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“Sei casi al BarLume” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Nel momento in cui scrivo sono otto i libri di Marco Malvaldi, editi da Sellerio, dedicati alla serie del BarLume, e con questo io ne ho letti sei. Sei casi al BarLume si distingue dagli altri perché è l’unico a non essere un romanzo ma una raccolta di racconti brevi (circa 40 pagine l’uno). Per la precisione i racconti sono: L’esperienza fa la differenza, Il Capodanno del Cinghiale, Azione e Reazione, La tombola dei troiai, Costumi di tutto il mondo e Aria di montagna.

Se già normalmente qui non approfondisco le trame, per non togliere la sorpresa, puoi capire perché, a maggior ragione, questa volta più di tanto non posso dirti. Sono ovviamente tutti racconti gialli e quasi tutti “con il morto”. Nei primi è ancora operativo il commissario Fusco, negli ultimi entra in scena la commissaria Alice Martelli (e già si intuisce che Massimo Viviani, il barRista, avrà modo di conoscerla bene in futuro).

Che dire, come sempre Malvaldi è molto scorrevole e divertente, forse addirittura più umoristico del solito. Le trame sono infatti meno articolate e le gag più frequenti. Questo potrebbe anche essere un buon libro da cui iniziare a leggere questa serie, poiché non sconvolge la cronologia pur piazzandosi a metà produzione.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“Trilogia siberiana: Educazione siberiana – Caduta libera – Il respiro del buio” di Nicolai Lilin

Ti anticipo da subito che non ho intenzione di entrare nel vivo della polemica/indagine/complotto per stabilire se quanto racconta Nicolai “Kolìma” Lilin nei suoi romanzi sia realmente frutto della sua esperienza personale o meno. So che è tutto in discussione e che studiosi di vari campi e nazionalità hanno messo in dubbio perfino l’esistenza stessa degli Urca, la popolazione della Transnistria da cui lo scrittore afferma di essere discendente (una critica molto simile a quella messa in atto nei confronti del Papillon di Charrière). Io non ho una conoscenza abbastanza approfondita, né una competenza storica adeguata, per capire da quale parte stia la verità. Ho letto la Trilogia siberiana di Lilin perché mi ha sempre incuriosito, senza pretesa di capire dove finisse la finzione e cominciasse la realtà.
Così, giusto per saperlo, prima che te ne parli.

Questo pesante (solo nella sostanza, non nei contenuti) tomo della Einaudi è composto da circa 950 pagine e comprende tre romanzi, che ti descrivo brevemente qui di seguito.

Educazione siberiana
Il più famoso dei tre, anche grazie al bell’adattamento di Gabriele Salvatores con John Malkovich. Qui, proprio come nel film, è descritta l’infanzia e la giovinezza di Kolìma, cresciuto in una comunità di “criminali onesti”, cioè criminali con un alto senso dell’onore e del rispetto delle regole interne al gruppo. Kolìma impara a difendersi, lottare, fare tatuaggi, vivere in carcere e molte altre cose necessarie alla formazione personale di un criminale onesto. Ed è, infatti, proprio di un romanzo di formazione che si parla, il mio preferito della trilogia.

Caduta libera
Kolìma viene forzatamente arruolato per combattere la guerra in Cecenia. Questo è senza dubbio un romanzo di guerra, meno vario rispetto al primo ma comunque molto coinvolgente. Lo scrittore descrive diverse azioni militari avvenute durante il conflitto ceceno, entrando in particolari sia per quanto riguarda la cruenza della guerra di per sé, che per l’utilizzo e la tipologia delle armi. C’è più sangue, più morte e più violenza. Quello che ne esce è la mancanza di un confine preciso tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Se nel primo romanzo potevi pensare “questi Urca sono dei mafiosi” ora Lilin sposta l’attenzione sulla criminalità a livello nazionale, riuscendo bene a far capire che la linea di demarcazione tra Bene e Male sia davvero labile quando entrano in gioco gli interessi economici dello Stato (e qui tutto il mondo è paese, diciamocelo).

