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“Mattatoio n°5 o La crociata dei Bambini” di Kurt Vonnegut

Questo romanzo è un’opera d’arte, chiariamolo subito.
Guerra, fantascienza, satira sociale, umorismo, critica all’uomo. C’è tutto.

Prima di acquistarlo avevo letto qualche recensione, per farmi un’idea. La sintesi di quello che risultava, nella maggioranza dei casi, era: romanzo di fantascienza di cui è difficile seguire la trama poiché il protagonista salta casualmente avanti e indietro nel tempo. Addirittura alcuni ammettevano di aver mollato la lettura per la trama troppo caotica.
Cazzate. Gentaglia da 50 sfumature: se vedessero un film di Nolan morirebbero di aneurisma cerebrale.
Detto questo…

Billy Pilgrim, il protagonista, è un soldato americano che assiste al bombardamento di Dresda come prigioniero dei tedeschi, mentre si trova fortunosamente protetto nei sotterranei di un mattatoio (da qui il titolo Mattatoio n°5, per il numero civico). Tuttavia Pilgrim è anche rapito, a metà degli anni ’60, dagli alieni, per la precisione dai Tralfamadoriani. Da loro impara l’inconsistenza del tempo, ed è per questo che Pilgrim ogni volta che si addormenta si sposta lungo l’arco della sua vita, che si svolge sempre uguale senza la possibilità di effettuare modifiche, così come in fondo avviene per la storia dell’umanità. Il racconto è quindi un continuo salto temporale tra il periodo della guerra e altri momenti, più o meno importanti, della vita di Pilgrim.

In realtà le linee temporali su cui si muove la storia sono tre o quattro, ed è quindi molto facile seguirle. La principale è quella in cui Billy è prigioniero dei tedeschi, che occupa un buon 70% del romanzo. La difficoltà di lettura è perciò davvero minima.

Vonnegut effettua una perfetta critica all’umanità, destinata a ripetere gli stessi errori all’infinito. Anche gli alieni non ne sono immuni, tanto che saranno i responsabili consci della fine dell’Universo, senza poterlo evitare. La guerra, la morte, la distruzione, sembrano essere un errore genetico presente in ogni forma di vita. Così Pilgrim è studiato dall’alto in basso (in uno zoo) da quegli stessi esseri che dapprima appaiono superiori, salvo poi mostrarsi anche loro per forme di vita difettose.

Mattatoio n°5 è un romanzo che fa riflettere. In ogni pagina si scopre una perla, scritta con semplicità ma di una forza dirompente. Stupendo, ad esempio, il passaggio in cui viene descritto un bombardamento al contrario (visto in TV al rovescio): gli aerei raccolgono il fuoco da terra e lo rinchiudono in cilindri di metallo, poi questi cilindri vengono smantellati da delle donne e il pericoloso materiale contenuto in essi viene seppellito nelle profondità della terra (ho semplificato, è lungo due pagine). Ed è, appunto, il contrario di ciò che avviene, il contrario di ciò che compie l’uomo.

Potrei continuare a citarti passaggi umoristici e crudi allo stesso tempo, perché tutto il libro ne è pieno.
Non ti resta che leggerlo, è davvero spettacolare.

“La casa dei sette ponti” di Mauro Corona

Ho trovato questo racconto, travestito da romanzo, al mercatino e, fortunatamente, l’ho pagato solo un paio di euro. Sì perché, lasciando da parte per un momento il discorso qualitativo, acquistarlo al prezzo di copertina (7,50 euro) sarebbe stata una rapina a mano armata con violenza gratuita e omicidio di infante durante il crimine.

Ti spiego perché. Facciamo i conti della serva, è uno sbattimento ma ci vuole, per non essere presi per il culo.
Il volumetto consta di 61 pagine, a cui però vanno tolte le 10 di introduzione e qualche pagina bianca di intermezzo tra i capitoli. Insomma, diciamo 45 pagine totali, perché stiamo larghi. È scritto con caratteri enormi, poche righe per pagina, ecc. Te la faccio breve: una cartella di un libro generalmente contiene circa 1800/2200 battute, questo “prodotto editoriale” ne ha circa 920 per pagina… Ora: 920x45pg=41400 battute. In pratica 20/21 pagine con un’impaginazione normale.
A 7,50 euro.
In proporzione è come se pagassi un libro di 300 pagine 110 euro.

