Archivi tag: libro

“Birra – Manuale per aspiranti intenditori” di Guirec Aubert

Recentemente ho frequentato un corso di degustazione birra e la cosa mi ha molto interessato. Chiariamoci: non sono uno di quelli che si mette a fare l’esperto di birre e pone ottomila domande al cameriere quando deve ordinare, semplicemente la birra mi piace e volevo saperne di più.
Ho ricevuto in regalo Birra – Manuale per aspiranti intenditori di Guirec Aubert e l’ho trovato molto pratico e di facile comprensione. Ti preavviso che ho anche altri due libri “in coda” sullo stesso argomento e te ne parlerò in futuro.

Questo manuale è completo e utile per un approccio iniziale – come il mio – e ti aiuta a districarti in un mondo ricco di terminologie e differenziazioni, spesso anche eccessive. In 200 pagine ben illustrate ti spiega la storia della birra, ti fornisce delle basi se desideri produrla in casa e offre una buona mappa di quelli che sono gli stili, sia in ambito ufficiale che “nostrano”.

Quest’ultima distinzione è particolarmente importante, perché in Italia siamo abituati erronemente a distinguere le birre in base al colore (bionda, scura, ambrata, ecc.) e non allo stile. In realtà le due cose non coincidono, quindi si possono avere stili di ogni colore e viceversa. Ciò che mi è piaciuto di questo manuale è che ti illustra bene quali siano le differenze tra gli stili ma poi ti aiuta anche a (s)padroneggiare (in barba ai puristi) le definizioni “sbagliate”. Un po’ come dire: «Ok, va bene che fare così è sbagliato, ma siccome lo fanno in tanti vediamo almeno di capirci qualcosa».

Ci sono poi capitoli dedicati alla degustazione, alla provenienza geografica e alla scelta dei bicchieri. Ovviamente c’è tutta una sezione dedicata alle materie prime e alla produzione, oltre che alla lettura dell’etichetta. Il tutto senza diventare matti, così da poter aprire il volume sull’argomento interessato quando ti viene qualche dubbio o, come spesso accade a me, quando scordi qualcosa.

Il riferimento agli “aspiranti intenditori” è particolarmente azzeccato. Perfetto per il target di lettori, perfetto per me.

“Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong

È davvero molto difficile parlarti di Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong, non so proprio da che parte cominciare. Dalla trama, forse, che poi una trama non è.

Il romanzo è una lettera che Little Dog scrive a sua madre Rose, raccontandole tutte le difficoltà e le esperienze che lui ha incontrato dal momento del loro trasferimento dal Vietnam agli Stati Uniti. Little Dog è anche l’unico anello di congiunzione tra Rose e nonna Lan, il solo che può aiutare le due donne – che non parlano inglese – in un impossibile tentativo di integrazione nello stile di vita americano. Nel bel mezzo di questa situazione, già complicata, Little Dog comincia anche a scoprire sé stesso e la propria diversità.

Ho letto parecchie recensioni su questo libro e molte si fermavano sul discorso relativo all’omosessualità. Alcuni lettori “maschi alfa”, particolarmente insicuri e bisognosi di affermare il proprio io, hanno trovato difficili le descrizioni dei rapporti sessuali tra Little Dog e il ragazzo che sarà il suo primo vero amore. Cercherò di essere delicato nei confronti di questi lettori, perché ognuno proviene da un vissuto differente e può essere che venga infastidito da cose che minino dei punti di riferimento ben precisi. Insomma, se uno è un coglione non è che si possa pretendere diventi intelligente con un libro, è forse più indicato che continui a trovarsi a proprio agio guardando i morti ammazzati in tv o i calciatori del cuore che vengono intervistati in mutande negli spogliatoi (molto virile, peraltro). Qui chiudiamo l’argomento.

Vuong possiede una capacità espressiva ed emotiva degna di pochi, questo è un fatto. È un autore in grado di leggere l’essere umano, di parlare in modo eterno riferendosi solo ai sentimenti e alle emozioni, lasciando fuori tutta la scenografia. Questo romanzo è estremamente poetico, al limite del sostenibile se stai cercando una trama canonica. Già, perché una trama non c’è, l’intero scritto salta da un punto all’altro, raccontando, più che le esperienze, le sensazioni che queste esperienze hanno suscitato.

