“Ninna nanna” di Chuck Palahniuk

Di Palahniuk ho letto quasi tutto, mi mancano giusto gli ultimi libri usciti, ma per quanto riguarda i masterpiece posso tranquillamente dire di non essermi perso nulla. Purtroppo l’inizio della mia passione per questo scrittore risale a ben prima che decidessi di aprire il blog, quindi non ti ho parlato di molti suoi lavori per ovvie questioni cronologiche, ma sotto troverai comunque un elenco sia di ciò di cui ho scritto che di quello che, ahitè, ho letto precedentemente.

Ninna nanna è il quinto romanzo di Chuck e, te lo dico subito, non mi è piaciuto. Ammetto di essermici dedicato in condizioni di scarsa concentrazione (peregrinando tra i rifugi delle Dolomiti) e questa può essere una mia colpa, ma è l’unica. Mi aspettavo molto, anzi, moltissimo da questo libro e il perché è presto spiegato: i primi quattro romanzi di Palahniuk sono in assoluto i miei (suoi) preferiti, e Ninna nanna veniva subito dopo.

La (confusionaria) trama parla di neonati che muoiono nella culla senza un’apparente causa. La causa però c’è e dipende dalla lettura di una particolare filastrocca contenuta in un libro per bambini, che procura morte istantanea. Quattro personaggi si lanciano nell’impresa di distruggere i volumi rimanenti, ognuno di questi disperati ha le proprie motivazioni, i propri problemi e segreti. Inoltre possedere la filastrocca della morte istantanea darebbe un enorme potere a chiunque…

Quello che mi fa salvare questo romanzo è lo stile di scrittura, secco e tagliente, caratteristico del Chuck delle origini, ma è anche l’unica cosa che salvo. Proprio perché il romanzo mi avrebbe accompagnato durante il mio girovagare, cercavo qualcosa che mi invogliasse alla lettura, che mi incuriosisse spingendomi a voltare pagina. Invece la storia è di una noia mortale, soporifera. 50% stile – 0% trama, i conti non tornano. Peccato.

Era da parecchio che non leggevo Palahniuk proprio per le ultime delusioni, ma non demordo. Ho già sullo scaffale Portland souvenir (so già che qui non ci saranno colpi di scena, è praticamente una guida) e la raccolta di racconti Romance. Spero in meglio, ben sapendo che chi vive sperando…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)

“A bocce ferme” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

A bocce ferme è, per ora, l’ultimo libro della serie del BarLume. Io, nel frattempo, mi sono già procurato un altro romanzo di Marco Malvaldi, Argento vivo, anche per scoprire come sia leggere qualcosa di diverso dalle indagini del bar(r)ista Massimo Viviani. Ma veniamo al punto.

In questo episodio a scatenare le indagini di Massimo, della sua fidanzata poliziotta Alice e, ovviamente, della banda della “maglia-di-lana” (i quattro ottuagenari avventori del bar) è un testamento. Un testamento in cui il ricco proprietario di un’azienda farmaceutica si dichiara reo confesso di un assassinio avvenuto nel ’68. Da qui partono tutta una serie di ricordi e di memorie degli anziani che ci riportano nel periodo dei figli dei fiori e, soprattutto, in quello delle lotte studentesche e operaie… mi fermo.

Come sempre la narrazione è divertente e si ride parecchio ma, devo ammettere, rispetto ai libri precedenti sembra che il “giallo” qui prenda più piede. Se di solito, infatti, a motivarmi fortemente nella lettura era il contesto goliardico, in questo episodio sono anche stato parecchio curioso di venire a capo del “caso”. Per una serie ormai dalle caratteristiche consolidate devo dirti che questa differenza l’ho sentita in modo abbastanza deciso, non che sia un male, anzi, ha aggiunto ancora qualcosa a uno schema ben collaudato e funzionante.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“Cento racconti – Autoantologia 1943-1980” di Ray Bradbury

Questa è una di quelle occasioni in cui dovrei solo dire: «Grazie, ciao». Come posso parlarti di un’opera così completa, così mastodontica? La verità è che non lo so. Partiamo quindi proprio dalla sua mole, ragion per cui ultimamente mi hai sentito un po’ meno. 1340 pagine, cento racconti esatti scelti dallo stesso Ray Bradbury per questa autoantologia che comprende un periodo altrettanto enorme, dal 1943 al 1980. Io di Bradbury, mea culpa, avevo letto solo Il popolo dell’autunno e Ritornati dalla polvere e sono quindi giunto del tutto impreparato a questa impresa, senza sapere troppo in merito all’autore. Che botta.

