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“Spiagge sospese” di Renata Bovara

Spiagge sospese, di Renata Bovara, si era piazzato nel 2018 tra i tre finalisti della seconda edizione del Premio Letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, vinto successivamente* da Blowjim di Cavaciuti. Il romanzo è stato poi fortunatamente* (e meritatamente*) comunque pubblicato all’inizio di quest’anno. Mi è capitato tra le mani e quindi ora siamo qui.
*(Tre avverbi in dieci parole: a Stephen King sarà venuto un colpo).

Non vorrei svelarti troppo della trama. Primo perché, come sai, a me non piace raccontare le trame dei libri, secondo perché potrebbe indurti in errore nella valutazione di questo romanzo. Qualcosa comunque te la dirò, perché altrimenti a te, che sei un lettore medio di recensioni medie, se usciamo dal canone rischiamo ti venga un eczema da stress.

La marchesa Federica Macaluso muore, e muore all’inizio del romanzo. Lascia una figlia, una nipote e delle pronipoti. Tutte queste donne hanno, in qualche modo, qualcosa in “sospeso” con lei. La marchesa lascia, però, anche una vita di contrasti, amori, misteri. Lascia, in particolare, un segreto legato alla sua giovinezza che l’ha condizionata per tutta l’esistenza, anche durante un matrimonio, con il marchese appunto, che non sembra essere nato dall’amore. E sarà la marchesa stessa a sbrogliare la matassa della sua vita dal luogo in cui è finita dopo la morte. Un luogo, anche qui, sospeso, composto da ricordi e reinterpretazioni del vissuto della marchesa, mentre nel mondo “reale” le sue discendenti proseguiranno le loro vite, cercando di capire chi fosse davvero Federica Macaluso e quanto abbia in realtà inluenzato le loro vite.

Spiagge sospese è scritto molto bene, su questo non ci piove. Quello che si nota subito è l’eleganza e la raffinatezza (sai che non è da me utilizzare questi termini, ma tant’è) della costruzione della frase. Ma quello che ho ammirato ancora di più è che questa eleganza non sia legata a particolari virtuosismi lessicali o sbruffonerie: l’autrice usa infatti parole semplici, solo che le sa “abbinare” bene. È un po’ la differenza che intercorre tra chi, per dimostrare il proprio valore, deve spendere una sacco di soldi in marchi e abiti costosi (risultando spesso pacchiano) e chi, invece, ha una classe intrinseca che gli consente di essere elegante anche in mutande. Spero di aver reso l’idea.

Poi c’è questa cosa della sospensione che è azzeccatissima. Il romanzo È una sospensione. Da bambino partecipavo a dei pranzi domenicali estivi con i parenti (una tortura) che si concludevano immancabilmente con il pisolino del primo pomeriggio. E io ero lì, l’unico sveglio, ad aspettare succedesse qualcosa senza poter fare niente. Dormivano tutti, il sole picchiava di brutto, le strade erano deserte, non c’erano rumori. La giornata non era finita, io lo sapevo ma, per un certo tempo, non sarebbe successo nulla. Questo romanzo mi ha fatto sentire sospeso, come allora, in un’attesa diurna.

Spiagge sospese indaga la vita, il rimorso, le svolte mancate. Allo stesso tempo però butta anche un occhio su qualcosa che, la maggior parte dei lettori, non capirà. Ossia sulla vita stessa, che non è solo il sogno, ma è anche la normalità. Qualsiasi scelta porta a delle conseguenze, ed è solo vivendo che si arriverà a capire che il sogno non esiste, perché quello esiste solo nelle scelte mancate che, rimanendo estranee alla realtà, possono fingere di essere perfette.

Fermo restando che Spiagge sospese è destinato a un pubblico femminile e che io l’ho letto e compreso solo grazie alla mia incredibile sensibilità, intelligenza, arguzia, fascino, bellezza, ecc. ecc. (e modestia, e umiltà, ovviamente), credo, in definitiva, che questo romanzo sia il libro perfetto per mandare in brodo di giuggiole un plotone di casalinghe frustrate. Quelle incastrate in un matrimonio che non le soddisfa, che pensano a “come sarebbe potuta andare se..”. Le stesse che non riusciranno a vedere molto oltre la trama, attaccate alla superficie delle cose, perdendosi i contenuti, intente a cercare le similitudini con le loro tristi e inutili vite. Vedranno solo quello che vorranno vedere. Ed è un peccato, perché si perderanno molto.