Il respiro del buio
Nella prima metà del romanzo Kolìma, congedato dal servizio militare, soffre di PTSD (il disturbo post traumatico da stress) e fatica a riadattarsi alla vita quotidiana, anche perché nessuno vuole dare un opportunità di lavoro a un veterano. Questa è forse la parte più “stanca” di tutta la trilogia, ma dura solo un centinaio di pagine. Poi il protagonista si riprende, grazie a un periodo trascorso in Siberia immerso nella natura con il nonno, e trova un ingaggio come mercenario tramite un generale con cui ha mantenuto i contatti. Criminalità, Stato e interessi personali si mescolano, chiudendo il cerchio. La sensazione è quella che non si salvi nulla, che non esista la “pace” nel cuore degli uomini.

Ho letto Trilogia siberiana in poco più di una settimana, e questo dovrebbe bastare per farti capire quanto l’abbia trovato scorrevole e coinvolgente. Ciò che mi è piaciuto di più è stata la capacità di Lilin di addentrarsi nello specifico di ogni situazione, descrivere dettagli e caratteristiche che non conoscevo, rendendo i romanzi in qualche modo molto informativi. Si passa infatti dalle regole carcerarie “interne” alla tecnica dei tatuaggi, dalla diversa struttura di armi e pallottole alle norme che regolano la comunità degli Urca (esistente o meno che sia). Tutto viene approfondito, anche solo la modalità con cui si condivide il čifir (bevanda russa simile al té), senza tuttavia che la lettura diventi mai pesante.

Cercherò prossimamente di capire quanto di vero ci sia nei racconti di Lilin, ma in ogni caso credo che continuerò a leggerlo. Se anche dovesse risultare non essere un Urca, rimarrà comunque un narratore eccezionale.

“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij

Dopo non dire che non sono di parola. Te l’avevo promesso quando ti ho parlato de L’ altalena di Apollinarija e l’ho fatto: ho letto un romanzo di Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, che poi più che un romanzo è un racconto (circa 100 pagine).
Ti anticipo anche che per un po’ non mi sentirai, sto per partire per delle vacanze fuori stagione. Comunque mi porto la Trilogia siberiana di Nicolai Linin, giusto per restare in tema Russia e affini. È un bel tomo, 900 e più pagine, mi occuperà per più tempo del solito.

Ma veniamo a questo pacco di Dostoevskij. Essendo un racconto molto ben considerato, pensavo di non averlo capito, quindi ho fatto un’approfondita ricerca online. Metti che mi fosse sfuggita qualche morale, qualcosa di non scritto, chessò. Purtroppo non mi è sfuggito nulla. Cioè, quelle quattro tematiche spalmate all’inverosimile su una fetta stantia di prolissità esasperante, le ho individuate tutte. Il sogno, la solitudine, l’introspezione, l’amore… ecc.
In realtà l’unico tema che ho trovato interessante, ma non per merito dell’autore, è il parallelismo tra il protagonista e l’individuo nella società moderna, che tende ad autoisolarsi (o ad essere isolato dalla società, dipende da come la vedi). Tuttavia dubito che Dostoevskij fosse iscritto a Facebook o che postasse foto su Instagram, quindi capisci che è una visione “post mortem” della cosa.

Ma un po’ di trama, che ti piace la normalità, lo so. Il “sognatore” (che è uno straniero senza nome, ma anche senza la cazzutaggine di Clint Eastwood) vive da otto anni a San Pietroburgo e trascorre le sue giornate tirandosi delle seghe mentali pari solo a quelle di una ragazzina al primo appuntamento (ma degli anni ’60, tipo: mi ha toccato le tette, sarò rimasta incinta?). INSPIEGABILMENTE non becca mai una figa, oltre a non avere alcuna interazione sociale, se non con la sua domestica. (Spoiler: non è un personaggio di The Big Bang Theory, poiché non è intelligente). Una sera il sognatore (mentre sta decidendo se è meglio essere o non essere nel momento in cui si è ma non si è) incontra una donna che sembra stia meditando di buttarsi da un ponte (qualcuno, per favore, vada a pagina 6 a darle una spinta così ci risparmiamo tutta questa menata) e, anche in seguito all’intromettersi di un uomo normale che abborda la donna cercando di farsela dare, riesce finalmente a interagire con l’altro sesso. E SBAM! Questa donna, che si chiama Nasten’ka, gli sbatte sul muso una friendzonata che tutti riconoscono già a pagina 7, tranne lui. No, lui no, lui è un eroe e decide di ascoltare le paturnie di Nasten’ka per cinque notti, le famose notti bianche (o meglio, in cui va in bianco). Solo che le paturnie di Nasten’ka riguardano un altro uomo di cui è innamorata (e che è chiaro sin da subito abbia il magico potere di farle scomparire le mutandine con uno schiocco delle dita) e che la donna sta aspettando in seguito a una promessa d’amore di un anno prima. Mi pare inutile proseguire oltre, lasciandoti il piacere di gustare la metamorfosi finale del sognatore, che rompe la sua cuticola e si evolve definitivamente da essere senza orgoglio né dignita in uno splendido esemplare di cuckold.
(Mi rendo conto solo ora di aver descritto la trama in maniera troppo realistica. Se vuoi leggerne una versione romanzata c’è sempre Wikipedia.)