Mi ricorda tanto la presa in giro de La scatola dei bottoni di Gwendy di Stephen King, di cui ti ho parlato qualche tempo fa. Un ottimo affare per tutti, tranne che per il lettore.
E sì, ok, la letteratura è arte e non stiamo vendendo le mele al mercato, ma a tutto c’è un limite…

Venendo alla storia è carina, nulla di particolare. La riscoperta dei veri valori da parte di un industriale, una sorta di favola moderna. Non posso dirti altro se no ti dico tutto.
Se vuoi leggere Mauro Corona dirigiti senza indugi sui due bellissimi romanzi Il canto delle manére e L’ombra del bastone, che così non sbagli.

“Rumo e i prodigi nell’oscurità” di Walter Moers (serie Zamonia)

Con enorme sollievo del mio portafoglio, Salani è uscita a ottobre con la versione tascabile ed economica del terzo libro della serie di Zamonia: Rumo e i prodigi dell’oscurità (in questa edizione il nell’ del titolo è diventato dell’, ma son dettagli). Già, perché Rumo, dai più ritenuto il miglior episodio di questa saga fantasy, era diventato introvabile e i prezzi erano quindi arrivati alle stelle…

Ti racconto un po’ di cosa parla.
Rumo è un croccamauro, cioè un cane parlante, eretto, con delle corna e abilissimo per natura in qualsiasi tipo di combattimento, oltre che fisicamente molto resistente. Non sto a raccontarti i dettagli per non toglierti il piacere della sorpresa, ti dirò che conosciamo Rumo in una prima avventura dove deve liberarsi dalla schiavitù dai giganti ciclopi (forse la parte meno entusiasmante del libro); dopodichè raggiunge Croccamauria, la città dei croccamauri, dove si compie la sua formazione (scolastica e umana, se così si può dire), si innamora e definisce la sua personalità. Qui finisce la prima parte del libro, quella dedicata al mondo di sopra. Infatti la seconda parte è ambientata nel mondo di sotto, una sorta di ade dove Rumo dovrà mettersi alla prova per liberare tutti i croccamauri rapiti dalla città di Croccamauria e ovviamente la sua bella, Rala. Mi fermo.

Come puoi notare la struttura è quella epica classica, l’eroe si forma, scopre l’amore, poi gli viene tolta la patria e la serenità, e lui deve dimostrare di essere, appunto, un vero eroe e risolvere il problema, con tanto di discesa nel sottosuolo e ripresa di tutto ciò che gli appartiene. Rumo è esattamente questo, in chiave comico/fantasy, ed è anche una storia d’amore, non dimenticarlo.
Poi ovvio, ci sono tutte le razze inventate da Walter Moers: i sanguisciutti, gli squalombrichi, gli yeti, i tenebroni, le facce di bronzo, ecc. a creare quel sistema di alleanze e contrasti alla Il signore degli anelli.

A differenza de Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu, Rumo è molto più avventuroso e meno ricercato nei giochi linguistici, l’azione prevale quindi sulla parola, sull’intelletto. Questo è un bene e un male allo stesso tempo, nel senso che a me sono piaciuti entrambi, ma in modo diverso.
Orso Blu forse si colloca a metà tra Rumo e Ensel e Krete (dove invece c’era solo logica e pochissima azione). È ancora la soluzione che prediligo, ma è anche il primo amore…

Una particolarità che ho notato, rispetto ai romanzi precedenti, è la presenza di qualche “parolaccia” o comunque qualche concessione volgare in più, se così si può dire. Mi pare di ricordare: merda, stronzo, pisciata… cose di poco conto, naturalmente. Forse Rumo è puntato verso un pubblico di età leggermente maggiore e cerca di porsi in un linguaggio tipico preadolescenziale, non so.

Nel complesso è ovviamente un libro splendido [definizione di splendido: in grado di trasportarti da un’altra parte], ed è solo il terzo della serie di Zamonia, che per ora conta sette volumi. I primi tre possono comunque essere letti in maniera indipendente l’uno dall’altro, i sucessivi non so.
Quello che so, invece, è che di certo prenderò il prima possibile La città dei libri sognanti, il quarto volume della saga.