“Ninna nanna” di Chuck Palahniuk

Di Palahniuk ho letto quasi tutto, mi mancano giusto gli ultimi libri usciti, ma per quanto riguarda i masterpiece posso tranquillamente dire di non essermi perso nulla. Purtroppo l’inizio della mia passione per questo scrittore risale a ben prima che decidessi di aprire il blog, quindi non ti ho parlato di molti suoi lavori per ovvie questioni cronologiche, ma sotto troverai comunque un elenco sia di ciò di cui ho scritto che di quello che, ahitè, ho letto precedentemente.

Ninna nanna è il quinto romanzo di Chuck e, te lo dico subito, non mi è piaciuto. Ammetto di essermici dedicato in condizioni di scarsa concentrazione (peregrinando tra i rifugi delle Dolomiti) e questa può essere una mia colpa, ma è l’unica. Mi aspettavo molto, anzi, moltissimo da questo libro e il perché è presto spiegato: i primi quattro romanzi di Palahniuk sono in assoluto i miei (suoi) preferiti, e Ninna nanna veniva subito dopo.

La (confusionaria) trama parla di neonati che muoiono nella culla senza un’apparente causa. La causa però c’è e dipende dalla lettura di una particolare filastrocca contenuta in un libro per bambini, che procura morte istantanea. Quattro personaggi si lanciano nell’impresa di distruggere i volumi rimanenti, ognuno di questi disperati ha le proprie motivazioni, i propri problemi e segreti. Inoltre possedere la filastrocca della morte istantanea darebbe un enorme potere a chiunque…

Quello che mi fa salvare questo romanzo è lo stile di scrittura, secco e tagliente, caratteristico del Chuck delle origini, ma è anche l’unica cosa che salvo. Proprio perché il romanzo mi avrebbe accompagnato durante il mio girovagare, cercavo qualcosa che mi invogliasse alla lettura, che mi incuriosisse spingendomi a voltare pagina. Invece la storia è di una noia mortale, soporifera. 50% stile – 0% trama, i conti non tornano. Peccato.

Era da parecchio che non leggevo Palahniuk proprio per le ultime delusioni, ma non demordo. Ho già sullo scaffale Portland souvenir (so già che qui non ci saranno colpi di scena, è praticamente una guida) e la raccolta di racconti Romance. Spero in meglio, ben sapendo che chi vive sperando…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)

“A bocce ferme” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

A bocce ferme è, per ora, l’ultimo libro della serie del BarLume. Io, nel frattempo, mi sono già procurato un altro romanzo di Marco Malvaldi, Argento vivo, anche per scoprire come sia leggere qualcosa di diverso dalle indagini del bar(r)ista Massimo Viviani. Ma veniamo al punto.

In questo episodio a scatenare le indagini di Massimo, della sua fidanzata poliziotta Alice e, ovviamente, della banda della “maglia-di-lana” (i quattro ottuagenari avventori del bar) è un testamento. Un testamento in cui il ricco proprietario di un’azienda farmaceutica si dichiara reo confesso di un assassinio avvenuto nel ’68. Da qui partono tutta una serie di ricordi e di memorie degli anziani che ci riportano nel periodo dei figli dei fiori e, soprattutto, in quello delle lotte studentesche e operaie… mi fermo.

