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“Clandestino” di James Ellroy

Clandestino è il secondo romanzo di James Ellroy, datato 1982. Ed è stracazzutissimamente bello.

Freddy Hunderhill è un poliziotto nella Los Angeles degli anni cinquanta, con la passione per le donne e la meraviglia. La meraviglia si incontra spesso nel suo mestiere ed è qualcosa che non è ben definibile, e non è per forza un elemento positivo, è semplicemente la meraviglia. Forse potrebbe essere la “poesia della vita”, dove la poesia non sia solo un bel tramonto, ma anche una determinata situazione tragica. Freddy è a caccia di un assassino di donne e sembra averlo trovato. Alcuni suoi superiori lo coinvolgono in un’indagine fatta di pestaggi e confessioni forzate, tanto che il principale indiziato, innocente e reo confesso, si suicida. Qualcuno deve pagare per questo errore e a pagare è proprio Freddy, costretto sotto ricatto ad abbandonare il lavoro con disonore. Passano degli anni, Freddy cerca di rifarsi una vita, ha una donna fissa e un cane ereditato da un ex-collega morto sul lavoro. Viene uccisa un’altra donna, con le stesse modalità che Freddy conosce bene. Deve riprendere a indagare, anche senza distintivo, per rimettere ordine nel mondo e nella sua vita, che nel frattempo sta andando in pezzi.

Siamo all’evoluzione di Prega detective, tutto ciò che di buono c’era nel primo romanzo di Ellroy è cresciuto e si moltiplicato. La trama è più complessa, i personaggi più profondi, la linea che divide il bene dal male si è assottigliata. Nessuno è assolto, Ellroy dipinge il mondo così come è, senza finzione, in questo noir che ti lascia in bocca il sapore di alcool e tabacco, che ti fa sentire sporco mentre lo leggi. Come per il precedente romanzo la forza non risiede nella trama ma nella costruzione dei personaggi e delle situazioni.

Vuoi un romanzo che ti porti da un’altra parte? È questo. Ti piace non sapere chi sia l’assassino fino alla fine? Clandestino fa per te.
Freddy Hunderhill non è del tutto una bella persona, ma non lo sei neanche tu. Ellroy lo sa.

Come puoi facilmente immaginare sono già a caccia della trilogia di Lioyd Hopkins. Con Ellroy procederò scrupolosamente in ordine cronologico (fatta eccezione per I miei luoghi oscuri). Ho già commesso l’errore di averlo ignorato fino ad ora, spero in questo modo di rimediare e gustarmi la sua crescita.

“Il sopravvissuto del Titanic” di Archibald Gracie

Ultimamente mi è presa questa passione per i naufragi e i relitti sommersi. Ho quindi passato al vaglio tutti le principali tragedie del mare, non solo quella del Titanic, ma anche quella dell’Andrea Doria (affondata nel 1956, giace a 75 metri) e dell’Achille Lauro (il transatlantico, non il menestrello), che subì un dirottamento nel 1984 e affondò nel 1994 (5000 metri). A tal proposito mi piacerebbe leggere altro, se hai suggerimenti sono ben accetti, tuttavia preferirei letture abbastanza scientifiche (non il romanzo del Poseidon, per capirci).

Ma veniamo al noto Titanic, il cui dramma ha avuto nuova linfa “vitale” dopo l’omonimo film di James Cameron. Il sopravvissuto del Titanic è scritto da Archibald Gracie, un ricco Newyorkese che è riuscito a mettersi in salvo nel naufragio (evitabile) del 1912.
[Attenzione, l’edizione che ho letto è quella edita da Rizzoli nel 1998, ma esiste anche un’edizione più recente (2017) della Gingko Edizioni intitolata La verità sul Titanic, con lo stesso testo e arricchita da una sessantina di foto. Ho voluto risparmiare, la nuova edizione non si trova usata.]

