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“Una feroce compassione” di Angelo Paratico

Una feroce compassione è il nuovo romanzo storico di Angelo Paratico (tradotto dalla sua versione inglese: The dew of Heaven). Ti avevo già parlato di Paratico in due precedenti occasioni, per l’interessantissimo saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava e per il bel thriller La settima fata. Con Una feroce compassione l’autore mescola in qualche modo i due generi, arrivando così a portare all’attenzione vicende storiche realmente accadute (e poco conosciute) attraverso una ricostruzione che poggia anche su situazioni di pura finzione.

Tutto ruota intorno al ritrovamento del diario di Gino Montecorvo, un ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 e stabilitosi poi a Macao per motivi sentimentali ed economici. La lettura del diario – da parte dei personaggi appartenenti alla parte di “fiction” del romanzo – è l’occasione per narrare un periodo storico e gli eventi che lo hanno attraversato. È una storia da noi poco nota (io, almeno, la ignoravo) che riguarda l’Olocausto sofferto dalla Mongolia a opera dei bolscevichi sovietici. Una rappresaglia di guerra che ha causato, oltre a incalcolabili perdite umane, anche lo smarrimento e la distruzione di opere sacre, libri e monasteri. Tra queste reliquie venne perso anche il Sulde, cioè l’oggetto che avrebbe dovuto contenere l’anima di Gengis Khan e conferire il potere di ricreare lo Stato mongolo… (qualcosa di simile alla Sacra Sindone ma con più superpoteri – scostandoci dal fantasy cristiano e avvicinandoci alla realtà, potrei paragonarlo al mantello di Superman).

Ciò che fa da cornice al diario è una vicenda di intrigo e spionaggio, più affine alla precedente opera di Paratico, La settima fata. Ho trovato questa soluzione molto utile a rendere la parte storica più godibile, poiché l’autore ha saputo creare un buon equilibrio tra la narrativa e la storia, dosando sapientemente intrattenimento e informazione (direi un buon 50/50). C’è quindi tutta una sottotrama di intrighi, mafie e segreti (che include anche una storia d’amore) che accompagna il ritrovamento del diario e il mistero del Sulde.

Curiosità: nell’ultima parte del romanzo si svolge un “funerale celeste“, approfonditamente descritto. Un tipo di “sepoltura” rituale tibetana che non conoscevo e che è molto lontana (è un eufemismo) dalle nostre tradizioni. Ti dico solo che gli avvoltoi si cibano del corpo del defunto… Davvero molto interessante.

Ora l’ultima domanda che mi rimane (e che porrò direttamente all’autore) è come e perché il titolo The dew of Heaven sia diventato Una feroce compassione. Alla fine anche La rugiada del Paradiso non sarebbe suonato male.

“La casa del tuono” di Dean R. Koontz

La casa del tuono è una grotta dove quattro ragazzi di una confraternita universitaria hanno ucciso un aspirante “confratello”, dopo averlo picchiato e seviziato davanti alla fidanzata, Susan. Trascorsi tredici anni Susan, che nel frattempo si è rifatta una vita, ha un incidente d’auto e si risveglia in ospedale dopo diversi giorni di coma. Sarebbe tutto “normale” se non fosse che, camuffati tra i pazienti e gli infermieri, Susan riconosce i quattro assassini, ancora giovani e, soprattutto, ancora vivi, nonostante fossero morti tutti poco dopo aver commesso il crimine. Susan non ha dimenticato che, quella sera, i quattro le avevano promesso di ucciderla, e non lo hanno dimenticato neanche loro…

Non posso dirti molto di questo romanzo di Koontz senza svelare particolari compromettenti, farò quel che riesco. È principalmente un thriller/horror ospedaliero, dal momento che la maggior parte della trama si svolge tra le mura del reparto dove la protagonista è impegnata a recuperare le forze e la memoria. Non solo però, nella parte finale la scena si sposta all’esterno e, nel giro di cinquanta pagine, la situazione si ribalta diverse volte mandandoti in confusione mentale esattamente come Susan.

