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“Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Tu sai che io non sono un grande amante del giallo, non a caso, qui sul blog, te ne ho sempre parlato poco. L’ultima volta (se vogliamo escludere tutta la serie del BarLume di Malvaldi), deve essere stato con Il bosco di Mila di Irma Cantoni (mia concittadina e scrittrice, quindi…). In realtà, di questo genere, ho sempre preferito i film, come il recente Knives Out – Cena con delitto o, appunto, l’agathachristiano Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh. Certo, poi mi piace il noir e l’hardboiled ma, sebbene in alcuni casi siano generi affini, non credo possano essere definiti propriamente “gialli”. Insomma, ci sarà pure una certa differenza tra James Ellroy e Agatha Christie, dai…
[Su Sherlock Holmes non si discute, quello è sacro.]

Tutto questo per dire che, comunque, Dieci piccoli indiani (Ten Little Niggers, titolo a cui dedico una dovutissima superpippa a fine post) è un “irrinunciabile”, anche per chi il genere lo mastica poco. Dal 1939, anno della prima pubblicazione, questo romanzo ha totalizzato un numero infinito di trasposizioni e omaggi, oltre ad essere stato fonte di ispirazione anche per videogiochi (!!!) e canzoni (scopro, solo ora, Dieci piccoli indiani dei Matia Bazar). È il cinema, ovviamente, ad essere il maggiore debitore nei confronti della Christie, ma io qui non voglio elencarti tutti i film che derivano da questo romanzo, ti basti pensare che persino D-Tox, con Sylvester Stallone, avrebbe di che ringraziare.
Tuttavia, un omaggio particolare voglio ricordarlo. Era il lontano luglio del 1992 (cazzo, sono passati 28 anni) quando in edicola usciva Sette anime dannate, lo speciale numero 6 di Dylan Dog, una delle storie che ho preferito dell’Indagatore dell’Incubo (forse perché, a dieci anni, vedere Dylan darci dentro con delle topolone una pagina sì e l’altra anche mi aveva fatto un certo effetto). Qui i personaggi erano sette, non dieci, e le loro colpe i vizi capitali.
Momento amarcord, dove sono i fazzoletti?

 

Sette anime dannate” – Dylan Dog Speciale n. 6

 

La trama del romanzo? Ma fai sul serio?
Dieci persone vengono invitate con l’inganno in una villa a Nigger Island, dove presto scoprono non ci sia nessuno oltre a loro. Dopo essere state accusate di omicidio da una voce registrata, iniziano a morire una alla volta, seguendo l’ordine “di sparizione” di una filastrocca appesa sulle pareti delle camere da letto. Tutti sospettano di tutti. Chi è il colpevole?

Dieci piccoli indiani si termina velocemente, sia perché è leggero e scorrevole, sia perché, effettivamente, è piuttosto breve. Io l’avevo già letto da ragazzino e non lo ricordavo (cosa indispensabile per gustare un giallo,in particolare questo). Ciò che ti godi è il mistero e l’intrigo, non certo la profondità psicologica, differente da quella a cui, ormai, ci ha abituato la narrativa (e intendo anche il cinema) recente. Non aspettarti quindi grandi introspezioni: per certi versi i protagonisti potrebbero essere i personaggi secondari del Titanic di Cameron, quelli che, mentre la nave affonda (o le persone vengono uccise) ammirano un quadro o fanno una partita a carte. Pare che con gli anni, questa abitudine di morire educatamente, sia andata un po’ persa…

Credo che proverò a superare questa mia avversione per il giallo (seconda, comunque, a quella per i romanzi rosa, brrr…) e credo anche che il merito potrebbe proprio essere di Agatha Christie. E ora cosa? Omicidio sull’Orient Express?

LA SUPERPIPPA
Dai confini della Galassia… sta arrivando… la senti?
A due mani. Con calzino, lubrificante e VHS, in stile American Pie.
È lei: la superpippa!
(Qui ci starebbe bene una musica tipo Star Wars, per capirci.)
La superpippa te la faccio sul titolo che, in lingua originale, è Ten Little Niggers.

Momento di spauracchio razzismo e tante altre cose: me ne sbatto.

Questo titolo è stato cambiato svariate volte sia nella versione inglese che, figuriamoci, in quella italiana. Il problema, naturalmente, è la parola niggers / negri, in questo caso meglio traducibile come negretti (piccoli). E quindi: Dieci piccoli indiani, E poi non rimase nessuno, ecc.
La parola negro, sebbene sia considerata dispregiativa (per lavarci la coscienza dai crimini commessi), in realtà non lo è. Ha assunto un significato dispregiativo: è diverso. Lo stesso significato che ha poi assunto nero/di colore e, ancora, extracomunitario e, in ultimo, immigrato. Ora, mi pare che il termine in voga, per essere politicamente corretti, sia migrante o, in taluni casi, afroamericano.
Io non starò qui a discutere di razzismo, servirebbero altri cento post. Mi pare però evidente che il razzista abbia ben compreso che la parte fondamentale della frase negro di merda sia il di merda e che il sostantivo sia secondario. È il presunto non-razzista che, a tutt’oggi, finge di opporsi al razzismo con una stupida (infantile/perbenista/superficiale/inutile) guerra terminologica.
Viviamo in una parte del pianeta che è benestante non perché sia più “brava” delle altre, ma perché ha imparato a rubare (uccidere) in quelle zone dove le persone muoiono di fame. Con le auto che bruciano le vite e gli smartphone costruiti dai bambini, abbiamo deciso che la parola sbagliata sia negro e quella corretta sia integrazione. Suona bene, certo, nelle orecchie e nelle bocche di chi smania di mostrarsi buono sfoggiando termini positivi. Peccato che, integrare, in questo sistema, significhi insegnare a uccidere.
Purtroppo non si può avere tutto, il “benessere” e la coscienza pulita, a qualcosa bisogna rinunciare. L’incoerenza e l’ipocrisia non sono la soluzione, ma solo la facciata dietro cui nascondere l’indisponibilità alla rinuncia.

