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“Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler” di Walter Charles Langer

Caro mio fedele lettore (come direbbe Stephen King, giusto per volare basso), parliamoci fuori dai denti perché le cose è bene dirle e dirle chiare. So bene che quando leggi che ho ricevuto un libro da una casa editrice la tua mente maliziosa e pervertita pensa “ecco, un’altra marchetta”, perché a volte lo penso anche io, quando sto dal tuo lato dello schermo (peraltro, puliscilo lo schermo, che restano le tracce delle tue visite ai siti birichini). Ma a me questo Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler di Walter Langer è piaciuto davvero, ti diro di più, l’ho trovato stracazzutamente interessante (l’ho letto in due giorni).

Parto subito dal pregio di questo libro: mi ha raccontato delle cose che non sapevo. Se consideri quante pubblicazioni sono state fatte sul Führer e sul nazismo, quanti documentari (pensa solo all’Istituto Luce), quanto lo si è studiato a scuola, non è cosa da poco. Questo libro parla di Hitler, ma non l’Hitler che tutti conosciamo (di cui ne abbiamo le palle piene e che ci fa cambiare canale), parla di Hitler come persona, come essere umano. Ne indaga i comportamenti, la storia familiare, le turbe emotive. Tu lo sapevi che Hitler è stato praticamente un mendicante per diversi anni? Io no.

Ma partiamo dall’inizio. Walter Charles Langer riceve l’incarico da William Donovan (direttore dell’Office of Strategic Services statunitense, poi divenuto CIA) di effettuare uno studio psicologico su Hitler, basandosi sui dati conosciuti, le immagini e le testimonianze di persone che avevano avuto modo di frequentare il Führer. Langer, vicino a Freud, è conscio di quanto sia difficile esaminare un paziente “senza il paziente” (e lo ammette da subito, dato apprezzabile), ma ce la mette tutta e, nel 1943, con Hitler ancora vivo, scrive questo testo come relazione finale, pronosticando peraltro il probabile suicidio del dittatore.

Langler scinde in due la personalità di Hitler, analizzando come i traumi subiti nell’infanzia, tra cui una forte condizione edipica vissuta malissimo, l’abbiano portato a diventare (nell’apparenza) il Führer, ossia la proiezione di quello che, per l’Hitler persona, sarebbe il vero uomo a cui tutti dovrebbero ispirarsi. Per arrivare a questa deduzione (che lui ovviamente spiega meglio e molto più dettagliatamente di come abbia fatto io) Langler passa in rassegna tutti i momenti significativi della vita di Adolfino (scusami, ma dopo la lettura Hitler mi appare come un tipo insicuro, da qui il diminutivo). Oltre che in famiglia, viene quindi descritto l’atteggiamento di Hitler a scuola, nell’esercito e poi per strada, quando tentava di vendere i suoi dipinti in preda ai morsi della fame. Si parla di presunte perversioni (sarò esplicito: Hitler che si fa defecare in bocca), fortissime insicurezze, omosessualità, masochismo, spiccata tendenza alla sottomissione (sì, proprio la sua!) e davvero tanto altro. Ne esce un Hitler frignone, timido, impacciato, insicuro, che cerca di auto-caricarsi creando una figura che non gli appartiene e di cui è vittima, una vera e propria schizofrenia che lo vede saltare da pianti isterici a diaboliche crudeltà, praticamente autoimposte, per esternare al mondo una forza che in realtà non possiede.