Come sempre la narrazione è divertente e si ride parecchio ma, devo ammettere, rispetto ai libri precedenti sembra che il “giallo” qui prenda più piede. Se di solito, infatti, a motivarmi fortemente nella lettura era il contesto goliardico, in questo episodio sono anche stato parecchio curioso di venire a capo del “caso”. Per una serie ormai dalle caratteristiche consolidate devo dirti che questa differenza l’ho sentita in modo abbastanza deciso, non che sia un male, anzi, ha aggiunto ancora qualcosa a uno schema ben collaudato e funzionante.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“La settima fata” di Angelo Paratico

Di Angelo Paratico ti avevo già parlato dell’interessante saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava, dedicato al noto inventore e artista del Rinascimento. Ora, invece, ti sto per parlare de La settima fata, che non è un saggio, né uno scritto politico (a differenza di quanto la copertina potrebbe far pensare), ma un’opera di narrativa che intreccia lo spionaggio con il poliziesco, senza tralasciare una strizzata d’occhio a dei risvolti amorosi e quindi, inevitabilmente, ai relativi rapporti umani.

Raccontarti la trama di questo romanzo senza svelarne i colpi di scena è praticamente impossibile ma, come puoi facilmente immaginare dall’immagine qui sopra, c’è di mezzo l’Assassination (concedimi questa citazione dal mitico film che ho rivisto l’altra sera, con l’altrettanto mitico Charles Bronson) di Xi Jinping, il presidente della repubblica popolare cinese. Detto questo non ti anticipo altro ma, nel corso della vicenda, avrai modo di imbatterti anche nella mafia italiana, in valigette contenenti armi scambiate Cina e Stati Uniti, in una storia d’amore insidiata da ricatti e dubbi morali e ancora tanto altro.

La settima fata si legge molto velocemente proprio per il continuo mutare degli eventi e l’evolversi rapido della situazione, non ci sono parti “stanche” e le 125 pagine del romanzo volano via in un attimo. Te lo consiglio soprattutto se cerchi una lettura d’evasione, che ti porti via con la sua azione, spesso frenetica, in un paese, la Cina, da noi spesso ancora considerato esotico a causa della poca conoscenza che abbiamo delle usanze e tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra.

Lo so che la copertina (la bandiera cinese, Xi Jinping in primo piano, il mirino stilizzato…) potrebbe ricordarti certi mattoni politici nostrani, cioè quei libri che ti chiedi sempre chi mai li legga ancora, stavo anche io per cadere in questo misunderstanding. Non badarci, non è così. Ho letto il romanzo in un’unica “sessione”, credo che questo possa essere già indicativo riguardo al fatto che non ti troverai di fronte a una narrazione pesante, anzi.

Curiosità, cito dalla quarta di copertina:
“Un libro stampato a Hong Kong nel 2017, in 100 copie e subito ritirate, per evitare complicazioni politiche.”
Sarà vero? Sarà marketing? Temo non lo sapremo mai.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Wild – Una storia selvaggia di avventura e rinascita” di Cheryl Strayed

Avevo ragione. Nel senso che conoscevo Wild per il film di Jean-Marc Vallée (Dallas buyers club), su sceneggiatura di Nick Hornby, con la quasi-sempre-insopportabile Reese Witherspoon e, pur non essendomi piaciuto molto, avevo intuito che dietro ci fosse una grande storia. Mi ero quindi ripromesso di leggere il romanzo di Cheryl Strayed per verificare.
Cazzo, che bel libro.

Wild racconta l’avventura dell’autrice sul Pacific Crest Trail (PCT), affrontato senza alcuna esperienza pregressa di trekking o di qualsiasi altro tipo di escursionismo. Oggi il PCT è molto conosciuto, ma all’epoca in cui lo affrontò la Strayed, nel 1994, non era così noto. Il PCT è un percorso di trekking che si snoda su suolo statunitense “vicino” (150/200 km) alla costa, dal confine del Messico a quello del Canada per 4286 km, con un altitudine variabile da 0 a 4009 metri. Chi riesce a completarlo viene definito un Thru-Hiker. Insieme all’Appalachian Trail e al Continental Divide Trail rappresenta il sogno di ogni appassionato di trekking.
La Strayed, dopo una serie di problemi personali, cominciati con la morte della madre e proseguiti con un periodo di dipendenza dalle droghe e dal sesso fino ad arrivare a un divorzio, si butta sul percorso avendo letto solamente una guida. Perderà unghie, scarpe, speranza (per poi ritrovarla) e molto altro, prima di riuscire a concludere l’impresa.