Brevemente risplendiamo sulla terra non mi è piaciuto (boom), ma è un romanzo da leggere. È da leggere perché sfida dei limiti, i tuoi, perché ti fa sentire piccolo nel tuo modo di vedere le cose. Ti dice: «Ehi, guarda che profondità di lettura della vita ha questo ragazzo, tu saresti mai in grado di averla?». La risposta, spesso, è: «No».

Quindi, cosa non mi è piaciuto? Cercherò di fartelo capire.
Devi pensare a quell’amico che abbiamo tutti, quello che quando inizia a parlare apre mille argomenti contemporaneamente e si discosta dal discorso principale (chiamiamolo “ramo”) per arrivare a descriverti ogni singola variabile (chiamiamola “foglia”). Tu intanto sei lì, in apnea, che pensi “sì, ok, ma vienicene fuori, torna sulla via iniziale”. Ecco, Vuong scrive in questo modo. Poi – bisogna dirlo – chiude ogni “foglia”, rametto e fuscello per tornare a completare il ramo, ma è estenuante. Non nascondo di avere saltato spesso delle righe nella lettura, proprio per quella sensazione di ansia crescente e per il bisogno di concretezza e sintesi. Ma questo è il mio gusto, la mia preferenza di stile, e il contenitore/mezzo non può in questo caso cancellare il contenuto.

“Terrorea – Materia Corporis” di AA.VV.

Ok, in Terrorea Materia Corporis ci sono dentro anche io. Sarebbe saltato fuori, no? Quindi tanto vale dirtelo subito.
Fatto.
Sarò breve, perché è difficile parlare di un’antologia senza fare spoiler e preferenze tra i racconti – e gli autori – e lo è ancora di più, appunto, quando uno degli autori sei tu.

11 racconti horror accuratamente selezionati dal curatore – Marco Marra, scrittore ed editor – affinché presentino come tema comune quello del “corpo”. Un corpo a volte fisico, altre psicologico, altre ancora quasi teologico.

Edita da Horti di Giano, l’antologia Terrorea è il perfetto esempio di come un progetto possa ben funzionare grazie alla passione. 200 pagine che trasudano, non tanto sangue, quanto amore per il macabro e la scrittura. E, naturalmente, un misto di stili diversi e interessanti.

Sono contento di esserci (il mio racconto si intitola Io so che tu sai che io so) perché fare parte di un volume come questo significa essere stati selezionati per qualcosa di “particolare”. L’edizione è, infatti, curata nei minimi dettagli e la qualità si percepisce in ogni piccola scelta (una su tutte la copertina fighissimamente cronenberghiana di Riccardo D’Ariano).
E se tra queste scelte ci sono anche io, beh, che dire…

“L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson

Ultimamente non ho molta voglia di leggere, sono parecchio demotivato. So che succede e non mi preoccupo – sono ancora lontano dal lobotomizzarmi bramando come obiettivo di vita la scempions di turno – tuttavia è un dato di fatto che sia passato dal leggere un libro in tre giorni a più di un mese. Ho scelto L’isola del tesoro (1883) proprio per cercare di uscire da questa impasse, fallendo. Sulla carta c’era tutto: letteratura per ragazzi, avventura, grande successo, eppure… eppure.

Di Stevenson avevo letto solo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e ricordo mi fosse piaciuto. Certo, lì era presente un tema forte, eterno, il Bene contro il Male nella natura umana. In più mi era piaciuto moltissimo L’isola dei pirati di Crichton, quindi tutto faceva presagire a un’ottima commistione tra un autore apprezzato e un genere interessante.
Avrai già capito che tutto questo preambolo nasce da una delusione, non la tirerò per le lunghe.

La trama è nota (vorrei ben vedere!) e rivista in varie opere successive, in tutte le salse. Un giovane ragazzo, Jim, entra in possesso di una mappa, poi c’è il viaggio sulla nave in cerca dell’isola e del tesoro, l’ammutinamento, i combattimenti, ecc.
Devo dire che l’inzio del romanzo, con l’arrivo dell’enigmatico marinaio nella locanda di Jim, mi aveva conquistato. Il senso di mistero e la tensione erano palpabili e “moderni”, in qualche modo. Tuttavia, dopo il breve intermezzo del viaggio in nave fino all’isola, il romanzo vira verso un continuo botta e risposta tra ammutinati e “buoni”, diventando poco coinvolgente, ai miei occhi. Le battaglie e gli scontri con il moschetto non suscitano in me nessun interesse, c’è solo la voglia di vedere come vadano a finire per poter procedere con la trama e arrivare al punto successivo.

