non lo trovo, come del resto succede ogni volta che cerco qualcosa su Netflix (vedasi puntata precedente con L’uomo duplicato di Saramago e l’introvabile Enemy). Mi incazzo come una iena con le emorroidi e me la prendo con le recenti produzioni commerciali e insulse della piattaforma.
Bene, ora che anche tu hai potuto constatare come la mia vita e quella di Ellroy siano indissolubilmente collegate, posso raccontarti di cosa parla il primo libro della trilogia.

Lloyd Hopkins è un sergente duro (ma giusto) con alle spalle un trauma oscuro che lo fa vivere in una sorta di oniricità costante nella quale (a lui) è sempre ben chiaro cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ha una moglie, tre figlie e molte amanti. Il poeta, invece, è un serial killer che, dopo essere stato stuprato da dei coetanei durante l’adolescenza, è impazzito e ha deciso di uccidere tutte le donne che rientrano nei canoni che ha prefissato. I due ovviamente sono destinati a scontrarsi e a rendere sempre più sottile il confine tra Bene e Male.

Come sempre Ellroy scrive un noir con i controcazzi, tutti i personaggi del romanzo sono estremamente turbati e tra loro, casomai ci fosse, non si salverebbe nemmeno un neonato (avrebbe il Male dentro e qualcosa da nascondere). Tradimenti, droga, violenza, stupri, omicidi e perversioni: il condimento è questo e le anime innocenti sono altrove. Non a tutti piace, né Ellroy né quello che racconta. Per inciso lo scrittore si definisce così (da Wiki): “…un americano religioso, eterosessuale di destra. […] Un cristiano nazionalista, militarista e capitalista. […] Non sento il bisogno di giustificare le mie opinioni. […] Nella mia vita mi sono concentrato su poche cose e da queste sono riuscito a trarre profitto. Sono molto bravo a trasformare la merda in oro”.
Ecco, credo tu ti sia fatto un’idea.

La copertina che vedi là sopra te la riproporrò quindi altre due volte, perchè è quella di un librone che contiene tutti e tre i romanzi della trilogia. Li alternerò ad altre letture, per non scassarci i maroni a vicenda con un unico filotto. Ti consiglio Le strade dell’innocenza? Naturalmente sì, anche se non nascondo mi siano piaciuti di più i primi due romanzi dell’autore. Vedremo comunque come andrà avanti con il “buon” Lloyd.

Libri che ho letto di James Ellroy:
Prega Detective (1981)
Clandestino (1982)
Le strade dell’innocenza (trilogia di Lloyd Hopkins, 1984)
I miei luoghi oscuri (1996)

“L’uomo duplicato” di José Saramago

È da quando ho visto Enemy (2013) di Denis Villeneuve che ho in mente di leggere L’uomo duplicato (2002) di José Saramago. Bene, ora l’ho fatto.
Parto subito dicendoti che romanzo e film sono molto diversi, sebbene entrambi geniali. La lettura non ha fatto altro che confermarmi la straordinarietà del film di Villeneuve, psicologicamente molto più complesso rispetto al libro, dal quale è ispirato. Ma, come puoi immaginare dal titolo del post, non sono qui a parlarti di cinema, quindi…

Tertuliano Máximo Alfonso è un professore che insegna storia nelle scuole medie. Una vita ordinaria, un lavoro ordinario, una relazione ordinaria con Maria da Paz, che lui non sembra nemmeno amare molto. La monotonia dei suoi giorni viene sconvolta quando vede un film, consigliatogli da un collega, dove recita una parte minore un certo Daniel Santa Clara. Daniel è identico a Tertuliano, persino nella posizione dei nei. Tertuliano decide quindi di indagare, scoprire chi sia questo attore e conoscerlo. Mi fermo.

Della trama successiva non posso svelare molto, anche perché gli avvenimenti non sono tanti e quindi rischierei di rendere poco piacevole la tua lettura. Tuttavia posso anticiparti, senza timore di spoiler, che non stiamo parlando di un thriller, di un gemello separato alla nascita o qualcosa di simile. Siamo più dalle parti del doppelgänger, cioè del doppio non biologico, irrazionale e sconosciuto. Insomma, è un classico caso di “cosa succederebbe se…”.