Il finale (non spoilero) è talmente diverso da quanto ti aspetti da far crollare qualsiasi critica avessi iniziato a sollevare durante la lettura. Per dirne una: la somiglianza iniziale con il racconto A volte ritornano (dall’omonima raccolta) di Stephen King decade, per fortuna, lasciando spazio a un’idea originale. Tutto si spiega, in una apprezzabile narrativa classicamente anni ottanta.

Che dire, Koontz mi piace, questo è il quinto suo libro che leggo ed è anche quello che, nella cronologia dell’autore, precede il bellissimo Phantoms!. In questo caso si parla di una storia molto più semplice, ma non per questo meno divertente. 300 pagine che scivolano via veloci.
Curiosità: la prima edizione de La casa del tuono è del 1982, Koontz la scrive sotto lo pseudonimo (uno dei tanti) di Leigh Nichols.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee

Il buio oltre la siepe (To kill a mockingbird) è un romanzo del 1960 della scrittrice americana Harper Lee (grande amica del Truman Capote di A sangue freddo) tornato di gran moda ultimamente a causa delle violenze perpetrate dalla polizia statunitense nei confronti degli afroamericani/personedicolore/neri/negri* [la pippa sull’ipocrisia linguistica te la tiro dopo], il soffocamento di George Floyd e il movimento black lives matter.
Argomenti, questi, che obbligano a muoversi con molta attenzione poiché il perbenista di turno, desideroso di lavarsi l’occidentale coscienza utilizzando le pippe linguistiche di qui sopra, è sempre pronto a combattere il razzismo a suon di termini politicamente corretti.

Trama e struttura, così non si sbaglia.
Alabama, anni 30. Scout, sei anni, racconta in prima persona le vicende che coinvolgono la sua famiglia in un arco di tempo di circa tre anni. Il romanzo (400 pagine) è divisibile in due parti da 200 pagine ciascuna. La prima è occupata dalla presentazione dei personaggi e del contesto nel quale vivono. La storia qui appare quasi più vicina al romanzo di formazione che a quello di critica sociale. Scout affronta i problemi dei primi anni di scuola, insieme al fratello Jem di quattro anni più grande, aiutata dal padre Atticus, avvocato, e dalla domestica di colore (ci risiamo) Calpurnia. Insieme a Jem scopre il fascino del mistero, rappresentato da un vicino, Boo Radley, che non esce mai di casa (da qui l’ignoto buio oltre la siepe, legato al pregiudizio dovuto alla non conoscenza). Quando la trama si sposta sul tema della seconda parte del libro, il razzismo, conosci già bene tutto il vicinato di Scout, così da avere un’idea precisa di come il contesto reagirà agli eventi che seguiranno. Al padre di Jem viene infatti affidata la difesa di ufficio di un negro, Tom Robinson, accusato di avere stuprato la figlia di Bob Ewell, un bianco parassita della società che vive di assistenzialismo e alcool. La vicenda è tutta qui: per quanto un bianco sia sporco non potrà mai esserlo quanto un negro e, quindi, la sua parola avrà sempre un valore e una credibilità maggiore, anche se sta palesemente mentendo.

Ero fortemente prevenuto nei confronti de Il buio oltre la siepe, così come lo sono per tutte le cose che finiscono, da un momento all’altro, per tornare di moda. Mi sbagliavo. Il buio oltre la siepe è uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi tempi. È fresco, coinvolgente, geniale nella innocente visione del mondo di Scout. A sessant’anni dalla pubblicazione è attuale, oltre che per i temi trattati, anche per lo stile narrativo.
È la moda a essere negativa, non il romanzo.
Risulterò impopolare e difficile da comprendere, il mio è un discorso forse troppo articolato per competere con la facile e immediata bellezza delle bandiere multicolori. Tuttavia sono convinto che, così come la parità dei diritti tra i sessi sia fortemente ostacolata dal danno creato dai movimenti femministi (che, in fondo, compiono un errore “specchiato”), il razzismo sia favorito da molti “antirazzisti” e dal perbenismo lessicale dilagante. Dal politically correct che costa poco/nulla in termini di sacrifici e offre, in cambio, una immediata visibilità, finendo per illudere che si stia lavorando per risolvere un problema, quando in realtà non si sta facendo nulla.