Come forse avrai intuito, non ho apprezzato molto quest’opera di Dostoevskij. L’ho trovata pesante, ridondante, prolissa. Sai che sono tenace e quindi ci riproverò con Dostoevskij, ma non a breve. Prima devo necessariamente dimenticarmi Le notti bianche, arrivare a pensare di essermi sbagliato e decidere che forse ero in un periodo inadatto per leggere questo libro.
Insomma, dovrà passare un bel po’ di tempo.

“Blowjim” di Christian Cavaciuti

Lo so benissimo cosa stai pensando, è inutile che mi guardi così. Dopo due libri a sfondo erotico come Donne e L’altalena di Apollinarija ti vado a leggere un romanzo che si intitola Blowjim, manco avessi inghiottito una scatola intera di Viagra e fossi in preda a turbe ormonali incontrollabili. Ma, credimi, non è come sembra, non sto scrivendo nudo e non ho nemmeno dovuto ingrandire la dimensione del font per sopraggiunta cecità…

Blowjim è il romanzo di Christian Cavaciuti che ha vinto il “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano – Seconda edizione” nel 2018. E, a dispetto del titolo che strizza l’occhio ad altre strizzate più intime, il sesso non rappresenta il tema principale (se non l’elemento scatenante della trama) né si tratta di un libro erotico. Peraltro l’autore, in una nota finale, ci tiene a specificare che il titolo, se non fosse stato limitato da esigenze editoriali, sarebbe stato ben più esplicito (mmm, chissà com’era inizialmente… forse Sgorgonjim?). Detto questo, dal momento che la pubblicità su Radiofreccia era martellante, quando me lo sono trovato davanti, usato, ho deciso di tentare la sorte.

Trama. Melanie, a sedici anni, sale sul palco mentre stanno suonando i Doors e ha un dialogo ravvicinato con lo snake (che, ricordiamolo, is long seven miles) di Jim Morrison. Poi scende dal palco e se ne va restando una fan qualsiasi, ritratta solo in qualche foto di spalle in cui è quasi irriconoscibile. Passano venticinque anni. Melanie è diventata una sorta di consulente alimentare e lavora per Barry Sears, il creatore della dieta a Zona. Un po’ per lavoro e un po’ per amicizia accompagna il noto wrestler André the Giant (momento malinconia per chi aveva il pupazzeto da bambino) a Parigi, dove questi muore d’infarto. Melanie deve quindi restare in città intanto che i medici terminano le indagini di rito e ne approfitta per visitare la tomba di Morrison e rivangare il passato e quel gesto eclatante che l’ha tanto scombussolata. Solo che Jim ricompare… Mi fermo.

A dispetto dei pochi(ssimi) spostamenti fisici che avvengono durante la storia, il viaggio vero è quello all’interno della protagonista, all’interno di Melanie. Gran parte del romanzo è infatti uno studio, una introspezione, per capire cosa sia rimasto della ragazzina che ha fatto un pompino a Jim Morrison e per capire perché l’abbia fatto (o se sarebbe in grado di rifarlo). Ci sono poi moltissime divagazioni sui più svariati argomenti. L’autore, infatti, con la scusa di confrontare la cultura americana di Melanie con quella francesce, approfitta per dire implicitamente cosa ne pensa della nostra.

Blowjim non si può certo definire un romanzo “commerciale”, non credo sia un libro per tutti, a partire dal lessico che spesso è molto articolato. Mi aspettavo qualcosa di più semplice, invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Certo, lo puoi leggere solo in superficie e accontentarti della vicenda principale, ma credo che ti perderesti parecchio di quello che è nascosto sotto il tappeto. (E te lo dice uno che avrebbe preferito un po’ più di azione.)

