“Top Gun: Maverick” di Joseph Kosinski

La scena di apertura di Top Gun: Maverick vede una portaerei in piena azione, con caccia che atterrano e decollano e, soprattutto, la voce di Kenny Loggins che canta Danger Zone.
Ho iniziato a sognare, subito, e non ho più smesso.

Top Gun: Maverick riesce dove hanno fallito tutti.
Dove hanno fallito gli Indiana Jones, i Rocky, i Ghostbusters, gli Star Wars (sì, per me anche Star Wars) e i Rambo vari con sequel perdibilissimi. Dove ha fallito anche Villeneuve con Blade Runner 2049 – un film indubbiamente stupendo – ma che non ti riporta indietro. E non vado nemmeno a citare le produzioni netflixiane di seconda categoria con risparmiabilissimi reboot e remake.
Top Gun: Maverick è la definitiva, riuscita, eccezionale, perfetta operazione nostalgia. È esattemente quello che desideri vedere.

Maverick ha scelto di non fare carriera, testa aerei segreti che superano i mach 10 e tira a campare, ricordando l’amico Goose. Viene richiamato ad addestrare la squadra dei migliori Top Gun al mondo per una missione apparentemente senza ritorno. C’è da andare a far saltare un deposito di uranio in territorio nemico. Tra i piloti anche Rooster, il figlio di Goose. Sotto l’ala protettiva di un morente ammiraglio Iceman, Maverick non è cambiato, è rimasto sé stesso. Stessa moto, stessa giacca di pelle, stessi Ray Ban.
E, incredibilmente, funziona.

Ero abbastanza terrorizzato. L’assenza di Tony Scott (che, ricordiamolo, si è lanciato da un ponte) al timone non mi dava molte speranze. Anche se, però… però Oblivion di Kosinski mi era piaciuto molto. Ma ero terrorizzato lo stesso, dai, siamo onesti, è inutile girarci intorno. Tom Cruise che a sessant’anni si mette a guidare i caccia e salva il mondo. L’ennesima Mission Impossible – divertente eh, non c’è dubbio – non poteva essere il nuovo Top Gun. Mi sbagliavo.

Top Gun: Maverick è la celebrazione di un Cinema che non esiste più. Quel Cinema nel quale sai esattamente dove andrà a parare ogni scena, ogni sequenza, ma che comunque ti emoziona. L’ottimismo degli anni Ottanta all’ennesima potenza. Il sogno che diventa realtà, lo schermo che è migliore della vita. La pausa dalla quotidiniatà, l’eroismo, l’amicizia virile. La centralità della trama e dei personaggi che non vengono “invasi” dai deliri del politacally correct a tutti i costi (sì, ok, c’è una donna tra i piloti ma c’è e basta, fa battute su chi abbia le palle o meno e il fatto che ci sia non diventa il centro gravitazionale della storia, cazzo).

Si era parlato del fatto che Cruise potesse avere un ruolo marginale rispetto a un nuovo protagonista. Grazie al cielo non è successo. Non sentivo proprio l’esigenza dell’Adonis Creed di turno. Non questa volta. Cruise è invecchiato, sì, e ogni tanto qualche battutina c’è. Ma, posso dirtelo senza mezzi termini, non è la scenetta trita e ritrita proposta in Arma Letale 4 e nemmeno la merda propinata, più recentemente, in Bad Boys for life. Cruise è cazzutissimo e non ce n’è per nessuno, è lui quello più in canna di tutti. È Maverick.

A tutto questo, aggiungi le scene girate davvero all’interno dei caccia: gli attori hanno recitato trasportati da piloti professionisti. Aggiungi che la dimenticabile canzone di Lady Gaga (mi spiace, ma con i Berlin non c’è confronto) è relegata in una microscena secondaria e finale. Aggiungi che hanno sostituito Kelly McGillis con Jennifer Connelly senza alcuna pietà (e senza falsi buonismi), perché lei, a differenza di Cruise, ha accumulato davvero 35 anni in più. Aggiungi che hanno ricostruito la voce di Val Kilmer, sottoposto a tracheotomia per il tumore che lo ha quasi ucciso (nel film e nella vita). Aggiungi una serie infinita di riproposizioni e omaggi al primo Top Gun (frasi, scene, tensioni tra i personaggi) che incredibilmente non pesano.

Aggiungi tutto questo e – fermo restando che non siamo di fronte al Il Padrino e sappiamo di che tipologia di Cinema stiamo parlando – avrai uno tra i migliori sequel mai realizzati.

“Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953” di Richard Matheson

Ho appena terminato Tutti i racconti Vol.1 di Richard Matheson, che contiene i racconti scritti tra il 1950 e il 1953. Sono 600 pagine, un bel malloppone. La raccolta completa è composta da quattro volumi, tutti editi da Fanucci, per un totale di oltre 2000 pagine. Stamattina, peraltro, sono molto soddisfatto perché sono riuscito a recuperare anche il terzo – quello più raro, a quanto pare – e l’ho trovato nella stessa edizione tascabile degli altri che possiedo (il mio lato autistico ringrazia). Detto questo, avrai già intuito che, uno alla volta, li leggerò tutti. Te li alterno con altre cose, per non diventare monotematico, anche se potrei tranquillamente fare un’endurance e affrontarli in sequenza. Adoro Matheson, insieme a Bradbury (ti avevo parlato della sua autoantologia Cento racconti) è uno dei miei autori preferiti per quanto riguarda la narrativa breve di fantascienza (ma non solo, come vedremo).