Parto facendo ordine, altrimenti mi perdo, si perderebbe chiunque, credimi. Provo quindi a dividere i racconti in quattro categorie principali, così come li ha divisi il mio cervello, per farti capire cosa puoi trovare in questo libro. Ovviamente, inutile dirlo, è una divisione che va presa con le pinze per le naturali ibridazioni.

Racconti sullo spazio e sui razzi, racconti marziani
Qui convergono tutti i racconti sui viaggi spaziali. La cosa bella è che Bradbury narra spesso non tanto il viaggio di per sé quanto l’immediato arrivo sul pianeta (quasi sempre Marte) o, addirittura, si sposta in avanti con gli anni in un momento in cui il pianeta è già stato colonizzato. Attenzione però, non una colonizzazione alla Asimov, già strutturata in confederazioni, ma una colonizzazione avvenuta da poco, ancora in una fase iniziale del processo di espansione dell’uomo nello spazio. È quindi una fantascienza legata alle turbe umane, il distacco dalla Terra, la paura delle guerre lasciate alle spalle, l’isolamento e la solitudine. È come se Bradbury, per indagare l’animo dell’uomo, si spostasse su un altro pianeta, rimanendo a casa. Bellissimo anche il racconto che chiude la raccolta e parla dell’inizio dei viaggi nello spazio: La fine del principio. Tutti f-a-n-t-a-s-t-i-c-i.

Racconti “fantasiosi”, esseri strani, vampiri, volatori
Questi sono i racconti che ho potuto collegare agli altri due romanzi che ho letto dello scrittore, in particolare a Ritornati dalla polvere. Sono strani, nel senso che Bradbury racconta come se il lettore dovesse sapere già qualcosa. Scrive di vampiri, esseri volatili, famiglie di freaks con poteri particolari. Vedasi, ad esempio, Zio Einar o La ragazza che viaggiava. Sono famiglie “normali”, che si vogliono bene e vivono la vita serenamente, ma che hanno qualcosa di diverso e Bradbury ne parla come se la loro esistenza fosse del tutto logica. Siamo più vicini al fantasy/fiabesco che all’horror, non c’è paura o violenza. Qui rientra anche l’altra grande tematica, quella del Luna Park o del Circo e dei suoi lavoranti, già trattata in Il popolo dell’autunno. Anzi, il racconto La giostra nera è una vera e propria costola del romanzo.

Racconti onirici
Quelli che ho preferito di meno, anzi, se proprio devo essere sincero, non mi sono piaciuti. Forse il 5/10% della raccolta. Li definisco io “onirici” perché sono poco chiari, nebulosi. Partono da una situazione senza descriverla bene, sembrano quasi esperimenti artistico/letterari. Non mi hanno consentito di entrare in sintonia con la storia e con i personaggi. Come Il meraviglioso abito color gelato alla panna o La bottiglia azzurra. Ininfluenti su un numero di racconti così ampio, capiamoci.

Racconti concreti
Sono tutti gli altri, tutti quei racconti che non parlano di Marte, di freaks o simili. Sono i racconti classici, i miei preferiti. Spesso con questi racconti Bradbury arriva alla poesia pura, come ne Il lago, ma affronta anche i problemi relazionali di coppia (Viaggio in Messico), tanto da chiederti se scrivendoli non stesse facendo dell’autoanalisi. Potrei elencartene di stupendi, come Io canto il corpo elettrico! dove il mondo dei robot (nello specifico una nonna elettrica) si scontra con la mortalità umana facendoti porre le elementari domande sull’esistenza. Bellissimo anche Ghiaccio e fuoco che parla di uomini atterrati su un pianeta che altera la vita, creando un invecchiamento precoce (esistenza media attorno ai 10 giorni) e riportando le persone a uno stadio primitivo. Mi fermo qui.

Avrei voluto essere più specifico, per rispetto a qualcosa di grandioso, ma ho letto il tomo in un arco di tempo abbastanza lungo, tre mesi circa, alternandolo alle altre mie letture. Purtroppo ora guardo i titoli di alcuni racconti e non ricordo più esattamente di cosa parlassero. Ma ricordo dinosauri, marionette, alieni e intelligenze superiori, complicate macchine meccaniche, alterazioni temporali e tanto, tanto altro. Quello che mi resta è un incredibile viaggio nella mente di un genio, che conosciamo per Fahrenheit 451 o per Cronache marziane, ma che in realtà ha prodotto molto(issimo) altro. E mi resta la sensazione di libertà mentale, unita all’avventura e ad un pizzico di angoscia, per delle storie che per quanto vadano lontane sono sempre rimaste molto vicine al cuore e alle turbe dell’essere umano.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente un pezzo del mitico discorso di John Milton (Al Pacino) alla fine de L’avvocato del diavolo. Quando diceva: «A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti». Ecco come vedo Bradbury ora, così lontano nello spazio ma così terribilmente vicino nell’animo. Uno degli ultimi umanisti.