Lo so, lo so, che sto parlando con leggerezza di un grande classico. Mi rendo conto, tuttavia, che questo sia un mio limite, una preferenza personale. Stevenson mi piace nello stile di scrittura, lo trovo più godibile rispetto a Verne (per rimanere tra i giganti dell’epoca), del quale però apprezzo maggiormente le trame, più coinvolgenti.

Non lo so, mi aspettavo più mistero, una tensione quasi soprannaturale, che non ho trovato. È tutto alla luce del sole, tutto esplicitato. Ho avvertito poco la solitudine del mare, la solitudine dell’isola. In poche parole, sono rimasto fermo, non ho viaggiato. Mi dispiace.

Ma la verità, temo, è che io sia ormai troppo vecchio per apprezzare qualcosa che farà sicuramente brillare gli occhi a un ragazzino alle prime letture.

In tema pirati/mare ho sullo scaffale La trilogia del mare di Golding. Attenderò un po’ prima di affronatarlo. Credo che ora leggerò Le leggi della frontiera di Javier Cercas.

“In fondo alla notte” di Dean Koontz

In fondo alla notte viene pubblicato per la prima volta nel 1979, Koontz in quell’occasione utilizza uno dei suoi pseudonimi: Leigh Nichols. Il romanzo viene poi rivisto intorno al 1995 e, questa volta, esce con il nome di Koontz.

Alex, un investigatore in vacanza a Kyoto, incontra per caso una ragazza scomparsa anni prima. La ragazza, Lisa, era la figlia di un senatore, ex-cliente di Alex, che l’investigatore non era mai riuscito a ritrovare. Il problema è che Lisa è convinta di chiamarsi Joanna e ricorda un passato totalmente di diverso da quello che Alex conosce. Joanna/Lisa ha incubi ricorrenti, il protagonista degli incubi è un dottore che la tiene legata a un lettino e ha una mano meccanica…

Manipolazione della mente, distorsione del passato, ipnosi… in questo datato romanzo di Koontz compaiono molte delle caratteristiche che poi si rivedranno nei suoi libri successivi, perlomeno in molti di quelli che ho letto io. Un romanzo veloce e molto semplice – purtroppo nel senso negativo del termine – che non rimarrà tra i miei ricordi a lungo.

Descrizioni semplici – non sto abusando del termine, è quello che calza meglio – unite a soluzioni semplici. La nota ricetta di Koontz (thriller, un pizzico di horror e un po’ di romanticismo, dicono) non mi è mai risultata così indigesta. A tratti siamo vicini al romance, con tanto di adolescenziale attesa dei protagonisti che, per fare sesso, aspettano di dirsi “ti amo”.
E poi spiegoni, spiegoni ovunque. Nei dialoghi, nei sentimenti, nelle situazioni. Quasi che il lettore medio di Koontz possieda un QI sotto la norma.
Mi dispiace essere così negativo, ma questa sembra l’opera prima (ma Koontz scrive dal ’68) di un autore che, in Italia, non verrebbe nemmeno pubblicato.

È incredibile come, solo quattro anni dopo, Koontz abbia scritto un romanzo di gran lunga superiore: Phantoms!. È altrettanto incredibile, tuttavia, come Koontz venga spesso associato a King, le cui prime opere sono tutte eccezionali (anche le vere prime opere, quelle scritte prima di Carrie sotto lo pseudonimo di Bachman).

Non smetterò di leggere Koontz, perché ho già acquistato altri suoi libri (spero migliori). Tuttavia inizio a pensare sia un autore che abbia prodotto troppo. All’americana, per capirci.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
In fondo alla notte (1979)
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)
Nel labirinto delle ombre (2009)

“Stato di paura” di Michael Crichton

Thriller ambientale con una trama difficile da riassumere (infatti non ci provano nemmeno nelle alette del libro), Stato di paura è un romanzo di Michael Crichton del 2004. Gli argomenti trattati e le tematiche potrebbero essere attualissime (e lo sono), poiché l’autore, come sempre, precorre i tempi di parecchio.