Così come per Cecità (al momento l’unico altro romanzo che ho letto di Saramago), anche per L’uomo duplicato la situazione a-normale è la scusa utilizzata per sondare l’animo umano, la sua complessità e i suoi limiti. La vicenda in questo caso è molto più leggera e digeribile, certo, ma l’analisi dei pensieri del protagonista è altrettanto accurata, la sua coscienza sezionata e scomposta fin nei minimi particolari. Di Tertuliano si sa tutto, dietro ogni sua singola decisione c’è un preciso ragionamento che lo caratterizza come individuo e che viene spiegato in modo lineare senza lasciare dubbi. Si può dire che Saramago faccia una vera e propria autopsia dell’anima del protagonista.

Lo stile di scrittura è unico e non facile da digerire, io lo conoscevo e quindi ero preparato. La divisione in paragrafi è praticamente assente o, meglio, i paragrafi sono spesso lunghi diverse pagine. Lo stesso per le frasi, talvolta non si incontra un punto per decine e decine di righe. Il discorso diretto è un flusso continuo separato solo da virgole nel botta e risposta; ad aiutare a capire dove finiscano le parole di uno e inizino quelle dell’altro ci sono solo le maiuscole. A fronte di tutto questo devo dirti che, dedicata la giusta attenzione al testo (serve concentrazione), la comprensione non è difficile. Bisogna però essere pronti a entrare nel libro, senza altre distrazioni. Il flusso unico che ne esce è qualcosa di veramente spettacolare. Insomma, bisogna proprio essere bravi, per scrivere così e rimanere comprensibili.

Come già ti avevo detto per Cecità, terminata la lettura senti di aver appreso qualcosa e non, semplicemente, di esserti intrattenuto con della narrativa. Saramago ti stimola a pensare, la sua opinione fuoriesce dal testo (il narratore non la nasconde di certo) obbligandoti a prese di posizione e riflessioni alle quali non sei più molto allenato (stordito da tutta la spazzatura lobotomizzante che circola normalmente). Che dire, chapeau.

Adesso credo che mi riguarderò Enemy, per apprezzare le differenze abissali che lo rendono unico rispetto al romanzo, eppure doppio…

“Storia di Neve” di Mauro Corona

Ho fatto due conti, su Wikipedia, e mi risulta che Mauro Corona abbia scritto trentadue libri (uno più uno meno) e io, con Storia di Neve, ne ho letti quindici (li trovi elencati a fine post). Questo supertomo (circa 820 pagine) l’avevo lasciato appositamente da parte, sperando mi regalasse grandi soddisfazioni come L’ombra del bastone e Il canto delle manére, ma purtroppo non è andata esattamente così…

Partiamo con un po’ di trama (ermetica).
Neve nasce a Erto nel 1919. È una bambina strana, ogni tanto compie qualche miracolo, curando dei malati, ma è molto fragile, tende a sciogliersi come un cubetto di ghiaccio, trasformandosi in acqua. Questo accade soprattutto quando le capita di incontrare per le vie del paese un suo (quasi) coetaneo, Valentino, per il quale ha una forte attrazione resa impossibile proprio dalle circostanze.
Intanto Felice, il padre di Neve, fiutando l’affare dei miracoli ne organizza di finti per rafforzare la nomea della figlia e far sì che le persone bisognose la raggiungano in pellegrinaggio, pronte ad aprire le tasche in cambio di una speranza. Felice accumula ricchezze, complici e amanti mentre in paese iniziano a sparire i testimoni “scomodi”.
Mi fermo.

Storia di Neve è di certo un romanzo cupo e violento, su questo non c’è alcun dubbio. I personaggi buoni, o che comunque si salvano, si possono contare sulle dita di una mano, Neve inclusa. I morti sono tanti e spesso se ne vanno in modo truculento, talvolta al limite del grottesco (esempio: due amanti vengono divorati dai topi durante un amplesso e continuano a montarsi – come direbbe Corona – fino a quando diventano scheletri). L’erotismo è sempre dietro l’angolo, ogni occasione è buona per stupri, accoppiamenti vari e alzate di còtole, senza tuttavia mai entrare nei particolari (non ci sono descrizioni di tipo pornografico). Insomma, per quanto riguarda il sesso c’è più quantità che qualità.
Le vicende di Neve e di suo padre Felice rappresentano la parte centrale della storia ma sono circondate da mille altre sottotrame che si dipanano nel corso dei ventinove anni di vita della protagonista (non è uno spoiler, lo si sa da subito).