“La settima fata” di Angelo Paratico

Di Angelo Paratico ti avevo già parlato dell’interessante saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava, dedicato al noto inventore e artista del Rinascimento. Ora, invece, ti sto per parlare de La settima fata, che non è un saggio, né uno scritto politico (a differenza di quanto la copertina potrebbe far pensare), ma un’opera di narrativa che intreccia lo spionaggio con il poliziesco, senza tralasciare una strizzata d’occhio a dei risvolti amorosi e quindi, inevitabilmente, ai relativi rapporti umani.

Raccontarti la trama di questo romanzo senza svelarne i colpi di scena è praticamente impossibile ma, come puoi facilmente immaginare dall’immagine qui sopra, c’è di mezzo l’Assassination (concedimi questa citazione dal mitico film che ho rivisto l’altra sera, con l’altrettanto mitico Charles Bronson) di Xi Jinping, il presidente della repubblica popolare cinese. Detto questo non ti anticipo altro ma, nel corso della vicenda, avrai modo di imbatterti anche nella mafia italiana, in valigette contenenti armi scambiate Cina e Stati Uniti, in una storia d’amore insidiata da ricatti e dubbi morali e ancora tanto altro.

La settima fata si legge molto velocemente proprio per il continuo mutare degli eventi e l’evolversi rapido della situazione, non ci sono parti “stanche” e le 125 pagine del romanzo volano via in un attimo. Te lo consiglio soprattutto se cerchi una lettura d’evasione, che ti porti via con la sua azione, spesso frenetica, in un paese, la Cina, da noi spesso ancora considerato esotico a causa della poca conoscenza che abbiamo delle usanze e tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra.

Lo so che la copertina (la bandiera cinese, Xi Jinping in primo piano, il mirino stilizzato…) potrebbe ricordarti certi mattoni politici nostrani, cioè quei libri che ti chiedi sempre chi mai li legga ancora, stavo anche io per cadere in questo misunderstanding. Non badarci, non è così. Ho letto il romanzo in un’unica “sessione”, credo che questo possa essere già indicativo riguardo al fatto che non ti troverai di fronte a una narrazione pesante, anzi.

Curiosità, cito dalla quarta di copertina:
“Un libro stampato a Hong Kong nel 2017, in 100 copie e subito ritirate, per evitare complicazioni politiche.”
Sarà vero? Sarà marketing? Temo non lo sapremo mai.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Wild – Una storia selvaggia di avventura e rinascita” di Cheryl Strayed

Avevo ragione. Nel senso che conoscevo Wild per il film di Jean-Marc Vallée (Dallas buyers club), su sceneggiatura di Nick Hornby, con la quasi-sempre-insopportabile Reese Witherspoon e, pur non essendomi piaciuto molto, avevo intuito che dietro ci fosse una grande storia. Mi ero quindi ripromesso di leggere il romanzo di Cheryl Strayed per verificare.
Cazzo, che bel libro.

Wild racconta l’avventura dell’autrice sul Pacific Crest Trail (PCT), affrontato senza alcuna esperienza pregressa di trekking o di qualsiasi altro tipo di escursionismo. Oggi il PCT è molto conosciuto, ma all’epoca in cui lo affrontò la Strayed, nel 1994, non era così noto. Il PCT è un percorso di trekking che si snoda su suolo statunitense “vicino” (150/200 km) alla costa, dal confine del Messico a quello del Canada per 4286 km, con un altitudine variabile da 0 a 4009 metri. Chi riesce a completarlo viene definito un Thru-Hiker. Insieme all’Appalachian Trail e al Continental Divide Trail rappresenta il sogno di ogni appassionato di trekking.
La Strayed, dopo una serie di problemi personali, cominciati con la morte della madre e proseguiti con un periodo di dipendenza dalle droghe e dal sesso fino ad arrivare a un divorzio, si butta sul percorso avendo letto solamente una guida. Perderà unghie, scarpe, speranza (per poi ritrovarla) e molto altro, prima di riuscire a concludere l’impresa.