L’autore è stato così provato dall’esperienza da morire verso la fine dello stesso anno, non prima comunque di aver portato a termine il suo resoconto. Un resoconto che è abbastanza breve (135 pagine a grandi caratteri) e di facile lettura, forse anche troppo. Il libro pare infatti un romanzo d’avventure, con quel gusto un po’ retrò della scrittura di una volta, adatto anche alla lettura da parte dei più piccoli. Viene continuamente elogiato l’eroismo di tutti durante la vicenda, la pefetta preparazione dell’equipaggio, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei passeggeri (molti muoiono dicendo cose tipo “ok io muoio salvatevi voi”). Mi è parso un grande epitaffio, più che una cronaca realistica, formulato in segno di rispetto delle vittime. E, soprattutto, vengono lanciate pochissime accuse per quella che è stata una tragedia che poteva benissimo essere evitata, quasi fosse solo colpa dell’iceberg…

Qui forse ci sta bene una specifica sul perché il naufragio del Titanic fosse un dramma annunciato, ti elenco solo i  motivi più evidenti (per tutti gli altri wiki è molto esaustiva):
• velocità eccessiva: nonostante i ripetuti allarmi inviati al transatlantico la velocità non è mai stata rallentata, era maggiore la fretta di arrivare in anticipo che quella di viaggiare in sicurezza;
• assenza dei binocoli: la nave è partita senza gli strumenti utili per gli avvistamenti da parte delle vedette, infatti questi strumenti erano in ritardo e si sarebbe dovuta rinviare la partenza di qualche ora (vedi sopra);
• insufficienza delle scialuppe di salvataggio: in verità a norma di legge nel numero, ma la legge non era attualizzata con la capienza dei transatlantici;
• scialuppe a mezzo carico: l’ordine era “prima le donne e i bambini”. Solo che con “prima” è stato inteso di calare le lance di salvataggio con 35 persone a bordo (solo le donne e i bambini) invece di 70…

Per tornare al romanzo, mi sento quindi di consigliartelo per una lettura leggera, senza grosse attese. Il protagonista rimane un buon narratore, verrà poi salvato insieme ad altri dalla nave Carpathia e subito dopo comincerà a scrivere. È curioso peraltro come sulla Carpathia incontri molti conoscenti, probabile che all’epoca solo una determinata parte della popolazione potesse permettersi questi viaggi e che quindi nell’alta società si conoscessero un po’ tutti. Sì, sì, c’era anche la terza classe, ma quelli sono morti quasi tutti, mica si son messi a scrivere libri.

Io continuo a immaginare come sarebbe andata ai giorni nostri: altro che eroismo e galanteria. Spintoni e urla intervallati solo da qualche fugace selfie con l’acqua alle ginocchia. E magari un capitano che, invece di aiutare i passeggeri, abbandona la nave e… ah no, questa scena l’abbiamo vista davvero.

“La collina dei ricordi” di Richard Adams

La collina dei ricordi (1996) è il seguito del famosissimo romanzo La collina dei conigli (1972) che, ti ricordo, ha venduto 50 milioni di copie nel mondo. A differenza del romanzo, che era  molto corposo, questo seguito è però solo una breve raccolta di racconti (260 pagine).

Il libro è strutturato in tre parti: le prime due sono composte da racconti che riguardano la mitologia di El-Ahrairà, una sorta di Gesù (solo più cazzuto) dei conigli, la terza invece racconta i  mesi immediatamente successivi alle vicende del romanzo, dopo la formazione della nuova colonia da parte del coniglio capo Moscardo e la sconfitta del generale Vulneraria. In tutto sono 19 racconti.

Quella che Richard Adams compie è una sorta di operazione nostalgia, riportando in vita i conigli a cui ti eri affezionato nel primo libro. Ritrovi quindi, oltre a Moscardo, anche Parruccone, Quintilio, Dente di Leone, Kaisentlaia, Ramolaccio e il gabbiano scorbutico Kehaar. Purtroppo però l’effetto amarcord non è sufficiente e la differenza dal primo romanzo si sente, sia in termini quantitativi che qualitativi.
Ti faccio un esempio. Ne La collina dei conigli le leggende di El-Ahrairà erano degli intermezzi perfettamente integrati nella trama principale, con una funzione formativa per i conigli più piccoli/inesperti, e coerenti con il racconto. Qui cercano, invece, di vivere di vita propria, ma in questo modo perdono il loro motivo di esistenza, e spesso ti lasciano indifferente. Paradossalmente, in questo secondo libro, dove la mitologia “coniglia” è maggiormente presente, viene a mancare quel senso epico che era invece la forza caratterizzante del romanzo.