Devo averlo già detto qui sul blog, ma fino a quando si inseguiranno le parole invece dei fatti, non cambierà niente. Fino a quando si guarderà al negro (vocabolo che non ha nulla di negativo) mutando l’apparenza come più conviene in masturbazioni letterarie (di nuovo: di colore/afroamericano/nero) il problema non verrà affrontato. La via più facile viene percorsa dalla maggioranza, perché non implica rinunce. Nella nostra società poi, che di apparenza ci vive, è bellissimo mostrarsi ferventi sostenitori dei diritti senza essere costretti a rimetterci nulla. Ignorare che il vero problema sia lo sporco che precede il vocabolo di turno (a seconda del decennio) o il del cazzo che lo segue, è la perfetta metafora che ci consente di continuare a rubare a chi ha di meno (sia a livello locale che globale) sentendoci a posto con la coscienza perché ci siamo schierati esplicitamente dalla parte del bene.
[In merito al problema prettamente linguistico QUI ho trovato un bell’articolo che spiega quello che penso].

E così dire «non è cambiato niente» ci fa belli, ma non ci fa migliori. Il problema è tutto lì. Anche perché qualcosa, per fortuna, è cambiato dai tempi di 12 anni schiavo, anche se è tutto mooolto lento. Certo l’iperbole, l’esagerazione, fa sempre parte dell’apparenza. Dire che non è cambiato nulla è veloce e di impatto immediato, cambiare la propria vita al fine di far parte del cambiamento è invece molto più dispendioso (soprattutto in termini economici).

Il buio oltre la siepe va in profondità, è questo che mi è piaciuto. Lo fa con molta più efficacia e onestà di quanto spesso lo si faccia oggi. Il pregiudizio è affrontato a 360° (il titolo italiano è legato al pregiudizio nei confronti di un vicino di casa “caucasico”). Uccidere un usignolo, alla fine, è facile come scrivere un articolo su quanto sia importante effettuare dei cambiamenti veri per sconfiggere i sopprusi, senza poi fare nulla di tangibile perché qualcosa avvenga (oltre a controllare l’indicizzazione dell’articolo stesso per la gloria personale e il narcisismo intellettuale).

P.S. Non ho ancora visto il film di Robert Mulligan del 1963, con Gregory Peck. Rimedierò.

“Romance” di Chuck Palahniuk

Romance è una raccolta di ventitré racconti di Chuck Palaniuk, uscita nel 2015 (titolo originale Make Something Up). È sempre difficile parlare di antologie di questo tipo, salvo non volersi fermare ad analizzare ogni singolo racconto (cosa che, tranquillizzati, non farò). Nella mia personale classifica dei libri di Palahniuk (li ho letti tutti esclusi Beautiful You e Il libro di Talbott) Romance si piazza molto in basso, se non all’ultimo posto. Mi sono letteralmente forzato ad arrivare in fondo combattendo con attacchi narcolettici ricorrenti, ho impiegato quindici giorni per leggere 320 pagine.

Partiamo da ciò che ho trovato di buono: lo stile.
Palahniuk non si smentisce, sarebbe capace di rendere divertente anche la “descrizione della mia cameretta”. Cinico, pungente e senza filtri. Prendendo dei singoli paragrafi, ed estrapolandoli dal testo, le trovate geniali sono molteplici. La capacità espressiva di Chuck non è in discussione e probabilmente non lo sarà mai, scrive in modo unico e inimitabile.

Ciò che mi è mancato: i contenuti.
I racconti trattano svariati argomenti, strizzando comunque sempre l’occhio alla sessualità e alla sfera degli “istinti”. Le storie però sono poco convincenti e, soprattutto, per nulla coinvolgenti. Non c’è stato un singolo momento nel quale io sia stato invogliato a terminare un racconto per vedere come andasse a finire, cosa succedesse dopo. Il livello di oniricità e sperimentazione delle trame mi è risultato parecchio indigesto.
Peccato.