Io, però, non sono fatto per i romanzi che hanno come protagoniste delle donne, riesco ad immedesimarmi poco e non li apprezzo quanto meritano. Ma questo è un mio limite, credo (o della mia natura umana), tanto che non ascolto nemmeno, salvo rare eccezioni, musica femminile, dove per femminile intendo cantata da donne.
Cosa vuoi farci, è così.

“L’Altalena di Apollinarija” di Ciriaco Offeddu

Se cerchi traccia di “roba russa” su questo blog non troverai molto. Credo che la cosa più vicina alla Russia che tu possa incontrare sia Putin – Vita di uno zar, di cui ti ho parlato qualche anno fa. In realtà, anche a livello cinematografico, non ho mai frequentato l’ambiente, se non per la doverosa visione de La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (che, ricordiamolo, dura poco meno di un’ora e mezza, a dispetto della fama che lo circonda). Figurati che anche tra i film spacconi e anabolizzati degli anni ’80 (quelli con Schwarzenegger o Stallone, per capirci) Danko non è mai stato tra i miei preferiti. Certo, tra poco mi dedicherò alla Trilogia siberiana di Nicolai Lilin, ma devo ammettere che non ho mai prestato attenzione ai grandi classici russi, cioè a Tolstoj, Gogol’ e, appunto, Dostoevskij.

Questo L’Altalena di Apollinarija di Ciriaco Offeddu si apre con un sottotitolo che dice:

Chi ha ucciso Dostoevskij? Erotismo, spionaggio, amore e letteratura nella Russia di fine Ottocento.

Quindi capisci che non è proprio il mio pane… (anche se non cita Danko!)

Come avrai facilmente intuito, il romanzo gravita attorno alla figura di Fyodor Dostoevskij e della sua amante (un po’ puttana, diciamolo) Apollinaria Prokofyevna Suslova. L’altalena del titolo non è null’altro che una sex machine, strumento che consente di avere rapporti sessuali mantenendo la donna in sospensione (te lo dice uno che ha un discreto grado di competenza), passione erotica della Suslova, la quale non perde occasione di accoppiarsi come un istrice in calore con qualsiasi cosa respiri. Il povero Dostoevskij non può che mal sopportare la situazione (cioè il peregrinare della sua amante di caz.. ehm, di fiore in fiore) fino allo sfinimento, che esorcizza infilando Apollinaria nei suoi romanzi e facendola diventare la sua musa distruttrice.
Nel frattempo la polizia segreta dello zar sta compiendo un’indagine approfondita per capire se gli intellettuali della Russia di fine Ottocento siano complici dell’avverarsi della Grande Profezia, cioè la fine del regno degli zar, il gggomplotto, la rivoluzione. Ovviamente è un’indagine “alla russa”, cioè compiuta utilizzando interrogatori e terrore, oltre che con eliminazioni fisiche. E poi c’è questo sospetto che Dostoevskij sia stato ucciso…

Tutto il romanzo è scritto in chiave neo situazionista, cioè nell’impossibilità di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario. La storia è quindi mescolata alla finzione, ed è (quasi) impossibile capire dove si fermi la cronaca vera e cominci l’immaginario. Certo, ovviamente questa difficoltà decade nelle frequenti parti erotiche del racconto, che restano però lì a metà tra un semplice accenno e un esplicito De Sade (in pratica mai abbastanza da scatenarti una festa nelle mutande, ma sufficienti a desiderarla, la festa).
E no, anche se è il secondo romanzo di seguito che leggo (dopo Donne di Bukowski) con espliciti riferimenti sessuali non sto diventando un imperterrito onanista.

Ho letto questo libro, circa 200 pagine, in soli tre giorni. Questo perché la scrittura è coinvolgente e soprattutto divertente, ironica e, a tratti, volutamente grottesca nelle scene di sesso. Tuttavia non credo di averlo apprezzato appieno, probabilmente perché non conosco realmente Dostoevskij e la letteratura russa, come ti dicevo. Certo, i riferimenti sono molti e anche ben spiegati, tuttavia penso rimanga una lettura per chi abbia una buona conoscenza di Dostoevskij (ok, ti prometto che leggerò almeno Le notti bianche) e quindi te lo consiglio solo se la letteratura russa è tra le tue passioni.
Chissà, forse lo riprenderò in mano quando avrò colmato il vuoto.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Donne” di Charles Bukowski