Vorrei che ti fosse ben chiaro di cosa stiamo parlando, soprattutto trattandosi di una donna sola che attraversa l’America da sud a nord. Nello specifico, infatti, il problema non sono solo gli orsi, i puma, i serpenti a sonagli e gli scorpioni, ma anche il pericolo rappresentato dal predatore più cattivo (o meglio, l’unico cattivo) del regno animale: l’uomo. Le condizioni di insicurezza sono costanti e l’autrice, come si suol dire, ha avuto i controcoglioni per affrontare questa impresa. Da qui poi si estendono altre migliaia di difficoltà, come la depurazione dell’acqua, l’assenza di cibo e di igiene, il peso dello zaino (soprannominato “Mostro” dalla Strayed). Questa è davvero un’impresa titanica.
E poi, certo, c’è tutto ciò che di positivo porta un’esperienza come questa. La condivisione con altri hiker, la visione di animali e paesaggi incredibili, il contatto diretto con la natura nella sua forma più vera e, naturalmente, la soddisfazione di mettersi alla prova e riuscire a fare qualcosa di grandioso.

Come ti ho già detto altre volte, io fatico a leggere romanzi scritti da donne, fatico a immedesimarmi nella visione femminile della vita. Non per sessismo o altre stupidate, ma semplicemente per una psicologia molto diversa, per cui immagino che, semplicemente, valga anche il contrario. Questa volta invece non ho faticato, l’ammirazione ha superato le differenze e la Strayed mi ha conquistato totalmente. Qui si parla di rinascita, di un Christopher McCandless, al femminile, che non incontra la pianta sbagliata e ha la possibilità di risorgere. Non è esattamente Into the wild certo, ma è comunque molto più Wild di quanto tutti noi saremmo disposti e capaci di affrontare. Chapeau.

“La perla” di John Steinbeck

Un giorno dovrò decidermi a scrivere uno di quei post che vanno tanto di moda adesso, quelli con le classifiche che attirano di brutto, tipo: “i dieci romanzi che ritengo imperdibili”. Ecco, tra questi dieci sicuramente ci sarebbe Furore di John Steinbeck, per me uno dei migliori romanzi mai scritti. E tu sai che io non sono uno che punta solo ai “grandi classici”, cioè, per capirci, probabilmente ci infilerei dentro anche IT di Stephen King e Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.
Perché ti dico questo?
Perché una volta individuati i miei (o i tuoi) dieci romanzi, chiunque li abbia scritti, avrà comunque diritto a possibilità/occasioni illimitate. Si accetteranno anche le produzioni meno entusiasmanti pur di ritrovare un riflesso di quello che ci aveva attratto nell’opera che abbiamo posizionato lì, tra i nostri masterpieces.
E, di nuovo, perché ti dico questo?
Perché, purtroppo, La perla, a differenza degli altri libri che ho letto di Steinbeck, non mi ha entusiasmato, anzi, mi ha lasciato praticamente indifferente.

Kino è un pescatore indio molto pover(issim)o che vive, con la compagna Juana e il figlio neonato Coyotito, in una capanna in un villaggio di nullatenenti. La sola cosa che questi disperati possono condividere sono le giornate e le notizie che riguardano il villaggio, perché altro non hanno. Un giorno Kino trova sul fondo del mare una perla enorme, “La perla del mondo”. La notizia gira: Kino presto diventerà ricco. Si creano i primi malumori, le invidie. Un dottore della città vicina cerca di truffare Kino, dei ladri lo aggrediscono durante la notte, la vita, prima molto semplice, diventa molto difficile. Kino è costretto a fuggire, ma il Male, incarnato dalla perla, lo segue. Mi fermo.

Potenzialmente la storia è stupenda e semplice come è caratteristico di Steinbeck, ma questa volta la magia non è scattata. Kino non mi ha preso, non ho vissuto le sue turbe. In poche parole Kino non è Tom Joad. È un romanzo breve, circa un centinaio di pagine, ma di tutto mi è rimasto l’involucro, la storia, purtroppo nessuna emozione.
Non basterà comunque questo a fermarmi, con il tempo leggero tutto ciò che Steinbeck ha scritto.

Libri di John Steinbeck di cui ti ho parlato:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La perla (1947)

“La battaglia navale” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Questa volta il cadavere che “affolla” il litorale di Pineta è quello di una giovane e bella badante ucraina. Tra i principali sospettati l’ex-compagno violento. Nel frattempo alcune ville vengono vandalizzate con dei graffiti. Ci sarà qualche collegamento tra le due cose?
E di più non ti dico, per ovvii motivi.

Malvaldi non delude mai, né lui, né il bar(r)ista Massimo Viviani e nemmeno i “prostatici quattro”, cioè i quattro ottuagenari fruitori del BarLume. Io non sono un grande amante dei gialli, ma la serie del BarLume mi ha proprio preso, non c’è niente da fare. Più che le trame, coinvolgenti e funzionanti, sono le continue gag ad avermi conquistato. Questo La battaglia navale, così come tutti i romanzi precedenti, è uno di quei libri che ti fa ridere da solo mentre lo leggi. Allo stesso tempo ti fa sentire come se, seduto a un tavolino del BarLume, ci fossi un po’ anche tu.