Mi dispiace molto dirlo, perché il romanzo di Adams mi era veramente piaciuto, ma questa raccolta mi sembra essere qualcosa di molto vicino a una mossa commerciale. Non appassiona, non coinvolge e, nella terza parte, quella che dovrebbe essere l’ideale proseguo del romanzo, a tratti annoia. È un peccato, ma forse questo seguito non era necessario, l’Odissea di Moscardo e dei suoi conigli era già perfetta così, e probabilmente irripetibile.

“La carta più alta” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

La carta più alta è il quarto episodio della serie del BarLume scritta da Marco Malvaldi.
Questa volta il bar(r)ista Massimo Viviani, i quattro ottuagenari e il commissario Fusco sono alle prese con un dubbio caso di morte naturale, parrebbe per gli effetti devastanti della chemioterapia, avvenuto subito dopo la vendita di una nuda proprietà… come al solito mi fermo qua, trattandosi di un giallo.
Intanto anche le vicende personali che ruotano attorno a Massimo subiscono qualche scossone. Tiziana, la bella banconista, torna a lavorare nel bar e lui, nel frattempo, si vendica della Gorgonide, la temibile vicina di casa che frigge qualsiasi cosa rendendo l’aria irrespirabile.

La struttura è ormai consolidata, così come le gag, ma questo rimane comunque l’episodio della serie che più mi è piaciuto. Credo sia dovuto a un equilibrio perfetto tra la parte di vero e proprio “giallo” e quella più leggera che si occupa di tutto quello che gira attorno al mondo del BarLume. Siamo sul 50 e 50, un’ottima soluzione per chi cerca non solo l’intrigo ma anche lo svago e il divertimento.
Ci sentiamo a breve con Il telefono senza fili.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
La battaglia navale (2016)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
A bocce ferme (2018)

“Trilogia: Il castello errante di Howl – Il castello in aria – La casa per Ognidove” di Diana Wynne Jones

Sì lo so che è un po’ che non mi senti ma è un periodo davvero denso e ho molto da fare, purtroppo ho dovuto, in parte, trascurare la lettura. Detto questo, la trilogia di Howl è comunque un librone che comprende, nelle sue 650 pagine circa, i tre romanzi di Diana Wynne Jones ambientati nel mondo del famoso mago. Ti snocciolo qualcosina di trama, senza svelare troppo. Ecco, per la precisione, non si può andare molto in profondità per non spoilerare, perché i colpi di scena sono frequenti e parte integrante di tutti e tre i romanzi.

Il castello errante di Howl
Sicuramente il più famoso della trilogia, grazie al riuscitissimo film di Miyazaki, e anche il più complesso dei tre nell’intreccio. Sophie, una giovane ragazza, viene colpita dal maleficio di una strega e intrappolata nel corpo di un’anziana. Si imbatte nel castello errante del mago Howl e del suo “aiutante” Calcifer, un demone del fuoco, e insieme a loro cerca di risolvere il suo problema. Ci sono anche canuomini, spaventapasseri magici, stivali delle sette leghe, più persone fuse in unico corpo… Insomma un po’ di tutto, in realtà molto di più di quanto sia presente nel film, che invece comprende elementi cari a Miyazaki (assenti nel romanzo) come la guerra, le macchine volanti e le figure informi. Per dirne una: il mago Howl nel romanzo non subisce nessuna mutazione in volatile.