“Blaze” di Stephen King (Richard Bachman)

Blaze è un romanzo scritto da Stephen King agli inizi degli anni settanta, ma pubblicato solo nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era uno dei cinque libri di King che non avevo ancora letto, ora la conta scende a quattro (Duma Key, La storia di Lisey, e i due scritti a quattro mani con Peter Straub).

La trama è semplice: Clayton Blaisdell Jr, detto Blaze, è un gigante ritardato che rapisce un neonato rampollo di una famiglia di miliardari. Fino a qui tutto ok. Ma naturalmente è un romanzo di King. Quindi… quindi Blaze ha un complice, George, che gli suggerisce cosa fare e lo aiuta nei momenti di difficoltà, offrendogli le soluzioni a cui lui non potrebbe mai arrivare. Solo che George è morto tre mesi prima. Di chi è quindi l’intelligenza? Che ci sia un lato dormiente nel cervello di Blaze?

La storia è lunga 320 pagine, scritte “grande”, quindi ci si trova di fronte a un lungo racconto di circa 200 pagine reali, ben diverso dai soliti romanzi del Re. Tuttavia, a differenze del deludente La scatola dei bottoni di Gwendy, Blaze mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché questo cattivo non è un cattivo, ma un buono che si è sempre trovato in situazioni sbagliate al momento sbagliato ed è finito vittima degli eventi. Anche il suo ritardo mentale è frutto delle violenze del padre (che lo ha lanciato tre volte di seguito giù dalle scale): prima Blaze era un bambino intelligentissimo. Inoltre l’uomo si affeziona moltissimo a Joe, il bambino rapito, poiché per la prima volta in vita sua non si sente solo. È sicuramente un romanzo molto leggero, ma io se fossi in te non lo trascurerei.

Al termine del romanzo è inserito un racconto di una cinquantina di pagine, Memoria, prequel di Duma Key. Il racconto è talmente bello che credo leggerò al più presto proprio Duma Key (portando così a tre la mia mancolista letteraria sul Re).

[Una nota per chi ancora non lo sapesse.
Richard Bachman è lo pseudonimo con cui King ha scritto alcuni libri tra gli anni ’70 e i ’90: Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga (forse ti ricorderai L’implacabile, il film con Arnold Schwarzenegger), L’occhio del male e I vendicatori. Se volessi provare qualcosa io ti consiglio fortemente La lunga marcia.
Se tutta questa storia dello pseudonimo ti ricordasse un po’ La metà oscura non preoccuparti, è normale.]

“Melmoth l’errante” di Charles Robert Maturin

Romanzo gotico del 1820, Melmoth l’errante è considerato un capolavoro assoluto, tanto da ispirare persino un seguito ad Honoré de Balzac, Melmoth riconciliato (peraltro in coda al volume che ho letto). È sicuramente un’opera complessa, ricca di artifici e composta come una scatola cinese, dove ogni racconto ne racchiude un altro, il tutto a sua volta incluso in un’unica cornice. 800 pagine…

La trama non la riporto per intero, solo un accenno per capire quello di cui ti sto parlando. Come sempre, se desiderassi approfondire, wiki riporta un intreccio dettagliato, comprensivo di tutti i racconti inclusi nel romanzo e narrati dai vari personaggi.
Melmoth è un uomo che ha fatto un patto con il diavolo, il potere e l’immortalità in cambio dell’anima. Le sue vicende tuttavia non sono narrate in modo diretto da Maturin, ma attraverso gli anedotti dei vari personaggi che l’hanno in qualche modo incrociato nel corso della sua lunga vita. Si parte da un pronipote che eredita da uno zio un misterioso quadro e un manoscritto, passando dai racconti di un naufrago a cui a sua volta sono state narrate altre vicende. 3/4 macrostorie, alcune occupanti più di un centinaio di pagine. Al centro questo personaggio oscuro, inquietante, temuto e intravisto, che cerca di “donare” a sua volta i suoi poteri a chi è in condizioni disperate, così da liberarsi dalla maledizione.