Quello che non mi fa ridere è che questo sia il settimo libro della serie e che quindi mi manchi solo l’ultimo da leggere, A bocce ferme. Quasi quasi lo tengo da parte come faceva Tom Hanks con il pacco della FedEx in Cast Away, in attesa che Malvaldi scriva il prossimo.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Fabro – Melodia dei Monti Pallidi” di Francesco Vidotto

Fabro – Melodia dei Monti Pallidi è il primo romanzo che leggo di Francesco Vidotto, ma non sarà l’ultimo. Questo scrittore, che conoscevo per la vicinanza filosofica con Mauro Corona, la scenografia “dolomitica” e i post ambientalisti su Facebook, mi ha già convinto, non servono altre prove. Leggerò quanto ha scritto finora (al momento sette romanzi) e leggerò quanto scriverà. Non posso infatti far altro che ammirare chi sia in grado di parlare in modo così vero e diretto della vita, di quella semplice in particolare.
Ma andiamo per ordine, un po’ di trama.

Fabro racconta la vita semplice di un uomo, Fabro appunto, che vive per quasi un secolo, dal 1925 ai giorni nostri. Nel corso degli anni incontra la guerra, l’amore, la musica e molte, moltissime difficoltà. Eppure Fabro va avanti, tra le sue montagne, da cui trae ipirazione per le composizioni con l’armonium, e non molla. Ha due figlie, una moglie, tanti amici veri. Di più non posso e non voglio raccontarti, perché è un romanzo relativamente breve, 170 pagine, e dirti altro sarebbe svelare troppo.

Ogni argomento affrontato da Vidotto in questa narrazione ti colpisce come un pugno nello stomaco. La guerra, ad esempio, nella sua atrocità è vista dal punto di vista di chi ha paura, di chi non capisce perché debba rischiare la propria vita e i propri affetti per qualcun altro. Credo si possa parlare tranquillamente di poesia. Non ricordo un autore che, recentemente, sia riuscito a farmi immedesimare così tanto in esperienze che non ho vissuto, una per tutte la vecchiaia. E tutto avviene in uno stile molto semplice, diretto, senza fronzoli. La semplicità della natura e delle montagne, riportata sugli uomini. La capacità di sintetizzare la vita nelle sue caratteristiche e bisogni elementari.

Ti consiglio questo libro senza alcun dubbio. È una lettura che è in grado di insegnarti qualcosa (e già questa è una rarità), ma soprattutto è in grado di farlo attraverso una vita che, probabilmente, non vivrai, e questa è una cosa davvero difficile.

P.S. Sto sempre leggendo i Cento racconti di Ray Bradbury, dammi tempo e arriverò a parlarti anche di quello.

“Nel legno e nella pietra” di Mauro Corona

Lo so che è un po’ che non mi senti, ma un motivo c’è: sto leggendo i Cento racconti di Ray Bradbury, un tomo enorme (e bellissimo) da 1400 pagine. Ho comunque interrotto la lettura, anche per variare, e sono quindi qui a parlarti di Nel legno e nella pietra di Mauro Corona (come sempre, a fine post, trovi l’elenco dei libri di Corona che ho letto).

Con Corona, come sai, ho un rapporto controverso. Ho letto libri molto belli (come L’ombra del bastone e Il canto delle manére) e altri meno, soprattutto tra gli ultimi. Ebbene, questo Nel legno e nella pietra mi è piaciuto. Forse perché tra i primi dello scrittore/alpinista/scultore, l’ho trovato meno compiaciuto e ripetitivo di altri.

I temi sono sempre quelli caratteristici del Corona-pensiero: il lavoro, la montagna, le bevute, l’amicizia, la natura. Il libro è composto da una novantina di racconti/aneddoti di 3 o 4 pagine ciascuno, leggeri ma carichi di significato. C’è una parte centrale occupata da storie di arrampicata e una finale da storie di lavoro in cava, che caratterizzano per metà la raccolta. Il resto è molto vario, racconti di caccia, esperienze di vita e, naturalmente, tracce di Vajont.

Una volta tanto, se non vuoi cominciare da un romanzo, mi sentirei di consigliarti questo libro. Credo si possa dire che  sia scritto dall’uomo-Corona e non dal personaggio-Corona. Se lasci per un attimo da parte ciò che vedi in tv, potresti rimanerne sorpreso.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

La vita, l'universo e tutto quanto.