Donne era uno degli ultimi due romanzi che mi mancavano di Charles Bukowski (insieme a Hollywood, Hollywood!). L’altro giorno ero al mercatino dell’usato e me lo sono trovato davanti, alla modica cifra di 3 euro (difficilmente lo si riesce a recuperare a meno di 25 euro). Io del “vecchio sporcaccione” ho letto parecchio (purtroppo prima di aprire questo blog), e ti confermo che continuo a preferire i romanzi ai racconti, come ti avevo già detto quando ti ho parlato di Compagno di sbronze.
[Per dovere di cronaca: le poesie invece non le ho mai lette.]

In Donne lo scrittore sfoggia tutto il suo repertorio, con particolare attenzione al sesso (come se fosse necessario…). Il protagonista è Henry Chinaski, usuale alter ego di Bukowski, che tra una sbronza e l’altra scopa, scopa, scopa. Questo non è sicuramente uno dei romanzi più articolati di Charles, tanto che sarebbe quasi possibile iniziare a leggerlo da una pagina a caso senza sapere cosa sia successo prima. Chinaski descrive la sua vita, trascorsa a correre il lungo e in largo per gli Stati Uniti a fare letture pubbliche organizzate dal suo editore. Viene letteralmente sommerso da donne facili che gli telefonano, scrivono lettere o si presentano alla porta di casa, pronte a concedersi e umiliarsi per poter testare il viril membro dell’artista/poeta. Quanta sia la verità non è dato sapersi, resta inteso che si parla quasi sempre di relitti umani: drogate, alcolizzate, pazze psicotiche, ecc.

Poi lui ogni tanto tira fuori delle perle, eh. Quelle cose che quando le leggi dici: «Cazzo, è proprio così!». E le descrive con una semplicità disarmante. Mi viene in mente un passaggio in cui si lamenta dell’alto volume dello stereo dei vicini, e scrive una cosa tipo (non cito letteralmente): «Chi ascolta lo stereo tiene il volume alto e le finestre aperte, convinto che se quella musica piaccia a lui debba per forza essere interessante anche per tutti gli altri».

Forse non è il romanzo migliore dal quale iniziare, se non hai mai letto Bukowski. Ti consiglierei sicuramente Panino al prosciutto o Pulp, poiché riescono a integrare lo stile indiscusso dello scrittore con una trama più articolata, coinvolgendoti maggiormente. Devo però dire in difesa di questo libro che, nonostante le 300 pagine e la scarsità di argomenti, scorre via comunque veloce. Il linguaggio, spesso volgare ma sempre semplice, ti consente di rilassarti, di conservare un po’ di curiosità su come Chinaski affronterà il prossimo pompino.
Oltre che ubriaco, si intende.

“Il telefono senza fili” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Quinto episodio della serie di romanzi del BarLume di Marco Malvaldi, edita da Sellerio. Nel momento in cui scrivo i libri pubblicati sono otto (sette romanzi più una raccolta di racconti), io li ho già sulla mensola, quindi rassegnati che piano piano te li pippi tutti.

Come sempre non ti dico molto della trama, trattandosi di un giallo. Questa volta a far aprire le danze (delle anche) dei vecchietti del bar è la scomparsa di una donna, nota per avere problemi coniugali abbastanza importanti. Subito i sospetti ricadono sul marito, ma non c’è niente di scontato al BarLume e il bar(r)ista Massimo Viviani si troverà quindi a indagare su intercettazioni telefoniche e medium televisivi (o presunti tali). Mi fermo.

La principale novità di questa nuova puntata è costituita dall’uscita di scena del commissario Fusco, sostituito dalla giovane, e molto appetibile, Alice Martelli. Questo fatto, in concomitanza del ritorno di Tiziana dietro al bancone (insieme all’ex marito Marchino), fa presagire ulteriori complicazioni per quanto riguarda la vita sentimentale di Massimo.