A differenza di molte persone, io non ho mai avuto problemi con la presenza di violenza, stupri o negatività. Te lo dico perché molte critiche che ho letto, rivolte al romanzo, sono proprio dirette verso queste forti caratteristiche che permeano la narrazione. Quello che, in realtà, non mi è piaciuto de La storia di Neve è la sua lunghezza. Credo che se Corona avesse scritto 400 pagine, invece di 800, la storia sarebbe filata molto meglio. Purtroppo questa prolissità si paga spesso con (tri-quadri)ripetizioni, personaggi che vengono presentati tante (troppe) volte allo stesso modo (quasi che Corona dubitasse che il lettore potesse ricordarsene) e l’uso continuo di similitudini (ogni cosa è come qualcos’altro, nello stile dell’autore, certo, ma qui si esagera). Peccato.

Di bello c’è che il romanzo non è ben identificabile in un singolo genere. Come dicevo, in alcuni momenti potrebbe rientrare addirittura nel gore, ma altre volte sembra un fantasy e altre ancora una storia di mistero. Questa parte dell’esperimento (perché credo che lo sia) l’ho gradita parecchio.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Sol levante” di Michael Crichton

Quando ti avevo parlato de Il cammino del Giappone – Shikoku e gli 88 templi ti avevo anche anticipato che sarei presto tornato in Oriente… e, infatti, eccomi qua.
[Sì, ci starebbe uno stacchetto con tipica musica locale, ma non abbiamo tutti ‘sti effetti speciali. Al limite si va a mangiare in un all you can eat. Ah, no, adesso non si può.]

Sol levante è il secondo romanzo di Michael Crichton che leggo, dopo Jurassic Park, e  sottoscrivo quanto già detto per i dinosauri: nonostante l’edizione datata che avevo tra le mani (in alcuni punti i caratteri erano finamai smangiucchiati) il libro è volato.
A onor del vero, giusto per non dire solo cattiverie di questa Edizione Club, era presente un “amico” che non incontravo da tempi immemori: il cordino segnalibro. Un piccolo dettaglio retrò ma di una comodità impagabile. Ora è raro trovarlo, ma io lo imporrei per legge agli editori. Fine dell’excursus sul cordino.

La trama è conosciuta, anche grazie al famosissimo film omonimo di Philip Kaufman con Sean Connery e Wesley Snipes, ma te ne riporto comunque un po’. Senza esagerare, è sempre un thriller/giallo, quindi…
A Los Angeles, durante una festa nel grattacielo della Nakamoto (multinazionale giapponese), una ragazza viene strangolata dopo un rapporto sessuale bello perverso come piace a noi. Incaricato di risolvere il caso è l’agente Peter Smith, al quale viene inviato in supporto John Connor (no, non è tornato indietro nel tempo => Terminator), esperto di tutto ciò che riguardi il Giappone. In ballo ci sono interessi economici che coinvolgono grosse aziende e importanti politici. Stop.

Se in Jurassic Park alla trama principale veniva associato tutto un discorso sull’utilizzo smodato della scienza, in Sol levante l’attenzione si sposta sulle strategie economiche commerciali tra USA e Giappone. Il fuoco sull’argomento è talmente mirato che Crichton ci tiene, in fondo al romanzo, a specificare che nella storia ha esternato quelle che sono le sue opinioni personali e non quelle di tutti gli informatori (un lunghissimo elenco di nomi) che l’hanno aiutato nella stesura. Negli USA il dibattito (siamo nel 1993) era infatti accesissimo. L’America si stava svendendo al Giappone? Le tecnologie dovevano essere protette dal Governo? Crichton ritiene apertamente che gli USA si siano venduti per mancanza di carattere e spirito di sacrificio, che non abbiano saputo/voluto difendersi in nome di un ideale di liberismo economico perdente, sconfitto dalla spietatezza della cultura giapponese (per la quale il commercio sarebbe ritenuto una guerra da vincere ad ogni costo).