Il castello in aria
[Da non confondere con Il castello nel cielo, sempre di Miyazaki.] Racconto arabeggiante, molto arabeggiante. Abdullah, povero mercante di tappeti, si trova per caso in possesso di un tappeto volante che lo porta a conoscere la principessa Fior-della-Notte. Ovviamente questa viene rapita da un djinn, creatura mitologica araba, e Abdullah si butta all’inseguimento aiutato da un soldato di ventura e da un genio della lampada (in questo caso in bottiglia). Qui non posso davvero andare oltre perché sarebbe impossibile riuscire a non svelare i motivi per cui questa storia faccia parte della trilogia di Howl. Sappi che in questo romanzo troverai tutto quello che ti aspetti dovrebbe esserci in un racconto in stile arabo. Qualcuno potrebbe ritenerlo un insieme di stereotipi, in questo senso, ma io l’ho trovato piacevole.

La casa per Ognidove
Il romanzo dei tre che ho apprezzato meno. Charmain, una ragazzina viziata, si trova ad occuparsi della casa di un prozio mago, mentre questo viene ospitato e curato dagli elfi. La casa si rivela essere una sorta di distorsione spazio-temporale, dove ogni porta conduce in uno spazio, e a volte anche in un tempo, diverso. A Charmain si aggiungono un cane “speciale” e un ragazzino pasticcione. Tutti e tre si troveranno a doversi difendere dal Lubbock, una sorta di demone che depone uova nei corpi, e che ambisce a prendere il posto del re, che intanto Charmain sta aiutando nell’inventariare la biblioteca. Anche qui sto già dicendo troppo. E anche qui Howl, Calcifer e Sophie compariranno e saranno parte integrante della storia.

Non avevo mai letto romanzi di Diana Wynne Jones, e devo dire che mi sono piaciuti. Li ho trovati molto rilassanti, poiché abbastanza semplici (ma non per questo meno geniali). Certo, non sono una lettura propriamente per adulti, quindi ti deve piacere il genere. Diciamo che, mentre Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu (per rimanere sul genere) consente una profondità di interpretazione doppia, con metafore e giochi di parole, così non è per i romanzi di questa trilogia, che sono lineari e non nascondono nulla. Sono essenzialmente trama pura, l’ideale per staccare il cervello. Forse non andrò apposta a cercare altro di questa scrittrice, ma se per caso mi dovesse capitare qualcosa sottomano tornerò a leggerla.

“Le regole dell’attrazione” di Bret Easton Ellis

Bret Easton Ellis è un autore talmente prolifico che, dal suo esordio nel 1985 (Meno di Zero a soli 21 anni), ha scritto la bellezza di sette libri (…). Considera che l’ultimo suo lavoro, che non ho ancora letto, è Imperial bedrooms del 2010. In altri termini: sono otto anni che sta lavorando a un nuovo libro…
Le regole dell’attrazione (1987) è il suo secondo romanzo. A differenza del primo, Ellis ci infila dentro un po’ più di trama, che comunque non è il punto focale dell’opera. Te la racconto, così ti metti il cuore in pace, tu e anche i motori di ricerca.

La storia è racontata in prima persona dai tre protagonisti, Sean, Paul e Lauren, che si alternano nella narrazione. In aggiunta c’è anche una quarta figura, una ragazza non identificata, che però conosci solo attraverso le lettere anonime che scrive a Sean, di cui è innamorata. Bene, eccoci.
Contesto studentesco ricco di sesso, soldi e droga.
Lauren ama Victor, che però è in Europa e se ne sbatte. Sean ama Lauren, convinto che sia lei a depositare le lettere d’amore nella sua casella della posta. Paul ama Sean, con cui ha una storia per qualche tempo. Lauren non ama Sean. Sean non ama Paul. Tutti soffrono, tutti scopano con tutti.

Come il precedente, anche questo romanzo racconta una generazione alla deriva, senza alcun valore (ma ne esistono davvero?) e travolta dall’alcool e dalle droghe. L’amore per cui tutti si struggono è totalmente disgiunto dal sesso, il dolore infatti non impedisce i continui accoppiamenti dei tre studenti, ovviamente promiscui, con chiunque. Ellis descrive benissimo la mancanza di genere femminile/maschile. Per capirci: Sean è un beccafighe, si è trombato mezzo campus, ma ciò non gli preclude di avere una storia omosessuale con Paul, senza che questa crei particolari disagi a nessuno. E, sinceramente, era ora.