Si parla di dispute climatiche su scala globale con il coinvogimento di multinazionali, associazioni ambientaliste, filantropi e ecoterroristi. I ghiacciai si stanno sciogliendo? L’anidride carbonica sta aumentando? C’è un surriscaldamento globale? È l’uomo il responsabile dei – presunti – cambiamenti? Cosa è vero e cosa è falso?

La verità è solo un’opinione quando in ballo ci sono milioni di dollari. Di ogni cosa si può dire tutto e il contrario di tutto. Gli ambientalisti sono finanziati dalle aziende, le aziende hanno enormi interessi economici e i governi dipendono da questi interessi. Gli studi scientifici ricevono fondi per confermare teorie che, se smentite, interromperebbero il flusso dei finanziamenti stessi. Tutto è marcio, tutto è, in qualche modo, corrotto. In un mondo dove domina il denaro, la sola certezza è che nessuno ne sa abbastanza. Il popolo poi, è pilotato da campagne mediatiche prive di basi scientifiche, basate sull’emozione e sul forte impatto visivo.

L’incipit di Stato di paura – con tantissimi luoghi e personaggi – è molto (troppo) simile a quello di Next, ma poi fortunatamente il romanzo torna in carreggiata e non si (dis)perde come il suo immediato successore. È un bene. Sono 680 pagine che ho letto tutte d’un fiato. Crichton fa crescere i dubbi, Stato di paura è un’occasione per riflettere, finalmente. Ogni convinzione è figlia della TV, delle notizie, dei media. Nulla è certo e, scavando, tutto diventa più complicato e sfaccettato.

La trama è inventata, spiega subito Crichton, ma i riferimenti agli articoli e agli studi no. A conclusione del romanzo qualche pagina, molto interessante, illustra il punto di vista dell’autore e elenca una lunghissima bibliografia.
Da leggere, anche solo per realizzare di “sapere di non sapere”.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Stato di paura (2004)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Tutti i racconti Vol. 2 1954-1959” di Richard Matheson

Ho terminato ora questa seconda antologia di Matheson e credo che potrei ripeterti esattamente quanto già detto per Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (ti rimando al post precedente, se desideri saperne di più), quindi non mi dilungherò troppo. Anche il volume relativo al periodo 1954-1959 contiene una varietà di racconti notevole, 500 pagine divise tra fantascienza, horror e qualche western, con alcune esplorazioni nel campo del thriller e del grottesco. Qualità altissima.

Una curiosità: è presente la riscrittura di uno stesso racconto – un western appunto – peraltro abbastanza lungo. È Va’ verso ovest ragazzo, rielaborato con il titolo Il conquistatore. Da lettore appare forse un po’ strano trovare due racconti praticamente uguali di seguito… ma se ami anche scrivere saprai apprezzare questa scelta editoriale.

Il mio racconto preferito: Una grossa sorpresa. La storia di un anziano che suggerisce a un ragazzo di andare a scavare in un campo una buca profonda tre metri. Oltre alla “grossa sorpresa”, c’è chiaramente molto di quello che poi si ritroverà in King, in questa storia.

Ho già anche il terzo e quarto volume della serie, a presto.

Libri che ho letto di Richard Matheson:
Io sono leggenda (1954)
Tre millimetri al giorno (1956)
Io sono Helen Driscoll (1958)
La casa d’inferno (1971)
Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (2013)
Tutti i racconti Vol. 2 1954-1959 (2013)

“Yeti – Leggenda e verità” di Reinhold Messner

Sono sempre stato attratto da tutto ciò che è si trovi al limite dell’incredibile. Non posso farci nulla: UFO, sasquatch, bigfoot, yeti – appunto – e creature degli abissi varie. Misteri irrisolti e simili (vedi Il mistero del passo Dyatlov). Talvolta questa fascinazione nei confronti dell’insondabile offre anche qualche soddisfazione. Ad esempio, nel 2007 è stato catturato, morto, un calamaro colossale (mesonychoteuthis hamiltoni) del peso di 495 kg. Il suo occhio, il più grande del regno animale, misura tra i 30 e 40 centimetri di diametro. Un essere da oltre dieci metri di lunghezza, ritenuto fino a pochi anni fa una creatura mitologica. E invece no, esiste, e il suo corpo è esposto in un museo in Nuova Zelanda.
È con questo spirito che ho iniziato a leggere Yeti – Leggenda e verità, di Reinhold Messner. Un saggio del 1998 che, erroneamente e con un po’ di compiaciuto autolesionismo, consideravo alla stregua di un approfondimento alla Roberto Giacobbo. Senza nulla togliere eh, solo pensavo mi sarei trovato di fronte a qualcosa di molto leggero e affine alle misteriose e veloci luci nel cielo. Sbagliavo.