Chiariamoci, non manca qualche buono spunto (il mio racconto preferito, Zombi, parla del dilagare di una moda giovanile che consiste nell’autolobotomizzarsi con i defibrillatori per essere sempre felici e eliminare le pressioni sociali), tuttavia, se non hai mai letto Palahniuk, ti consiglierei di partire da qualsiasi altro suo libro.

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
Portland Souvenir (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)
Romance (2015)

“Mangiatori di morte” di Michael Crichton

Nel X secolo il Califfo di Baghdad invia come messaggero al Re dei Bulgari il dignitario islamico Ahmad Ibn Fadlan. Durante il viaggio, però, Ibn Fadlan si imbatte nei Normanni che lo costringono a prendere parte alla loro comitiva quale tredicesimo uomo non Vichingo (così richiede la tradizione – peraltro scopro solo ora che il film Il 13° guerriero con Antonio Banderas si ispira a questo romanzo, lo guarderò). Ibn Fadlan compie quindi un viaggio nel viaggio, che lo porta a scontrarsi dapprima con le differenze culturali e religiose tra lui e il popolo nordico e poi con “i mostri della bruma”, che combatte proprio insieme a Buliwif, leader dei Normanni, una volta integratosi nel gruppo di guerrieri.

Questa volta sono partito dalla trama, come quelli veri. No, non mi sto ammorbidendo, semplicemente non conoscevo questo romanzo e ciò mi fa pensare non lo conoscessi nemmeno tu (il mio mondo è me-centrico), ecco il motivo di questa scelta.
Mangiatori di morte è un libro stupendamente retrò, cosa probabilmente dovuta anche alla data di uscita, 1976. Sia chiaro, non lo dico in senso negativo, anzi. Nel leggerlo ha suscitato in me quelle emozioni che si risvegliano quando il sabato pomeriggio passano I Goonies in televisione. L’artificio del manoscritto ritrovato (tutta la narrazione sarebbe un testo/diario dello stesso Ibn Fadlan), l’avventura in terre sconosciute, l’esotismo delle parole misteriose in arabo (quando ancora l’associazione spontanea era con l’ignoto e non con il terrorismo). Tutto richiama a quel genere che poi sarebbe esploso nel cinema di fine anni ’70 inizio ’80.

Mangiatori di morte
si legge velocemente, è un romanzo breve di circa 170 pagine, ma non per questo superficiale. Ibn Fadlan descrive tutte le differenze che intercorrono tra lui e i Normanni dei quali analizza usanze e caratteristiche fisiche come fosse Piero Angela. Luoghi comuni (i Vichingi sporchi, brutti e spietati) e scienza si mescolano nella tipica narrazione di Crichton, con tanto di appendice in cui vengono elencate le fonti (alcune reali, altre meno, come il Necronomicon). La storia e la finzione si intrecciano creando qualcosa di totalmente diverso da Jurassic Park e Sol levante (gli unici due libri di Crichton che avevo letto). Il finale poi, “i mostri della bruma” (gli Wendol, dei quali purtroppo non posso svelarti troppo per non spammare), è anch’esso documentato in appendice e dotato di una solidità scientifica.

Ho già Next sulla mensola dei libri da leggere. Non mi fermerò lì, voglio procurarmi anche i primi libri di Crichton, quelli scritti con lo pseudonimo di John Lange.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)

“LaRose” di Louise Erdrich

Landreaux sta inseguendo un cervo da settimane. Si apposta, ne studia i movimenti, cerca di capire quale sia il giorno giusto per sparare. Il momento infine arriva e Landreaux preme il grilletto. A essere colpito, però, non è il cervo ma Dusty, suo nipote. Il bambino muore e con lui l’amicizia che univa Landreaux a Peter, il padre. Anche le mogli dei due uomini, sorelle, smettono di parlarsi. Le antiche tradizioni indiane prevedono, tuttavia, che chi uccida il figlio di qualcuno possa fare ammenda cedendo il proprio alla famiglia colpita dal lutto. LaRose.

