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“Cecità” di José Saramago

Cecità non è un romanzo facile. Forse non è nemmeno un romanzo, dal momento che il titolo originale, tradotto letteralmente, è Saggio sulla cecità. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di José Saramago, per la precisione da quando ho visto lo stupendo Enemy di Villeneuve, tratto dal romanzo L’uomo duplicato. In realtà anche da Cecità è stato tratto un film, Blindness, con Julianne Moore, che però ricordo come noioso (l’ho visto anni fa, lo riguarderò).
Ma sto divagando.

Un po’ di trama.
In una nazione (o nel mondo intero?) non identificata scoppia un’epidemia di cecità, definita mal bianco, poiché chi ne viene colpito comincia a vedere tutto bianco. Nessuna causa fisica apparente giustifica la “malattia”, e te lo spiega un medico oculista che visita un cieco poco prima di diventare cieco a sua volta. In questa catastrofe Saramago ti fa seguire le vicende di un piccolo gruppo di persone, tra cui la moglie dell’oculista, unica persona (a quanto descritto) immune al male. Dapprima il governo mette in quarantena i malati, abbandonandoli a loro stessi in strutture isolate. Qui la bestialità umana prende il sopravvento, si formano delle tirannie, da cui derivano ricatti e minacce per ottenere il cibo. Le donne, ad esempio, devono diventare schiave sessuali di un drappello di uomini che possiedono una pistola. Tutto questo nella sporcizia più estrema, dove feci, sudore, sangue e morte si mescolano senza possibilità di salvezza. Poi anche i soldati a guardia di queste specie di lager (dove aguzzini e vittime sono tuttavia sempre i malati) diventano ciechi. Il mondo cade nel caos totale e il gruppo di non vedenti, capitanato dalla moglie “sana” dell’oculista, esce all’esterno, dove qualsiasi forma di organizzazione sociale è ormai crollata.

Dicevo, Cecità non è un romanzo facile.
Non lo è da nessun punto di vista.

Per prima cosa non è leggero, non è scorrevole, e per terminare le 280 pagine ci ho messo dieci giorni. Non ti aspettare un romanzo apocalittico nel senso comune del termine, Cecità è un viaggio nell’apocalisse dell’anima, più che in quella palpabile e terrena. Io ero pronto ed è stato comunque difficile. È carico di riflessioni, filosofia, meditazioni su quello che è l’uomo, su cosa possa diventare o, forse, su cosa faccia finta di non essere. Saramago permea di un pessimismo invincibile (che io condivido pienamente) la natura umana. Privata della vista, l’umanità recede nella sua più bassa forma, il crollo di qualsiasi valore morale e civile è totale. L’unico gruppo che sembra immune è quello dei “nostri” ciechi ma, attenzione, perché guidati da una persona che ancora ci vede. È attravero la vista che ha un senso la cooperazione, l’aiutarsi l’un l’altro. Chi ne è privo invece, chi non ha nemmeno una guida, può solo cadere nell’individualismo più estremo.

Cecità è incomprensibile finché non lo si legge. Queste mie poche righe non possono rendere la bravura con cui l’autore riesce a far diventare cieco il lettore. Cieco in un mondo di ciechi, non dimenticarlo. Ci sono persone (praticamente tutte) che non ritrovano casa propria, perché sono diventate cieche all’esterno e nessuno può aiutarle. La pulizia, l’igiene, non esistono più. Nessuno vede, quindi è possibile fare tutto ciò che non era socialmente accettato, defecare per strada, violentare una donna, uccidere per poco. Il peccato è negli occhi degli altri, se questi occhi non vedono, il peccato non esiste. L’uomo non ha un’etica propria, una morale intrinseca, di conseguenza se nessuno può giudicarlo sarà in grado di ritornare alla sua vera natura, peggiore di quella animale.

Dal punto di vista strettamente tecnico il romanzo sembra uno scritto sperimentale, tanto è lontano dalla narrativa canonica a cui siamo abituati. Per prima cosa non esistono i nomi, i personaggi sono definiti come “Il primo cieco”, “La moglie dell’oculista”, ecc. Anche i nomi fanno parte di un organizzazione sociale che crolla con il mal bianco, e non hanno quindi più senso di esistere. I dialoghi sono riportati senza alcun segnale grafico se non con la sola maiuscola.
Ma te ne riporto un estratto a caso, se non è davvero difficile capire:

“Finalmente ti sei svegliato, dormiglione, disse lei sorridendo. Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco.”

Nonostante questo però la lettura, per quanto riguarda la semplice comprensione degli eventi e dei discorsi, è estremamente fluida e facile. Non aspettarti qualcosa come il “flusso di coscienza”, non avrai alcuna difficoltà a seguire la trama e ciò che succede. Saramago è bravissimo anche in questo.

Avrai capito: questo è un romanzo che vuole (e ci riesce) insegnare qualcosa. Paradossalmente Saramago ti apre gli occhi. Come ogni lezione non è scorrevole e nemmeno divertente. Devi metterci del tuo e non te ne uscirai con un “che bello, lo voglio rileggere”. No, una volta basta. Ti sentirai in colpa a pensare che forse un po’ ti sei annoiato e avrai difficoltà ad ammetterlo, non solo con gli altri, ma anche con te stesso.
Allora, forse, significherà che qualcosa l’avrai imparato davvero.

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”