Vedremo o, meglio, leggeremo.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
La battaglia navale (2016)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
A bocce ferme (2018)

“La contea più fradicia del mondo” di Matt Bondurant

Qualche mese fa mi è capitato di vedere Lawless di John Hillcoat (The Road), film con un cast spettacolare (che ti riporto: Tom Hardy, Shia LaBeouf, Jason Clarke, Guy Pearce, Jessica Chastain, Mia Wasikowska e Gary Oldman) su sceneggiatura di Nick Cave. Preso dall’entusiasmo ho subito deciso che dovevo recuperare il libro da cui era tratto e, finalmente, ci sono riuscito. L’autore, Matt Bondurant, è il nipote di Jake Bondurant, uno dei tre fratelli Bondurant (gli altri sono Forrest e Howard) dei quali il romanzo narra le gesta. Siamo di fronte a una ricostruzione romanzata della realtà, per stessa ammissione dello scrittore, ma questo non toglie nulla al piacere della riscoperta di un periodo, quello del proibizionismo, in cui le guerre tra i moonshiners (i distillatori di alcool illegale) e la legge, spesso corrotta, erano all’ordine del giorno.

Contea di Franklin, Virginia.
1935. Lo scrittore Sherwood Anderson cerca di capire quello che è successo cinque anni prima, quando i fratelli Bondurant sono stati feriti durante un conflitto a fuoco con le forze di polizia locali. Si scontra con l’omertà di un paese dove “chi si fa i fatti suoi..”
1929. Jake, il minore dei Bondurant, comincia la sua carriera da distillatore, tentando di imitare i fratelli più grandi, vere e proprie leggende della zona, tanto da essere ritenuti quasi immortali.
Sparatorie, inseguimenti, scazzottate. E, ovviamente, fiumi di alcool.

La contea più fradicia del mondo comincia piano, tanto che all’inizio temevo si trattasse di un pacco (forse anche per la copertina un po’ cupa scelta dall’editore Dalai), ma poi ti prende e non ti molla più. Le figure di Howard e Forrest sono magnetiche, questi fratelli silenziosi e pronti a esplodere con violenza inaudita hanno un loro codice etico, non sono più criminali degli “uomini di legge” che cercano di fermarli (perché non accettano di pagare le tangenti). Franklin è un luogo di sofferenza, dove l’alcool è la panacea di tutti i mali e la sbornia una condizione necessaria a sopportare una vita di insoddisfazioni, morte e miseria. Questo è il racconto di uomini che hanno sfidato un sistema malato, ingiusto. È una gangster story dove la linea tra bene e male è difficile da tracciare, poiché i criminali hanno desideri più puri di chi li combatte, e valori, come quello della famiglia, per cui sono pronti a morire.

Credo che ora cercherò Lawless e lo riguarderò.

“La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Il Reich ha vinto la II Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti sono divisi territorialmente tra le due potenze, l’Africa è stata spazzata via, Berlino è il centro del potere. La cultura orientale si è diffusa in tutto il pianeta, la spiritualità è importante quanto la supremazia della razza, le decisioni fondamentali vengono prese consultando il libro dell’Oracolo e gli oggetti americani antecendenti la guerra sono ricercati nel mondo dei collezionisti, tanto da alimentare anche un fiorente mercato di falsi dove il confine tra l’arte e la serialità è molto labile. In questo panorama si muovono le vite di un negoziante, di un falsario ebreo e altri personaggi, di cui alcuni sono spie sotto copertura. Ciò che li accoumuna è la lettura, o perlomeno la conoscenza, di un famoso libro verboten: La cavalletta non si alzerà più. La messa al bando del romanzo è dovuta alla strana storia che racconta, quella di un mondo dove Germania e Giappone sono stati sconfitti…

Come puoi vedere dalla trama, il soggetto principale di questo capolavoro di Philip K. Dick non sono i personaggi ma il contesto in cui sono calati. Come già per Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui è tratto il famoso film Blade Runner), anche in La svastica sul sole quello che colpisce non è tanto la trama quanto la verosimiglianza di un mondo ricreato alla perfezione, dove non ci è dato sapere tutto e molto è lasciato all’immaginazione, ma quello che ci viene spiegato è molto coerente con quello che sarebbe potuto avvenire se la storia fosse andata diversamente. Abbiamo quindi un’Africa silenziosamente epurata dalle razze ritenute inferiori da Hitler, con la stessa discrezione (o menefreghismo generale) con cui erano stati organizzati i campi di concentramento. C’è un regime che appare decadente ma comunque in forma, dove a comandare sono i gerarchi nazisti ormai anziani, che si contendono potere e poltrone a furia di colpi di spionaggio e controspionaggio. C’è la natura umana che, al di là di colore, politica e credo, tende a portare la storia verso il mercato economico, vera dittatura che vince su qualsiasi storia reale e ucronica. E poi c’è il romanzo proibito, che racconta una storia che è la nostra, ma che appare comunque migliore della storia reale, come se l’uomo potesse solo immaginare un mondo dove la cultura abbia prevalso sull’avidità. E da questo ne esce una condanna per tutti, per chi ha perso, ma anche per chi ha vinto e avrebbe potuto fare di meglio.