Chi sono io per contraddire Balzac, Wilde o Lovecraft, che venerano questo romanzo? Nessuno. Però ho impiegato quasi due mesi a leggerlo. Certo, ho avuto anche parecchi inconvenienti e distrazioni in questo periodo, ma l’ho comunque trovato di una noia mortale. Una noia eterna, per stare in tema. Se la lettura ideale ti stimola a cercare un minuto libero per prendere in mano il libro, questa compie l’esatto opposto. Sono riuscito a trovare centinaia di alternative alla lettura, scuse per non procedere (finamai ho rispolverato “campo minato” online). Curiosità e coinvolgimento ai minimi storici. La prolissità della narrazione è qualcosa di incredibile, tanto che la stessa vicenda avrebbe potuto essere raccontata comodamente in 200 pagine. Un continuo abbondare di metafore e giri di parole, pensieri sottolineati decine di volte, capitoli interi in cui non avviene nulla se non la ripetizione di un concetto.

Sulla “carta” suonava bene. Romanzo gotico, patto con il diavolo, immortalità, il peccato. E invece mi ha ucciso, mi sono sentito come Melmoth, intrappolato in una maledizione: quella di non riuscire a terminare la lettura. Ho preferito il Melmoth riconcialito di Balzac (senza comunque impazzire eh).

Mi sto annoiando anche ora, a scriverne. Che non me ne vogliano i suoi adepti, ma questo Maturin, pronipote di Wilde, mi ha proprio fracassato i maroni. Mai più.

“L’urlo e il furore” di William Faulkner

Vai a leggerti un po’ di recensioni su questo romanzo di Faulkner, o anche i giudizi (le stelline) presenti nei vari siti che vendono libri. Vai e poi torna, torna qui da me.
Eccoti, sei tornato. Bene. Ti faccio un riassunto di ciò che hai trovato. Un 2% non ha gradito la lettura, poiché giudicata incomprensibile (tuttavia è incomprensibile anche il modo di scrivere di questa nicchia, senza accenti e H dove servano) e il restante 98% ha ritenuto il romanzo ineguagliabile, anche se spesso criptico, difficile e pesante, ma comunque un’esperienza immancabile.
Ok, io sono fuori da questa statistica. Già perché io il romanzo l’ho quasi totalmente compreso (tranne dove è proprio volutamente impossibile), e lo reputo comunque una lettura perdibilissima.

Ma facciamoci prima un po’ di trama.
La narrazione è divisa in quattro capitoli e un’appendice esplicativa (che Faulkner voleva prima del romanzo ma che qualche sadico editore ha posto al termine). I capitoli raccontano ognuno una giornata dal punto di vista di uno dei membri di una decadente famiglia del Sud degli Stati Uniti di inizio ‘900, tranne l’ultimo che è un resoconto di un giorno di lavoro della serva nera, Dilsey. Le giornate non sono in ordine cronologico ma sono sparse alla membro di Schnauzer. Ora io non mi sprecherò in dettagli, mi pare anche inutile. Come sempre per la trama completa c’è wiki. Ti dirò però che il primo capitolo (65 pagine) è un flusso di coscienza del tretatreenne ritardato Benjamin, uno dei figli. Cioè 65 pagine senza il concetto di tempo, di logica, di costruzione del pensiero. Una cosa che non è piacevole da leggere, punto. Avrebbe potuto durare 10 pagine ed avere la stessa funzione, ma non sarebbe stata abbastanza masturbatoria per l’ego dello scrittore. Siamo infatti in pieno onanismo letterario.

Dal secondo capitolo in poi la situazione migliora (molto) poco per volta. Ma almeno il terzo e il quarto capitolo son ben comprensibili, anche se assolutamente noiosi. Ecco, “noioso” è il termine che contraddistingue meglio di ogni altro questo libro. Ogni tanto Faulkner ti spara un paio di frasi consequenziali con un senso logico e ti fa capire che, effettivamente, sia un grande scrittore. Ma a me non basta. Io mi sarei sparato nelle palle, per farla breve. Pensavo che Walden di Thoreau fosse un pacco, ma a confronto è un episodio di Topolino.

Se poi dobbiamo dire che un romanzo è fenomenale perché è difficile e perché tratta lo scottante tema dello schiavismo e delle differenze razziali, allora è un altro conto. Resto dell’idea che Furore di Steinbeck lo faccia molto meglio, rimanendo nei classici della letteratura Americana.

Quindi, con buona pace di chi dice che quello che resta sia l’atmosfera (anche quando non si capisce una mazza), non credo che leggerò mai più Faulkner.
Vade retro.

