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“The Stand / L’ombra dello scorpione” di Stephen King, Roberto Aguirre-Sacasa, Mike Perkins

Quale miglior periodo dell’anno per parlare del Male? Adoro il Natale…
Detto questo, ho letto L’ombra dello scorpione (romanzo) non meno di quindici anni fa, non ricordo esattamente in che periodo della mia vita. Ho visto anche la serie tv (rigorosamente quella anni ’90, non l’attuale), lunga “ben” sei ore (all’epoca – beata innocenza – una durata simile pareva un’infinità). Insomma, sul fumetto partivo preparato.

Due note, però, sull’Opera originale del Maestro. L’ombra dello scorpione è, a mio parere, uno dei suoi romanzi più riusciti, questo è indubbio. Da sempre, tra lettori e fan del Re, si affrontano le due fazioni: quella che ritiene che sia il miglior lavoro di King e quella che, invece, gli preferisce IT. Se dovessi per forza schierarmi (e non si capisce perché, mica è un tempo sul giro, calcolabile matematicamente) credo lo farei con la seconda. IT mi ha sempre mosso qualcosa dentro, forse per tutta la questione riguardante l’adolescenza, della quale L’ombra dello scorpione è privo. Quest’ultimo ha, però, tutte le caratteristiche necessarie (il patriottismo, la “nascita di una nazione”, la ricostruzione, la protezione dei valori tipici) per essere candidato come “Il Grande Romanzo Americano”. Certo, c’è chi storcerà il naso nel vedere il nome di King insieme a quelli di Faulkner o Steinbeck, ma ricordiamoci che King è ancora vivo. Ne riparleremo a puzza sopraggiunta. È così che si fa, dalle nostre parti.

Un po’ di storia editoriale. Inizialmente il fumetto esce per la Marvel in 31 albi tra il 2008 e il 2012. Direttore artistico, ovviamente, Lui. Sceneggiatura di Roberto Aguirre-Sacasa, disegni di Mike Perkins e colori di Laura Martin. Bompiani raccoglie gli albi, una prima volta, in sei volumi tra il 2010 e il 2016. Li raccoglie, nuovamente, in un’edizione in due supertomi da 450 pagine l’uno – quella che ho letto – nel 2021. Packaging inappuntabile, bisogna dirlo: carta pregiata e rilegatura a prova di spaginamento (io, comunque, sono malato e non apro mai il volume a più di 40°). Uscirà, magari tra qualche anno, un Omnibus da 18 kg con le 900 pagine riunite per lettori dai bicipiti d’acciaio? Per ora non si sa.

A differenza dell’adattamento de La torre nera, che si ispirava ai romanzi ma vagava random per strade non prestabilite, L’ombra dello scorpione segue la storia per filo e per segno, tanto da crearti una vera e propria sovrapposizione cerebrale tra le immagini e lo scritto (questo significa che, a breve, non distinguerò quello che ho immaginato leggendo il romanzo da quello che ho visto nei disegni di Perkins). E ciò mi piace molto, lo devo ammettere, perché in generale mal sopporto le libere interpretazioni (tradotto: se vuoi fare qualcosa di tuo fallo, non sfruttare l’opera e l’ingegno di un altro). Lo stile è quello del fumetto americano contemporaneo, che prende tutto dal cinema e lo riproduce su pagina. Primi piani, dettagli, interruzioni, e via dicendo. De gustibus, in realtà non mi è ancora chiaro se questa cosa mi piaccia o meno, ma qui funziona davvero molto bene perché la scrittura di King è notoriamente parecchio “filmica” (l’importante, in un discorso più ampio, è che non diventi il solo e unico modo di fare fumetto).

Poca trama, perché se sei qui è probabile tu sappia già di cosa stiamo parlando.
Un virus – Captain Trips – sfugge a un laboratorio (ehm…) e uccide il 99% della popolazione (e l’1% sopravvissuto viene, per farla breve, messo ulteriormente alla prova da Darwin). Tra i superstiti nasce una sorta di spiritualità, che si mostra durante il sonno. Qualcuno sogna Mamma Abigail, una tenera ultracentenaria che vive in una fattoria, e qualcun altro Randall Flagg (L’uomo Nero, l’eterno nemico). I due schieramenti si organizzano, la guerra è prossima.

Randall Flagg
Randall Flagg

Che poi guerra non è, diciamolo. È l’eterna ruota del Ka, che gira, contrapponendo Bene e Male, ragno e tartaruga. È l’Universo che si morde la lingua all’infinito. Non a caso, la ricostruzione della società è sempre, in un certo modo, l’inizio della fine. L’Uomo che, nel Bene, si unisce ai suoi simili, ma che porta in sé il seme della propria insuperabile imperfezione. Il seme del Male, appunto, l’autodistruzione.