The man in the high castle (da cui recentemente è stata tratta anche una serie tv) è il secondo romanzo di Dick che leggo, non ho quindi una grande esperienza su questo autore. È sicuramente un tipo di scrittura che punta alla riflessione più che al coinvolgimento. Interessante ad esempio tutto il discorso sul mercato del falso, la critica alla ricerca di cimeli (che è quello che fanno gli occidentali quando si sentono “turisti”) e il tentativo di capire dove, nella produzione di un oggetto, si fermi l’arte e cominci la serialità del lucro. Non posso spingermi oltre perchè solo su questo argomento ci sarebbe da parlare per ore, ma ciò è indicativo per capire quanti spunti di riflessione possa offrire il romanzo.

Devo dirti la verità, preferisco, restanto in ambito fantascientifico (anche se qui la vera e propria fantascienza è assente), scrittori come Asimov, Matheson, Bradbury o Vonnegut, perché sono sicuramente più coinvolgenti e ti inducono a voltare pagina più volentieri, ma la potenza evocativa e la profondità di ragionamento a cui ti spinge Dick sono inimitabili. Questo è quel tipo di scrittura che insegna a guardare la società, e l’uomo, con occhi diversi. A renderci consapevoli dei nostri limiti di piccoli (inutili, stupidi, prevedibili) esseri umani nell’Universo.
Credo che, mai come ora, ci sia bisogno di meditare su questo.

“Elevation” di Stephen King

Scott Carey perde peso, giorno dopo giorno, senza che il suo corpo presenti esteriormente alcun segno di dimagrimento. Scott, nel frattempo, diventa più agile, meno propenso a stancarsi e, cosa abbastanza strana, acquisisce la capacità di fare “perdere la gravità” agli oggetti che tiene tra le mani. L’uomo ha anche un difficile rapporto con le sue vicine di casa, due lesbiche sposate che stanno per chiudere il loro ristorante perché a Castle Rock, piccolo paese di provincia, i matrimoni gay non sono proprio ben visti. I destini di Scott e delle due donne sono destinati a incrociarsi ulteriormente e le loro difficoltà a trovare una soluzione, in attesa che la bilancia raggiunga il misterioso punto zero.

Non sto a riportarti il conteggio preciso dei caratteri di stampa, come avevo fatto per La scatola dei bottoni di Gwendy, ma io l’ho fatto. Elevation è un racconto di 80 pagine spalmato su 195 pagine con interlinea autostradale. Anche mettendo insieme questi due “romanzi” si ottiene circa 1/4 (in termini quantitativi) di una qualsiasi raccolta di racconti del King standard. 13 euro sono un po’ tantini per un racconto travestito da romanzo. E qui chiudiamo la parte tecnica, ma era giusto dirlo per non farsi prendere per il culo.

La storia è coinvolgente e piacevole, la leggi in fretta e sei curioso di girare pagina per vedere come procede. Certo, manca quella profondità dei personaggi e la complessità della trama a cui ci ha abituato il Re. Tutto sarebbe normale se fosse un racconto, ma questo è un romanzo, quindi dovrebbero esserci (sto facendo del sarcasmo).
Due cose non ho apprezzato: il finale, prevedibile e poco originale, e l’inserimento forzato delle tematiche LGBT, soprattutto in una storia così corta. Premesso che io sono per l’amore libero, trovo che la deriva artistica di King stia diventando troppo attenta agli argomenti “di moda” (era già successo con il tema del ruolo della donna in Sleeping Beauties). Sono temi importanti e ben venga che un grande scrittore come King ne parli ma, quando diventano un’interesse totalizzante, la trama perde in forza e guadagna in forzatura.

Che dire, questo Elevation non è stato malissimo, ma ti lascia con la voglia di un romanzo vero. Speriamo lo sarà The institute.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King, ma quelli di cui ti ho parlato sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)