“Le streghe” di Roald Dahl

Non avevo mai letto nulla di Roald Dahl, ed ero curioso di conoscere il creatore dei Gremlins, de La fabbrica di cioccolato, Matilde, ecc. E poi mi piacciono i libri per bambini, quelli di un certo tipo, almeno. Ti ricorderai quanto io stia apprezzando la serie di Zamonia di Moers, ma in realtà in passato ho letto anche altro, come lo splendido La casa delle vacanze di Clive Barker.
Ecco, con Dahl è stato un po’ diverso.

Questo Le streghe è proprio un romanzo per bambini, è difficile che riesca ad apprezzarlo un adulto. Bellissimo eh, nulla da dire. Ma non è quel tipo di lettura a doppia interpretazione, ecco. La trama è semplice e in realtà succede abbastanza poco. Una nonna e il nipote si alleano nel combattere le streghe, esseri calvi e dalle dita artigliose con i piedi senza dita. Non aggiungo altro, se no finisce che ti dico tutto.

Una bella esperienza, ma non credo che leggerò altro di Dahl, è evidente io sia arrivato troppo tardi. Peccato.

“Acqua dal sole” di Bret Easton Ellis

So che ti starai strappando i capezzoli per la sofferenza causato dal fatto che sia un mese che non scrivo nulla, me ne dolgo, credimi. Il problema è che ho preso un cane, un cucciolo di golden, che passa il 90% del suo tempo a farmi i graffiti con la merda sulle pareti di casa. Capirai quindi che sono un po’ indaffarato. Sto leggendo un sacco di manuali cinofili, questo sì, e non è detto che non ti parli di qualcosa a breve termine.

Ma veniamo a questo Acqua dal sole, veniamo a Ellis. Recentemente avevo letto Lunar Park, che mi aveva folgorato, credo tu te lo possa ricordare. Non è stato invece così per questa raccolta di racconti “horror” (che poi horror non sono), a tratti molto mooolto noiosi. Quello che rimane di buono è l’atmosfera decadente di una Los Angeles anni Ottanta di cui lo scrittore ti parla immergendoti in situazioni già in corso, senza troppe spiegazioni. I suoi personaggi sono tutti estremamente svarionati e, nella maggior parte dei casi, benestanti, distanti dalla realtà a cui siamo abituati (o almeno io), circondati da ville, piscine, Porsche, droga e puttane. Poi c’è un vampiro in un racconto e un paio di omicidi cruenti in altri due, questo te lo scrivo giusto per motivare il sopracitato “horror” che ammicca nella frase in copertina (Un libro in cui il comico e l’horror si amalgamano alla perfezione). Fine.

In sintesi c’è molta poca trama e tanta scrittura autocompiaciuta. Bella eh, ma pur sempre fine a se stessa. Tranquillo, questo non mi farà desistere, ho comunque intenzione di leggere American Psycho, Le regole dell’attrazione e Meno di zero, sperando di ritrovare l’Ellis di Lunar Park, ottimo sia nello stile che nella trama.
Vedremo.

“Alfie” di Bill Naughton

Alfie è un romanzo di Bill Naughton del 1966. Forse ricorderai le due trasposizioni cinamotografiche omonime, la prima proprio del 1966, con Michael Caine, e la seconda del 2004, con Jude Law. Io, sinceramente, non le ho viste. Dal trailer mi pare comunque più fedele il film del ’66, se non altro perché non è stato attualizzato.

In realtà avevo già tentato di leggere questo libro anni fa, poi per ben due volte mi ero interrotto. Non so perché, non è un romanzo pesante, anzi, è molto scorrevole. Lo stile è semplice e diretto, la storia è raccontata dal protagonista in prima persona. La trama è semplice: Alfie è un playboy, ha moltissime donne e descrive le sue (dis)avventure. Tutto qui.