Di Louise Erdrich ti ho già parlato in occasione della lettura del bellissimo La casa tonda e del meno entusiasmante Il giorno dei colombi. Indiana, scrittrice, classe 1954. Proprietaria di una libreria “specializzata” sui Nativi Americani e scrittrice premiata e riconosciuta.

LaRose è un romanzo complesso dal punto di vista psicologico, presenta infatti una serie infinita di risvolti…
La “cessione” di LaRose placa la sete di vendetta da parte di Peter e lenisce il senso di colpa di Landreaux. Allo stesso tempo, però, la vendetta agognata da Peter è latente e insieme ingiustificata (è stato un incidente), così come è persistente il dolore di Landreaux, che ha comunque posto fine a una vita. La madre acquisita di LaRose poi, Nola, oscilla tra il desiderio di morire, la tentazione di cercare Dusty in LaRose e la soddisfazione per aver sottratto un figlio alla sorella Emmaline, così come il cognato l’ha sottratto a lei.
Un evento fortuito, un caso drammatico, che sconvolge legami e amicizie creando una serie di sentimenti irrazionali che nascono, in fondo, dalla frustrazione di non poter riportare in vita il povero Dusty, di non poter tornare indietro. E poi c’è LaRose, che ora ha due famiglie, una sorella nuova e un amico in meno.

Louise Erdrich descrive tutto in modo molto delicato, sensibile. Forse più sensibile di quanto sia io. LaRose non è un romanzo leggero, mentirei se dicessi che è volato, così non è. 450 pagine di riflessioni e turbe non sono poche. Per le prime 200 peraltro, esclusa l’uccisione del bambino, non succede assolutamente nulla (e sì, ho cercato la morte anche io, travestendomi da cervo). Da metà libro in poi le cose cambiano un po’, le sottotrame si intensificano e rendono la lettura più scorrevole.

LaRose, per me, è una storia che non ha funzionato, dove lei era bella, intelligente e simpatica (aveva tutte le carte giuste), ma io non mi sono innamorato. Di chi è la colpa? Di nessuno. Mi sento anche un po’ in colpa, come Landreaux.

“Se scorre il sangue” di Stephen King

Ho finito ieri Se scorre il sangue (If it bleeds) e la domanda che mi sono posto subito dopo è stata: «E ora cosa leggo?». Già, perché, come ti ho sempre detto, Stephen King è casa. E, se King è casa, Se scorre il sangue è la poltrona comoda che conosci da sempre, che ti coccola le chiappe dall’infanzia alla vecchiaia. Un libro vero, un Re in gran spolvero che richiama i vecchi tempi quando i racconti erano tutti dentro le sue (vere) raccolte e non travestiti da romanzi. Se scorre il sangue raccoglie il triplo del materiale di Elevation e La scatola dei bottoni di Gwendy messi insieme ed è all’altezza de Il bazar dei brutti sogni (l’ultimo che mi è davvero piaciuto). Credimi, se la giocava duro, perché ultimamente mi sono riascoltato in audiolibro le raccolte “classiche” A volte ritornano e Scheletri (momento di nostalgia, le ho lette che avevo… lasciamo stare).

Mi è piaciuto tutto. La copertina, rossa, che nell’edizione italiana della Sperling & Kupfer è anche migliore di quella arancione (?) originale. La traduzione, questo Luca Briasco è fresco, ti tiene attaccato alle parole come faceva Tullio Dobner. La dimensione dei racconti, brevi sì (500 pagine, 4 racconti), ma non troppo da non farti entrare completamente nella storia, a braccetto dei personaggi. E ora, cosa leggo?