La potenza di questo romanzo è quindi doppia, da una parte per la storia incalzante, il mistero, il thriller vero e proprio, dall’altra per gli argomenti trattati sotto la trama. Un poliziesco con molta sostanza appiccicata addosso. Certo, la scienza dei “dinosauri” era un tema universale, e di sicuro più condivisibile, rispetto al conflitto economico nippo-statunitense, ma spero di ritrovare questo tipo di bipartizione anche nei prossimi libri di Crichton che, di sicuro, leggerò.

“Il tunnel dell’orrore” di Dean Koontz

Per questo romanzo di Dean Koontz, terzo che leggo dopo Cuore nero e Il luogo delle ombre, è doverosa un’introduzione che definirei storiografica (nel senso che ti racconto la storia della sua creazione).
Ok? Partiamo.

Nel 1980 Koontz non era ancora quel mostro di vendite che è ora (si parla di qualcosa come 500 milioni di copie) e, anzi, era abbastanza sconosciuto al grande pubblico. Tirava quindi a campare accettando anche scritture a compenso. Una di queste è quella che gli offrono i produttori del nuovo film di Tobe Hooper (hai presente? Non aprite quella porta, Poltergeist… ecco, lui), che si sarebbe intitolato The Funhhouse. Desiderano, infatti, ricavare un romanzo dalla sceneggiatura originale di Larry Block. Koontz accetta e scrive, appunto, Il tunnel dell’orrore, peraltro utilizzando la sceneggiatura solo per l’ultimo quinto della storia, che lui ricrea e approfondisce sviluppando tutta una parte iniziale inesistente. Per ragioni di marketing  scrive sotto lo pseudonimo di Owen West (uno dei mille che utilizza) e il romanzo, che in origine sarebbe dovuto uscire contemporaneamente al film, viene pubblicato in anticipo e vende milioni di copie. Poi esce anche il film di Hooper e il libro smette di vendere all’improvviso. Io il film non l’ho visto, ma così a occhio non deve essere un granché…

Horror puro anni ’80, senza fronzoli, tutto intrattenimento e cervelli spappolati. Una gioia per le mie papille oculari.
Trama (poca, as usual).
1955. Ellen scappa di casa con un giostraio per sfuggire alla madre bigotta. L’uomo, tale Conrad, diventa violento, lei resta incinta e partorisce un freak simil-satanico. Disperata, lo uccide (a ragione, è una bestia immonda e malefica). Conrad le giura vendetta.
1980. Ellen si è sposata e ha avuto due figli. È anche diventata bigotta quanto la madre, e alcolizzata. Sua figlia Amy ha 17 anni (anche lei resta incinta, ma abortisce) e per una serie di eventi finisce nel luna park dove Conrad ha il suo tunnel dell’orrore… Non aggiungo altro, ma qui inizia il film (e gli squartamenti).

Koontz a me piace, non c’è niente da fare. Chiariamoci, non è Stephen King (per restare in tema parco divertimenti il suo Joyland è di gran lunga superiore), ma ha una scrittura semplice che fa letteralmente volare via il tempo. E poi questa atmosfera retrò da Venerdì con Zio Tibia mi ha riportato alle mie prime esperienze con le notti horror di Italia Uno. Un genere, l’horror, che ormai è pieno di fantasmi inquieti e presenze tormentate, ma che una volta era più semplice e più gustoso. Anche ne Il tunnel si ritrovano dei piacevoli stereotipi che hanno fatto epoca (chessò, Liz, l’amica puttanella di Amy, che non ha alcuna profondità psicologica ma solo profondità inguinale).

Bene, ci risentiremo quindi di certo con Phantoms e Intensity, dal momento che li ho già in libreria.