È lo stesso Langer che sostiene (e qui l’ho aprezzato moltissimo) che lo studio su Hitler sia necessario, ma che sarebbe altrettanto necessario uno studio su tutta la popolazione che l’ha seguito. Ed è qualcosa di innegabile. Dire che Hitler sia stato il Male è semplice, troppo, ed è una bugia. Hitler era solo un uomo (un piagnone, ora che lo so), schizzato, con i baffi. Senza il Male vero, quello che alberga nell’Uomo in quanto tale e in tutta la nostra specie, non sarebbe arrivato da nessuna parte. Come sempre, puntare il dito è la cosa più facile che si possa fare, e anche la più ipocrita. Ecco, forse il pregio maggiore di Langer è quello di riportarti a vedere la piccolezza della persona Hitler, e di conseguenza costringerti a riflettere su chi sia il vero colpevole di quanto successo in quegli anni. Questo, negli studi scolastici preconfezionati, non lo fa mai nessuno.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“I serial killer” di Vincenzo M. Mastronardi e Ruben De Luca

Il fascino del serial killer è qualcosa che subisco da sempre. E’ sufficiente uno di quei programmi in seconda serata sui delitti irrisolti per incatenarmi alla TV senza possibilità di fuga. Conscio di questa mia inclinazione (all’informazione si intende, non all’omicidio) ho deciso di cercare un libro completo ed esaustivo sull’argomento per togliermi tutti i dubbi e le curiosità e avere un quadro generale abbastanza completo. Incredibilmente, al primo colpo, posso dire di averlo trovato.

La ricerca non è stata semplice, tra eBay, Amazon e recensioni varie ho fatto passare tutta l’editoria riguardante questo argomento. Quello che mi ha portato ad acquistare I serial killer sono stati i commenti dei lettori, c’era chi diceva “libro completo ed esaustivo anche dal punto di vista psicologico” e chi scriveva “se avessi saputo che era un libro a carattere universitario non l’avrei acquistato”. Ho capito subito che era un volume non per tutti, e la cosa non ha fatto che convincermi: era quello che cercavo.

Effettivamente un libro per tutti non lo è. C’è moltissima psicologia e l’argomento è trattato in modo assolutamente didattico, con pagine e pagine sulle varie teorie e gli approcci di diverse correnti di pensiero. In poche parole è un libro davvero universitario, talvolta per dare una definizione impiega più pagine vagliando le varie teorie in merito, ma questo non deve spaventare poichè in cambio offre una completezza incredibile. Letto questo volume (sono circa 900 pagine) non ho più alcun dubbio, nessun interrogativo che non sia stato analizzato. Certo, se cerchi qualcosa di cinematografico, è meglio se ti riguardi Il silenzio degli innocenti per la 200° volta.

Gli argomenti trattati sono moltissimi e non limitati ai “classici” nomi quali Bundy, Manson, Chikatilo noti a tutti e in certo modo commerciali. Vengono analizzati anche molti casi sconosciuti al grande pubblico (anche se molto più prolifici, si parla di 500/1000 omicidi per alcuni assassini come il Dr. Shipman) meno risaltanti dal punto di vista scenico (ossia dell’atrocità) ma non da quello psicologico. Passando per tutte le perversioni e deviazioni possibili, tra cui necrofilia, cannibalismo, pedofilia, onnipotenza, satanismo, vengono analizzate le differenze tra i serial killer uomini e quelli donna, tra le diverse aree geografiche e i tentativi (inutili) di cura. Ci sono centinaia di schede dedicate a praticamente tutti i serial killer (pare che per scrivere il testo siano stati analizzati più di 2200 casi) inserite ad hoc all’interno del testo quali esempi degli argomenti trattati. C’è un capitolo bellissimo sui casi nostrani (Girolimoni, compagni di merende, bestie di Satana, Izzo, ecc.). La quantità di informazioni e di spiegazioni è impressionante, è impossibile anche solo farne un riassunto esaustivo.

Che dire, letto questo volume non sento il bisogno di approfondire l’argomento nell’ambito generico, poichè ha soddisfatto tutte le mie curiosità. Non solo. Mi ha fatto venire voglia di approfondire invece le singole tematiche o i singoli casi, stimolando la mia passione. Adesso il difficile sarà riuscire a trovare qualcosa all’altezza di questa lettura che mi ha portato a una vera conoscenza della psicologia del serial killer, sempre troppo esemplificata dal cinema e dalla nostra cultura di massa.