Vorrei che ti fosse ben chiaro di cosa stiamo parlando, soprattutto trattandosi di una donna sola che attraversa l’America da sud a nord. Nello specifico, infatti, il problema non sono solo gli orsi, i puma, i serpenti a sonagli e gli scorpioni, ma anche il pericolo rappresentato dal predatore più cattivo (o meglio, l’unico cattivo) del regno animale: l’uomo. Le condizioni di insicurezza sono costanti e l’autrice, come si suol dire, ha avuto i controcoglioni per affrontare questa impresa. Da qui poi si estendono altre migliaia di difficoltà, come la depurazione dell’acqua, l’assenza di cibo e di igiene, il peso dello zaino (soprannominato “Mostro” dalla Strayed). Questa è davvero un’impresa titanica.
E poi, certo, c’è tutto ciò che di positivo porta un’esperienza come questa. La condivisione con altri hiker, la visione di animali e paesaggi incredibili, il contatto diretto con la natura nella sua forma più vera e, naturalmente, la soddisfazione di mettersi alla prova e riuscire a fare qualcosa di grandioso.

Come ti ho già detto altre volte, io fatico a leggere romanzi scritti da donne, fatico a immedesimarmi nella visione femminile della vita. Non per sessismo o altre stupidate, ma semplicemente per una psicologia molto diversa, per cui immagino che, semplicemente, valga anche il contrario. Questa volta invece non ho faticato, l’ammirazione ha superato le differenze e la Strayed mi ha conquistato totalmente. Qui si parla di rinascita, di un Christopher McCandless, al femminile, che non incontra la pianta sbagliata e ha la possibilità di risorgere. Non è esattamente Into the wild certo, ma è comunque molto più Wild di quanto tutti noi saremmo disposti e capaci di affrontare. Chapeau.

“La perla” di John Steinbeck

Un giorno dovrò decidermi a scrivere uno di quei post che vanno tanto di moda adesso, quelli con le classifiche che attirano di brutto, tipo: “i dieci romanzi che ritengo imperdibili”. Ecco, tra questi dieci sicuramente ci sarebbe Furore di John Steinbeck, per me uno dei migliori romanzi mai scritti. E tu sai che io non sono uno che punta solo ai “grandi classici”, cioè, per capirci, probabilmente ci infilerei dentro anche IT di Stephen King e Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.
Perché ti dico questo?
Perché una volta individuati i miei (o i tuoi) dieci romanzi, chiunque li abbia scritti, avrà comunque diritto a possibilità/occasioni illimitate. Si accetteranno anche le produzioni meno entusiasmanti pur di ritrovare un riflesso di quello che ci aveva attratto nell’opera che abbiamo posizionato lì, tra i nostri masterpieces.
E, di nuovo, perché ti dico questo?
Perché, purtroppo, La perla, a differenza degli altri libri che ho letto di Steinbeck, non mi ha entusiasmato, anzi, mi ha lasciato praticamente indifferente.

Kino è un pescatore indio molto pover(issim)o che vive, con la compagna Juana e il figlio neonato Coyotito, in una capanna in un villaggio di nullatenenti. La sola cosa che questi disperati possono condividere sono le giornate e le notizie che riguardano il villaggio, perché altro non hanno. Un giorno Kino trova sul fondo del mare una perla enorme, “La perla del mondo”. La notizia gira: Kino presto diventerà ricco. Si creano i primi malumori, le invidie. Un dottore della città vicina cerca di truffare Kino, dei ladri lo aggrediscono durante la notte, la vita, prima molto semplice, diventa molto difficile. Kino è costretto a fuggire, ma il Male, incarnato dalla perla, lo segue. Mi fermo.

Potenzialmente la storia è stupenda e semplice come è caratteristico di Steinbeck, ma questa volta la magia non è scattata. Kino non mi ha preso, non ho vissuto le sue turbe. In poche parole Kino non è Tom Joad. È un romanzo breve, circa un centinaio di pagine, ma di tutto mi è rimasto l’involucro, la storia, purtroppo nessuna emozione.
Non basterà comunque questo a fermarmi, con il tempo leggero tutto ciò che Steinbeck ha scritto.