Messner, che non avevo mai letto e che rileggerò, analizza il mistero dello yeti e lo smonta pezzo per pezzo. Lui, che tra Tibet e Himalaya ha trascorso gran parte della sua vita da esploratore, cerca e trova una soluzione al mito. Lo yeti, o tshemo come lo chiamano gli autoctoni, null’altro è che un orso. Anzi, per essere più precisi, lo tshemo è l’orso, lo yeti è la leggenda che nasce dal passaparola, dalla trasformazione che subiscono i racconti nel passaggio di bocca in bocca, nel passaggio tra ciò che vedono gli allevatori nomadi, con poche competenze scientifiche e molta immaginazione, e ciò che vuole vedere il mondo Occidentale.

Questo saggio è anche molto di più. È un racconto di appostamenti ed esplorazioni, di viaggi in un Tibet flagellato dalla Cina, di incontri e confronti. Questo saggio è una spiegazione precisa e dettagliata di ciò che può creare una divario culturale. Reinhold lo yeti l’ha visto, l’ha fotografato. Lì, con un contadino che gli dice: «È quello, non avvicinarti!»
Solo che, appunto, lo yeti è un orso.
Un orso che si nutre di yak e paura. Che nella notte sembra camminare su due zampe e che pare abbia rapito qualche fanciulla per portarla nella propria caverna…

Lo spazio per il mito, per la leggenda, rimarrà finché sarà presente uno spazio fisico che consenta al mistero di sopravvivere. Quindi, visto come vanno le cose, anche il mito finirà per estinguersi. Messner, in questo, lancia un messaggio che va ben oltre al tema soprannaturale.

“Le Cronache di Narnia” di C.S. Lewis

Ho impiegato esattamente un mese a leggere Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis. Una lettura mal distribuita, peraltro, poiché delle circa 1200 pagine del volume ne ho lette 1000 nella prima settimana (ero in vacanza a Fuerteventura) e le restanti 200 nelle tre settimane seguenti.
La saga di Lewis è considerata, insieme a Il Signore degli Anelli di Tolkien e La saga di Terramare della Le Guin, una delle opere fondamentali del fantasy. È inutile che te lo dica, immagino, ma tant’è.

Il volume comprende tutti e sette i romanzi che compongono l’opera, più il saggio di Lewis Tre modi di scrivere per l’infanzia.

Nello specifico, in ordine di cronologia narrativa, i romanzi sono:
• Il nipote del mago (1955)
• Il leone, la strega e l’armadio (1950)
• Il cavallo e il ragazzo (1954)
• Il principe Caspian (1951)
• Il viaggio del veliero (1952)
• La sedia d’argento (1953)
• L’ultima battaglia (1956)

Da tre romanzi sono stati tratti altrettanti film che, tuttavia, non ho visto. Ne vale la pena? Magari me lo dirai tu. Per il momento non sono disponibili né su Netflix né su Prime, quindi mi attacco.

Al centro di tutto la possibilità per dei giovani ragazzi inglesi di accedere al regno di Narnia (dove gli animali parlano) attraverso la magia. Poiché a Narnia il tempo scorre in modo diverso rispetto all’Inghilterra, i ragazzi si troveranno a vivere avventure di anni (diventando adulti a Narnia e poi re e regine) in quelli che sono pochi minuti sulla Terra. Talvolta i ragazzi tornano a Narnia e sono trascorsi millenni, altre volte pochi giorni. Insomma, ci siamo capiti. Su tutto domina la figura del leone Aslan, una sorta di divinità amichevole e portatrice di bene, deus ex machina di quasi ogni trama. E no, non starò a raccontarti le trame di tutti e sette i libri.