“Knives Out – Cena con delitto” di Rian Johnson

Sono andato a vedere Knives Out – Cena con delitto aspettandomi qualcosa di molto simile a Assassinio sull’Orient Express e non sono rimasto deluso. Di Rian Johnson, peraltro, avevo già visto Brick – Dose mortale, Looper e Star Wars: Gli ultimi Jedi (che non ricordo nemmeno quale fosse della saga: Star Wars mi ha stufato). Per questo giallo, in stile Agatha Christie (non a caso Johnson dichiara apertamente di essersi ispirato a diversi film tratti dai romanzi della nota scrittrice britannica), è stato inoltre messo insieme un cast eccezionale: Chris Evans, Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Michael Shannon,  Christopher Plummer e, ovviamente, un leggermente imbolsito Daniel Craig (che non vedo l’ora di rivedere nei panni di James Bond in 007No Time to Die).
Ma che cazzo, piantiamola di dire stronzate…

Sono andato a vedere Knives Out – Cena con delitto per lei, Ana de Armas. Il “delitto” è chiaro ed evidente fin da subito: questa povera e umile ragazza è stata imbruttita (è un termine un po’ forte, lo so) e resa quasi irriconoscibile nei panni di una sciacquetta qualunque, ben lontana dalla bellezza androide di Blade Runner 2049 o da quella innocente e casalinga di Trafficanti. Ma, soprattutto, in un ruolo totalmente diverso da quello che tutti ricordiamo e che l’ha resa indimenticabile: la pazza psicopatica di Knock Knock. Anche ora, mentre scrivo, non posso immaginare cosa abbia provato Keanu Reeves nell’essere violentato dalle due protagoniste di quel film (per ben due volte, prima sotto la doccia e poi nel letto, mentre veniva chiamato “papino”). Non riesco a dimenticare il terrore nei suoi occhi e gli inutili tentativi con i quali provava a ribellarsi a quella tortura.

Knock Knock (2015) di Eli Roth

Ti prego, non farmici più pensare, è uno strazio. Torniamo a Knive Out
C’è un omicidio, un ricchissimo scrittore muore con la gola tagliata. Attorno a lui una famiglia di parassiti, un’infermiera dolce, bella e premurosa (ehm…), due agenti di polizia e un detective privato. Non posso certo dirti altro, essendo un giallo. Tuttavia ti anticiperò che il mistero non risiede solo in chi abbia compiuto il delitto, ma in tanti altri piccoli dettagli che servono a tenere sempre desta l’attenzione e l’interesse. E ci riescono.

Probabilmente non ricorderò Knive Out a lungo, come tutti i gialli si basa su un mistero che, una volta svelato, rende quasi inutile qualsiasi ulteriore visione del film. Però mi è piaciuto, è intrattenimento allo stato puro e centra il suo obiettivo in pieno. Due ore sono volate come niente, grazie anche a una buona dose d’ironia che non guasta mai. Insomma, te lo consiglio, se vuoi svagarti è l’ideale.
Ma smettiamola: c’è Ana de Armas, serve altro?

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh

Ultimamente non vado spesso al cinema e quando ci vado i film non li scelgo io, ecco il motivo per cui scrivo poco. Spesso, infatti, quello che vedo è così insignificante e dimenticabile da non valere nemmeno la pena di riportarti quello che penso a riguardo.

Fatta questa premessa te ne faccio un’altra: non ho visto il precedente film, tratto dal romanzo omonimo del 1934, e non ho mai letto un libro di Agatha Christie (rimedierò). Di conseguenza ho visto Assassinio sull’Orient Express senza alcun pregiudizio e anche senza aver alcuna idea di come sarebbe andata a finire la storia.

La trama è semplice e nota: durante un viaggio sul famoso treno un mercante d’arte di dubbia fama (un Johnny Depp sempre più bolso) muore accoltellato. Sono sospettati tutti i passeggeri. Poirot (Kenneth Branagh), sul treno per caso, indaga.

Ora, al di là del cast stellare, tra cui Kenneth Branagh e Johnny Depp, appunto, e poi Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Michelle Pfeiffer, si tratta di un giallo abbastanza classico. Il tipico di giallo che mi fa pensare a Cluedo, il gioco. C’è l’arma del delitto, l’uomo morto, i sospetti, gli indizi, ecc. E, come forse saprai già i, gialli non mi entusiasmano troppo (escluso il grande Sherlock Holmes di Doyle).

È un bel film, godibile e che intrattiene, non ci si annoia sicuramente. Ma tra un mese l’avrò dimenticato, questa è la realtà dei fatti. Vale la pena andare al cinema a spendere dieci euro per vederlo? Secondo me no. Però si tratta di un’opinione al 100% soggettiva, credo che un amante del genere la penserebbe diversamente.
A me piacciono quei film che c’è gusto a rivederli diverse volte per apprezzarli sempre di più, indipendentemente dalla trama. Questo, invece, una volta conosciuta la soluzione del caso, non ha più alcun motivo di essere visto.