Ah, Sean, il fico strappamutande incallito, nel film omonimo (2002) tratto dal libro è interpretato da James Van Der Beek.


Scusa, non ho resistito.

Altra cosa che Ellis fa molto bene è mostrarti come ciò che spesso si creda gli altri pensino di noi sia davvero lontano dalla realtà. Sean, Paul e Lauren hanno un’idea precisa di quello che gli altri pensino di loro, che si rivela puntualmente sbagliata, senza che tuttavia se ne accorgano. Sono troppo concentrati su loro stessi per farlo. E così Lauren è convinta che Victor la ami quando nemmeno se la ricorda, Sean è sicuro che Lauren lo veneri quando per lei è solo una scopata e Paul crede che Sean sia innamorato di lui mentre per Sean, tra loro, c’è solo un’amicizia col bonus del sesso.
Ma la frase su cui dovevi porre la tua attenzione è sono troppo concentrati su loro stessi, perchè è questo il succo polposo del romanzo su cui riflettere. È questo che ti lascia qualcosa.

Sono a quattro su sette. Ora voglio American Psycho.

P.S. Nel frattempo ho visto Al di là di tutti i limiti, con Robert Downey Junior e James Spader, tratto dal primo romanzo di Ellis. Mi è piaciuto molto. Certo sente i suoi anni (1987) ma riesce a far vivere qualcosa della dissolutezza presente nel libro. E questo è un gran punto a favore.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)
Imperial Bedrooms (2010)

“Cecità” di José Saramago

Cecità non è un romanzo facile. Forse non è nemmeno un romanzo, dal momento che il titolo originale, tradotto letteralmente, è Saggio sulla cecità. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di José Saramago, per la precisione da quando ho visto lo stupendo Enemy di Villeneuve, tratto dal romanzo L’uomo duplicato. In realtà anche da Cecità è stato tratto un film, Blindness, con Julianne Moore, che però ricordo come noioso (l’ho visto anni fa, lo riguarderò).
Ma sto divagando.

Un po’ di trama.
In una nazione (o nel mondo intero?) non identificata scoppia un’epidemia di cecità, definita mal bianco, poiché chi ne viene colpito comincia a vedere tutto bianco. Nessuna causa fisica apparente giustifica la “malattia”, e te lo spiega un medico oculista che visita un cieco poco prima di diventare cieco a sua volta. In questa catastrofe Saramago ti fa seguire le vicende di un piccolo gruppo di persone, tra cui la moglie dell’oculista, unica persona (a quanto descritto) immune al male. Dapprima il governo mette in quarantena i malati, abbandonandoli a loro stessi in strutture isolate. Qui la bestialità umana prende il sopravvento, si formano delle tirannie, da cui derivano ricatti e minacce per ottenere il cibo. Le donne, ad esempio, devono diventare schiave sessuali di un drappello di uomini che possiedono una pistola. Tutto questo nella sporcizia più estrema, dove feci, sudore, sangue e morte si mescolano senza possibilità di salvezza. Poi anche i soldati a guardia di queste specie di lager (dove aguzzini e vittime sono tuttavia sempre i malati) diventano ciechi. Il mondo cade nel caos totale e il gruppo di non vedenti, capitanato dalla moglie “sana” dell’oculista, esce all’esterno, dove qualsiasi forma di organizzazione sociale è ormai crollata.

Dicevo, Cecità non è un romanzo facile.
Non lo è da nessun punto di vista.

Per prima cosa non è leggero, non è scorrevole, e per terminare le 280 pagine ci ho messo dieci giorni. Non ti aspettare un romanzo apocalittico nel senso comune del termine, Cecità è un viaggio nell’apocalisse dell’anima, più che in quella palpabile e terrena. Io ero pronto ed è stato comunque difficile. È carico di riflessioni, filosofia, meditazioni su quello che è l’uomo, su cosa possa diventare o, forse, su cosa faccia finta di non essere. Saramago permea di un pessimismo invincibile (che io condivido pienamente) la natura umana. Privata della vista, l’umanità recede nella sua più bassa forma, il crollo di qualsiasi valore morale e civile è totale. L’unico gruppo che sembra immune è quello dei “nostri” ciechi ma, attenzione, perché guidati da una persona che ancora ci vede. È attravero la vista che ha un senso la cooperazione, l’aiutarsi l’un l’altro. Chi ne è privo invece, chi non ha nemmeno una guida, può solo cadere nell’individualismo più estremo.