Che dire, tra le tre grandi saghe citate sopra, quella di Narnia si piazza, a mio parere, sul gradino più basso del podio. È indubbia la capacità di Lewis di portarti in un altro mondo, ma credo di essere arrivato “tardi”. È colpa mia, mica di Lewis, eh. Narnia sarebbe di certo risultato molto più gobile parecchio tempo fa, diciamo tra gli undici e i quattordici anni di età. La costruzione della trama è molto semplice per un adulto e, soprattutto, ripetitiva. Il leone Aslan che arriva e sblocca la trama per sette volte di seguito è davvero difficile da digerire. Questo è anche il motivo per il quale ho faticato molto a finire la saga: una volta terminata la mia vacanza “canaria”, ho trovato sempre qualcosa di meglio da fare piuttosto che mettermi a leggere. Non ero curioso.

È un libro che consiglio? Assolutamente sì ma, appunto, ai più giovani. Lo dovrebbero fare leggere a scuola, senza alcun dubbio.

“Il bar subito dopo e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” AA.VV.

Questa è la quindicesima antologia di RiLL che leggo (trovi le altre a fine post) ed è relativa alla XXVII edizione del Trofeo (2021).  Sono un po’ triste perché ho terminato tutte le antologie che avevo acquistato e ora dovrò attendere quella dell’edizione 2022, comunque…
All’interno ci sono dodici racconti: i primi cinque classificati al concorso letterario, i quattro racconti del premio SFIDA (il premio “parallelo” organizzato da RiLL) e i tre racconti scelti tra i concorsi letterari esteri gemellati con il Torneo (per questa edizione: Premio Visiones, AHWA e Nova Short Story).

Al primo e secondo posto (prima volta nella storia del Trofeo) si è classificato lo stesso autore: Nicola Catellani. Un’impresa che è ancor più degna di nota se consideri che nel 2021 il Trofeo ha battuto il record di racconti iscritti: 522. Il bar subito dopo e Urne elettorali sono accomunati da una visione ironica e realistica del mondo, mi sono piaciuti molto. Nel primo, un deceduto si trova in un bar, dove la barista sembra sapere tutto di lui; nel secondo, lo spoglio delle urne prevede anche il conteggio dei voti dei morti. È fantastica la capacità di Catellani di non cadere nel “tranello politico” e di ironizzare su tutto e tutti allo stesso modo.

Il terzo classificato è in assoluto il mio racconto preferito di tutta l’antologia: Tunnel di Elia Gonella. Struggente e riflessivo, parla di un ragazzo/uomo/vecchio che incrocia di sfuggita, nel corso degli anni, le varie versioni di sé stesso nei tunnel della metropolitana. Una storia interamente raccontata, senza nemmeno un dialogo o una battuta. Angosciante e terribilmente vero, è un racconto che vorrei aver scritto io.

Pollice verde di Cristina Amerio è al quarto posto. Gran risultato, considerato che l’autrice è al suo primo racconto in assoluto. Una storia divertente e scorrevole, un pronto soccorso per piante gestito da una donna e da Vasco, un ginepro parlante. Qualcuno ricorda La piccola bottega degli orrori?

Quinto si piazza Luca Notarianni con Malarazza, un ottimo racconto horror (devo dire che dalle parti di RiLL gli horror sono meno frequenti). Non ti racconto la trama, ma sappi che c’è un’immagine di una forza devastante: delle donne accecate – e private di tutti i sensi – alle quali sono stati amputati gli arti per essere utilizzate esclusivamente come… vabbè, mica posso dirti tutto.

Con un po’ di campanilismo non ti parlo dei tre racconti “esteri”, che sono comunque eccellenti, ma qualche nota sui quattro vincitori di SFIDA è, invece, dovuta. Per inciso, la SFIDA 2021 prevedeva l’obbligo di inserire all’interno del racconto la frase «Per favore, non leggermi nel pensiero».
L’impostore, di Saverio Catellani (fratello di Nicola), racconta del rapporto tra un ragazzino e un vecchio, un telepate con qualcosa da nascondere. Il liuto e l’arpa, di Giorgio Smojver, rielabora due ballate medievali danesi. L’amore è una rockstar vecchio stile, di… ok è il mio racconto, ipotizza un mondo dove tutti sanno tutto di tutti. Regola 37D, di Francesca Cappelli, mette in scena un torneo di magia nel quale anche gli haters possono dare libero sfogo alle loro pulsioni.

170 fantastiche pagine “Al di là del reale”.

Libri RiLL che ho letto:
Domani Forse Mai di Francesco Troccoli (2012)
La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2014)
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tutto inizia da O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)
Via d’uscita di Valentino Poppi (2021)
Il bar subito dopo e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2021)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.