Libri di John Steinbeck di cui ti ho parlato:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La perla (1947)

“La battaglia navale” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Questa volta il cadavere che “affolla” il litorale di Pineta è quello di una giovane e bella badante ucraina. Tra i principali sospettati l’ex-compagno violento. Nel frattempo alcune ville vengono vandalizzate con dei graffiti. Ci sarà qualche collegamento tra le due cose?
E di più non ti dico, per ovvii motivi.

Malvaldi non delude mai, né lui, né il bar(r)ista Massimo Viviani e nemmeno i “prostatici quattro”, cioè i quattro ottuagenari fruitori del BarLume. Io non sono un grande amante dei gialli, ma la serie del BarLume mi ha proprio preso, non c’è niente da fare. Più che le trame, coinvolgenti e funzionanti, sono le continue gag ad avermi conquistato. Questo La battaglia navale, così come tutti i romanzi precedenti, è uno di quei libri che ti fa ridere da solo mentre lo leggi. Allo stesso tempo ti fa sentire come se, seduto a un tavolino del BarLume, ci fossi un po’ anche tu.

Quello che non mi fa ridere è che questo sia il settimo libro della serie e che quindi mi manchi solo l’ultimo da leggere, A bocce ferme. Quasi quasi lo tengo da parte come faceva Tom Hanks con il pacco della FedEx in Cast Away, in attesa che Malvaldi scriva il prossimo.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Fabro – Melodia dei Monti Pallidi” di Francesco Vidotto

Fabro – Melodia dei Monti Pallidi è il primo romanzo che leggo di Francesco Vidotto, ma non sarà l’ultimo. Questo scrittore, che conoscevo per la vicinanza filosofica con Mauro Corona, la scenografia “dolomitica” e i post ambientalisti su Facebook, mi ha già convinto, non servono altre prove. Leggerò quanto ha scritto finora (al momento sette romanzi) e leggerò quanto scriverà. Non posso infatti far altro che ammirare chi sia in grado di parlare in modo così vero e diretto della vita, di quella semplice in particolare.
Ma andiamo per ordine, un po’ di trama.

Fabro racconta la vita semplice di un uomo, Fabro appunto, che vive per quasi un secolo, dal 1925 ai giorni nostri. Nel corso degli anni incontra la guerra, l’amore, la musica e molte, moltissime difficoltà. Eppure Fabro va avanti, tra le sue montagne, da cui trae ipirazione per le composizioni con l’armonium, e non molla. Ha due figlie, una moglie, tanti amici veri. Di più non posso e non voglio raccontarti, perché è un romanzo relativamente breve, 170 pagine, e dirti altro sarebbe svelare troppo.

Ogni argomento affrontato da Vidotto in questa narrazione ti colpisce come un pugno nello stomaco. La guerra, ad esempio, nella sua atrocità è vista dal punto di vista di chi ha paura, di chi non capisce perché debba rischiare la propria vita e i propri affetti per qualcun altro. Credo si possa parlare tranquillamente di poesia. Non ricordo un autore che, recentemente, sia riuscito a farmi immedesimare così tanto in esperienze che non ho vissuto, una per tutte la vecchiaia. E tutto avviene in uno stile molto semplice, diretto, senza fronzoli. La semplicità della natura e delle montagne, riportata sugli uomini. La capacità di sintetizzare la vita nelle sue caratteristiche e bisogni elementari.

Ti consiglio questo libro senza alcun dubbio. È una lettura che è in grado di insegnarti qualcosa (e già questa è una rarità), ma soprattutto è in grado di farlo attraverso una vita che, probabilmente, non vivrai, e questa è una cosa davvero difficile.

P.S. Sto sempre leggendo i Cento racconti di Ray Bradbury, dammi tempo e arriverò a parlarti anche di quello.