Il telefono del signor Harrigan
L’amicizia tra un ragazzino e un ricco magnate ritiratosi (quasi) a vita privata. Craig legge al miliardario dei romanzi nei lunghi pomeriggi e lo erudisce sull’utilizzo della tecnologia, regalandogli un Iphone. Diffidenza e rispetto si mescolano fino alla morte dell’uomo, che si porterà lo smartphone nella tomba…

La vita di Chuck
Indescrivibile dal punto di vista della trama, è la somma di tre racconti. Ma è anche una stupenda celebrazione della vita e della scrittura. Il titolo del terzo capitolo, Contengo moltitudini, è la perfetta sintesi di questa opera d’arte.

Se scorre il sangue
Bello e coinvolgente ma (devo dirlo, tirandomi addosso le ire di tutti) il racconto che ho comunque preferito meno. Holly Gibney (sì, quella della trilogia di Mr. Mercedes) si trova alle prese con un altro Outsider. La storia fila via che è un piacere, ma a me la protagonista non ha mai fatto impazzire nemmeno nelle altre sue comparse, mi spiace.

Ratto
Torna il tema della scrittura e delle tempeste interiori che deve affrontare l’autore. King è bravissimo nel descriverle (se non lo sa lui, considerato il suo passato…). Questo racconto mi ha fatto venire in mente una frase di Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”. Ecco, Ratto ne è una buona rappresentazione e Drew Larson, che ha già avuto un esaurimento nervoso tentando di scrivere un precedente romanzo, dovrà affrontare tutti i suoi demoni, isolato dal mondo e pronto per una nuova stesura.

Sebbene, rispetto al passato, abbia notato un crescente aumento di product placement (non solo Iphone, ma anche Netflix, Amazon, ecc.), Se scorre il sangue scorre anche nella lettura. Credo che di meglio, al momento, non si possa chiedere, salvo lo zio Stephen non decida di tirar fuori dal cilindro un’altro romanzo costola de La torre nera. Un buon libro con cui iniziare, ma anche uno con cui ricordare i tempi andati. I migliori, sempre.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)

“Puzza di morto a Villa Vistamare” di Patrizia Fortunati

Puzza di morto a Villa Vistamare è un romanzo umoristico. Non solo, è il primo romanzo umoristico che abbia mai letto (perlomeno che io ricordi). Quindi è necessaria un po’ di scuola, per non fare confusione…

Il romanzo umoristico è un genere letterario caratterizzato dalla presenza di umorismo. La principale caratteristica è quella di descrivere la realtà enfatizzandone alcune parti, facendone una vera e propria parodia che ha lo scopo di divertire il lettore, ma anche di farlo riflettere su un determinato aspetto della realtà. Per questo, questo genere si discosta dal romanzo comico che ha invece lo scopo unico di far divertire il lettore.
(da Wikipedia)

Detto in altri termini: la differenza tra un romanzo comico e uno umoristico è la stessa che passa tra Vacanze di Natale (aggiungi un anno a piacere) e Monty Python – Il senso della vita (o qualsiasi film dei Monty Python).
Fine della lezione.

Come ti avevo anticipato, parlandoti di Chi ha ucciso il Pret de Ratanà, Puzza di morto a Villa Vistamare è giunto in finale alla terza edizione del “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano”. Il merito di questo successo è dovuto sicuramente al grande pregio di cui ti ho acennato sopra: l’intelligenza. Già, perché l’autrice, Patrizia Fortunati (che ho avuto il piacere di conoscere) racconta sì di anche fratturate, dentiere volanti e rimbabimenti senili, ma senza mai perdere di vista il messaggio di positività e speranza che i “vecchi” di Villa Vistamare portano tatuato sulle loro rugose pelli. Non starò ora a spiegarti perché, in questo preciso momento storico, un messaggio del genere sia particolarmente importante (se non lo capisci da solo significa che sei molto più rincoglionito dei suddetti vecchi).