“Argento vivo” di Marco Malvaldi

Di Marco Malvaldi avevo letto solo (tutta) la serie del BarLume, Argento vivo è quindi il suo primo romanzo che affronto a non avere per protagonisti gli ormai famosi vecchietti del barre. Ero preoccupato, perché con il BarLume si ride parecchio e temevo che questa “tradizione” potesse terminare. Ecco, mi sbagliavo, si ride anche con Argento vivo… Peraltro, nel frattempo, ho avuto modo di ascoltare Malvaldi a Librixia, durante la presentazione del suo ultimo lavoro Vento in scatola, e ho scoperto che è proprio un personaggio piacevole anche fuori dalle pagine (cosa non scontata).

Non starò a raccontarti la trama del romanzo, perché sapere troppo toglierebbe il piacere della lettura. Si parla di furti (in casa, in auto, in azienda) e di scambi di persona. Non è definibile come giallo poiché il lettore è sempre al corrente di ciò che sta accadendo e di chi sia il colpevole, senza che vi sia mai un mistero (se non per i personaggi della storia che cercano di venire a capo degli intrighi). Tutto il divertimento nasce proprio dall’osservazione di questi personaggi e dalle loro incomprensioni. Il genere è quindi più quello della commedia degli equivoci.

Come per il BarLume, insomma, si parla di un umorismo leggero e intelligente allo stesso tempo. Questo è uno dei quei libri che si leggono velocemente ma che devono aver richiesto una incredibile precisione nell’articolazione della trama e delle situazioni comiche.
Bene, ora mi tocca leggere anche tutti gli altri romanzi di Malvaldi, Vento in scatola è già sulla mensola (autografato).

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

Altri romanzi:
Argento vivo (2013)

“Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Tu sai che io non sono un grande amante del giallo, non a caso, qui sul blog, te ne ho sempre parlato poco. L’ultima volta (se vogliamo escludere tutta la serie del BarLume di Malvaldi), deve essere stato con Il bosco di Mila di Irma Cantoni (mia concittadina e scrittrice, quindi…). In realtà, di questo genere, ho sempre preferito i film, come il recente Knives Out – Cena con delitto o, appunto, l’agathachristiano Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh. Certo, poi mi piace il noir e l’hardboiled ma, sebbene in alcuni casi siano generi affini, non credo possano essere definiti propriamente “gialli”. Insomma, ci sarà pure una certa differenza tra James Ellroy e Agatha Christie, dai…
[Su Sherlock Holmes non si discute, quello è sacro.]

Tutto questo per dire che, comunque, Dieci piccoli indiani (Ten Little Niggers, titolo a cui dedico una dovutissima superpippa a fine post) è un “irrinunciabile”, anche per chi il genere lo mastica poco. Dal 1939, anno della prima pubblicazione, questo romanzo ha totalizzato un numero infinito di trasposizioni e omaggi, oltre ad essere stato fonte di ispirazione anche per videogiochi (!!!) e canzoni (scopro, solo ora, Dieci piccoli indiani dei Matia Bazar). È il cinema, ovviamente, ad essere il maggiore debitore nei confronti della Christie, ma io qui non voglio elencarti tutti i film che derivano da questo romanzo, ti basti pensare che persino D-Tox, con Sylvester Stallone, avrebbe di che ringraziare.
Tuttavia, un omaggio particolare voglio ricordarlo. Era il lontano luglio del 1992 (cazzo, sono passati 28 anni) quando in edicola usciva Sette anime dannate, lo speciale numero 6 di Dylan Dog, una delle storie che ho preferito dell’Indagatore dell’Incubo (forse perché, a dieci anni, vedere Dylan darci dentro con delle topolone una pagina sì e l’altra anche mi aveva fatto un certo effetto). Qui i personaggi erano sette, non dieci, e le loro colpe i vizi capitali.
Momento amarcord, dove sono i fazzoletti?

 

Sette anime dannate” – Dylan Dog Speciale n. 6

 

La trama del romanzo? Ma fai sul serio?
Dieci persone vengono invitate con l’inganno in una villa a Nigger Island, dove presto scoprono non esserci nessuno oltre a loro. Dopo essere state accusate di omicidio da una voce registrata, iniziano a morire una alla volta, seguendo l’ordine “di sparizione” di una filastrocca appesa sulle pareti delle camere da letto. Tutti sospettano di tutti. Chi è il colpevole?