“Quasi a casa” di Elena Moretti

Ti avevo già parlato di Blowjim, vincitore del “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano” 2018, Quasi a casa è invece il romanzo di Elena Moretti che ha vinto la prima edizione del Premio, nel 2017. L’ho recuperato al mercatino, subito dopo aver terminato il libro di Cavaciuti (dal momento che si facevano compagnia sullo scaffale). Sì, perché ci ho riflettuto e non leggo mai nulla di “nuovo”, dove per “nuovo” intendo romanzi di scrittori esordienti, sconosciuti. Se controlli gli ultimi titoli e autori di cui ti ho parlato, passando dal più leggero Malvaldi fino ad arrivare alla Trilogia siberiana di Lilin, se non addirittura a Le notti bianche di Doestoevskij, non potrai che accorgerti di questo fatto. E, allora, tanto vale scegliere delle opere che abbiano vinto un premio, per buttarmi (ogni tanto) in questo mondo.

Quasi a casa è una storia di riscatto e rinascita che segue per filo e per segno i canonici punti di questa tipologia narrativa. Adrian, un sedicenne italo-romeno con grossi problemi familiari alle spalle, finisce a vivere in una malga, gestita da una Vecchia (così lui la chiama), una sorta di comunità di recupero per minori “difficoltosi”. Qui, tra il passato che fatica a scomparire e il presente che piano piano lo avvolge, scopre valori come l’amicizia, l’amore e il rispetto. Nel frattempo anche i suoi compagni di avventura rivelano le loro storie, le loro difficoltà. Tutti hanno un doloroso segreto da nascondere, non solo gli ospiti della malga, ma anche chi, in un modo o nell’altro, ci gravita intorno. Il romanzo è scritto sotto forma di diario dello stesso protagonista, con tutti gli errori lessicali e lo stile discorsivo che seguono questa scelta.

Come tu ormai sai (te l’ho spiegato anche parlandoti dell’ultimo libro che ho letto Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler), io non credo nel Bene, non credo faccia parte della nostra specie. Io credo semplicemente che l’uomo sia destinato al Male. Senza giustificazioni o colpe, è un difetto intrinseco che ci porterà all’estinzione (senza drammi, siamo un inutile sputo nell’Universo). Non bastano pochi esempi di lungimiranza per cambiare la nostra essenza. Le opere d’arte, i viaggi nello spazio, le cure per le malattie, si perdono di fronte all’innegabile e immenso FATTO che siamo l’unica specie che si autodistrugge, uccidendo i propri simili, l’ambiente in cui vive e le altre specie. Cercare il Bene nell’Uomo sarebbe come affermare che, siccome siamo riusciti a far risolvere il cubo di Rubik a un orango (sparo, eh), allora tutti gli orango siano in grado di risolverlo. Invece quell’orango è l’eccezione, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo, e l’eccezione non fa la regola. Noi non siamo dei Leonardo da Vinci, noi siamo quelli che si ammazzano (e ammazzano) per il black friday, questo è il nostro stadio evolutivo medio.

Ti sei pippato tutta questa mia manfrina solo per farti capire che chi ha scritto Quasi a casa è molto probabile creda nel Bene. Il suo protagonista, pur avendo una passato di violenza che si ripercuote su reazioni a sua volte violente (da cui fatica a sfuggire), utilizza nell’intercalare delle espressioni “dure” come che scorno! e vive un amore delicato e contornato da timidi baci (molto femminile). Questo è quello che chiamo ottimismo. (Per darti un punto di vista completo dovrei anche parlarti del finale del libro, cosa che non faccio per non spoilerarti tutto). Io non credo si possa recuperare l’intera specie a causa dei difetti congeniti, figuriamoci il singolo individuo! Quindi comprenderai che il problema non è dirti se mi sia piaciuto o meno il romanzo, ma farti intendere quanto questo romanzo rappresenti un punto di vista totalmente diverso dal mio. Di sicuro ha creato uno spunto di riflessione e questo è sempre positivo.

In poche parole, se sei una persona buona, piena di ottimismo, fiduciosa negli esseri umani e felice di vedere trionfare l’amore, questo libro fa per te. Ma, se sei così, sei qui per errore, non stai certo seguendo questo blog per scelta, quindi addio.