Cecità è incomprensibile finché non lo si legge. Queste mie poche righe non possono rendere la bravura con cui l’autore riesce a far diventare cieco il lettore. Cieco in un mondo di ciechi, non dimenticarlo. Ci sono persone (praticamente tutte) che non ritrovano casa propria, perché sono diventate cieche all’esterno e nessuno può aiutarle. La pulizia, l’igiene, non esistono più. Nessuno vede, quindi è possibile fare tutto ciò che non era socialmente accettato, defecare per strada, violentare una donna, uccidere per poco. Il peccato è negli occhi degli altri, se questi occhi non vedono, il peccato non esiste. L’uomo non ha un’etica propria, una morale intrinseca, di conseguenza se nessuno può giudicarlo sarà in grado di ritornare alla sua vera natura, peggiore di quella animale.

Dal punto di vista strettamente tecnico il romanzo sembra uno scritto sperimentale, tanto è lontano dalla narrativa canonica a cui siamo abituati. Per prima cosa non esistono i nomi, i personaggi sono definiti come “Il primo cieco”, “La moglie dell’oculista”, ecc. Anche i nomi fanno parte di un organizzazione sociale che crolla con il mal bianco, e non hanno quindi più senso di esistere. I dialoghi sono riportati senza alcun segnale grafico se non con la sola maiuscola.
Ma te ne riporto un estratto a caso, se no è davvero difficile capire:

“Finalmente ti sei svegliato, dormiglione, disse lei sorridendo. Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco.”

Nonostante questo però la lettura, per quanto riguarda la semplice comprensione degli eventi e dei discorsi, è estremamente fluida e facile. Non aspettarti qualcosa come il “flusso di coscienza”, non avrai alcuna difficoltà a seguire la trama e ciò che succede. Saramago è bravissimo anche in questo.

Avrai capito: questo è un romanzo che vuole (e ci riesce) insegnare qualcosa. Paradossalmente Saramago ti apre gli occhi. Come ogni lezione non è scorrevole e nemmeno divertente. Devi metterci del tuo e non te ne uscirai con un “che bello, lo voglio rileggere”. No, una volta basta. Ti sentirai in colpa a pensare che forse un po’ ti sei annoiato e avrai difficoltà ad ammetterlo, non solo con gli altri, ma anche con te stesso.
Allora, forse, significherà che qualcosa l’avrai imparato davvero.

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

“Uomini e topi” di John Steinbeck

Uomini e topi (1937) potrebbe tranquillamente essere quello che, in tempi moderni, definiremmo una “costola” di Furore. I temi, gli ambienti e le situazioni sono le stesse del capolavoro di John Steinbeck, ma trattati attraverso una vicenda più piccola e meno complessa, quasi un racconto lungo, più che un romanzo.

George e Lennie sono due braccianti vagabondi, alla costante ricerca di un lavoro e con un sogno piantato in testa: avere abbastanza denaro per possedere un appezzamento proprio dove vivere del “grasso della terra”. C’è un problema però: Lennie è ritardato, oltre che enorme e molto forte. Ogni volta che si fermano da qualche parte Lennie ne combina qualcuna delle sue e, per evitare problemi, i due devono poi scomparire. Per quanto George cerchi di educare Lennie, questi dimentica in fretta tutti gli insegnamenti e il circolo si ripete. Quando, nell’ennesimo ranch, ci si mette di mezzo la moglie/gatta morta del borioso proprietario le cose si complicano tragicamente…

Steinbeck è sempre Steinbeck, ed è in assoluto lo scrittore che preferisco tra i classici della letteratura americana. Anche in Uomini e topi si ritrova la condizione di semi schiavismo dei braccianti, costretti ad accettare qualsiasi soppruso a seguito della grande depressione americana. Le condizioni di (non)sopravvivenza e il cosciente crollo di qualsiasi sogno e speranza di rivalsa di una generazione, che sfoga nel gioco e nell’alcool la sua frustrazione. La netta linea di separazione che divide chi ha, e comanda, e chi non ha, e ubbidisce.