Come sempre della trama parliamo poco, altrimenti che gusto c’è.
Nella residenza per anziani Villa Vistamare, il conte Giovanni Alfonso Maria Visconte terzo della Smeraldina muore. E muore lasciando in eredità agli altri ospiti, come indicato in una lettera, due milioni di euro. La lettera viene però intercettata proprio dagli anziani che, temendo di non entrare in possesso del malloppo, iniziano a muoversi segretamente affinché le volontà del Conte vengano rispettate (ancor prima che ci sia modo di non farlo!). Ne seguono furti d’auto (rigorosamente con patente scaduta), incendi (da sigarette narcolettiche), scambi di persona, protesizzanti cadute e mille altre situazioni paradossali(ssime).

Con Puzza di morto a Villa Vistamare si ride, si ride tanto (forse conviene leggerlo su una comoda, così, per sicurezza idrica e scenografia adeguata), tuttavia quello che resta, appunto, è la consapevolezza di quanto ci piaccia e ci dovrà sempre piacere vedere il mondo attraverso l’ironica consapevolezza di chi ha vissuto più a lungo di noi. Di quanto sia, concedimi, “utile e necessario”. E, di nuovo, mi fermo qui.

Patrizia Fortunati non è alla sua prima opera (e si vede/legge), ha scritto diversi libri. Il suo primo romanzo, Marmellata di prugne, risale al 2013. Ne sono seguiti altri tra i quali Trecento secondi e Altrove. Qualcosa dovrò recuperarlo, per forza, magari Benni, Celestina e tre piani in ascensore che, essendo destinato ai ragazzi, mi aiuterà a mantenermi immortale e giovane come è stato fino ad ora.

“Chi ha ucciso il pret de Ratanà” di Franco Busato

Come ormai saprai, non leggo spesso gialli (salvo tu non voglia considerare Ellroy un giallista ma, insomma, non mi pare il caso). Forse l’autore più affine a questo genere del quale posso dire di aver letto parecchio è Malvaldi, con il suo BarLume. Se escludiamo i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, l’ultimo “vero” giallo del quale ricordo di averti parlato qui è Il bosco di Mila, della mia concittadina Irma Cantoni (che aveva vinto il premio “Fai viaggiare la tua storia”).
Ecco, anche Chi ha ucciso il Pret de Ratanà è legato a un premio. Il premio è ovviamente il “Premio Letterario RTL 102.5 Mursia Romanzo Italiano” e Franco Busato, l’autore, era uno dei tre finalisti, nel 2019, insieme a Patrizia Fortunati, con Puzza di morto a Villa Vistamare (la mia prossima lettura), e al sottoscritto, con L’amico giusto.

Purtroppo (per te) ora ti pippi una mia breve divagazione (quasi sventramitica, ma questa è difficile da capire) sui premi non “di genere”. I premi di questo tipo accostano tra loro romanzi molto dissimili. Quindi: gialli, horror, fantasy, thriller, sentimentali, di formazione, ecc. (o vuoi che vada avanti?). Ciò che giunge alla selezione finale rappresenta il meglio dei vari generi che hanno partecipato. Fatta la “scrematura”, a mio parere, entra in gioco una certa dose di fortuna. Chi valuta gli ultimi titoli, per stabilire il vincitore, sarà per forza influenzato (soprattutto in caso di giuria popolare) dai gusti personali e dalle preferenze “di genere”, appunto. Pensarla diversamente è lecito (sai che sono aperto alle tue errate opinioni), ma sarebbe un po’ come affermare che si possa effettivamente stabilire cosa sia meglio tra Stairway to Heaven e Vesti la giubba, tra una lasagna e un profitterol. Tra un giallo, un romanzo umoristico e uno di formazione. Semplicemente, non si può.
Chi ha ucciso il Pret de Ratanà è, per farla breve, l’unico giallo giunto in finale, e quindi il vincitore “di categoria”.
Fine divagazione.

Raccontare la trama di questo romanzo senza svelare nulla è praticamente impossibile, poiché l’intrigo e il mistero sono gli elementi fondamentali che spingono alla lettura. Sarò quindi ermetico (come un Tupperware) e cercherò di non rivelarti troppo.
Milano. Un runner viene ucciso in una chiesa. Un neonato scompare dal passeggino mentre la madre riposa su una panchina. Un cadavere mummificato viene ritrovato in un forno. Questi tre eventi sono in qualche modo collegati? Ad indagare, ufficialmente, ci pensa la commissaria Delia De Santis e, meno ufficialmente, il suo compagno Solo Molina, eccentrico e stravagante ex-truffatore dalla mente geniale.