Dieci piccoli indiani si termina velocemente, sia perché è leggero e scorrevole, sia perché, effettivamente, è piuttosto breve. Io l’avevo già letto da ragazzino e non lo ricordavo (cosa indispensabile per gustare un giallo, in particolare questo). Ciò che ti godi è il mistero e l’intrigo, non certo la profondità psicologica, differente da quella a cui, ormai, ci ha abituato la narrativa (e intendo anche il cinema) recente. Non aspettarti quindi grandi introspezioni: per certi versi i protagonisti potrebbero essere i personaggi secondari del Titanic di Cameron, quelli che, mentre la nave affonda (o le persone vengono uccise) ammirano un quadro o fanno una partita a carte. Pare che con gli anni, questa abitudine di morire educatamente, sia andata un po’ persa…

Credo che proverò a superare questa mia avversione per il giallo (seconda, comunque, a quella per i romanzi rosa, brrr…) e credo anche che il merito potrebbe proprio essere di Agatha Christie. E ora cosa? Omicidio sull’Orient Express?

LA SUPERPIPPA
Dai confini della Galassia… sta arrivando… la senti?
A due mani. Con calzino, lubrificante e VHS, in stile American Pie.
È lei: la superpippa!
(Qui ci starebbe bene una musica tipo Star Wars, per capirci.)
La superpippa te la faccio sul titolo che, in lingua originale, è Ten Little Niggers.

Momento di spauracchio razzismo e tante altre cose: me ne sbatto.

Questo titolo è stato cambiato svariate volte sia nella versione inglese che, figuriamoci, in quella italiana. Il problema, naturalmente, è la parola niggers / negri, in questo caso meglio traducibile come negretti (piccoli). E quindi: Dieci piccoli indiani, E poi non rimase nessuno, ecc.
La parola negro, sebbene sia considerata dispregiativa (per lavarci la coscienza dai crimini commessi), in realtà non lo è. Ha assunto un significato dispregiativo: è diverso. Lo stesso significato che ha poi assunto nero/di colore e, ancora, extracomunitario e, in ultimo, immigrato. Ora, mi pare che il termine in voga, per essere politicamente corretti, sia migrante o, in taluni casi, afroamericano.
Io non starò qui a discutere di razzismo, servirebbero altri cento post. Mi pare però evidente che il razzista abbia ben compreso che la parte fondamentale della frase negro di merda sia il di merda e che il sostantivo sia secondario. È il presunto non-razzista che, a tutt’oggi, finge di opporsi al razzismo con una stupida (infantile/perbenista/superficiale/inutile) guerra terminologica.
Viviamo in una parte del pianeta che è benestante non perché sia più “brava” delle altre, ma perché ha imparato a rubare (uccidere) in quelle zone dove le persone muoiono di fame. Con le auto che bruciano le vite e gli smartphone costruiti dai bambini, abbiamo deciso che la parola sbagliata sia negro e quella corretta sia integrazione. Suona bene, certo, nelle orecchie e nelle bocche di chi smania di mostrarsi buono sfoggiando termini positivi. Peccato che, integrare, in questo sistema, significhi insegnare a uccidere.
Purtroppo non si può avere tutto, il “benessere” e la coscienza pulita, a qualcosa bisogna rinunciare. L’incoerenza e l’ipocrisia non sono la soluzione, ma solo la facciata dietro cui nascondere l’indisponibilità alla rinuncia.

“Cuore nero” di Dean Koontz

Come ti avevo anticipato, dopo Il luogo delle ombre, rieccomi a parlarti di Dean Koontz. Scrittore, a mio parere, da noi un po’ trascurato, se consideri che wiki sostiene abbia venduto 450 milioni di copie dei suoi romanzi (Stephen King si aggira attorno ai 500, credo il primo posto se lo giochino ancora gli autori fantasy di Bibbia e Corano). Forse la minore notorietà, in Italia, è dovuta alle poche (e, quelle poche, scarse) trasposizioni cinematografiche. Lo stesso Cuore nero (Hideaway, 1993) è stato portato sullo schermo con il titolo Premonizioni, un film con Jeff Goldblum che non ho visto, ma che a quanto pare era talmente brutto da far incazzare proprio Koontz, tanto da fargli fare di tutto per riuscire a rimuovere il suo nome dai crediti.