La delicatezza con cui lo scrittore gestisce il rapporto tra i due protagonisti è qualcosa di unico. Non si può non provare pena per il povero Lennie e comprendere allo stesso tempo anche i momenti di insofferenza di George, caricato di una gravosa responsabilità nei confronti dell’amico, destinato a commettere errori irreparabili a causa della propria ingenuità.
In un mondo senza pietà, dove ci si fa le scarpe per poco, non c’è spazio né tolleranza nei confronti di chi è diverso. Lennie è destinato a diventare la vittima sacrificale della guerra tra i poveri, dove chi è ultimo non viene difeso anche quando si potrebbe, per il timore di inimacarsi il padrone. Una guerra che si combatte tra ritardati, appunto, vecchi, storpi, monchi, neri… dove anche i cani al termine della loro vita sono un peso, un peso che viene alleggerito con un colpo di fucile.

Ho letto un’edizione della Bompiani tradotta da Cesare Pavese. Ora corro a cercare il film omonimo del 1992, con (e di) Gary Sinise, insiema a John Malkovich, che non ho mai avuto modo di vedere.

Letti di John Steinbeck:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La luna è tramontata (1942)

“The Outsider” di Stephen King

Il corpo di Frank Peterson, undici anni, viene ritrovato in un parco. È stato ucciso, ma non prima di essere mutilato, morsicato e sodomizzato con il ramo di un albero. Impronte, testimonianze, DNA, tutto conduce verso un unico sospettato: il cittadino modello Terry Maitland, allenatore della squadra giovanile del paese, quello che si definirebbe “una pasta d’uomo”. Solo che Terry ha un alibi di ferro. Il giorno dell’omicidio era fuori città con dei colleghi insegnanti, ed è anche stato registrato da delle telecamere, oltre ad aver lasciato delle inequivocabili impronte…

Non posso proprio andare oltre, altrimenti ti dico troppo. The Outsider è un giallo per le prime 200 pagine, con indagini, interrogatori, ecc., poi diventa un enigma per una cinquantina di pagine, ed infine una caccia all’uomo (e anche qui mi fermo). Si inserisce perfettamente nel genere poliziesco/soprannaturale che Stephen King ha inaugurato con la trilogia di Mr. Mercedes (seguito da Chi perde paga e da Fine turno). A prova di questo ritroviamo, tra i protagonisti, Holly Gibney, coprotagonista proprio della trilogia.

È un librone alla King, nel senso quantitativo del termine. Sono 530 pagine molto fitte, eppure scorre via veloce. Ho letto molte critiche riguardo al finale (non spoilero, vai tranquillo), universalmente riconosciuto come il tallone d’Achille dello scrittore, ma devo dire che in realtà ci ha abituato a molto peggio (vedi The dome). Certo, The Outsider non sarà tra i capolavori del Re, ma è comunque godibile e la rappresentazione del Male è accettabile. D’altra parte non si può pretendere che ogni volta si arrivi ai picchi immagino-filosofici di IT (no, non il pagliaccio né il ragno del cinema/tv, intendo il Male vero del romanzo, l’opera d’arte). Qui invece siamo più dalle parti di X-Files che della tartaruga nell’Universo (questa la capisci solo se hai letto IT), ma per divertirsi può funzionare.

Per chi, come me, ha letto l’opera omnia, ci sono alcuni riferimenti al Ka e, appunto, all’eterna contrapposizione delle forze che regolano l’Universo. Sono tuttavia molto marginali, non rappresentano una difficoltà di lettura per un primo approccio. Più consistenti i rimandi alla storia di Brady Hartsfield della trilogia citata sopra, ma anche qui non sono necessari alla trama, è più un gioco citazionistico per gli appassionati.