Chi ha ucciso il Pret de Ratanà non è il primo romanzo di Busato che ha come protagonista Solo Molina, è stato infatti preceduto da altre due indagini svolte dallo stesso personaggio: Delitto a Villa Arconati e Bolfolk killer (dovrò recuperarli al più presto). Ciò non mi ha però procurato alcun problema di lettura, la trama è godibile anche senza conoscere il “passato” di Molina, che viene solo vagamente accennato in alcuni passi.
L’intreccio è parecchio articolato, anche se non me ne sono accorto fino a quando non ho provato a ricostruirlo. La complessità della storia è infatti ben nascosta dall’abilità narrativa dell’autore (non si perde mai il filo, nonostante i continui colpi di scena).

Come direbbe Solo Molina che, tra le altre sue strane particolarità, raggruppa spesso aggettivi in gruppi di tre, questo è un giallo interessante, avvincente, coinvolgente. Se ami il genere non resterai deluso.

“Phantoms!” di Dean Koontz

Jennifer è un giovane medico e torna nella piccola cittadina di Snowfield insieme alla sorella minore Lisa, affidatale dopo la morte della madre. Entra in casa e trova la domestica morta, e blu. Presto le due ragazze scoprono di essere le uniche persone vive in tutta la città, gli altri abitanti o sono morti (in condizioni stravaganti) o scomparsi nel nulla. Jennifer sospetta un virus, un attacco batteriologico. Interviene lo sceriffo della contea vicina, con i suoi uomini. Il Male, l’Antico Nemico, si manifesta e le persone ricominciano a morire.

Phantoms! (1983) è il quarto romanzo che leggo di Dean Koontz e anche il migliore (per ora). In realtà potrei averlo già letto da “giovane” ma, grazie a un rincoglionimento galoppante, non ricordo. Ti dirò di più, non ricordo nemmeno il film con Ben Affleck che ne è stato tratto e che ho visto (di questo son sicuro), quindi la situazione è abbastanza grave. Dannazione, avevo appena festeggiato il mio primo indispensabile hater (vedi i commenti di L’urlo e il furore) e vedevo davanti a me un futuro radioso, invece pare sia pronto per la fossa!

Rispetto alle mie precedenti letture Koontziane, Phantoms! ha una struttura più complessa, personaggi più articolati (e numerosi) e una profondità maggiore. Ci sono alcune vicinanze con altre storie successive che trattano l’argomento del Male rappresentato in forma simile. L’inizio, per dire, ricorda Silent Hill (videogioco o film, quello che vuoi). L’Antico Nemico, che comunica tramite lo schermo di un computer, riporta alla memoria Sfera (il film almeno, il libro di Crichton, del 1987, non l’ho ancora letto). E poi, ovviamente, IT (1986). Insomma, di tutto si può accusare Koontz tranne che di aver copiato, anzi…

Ora non voglio anticiparti troppo, perché questo romanzo si divide fondamentalmente in due parti e spoilerare significherebbe ucciderne almeno una. Nella prima, infatti, regna il mistero, l’impossibilità di capire cosa stia avvenendo a Snowfield. Nella seconda il mistero è svelato e si deve combattere il Male (per come te lo sto descrivendo, non è svelato). Quello che mi è piaciuto, però, è anche la giustificazione che Konntz dà a questo Male, la sua vera origine, che io condivido del tutto (questa è per chi ha letto il libro).

Di Koontz ho sulla mensola Intensity, ma in arrivo anche Lampi, Incubi e La casa del tuono. Non credo che riuscirò mai a leggere tutta la sua produzione, dal momento che ha scritto 105 romanzi e non so quante raccolte di racconti, ma tu stai pur certo che per un po’ ti parlerò ancora di lui…

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
Phantoms! (1983)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)