Hatch e Lindsey hanno un terribile incidente d’auto. Lindsey se la cava bene, ma Hatch rimane morto per ottanta minuti prima che un luminare della rianimazione “a freddo” lo riporti indietro. I due coniugi si rimettono e tornano a casa, adottano anche una bambina. Poi Hatch inizia ad avere strane visioni, sembra che il suo inconscio sia collegato telepaticamente con qualcuno dalla psiche distorta, un freddo e crudele serial killer che identifica sé stesso con il demone Vassago. Perché Hatch è tornato dall’aldilà con questo “dono”? Non ti anticipo altro, perché il mistero è parte integrante della trama.

Come avrai intuito ci risiamo: 100% intrattenimento. In questo periodo ho il cervello che mi fuma, troppe cose da fare, e quando prendo in mano un libro lo svago è esattamente ciò che cerco. Con Koontz me la gioco facile, perché le sue storie sono coinvolgenti come un buon film d’azione. Anche in questo caso i riferimenti alla religione, ai demoni e al satanismo, sono funzionali alla trama e difficilmente aprono la strada a dubbi morali o a ragionamenti complessi. Semplicemente, una pagina tira l’altra.
Tranquillo, ritornerò a proporti pipponi pseudofilometafisici, ma non oggi, non oggi…

“Il grande sonno” di Raymond Chandler

Il grande sonno è il primo romanzo di Raymond Chandler, nonchè il primo degli otto che avranno come protagonista il detective Philip Marlowe. Scritto nel 1939 (da noi arriverà solo qualche anno dopo, in dis-ordine cronologico) e ambientato a Hollywood, è uno dei maggiori esempi del genere hardboiled (l’uovo sodissimo), tanto che poi ne verrà tratto anche un film con la regia di Howard Hawks e interpretato da Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Potrei aprirti una dissertazione interminabile sulle differenze che intercorrono (o intercorrerebbero) tra hardboiled, noir e poliziesco ma, siccome sono finezze per schizzopatici, limitiamoci a dire che il padre di tutto è stato Dashiell Hammett (del quale non ho ancora letto nulla) negli anni ’20 e che tutti gli altri sono venuti dopo.

La trama è quella classica del genere. Ci sono omicidi, ricatti, pupe e pallottole. E poi c’è lui, Marlowe, duro, durissimo e disilusso, che combatte contro il crimine mettendo davanti a tutto il “cliente”, che non tradirebbe mai per deontologia professionale. Il contorno è quello dei bassifondi, dei criminali senza scrupoli, del linguaggio grezzo bagnato da fiumi di alcool. Alcool, peraltro, che non ha risparmiato nemmeno lo stesso Chandler, in lotta costante con la dipendenza (che alla fine avrà la meglio su di lui).

Ho pensato molto a cosa dirti riguardo a questo romanzo, e ancora non mi è chiaro. Come saprai ho iniziato da poco a leggere James Ellroy (i suoi primi due: Prega detective e Clandestino) ed era quindi mia intenzione arrivare alle radici del genere, questo uno dei motivi per cui ho recuperato Il grande sonno. Tuttavia, mentre con Ellroy è stato amore a prima vista, non posso dirti la stesso con Chandler. Certo, è un romanzo del 1939, e probabilmente si paga la distanza anagrafica. È anche vero, però, che non ho sentito questa distanza nei romanzi dello stesso periodo di John Fante (tutte le storie di Arturo Bandini che, ahitè, ho letto prima di aprire il blog). Non è nemmeno un problema di linguaggio: Chandler (così come Fante) utilizza uno stile e un gergo che in Italia arriverà almeno trent’anni dopo. Non lo so. La realtà è che non ho mai avuto la curiosità di procedere con la lettura, di prendere in mano il libro. Ho letto 200 pagine in otto giorni, e non è un buon segno…

La prima parte della vicenda è molto più intricata (confusa?) rispetto alla seconda, che ho trovato più piacevole. So che il romanzo nasce dalla fusione di due racconti, azzardo quindi che questo possa esserne il motivo. Nei vari intrighi iniziali mi sono perso più volte, senza mai il desiderio di recuperare il filo, volevo soltanto venirne fuori. Poi, quando le cose si sono un po’ sistemate (non ci speravo più), ho apprezzato maggiormente le scene, le descrizioni, la lentezza. So che sto per dire una cosa forte e che molti mi impalerebbero per questo, ma spesso mi è venuto un grande sonno

Non credo che leggerò altro di Chandler, in definitiva. Ne riconosco i meriti, lo stile, la grandezza e l’innovazione, ma io e Marlowe non ci siamo presi. E mi dispiace.