Insomma, se vuoi un romanzo di King che ti tenga “incollato” questo The Outsider lo fa. Certo, è molto semplice e ben lontano dalla storica complessità dello scrittore, ma non è detto che tutti siano pronti a comprenderla o ad afforntarla…
Ora attendo l’uscita di Elevation, anche se la lunghezza ridotta (144 pg.) dell’edizione mi fa presagire il peggio (e per “il peggio” intendo La scatola dei bottoni di Gwendy).

Una nota: il 19 novembre è morto Tullio Dobner, storico traduttore di Stephen King. Era ormai parecchio che non lavorava sui libri del Re, ma li ha tradotti per trent’anni ininterrottamente (1983-2012), prendendo in pieno buona parte del periodo in cui io ho cominciato a leggerlo. Il suo stile rimane senza dubbio il migliore, senza offesa per gli altri traduttori.

“Meno di zero” di Bret Easton Ellis

Meno di zero (il titolo è preso da una canzone di Elvis Costello) è il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, datato 1985. Con questa prima opera Ellis si mette il culo in ammollo, nel senso che negli States il libro ha talmente successo che l’allora giovane scrittore potrà poi permettersi di fare ciò che vuole, alla tenera età di 21 anni, ormai divenuto ricco e indipendente (se ti interessa questa parte della sua biografia la descrive nel bellissimo Lunar Park, prima che il romanzo viri verso l’horror).

Ora, io ti riassumerei la trama, ma una vera e propria trama non c’è. Meno di zero è il racconto in prima persona di Clay, giovane ricco e annoiato, che torna a Los Angeles per le vacanze prima dell’inizio del college. Durante questo periodo frequenta i suoi amici, che fanno tutti parte per parentela del mondo dei grandi personaggi dello spettacolo e del cinema americano. In pratica sono tutti “figli di”, chi di regista, chi di produttore o di attore, ecc.
Cresciuti all’insegna dell’apparenza più estrema sono praticamente intercambiabili tra loro. Tutti biondi, con jeans neri e occhiali Wayfarer, palestrati e abbronzati e, ovviamente, fortemente dipendenti dalle droghe e dagli alcolici. Clay racconta le sue migrazioni tra una festa e l’altra, tra una scopata e una sniffata, passando per la visione casuale di un cadavere in un vicolo (che più di tanto non stupisce nessuno).
Non è un romanzo-trama, è un romanzo-esperienza, nel senso che l’intenzione dell’autore è quella di portarti in quei luoghi, in quegli ambienti, e mostrarti come gira. Ci sono figli che apprendono solo dalla tv in quale parte del mondo siano i genitori, genitori che regalano Porsche e Mercedes senza sapere nulla dei figli. Insomma, ci siamo capiti.

Ellis è indubbiamente bravo in quello che fa, descrive senza mai far trasparire un’opinione. Il suo è un documentario su una generazione totalmente perduta che può prendere quello che vuole, senza però sapere cosa vuole e senza mai essere soddisfatta di nulla. Un generazione che ha preso però il peggio da quella precedente, che almeno aveva il successo (e forse qualche ambizione), e che si muove sul sottofondo di MTV e delle riviste patinate. La società dell’apparenza, quella degli anni ’80 in certi ceti sociali americani, che noi non conosciamo (diciamoci la verità).
Anche la nostra oggi è una società dell’apparenza, ma lo è in modo distante, diverso, da quella che descrive l’autore. E poi si sa che noi arriviamo sempre dopo…

[Ah, da questo libro è stato tratto anche un film, Al di là di tutti i limiti (1987), con Robert Downey Jr. e James Spader, che non ho ancora visto. Provvederò, anche perché sono due attori che adoro.]

Che dire, il romanzo mi è piaciuto e Ellis ha sicuramente uno stile inconfondibile, tuttavia la distanza da quel tipo di società, rispetto alla nostra, lo rende difficilmente empatizzabile (concedimi il termine). Ho preferito, appunto, Lunar Park.
Non fraintendiamoci però, continuerò a leggere Ellis e, anzi, nei miei programmi c’è quello di terminare tutta la sua opera (sono 7 libri per ora, quindi non una grande impresa). Infatti ho già acquistato anche Le regole dell’attrazione, quindi sei avvisato.