Si può tranquillamente affermare che il romanzo è interamente costruito sul personaggio, le vicende sono secondarie e utili allo scopo di fartelo conoscere.
Prima di mettermi a scrivere ho letto molte recensioni e generalmente la sintesi è: «Alfie è un opportunista egocentrico che però non riesce a stare del tutto antipatico». Ecco, io dissento. A me Alfie è stato proprio sul cazzo, senza mezzi termini.
È vero, è un opportunista, è un egoista, è un egocentrico. È vero che qualsiasi cosa per lui sia meno importante dei propri interessi. Ma tutto questo ci sta nella figura del latin lover, non basterebbe a rendermelo insopportabile (al limite lo si potrebbe anche invidiare). Il fatto è che, secondo me, Alfie è un debole, ed è anche stupido, ed è questo che trovo insopportabile. Non sei di fronte a un personaggio tormentato o spietato, sei di fronte a un personaggio che per la maggior parte del tempo ha paura e maschera la sua paura con prese di posizione da macho risoluto.

Un esempio.
Una delle sue amanti, sposata, rimane incinta di Alfie. Decidono per un aborto clandestino a casa di lui pagando un dottore consenziente. Alfie abbandona la donna nel suo appartamento ad abortire per conto proprio, con la scusa che certe cose le donne le debbano fare da sole. Se fosse volutamente crudele, andrebbe bene, se fosse menefreghista, anche. Ma la verità è che Alfie non sa come comportarsi, ha paura, e si crea un alibi per giustificare la sua scelta.
Lo fa in svariate occasioni per tutto il libro, non te le elenco, ma sono molte.
Mi ricorda quei personaggi di paese, ignoranti, che cercano di superare le situazioni che li trovano intellettualmente impreparati con l’aggressività del “è giusto fare così, dai”. L’incapacità di ammettere un proprio limite, una paura, un’impreparazione, per la vergogna di essere giudicati.
Insomma, a me Alfie è sembrato un cretino, ce lo vedrei bene abbonato a Sky a non perdersi nemmeno una partita di foooobal.

Una nota sulla traduzione, di Ugo Carrega. È chiaro che il protagonista non parli la lingua correttamente al 100% e quindi il traduttore abbia voluto riportare questa caratteristica, tuttavia io ho fatto davvero fatica a capire quando gli errori verbali fossero di Alfie, del traduttore o frutto di un italiano vetusto. Si arriva ad estremi come il fantozziano “vadi”. Resterò nel dubbio.

Ora però non fraintendere il mio giudizio sul personaggio con quello sul romanzo: il libro mi è piaciuto, e probabilmente guarderò anche i film. Se non l’hai ancora letto ti consiglio di farlo, magari prova a verificare se esista una nuova traduzione…

“L’esorcista” di William Peter Blatty

Tutti conoscono L’esorcista, film del 1973 diretto da William Friedkin, ritenuto uno degli horror più spaventosi di sempre. Un po’ meno sono a conoscenza del fatto che il film è tratto dal romanzo di William Peter Blatty del 1971. Blatty, inoltre, ha scritto la sceneggiatura per la trasposizione cinematografica, di cui è anche produttore.

La trama è nota, mi sembra anche inutile riportarla, ma facciamo finta tu sia nato ieri. Si racconta come una dolce ragazzina, Regan, figlia di una famosa attrice, venga pian piano posseduta da un demonio. Tra omicidi, profanazioni, vomiti, sputacchi e teste girate a 180° saranno due preti, Damien Karras e Merrin Lankester, a doversela vedere con il Male. I risvolti psicologici sono parte integrante del racconto, padre Karras è infatti un uomo la cui fede sta vacillando… Mi fermo.

La cosa più interessante del romanzo (e poi anche del film) è l’alto livello di blasfemia verbale e visiva (tutti ricordano la scena in cui il demone si masturba con il crocifisso), soprattutto se rapportata al contesto di ormai 45 anni fa. Nel libro si trovano anche descrizioni di riti orgiastici, come le ostie prodotte con sperma e sangue mestruale e gli accopiamenti promiscui con statue dei santi.

È un ottimo horror, non c’è che dire. L’unica cosa che ti suggersico, se vuoi leggerlo, e di far passare un po’ di tempo tra la visione del film e la lettura del romanzo (meglio se il film non l’hai mai visto). Questo perché, come detto sopra, Blatty ha avuto un totale controllo sulla pellicola, di conseguenza il film è aderente al 100% al romanzo, non troverai alcuna sorpresa o differenza. Non stiamo quindi parlando di uno stravolgimento alla Shining, ma di un perfetto esempio di come un artista possa (giustamente) tutelare la sua opera facendola rimanere esattamente nei binari che aveva tracciato per lei.
Chapeau.