P.S. Ho letto una versione tradotta da Oreste Del Buono, ma so che recentemente è uscita una nuova traduzione. Chissà.

“Jurassic Park” di Michael Crichton

Sproloquio introduttivo.
Se escludiamo la mia nota passione per Stephen King, ho evitato per anni i grandi nomi della lettaratura internazionale contemporanea. Quei nomi, per capirci, che vendono milioni di copie e che trovi ovunque, fin dentro i piccoli supermercati dove tengono solo i “top” in classifica. È stato un grosso errore di cui mi sono reso conto ultimamente, non solo con il “qui presente” Michael Crichton ma anche con, ad esempio, James Ellroy, Dean Koontz, ecc. dei quali ti ho parlato da poco. Potrei stilarti una lista lunghissima di autori arcinoti che non ho mai letto: Wilbur Smith, Ken Follett, John Grisham… Un errore forse giustificato da una valutazione distorta, dovuta alle attuali classifiche di vendita che non si basano sul merito e sulle abilità letterarie, ma su altri fattori. Questi signori, però, vendevano ben prima che a scalare le classifiche ci fossero gli influencer di Instagram, gli youtuber e i calciatori, prima che, a far vendere, fosse un fatto di cronaca o qualche tragedia. Questi vendevano perché erano bravi, che è tutta un’altra cosa. Forse non saranno i Mozart o i Beethoven della letteratura, quelli li lasciamo fare a Hemingway o Steinbeck, ma di certo sono delle rockstar che hanno guadagnato il palco con sudore e abilità, come degli Springsteen o dei Jagger.
Ecco, l’ho detto.

Qui ci sarebbe il punto, recentemente introdotto al fine di farti stare più sereno con gli standard a cui sei abituato, dove ti racconto la trama del romanzo. Con Jurassic Park, concedimelo, lo saltiamo.

Questo romanzo si divora, anche senza essere un velociraptor… Tieni presente che, ovviamente, avevo già visto il film di Steven Spielberg e che quindi l’effetto sorpresa era molto limitato. Ciò dovrebbe darti un’idea di quanto Crichton sia bravo a farti tenere alta l’attenzione. Ogni minuto è buono per prendere in mano il libro e andare avanti, 500 pagine si bruciano come niente. Di sicuro leggerò il seguito, Il mondo perduto, ma è altrettanto sicuro che inserirò questo autore tra i miei “devo leggere tutto quel che ha scritto”. Ho già Sol levante nella pila dei libri.

Una curiosità.
Essendo Jurassic Park tra i libri di fantascienza più famosi degli ultimi tempi, sono andato a leggermi un po’ di recensioni per capire cosa ne pensassero i lettori, quali fossero le parti più apprezzate e quelle meno. Incredibilmente, le critiche (poche, ma ci sono) sono tutte dirette verso la figura del matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum, nel film), cioè il personaggio che a me è piaciuto di più. Malcolm rappresenta la parte più filosofica/riflessiva del romanzo, la critica più profonda alla superficialità umana. Il suo discorso sull’utilizzo della scienza come strumento di vendita è semplicemente fantastico e più che attuale. Malcolm sostiene (in breve) che la scienza assuma le conoscenze pregresse senza avere patito il sacrificio della ricerca, perdendo così il contatto con la realtà e occupandosi solo del prossimo “gradino”, incurante degli effetti a lungo termine di questo atteggiamento. Il potere ottenuto senza la disciplina, nata dal sacrificio, viene utilizzato in modo sconsiderato. La scienza si eredita, la disciplina no. L’ “avventata corsa alla commercializzazione” è la diretta conseguenza di tutto questo.
Hai forse qualcosa da obiettare?