Se non hai letto il romanzo, dovresti leggerlo – è chiaro! – ma questo è uno di quei rari casi in cui la trasposizione (cinematografica o fumettistica che sia) è riuscita davvero bene. Non si può dire, peraltro, che ci siano stati tagli rilevanti, c’è praticamente tutto. Se sei pigro, se non hai voglia di prenderti la briga di immaginare perché hai il cervello moscio, la graphic novel è la soluzione che fa per te.
Se il romanzo l’hai letto, invece, credimi, non rimarrai deluso. Si tratta davvero di un bel ripasso, di quelli buoni, che funzionano e che non portano via (rubano) niente dalla sacca dei ricordi, anzi.

Comparsata di Richard Bachman, alias Stephen King
Comparsata di Richard Bachman, alias Stephen King

 

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

E i fumetti:
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)

“Macerie prime – sei mesi dopo” di Zerocalcare

(Alla quarta graphic novel, come ti avevo promesso, ho inaugurato una pagina dedicata ai fumetti.)

Non ho molto da aggiungere su questa seconda parte di Macerie prime, rispetto a quanto già detto per la prima parte. Devo solo confermare che Zerocalcare mi ha stupito e mi ha fatto ricredere: è davvero bravo.

Mentre il primo volume analizzava i problemi personali dell’autore, cioè quelli legati all’improvviso successo, nel secondo si passa a un piano più vicino alle persone comuni, ossia i problemi che affligono tutti nell’arco della vita. Il lavoro, il precariato, la convivenza, la maternità, il suicidio, ecc. Devo dire che questo consente di apprezzare ancora di più la profondità con cui Michele Rech (vero nome di Zerocalcare) affronta gli argomenti. È tutto molto divertente e ironico ma allo stesso tempo, in un qualche modo, triste. Ed è tutto molto condivisibile.

C’è una certa amarezza, una continua riflessione sulle cose della vita che vanno accettate per quello che sono e di quanto sia importante cercare di fare le scelte giuste, che non sono esattamente quelle che ci spinge a fare il nostro contesto, spesso sbagliato. Aleggia il consiglio a lasciare da parte l’egoismo e l’individualismo in favore di una visione più ampia.

Credo proprio che leggerò altro di Zerocalcare. Accontentati, sono molto stanco.

“L’eternauta” di Héctor German Oesterheld e Francisco Solano López

[Premessa: prometto che se arriverò a parlarti di un terzo fumetto aprirò una sezione dedicata ai fumetti, per ora rimaniamo ospiti nella parte del blog che si occupa di libri.]

L’eternauta è un fumetto Argentino del 1957, scritto da Héctor German Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López. Insieme a Maus di Spiegelman, è uno di quei fumetti “impegnati” che trovi sempre citati ovunque, quando cerchi le migliori opere di tutti i tempi. Ciò è in parte dovuto anche alla triste vicenda del suo creatore che nel 1977 divenne uno dei desaparecidos, insieme a tutta la sua famiglia, durante la dittatura argentina di Jorge Rafael Videla.

La trama è molto semplice, la racconta il protagonista dopo essersi letteralmente materializzato di fronte al suo ascoltatore, un disegnatore di fumetti. È l’eternauta (lo chiamiamo così, poiché il suo nome cambia a seconda della nazione di edizione), colui che ha affrontato un’invasione aliena iniziata mentre stava giocando a carte con gli amici. Neve assassina, raggi sterminatori, creature e uomini-robot comandati a distanza dall’invasore: c’è di tutto.

Una cosa però è da dire. Pur essendo considerato un’opera di fantascienza L’eternauta è fondamentalmente un fumetto di guerra. Gli alieni potrebbero tranquillamente essere invasori venuti da una nazione ostile, nulla cambierebbe. Quello che racconta è la resistenza dell’uomo di fronte al dominio e alla schiavitù, il bisogno di proteggere la propria famiglia e di avere buoni amici a fianco.

L’edizione che ho letto l’ho recuperata a un mercatino, è quella dei Classici di Repubblica. Differisce in alcuni dettagli (sicuramente nel formato di presentazione, più orizzontale nell’originale) dalla versione argentina. Quello che è certo è che ha la consistenza di un libro: sono 460 pagine molto fitte, impegnative dal punto di vista della lettura. Talvolta ho trovato finamai ridondanti certi concetti ripetuti più volte, pochissimi i riquadri senza parti scritte.

Che dire, mi è piaciuto, non può che essere così.
Tuttavia non rientra tra i miei fumetti preferiti, credo sia dovuto anche all’ingenuità (positiva) di una scrittura di ormai 60 anni fa. Sono presenti alcuni “spiegoni” dei personaggi, deduzioni che diventano automaticamente realtà. Per chi è abituato al moderno “show, don’t tell” (mostra, non raccontare) questo potrebbe quindi rappresentare un ostacolo, una semplificazione eccessiva. E, come dicevo, talvolta c’è una ripetitività troppo invadente che rallenta parecchio il corso degli eventi.
Sto facendo le pulci ovviamente, rimane un fumetto da leggere. Non aspettarti, però, viaggi nel tempo o filosofie cosmologiche, non li troverai in questa prima avventura.
(Esistono poi cinque seguiti, disegnati sempre da Lopez, dal 1977 al 2006, di cui solo il primo su sceneggiatura di Oesterheld, ma non li ho ancora letti. Vedremo.)