Da dove iniziare… è difficile. Sono 34 i racconti contenuti nel Vol.1 e Matheson, come sempre, spazia tra diversi generi. Fantascienza, appunto, ma anche horror, grottesco, weird e fantasy. Forse è questo il suo primo pregio, la capacità di non annoiare mai, non fossilizzarsi su un singolo genere narrativo. Certo, la fascia cronologica (inizio anni ’50) porta con sé dei must irrinunciabili per gli autori dell’epoca, due su tutti Marte e i razzi spaziali (spesso diretti… indovina dove?). Matheson non fa eccezione e una piccola parte delle sue storie somigliano molto a quelle di Bradbury, per queste tematiche. Tuttavia, lui va oltre e già dal primo racconto, Nato d’uomo e di donna (quello che ho preferito meno dell’intera raccolta), lancia un chiaro segnale di ibridazione tra fantascienza e horror. Essendo questa una raccolta senza “esclusioni”, ci sono poi alcuni racconti che hanno un sapore vagamente sperimentale, dove la trama appare secondaria rispetto allo stile.
La varietà che Matheson propone è tale da lasciare spazio anche a un vero e proprio western, Occhi di sceriffo, che non ha proprio nulla di soprannaturale.

Farti un elenco di ciò che mi è piaciuto di più sarebbe forse noioso e inutile, anche se alcune storie, per qualche motivo, le ricordo meglio di altre. Come Eliminazione lenta, ad esempio, dove un uomo vede scomparire piano piano tutte le persone che conosce. O Gravidanza indesiderata, la storia di una donna che rimane incinta mentre il marito è via per lavoro, pur dichiarando di essergli sempre stata fedele. E ancora, L’astronave della morte, che parla dell’atterraggio di tre astronauti su un pianeta e del ritrovamento di una navicella troppo simile a quella su cui viaggiano, con dei cadaveri che sembrano proprio i loro.

Quello che più mi esalta in Matheson e l’utilizzo del bizzarro per studiare l’atteggiamento dell’uomo quando è costretto a confrontarsi con l’inconsueto. Una caratteristica che amo anche in Stephen King che, non a caso, dichiara spesso di essere debitore nei confronti dello stesso Matheson.

Fine della prima puntata, ci risentiremo presto con il Vol.2, quello dedicato ai racconti scritti tra il 1954 e il 1959.

Libri che ho letto di Richard Matheson:
Io sono leggenda (1954)
Tre millimetri al giorno (1956)
Io sono Helen Driscoll (1958)
La casa d’inferno (1971)
Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (2013)

“I difensori della terra – Atto di forza” di Philip K. Dick

Quando penso ad Atto di forza ci sono delle immagini che irrompono nel mio cervello. Non c’è niente da fare, è una libera associazione, arrivano e basta.

Gran film quello di Verhoeven, grandi effetti speciali. Per l’epoca qualcosa di incredibile, ricordo ancora i servizi al telegiornale che parlavano di innovazione. Ispirato a Ricordi in vendita o Ricordiamo per voi, in realtà ha poco da spartire con il racconto. Da bambino adoravo Schwarzenegger, avrò visto Commando e Predator decine di volte.

Mi sono trovato tra le mani questo libro che contiene nove racconti di Philip K. Dick ed era venduto in abbinamento alla VHS (!!!) del film. Da qui una discreta confusione nel titolo, che in copertina richiama il primo racconto della raccolta, I difensori della terra, e in costa riprende il titolo del film – Atto di forza, appunto – che però non è quello del racconto originale. Marketing, per farla breve.

Di Dick avevo già letto Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (cioè Blade Runner) e La svastica sul sole. Un autore geniale, un precursore nelle idee e nelle tematiche affrontate, non c’è che dire. Un autore che, però, non mi prende mai. Non so perché, ma le sue storie non mi coinvolgono emotivamente, sarà per questo che a leggere questa raccolta (240 pagine) ho impiegato due settimane. Mi dispiace e mi rendo conto di stare parlando di un “mostro sacro” della fantascienza, ma non posso farci nulla.

Ci sono autori che inseriscono l’elemento fantastico per studiare la reazione dell’essere umano (vedi Bradbury, per stare tra i classici), e sono i miei preferiti. Con Dick, invece, l’elemento fantastico è già talmente presente nella vita dei suoi personaggi da diventare quasi parte dello sfondo. Il protagonsita dei suoi racconti mi pare più che altro un lavoratore assillato dai propri problemi (indipendentemente dal fatto che l’ambientazione sia nel 2500 piuttosto che ai giorni nostri). Ma ci riproverò, leggero ancora Dick, perché ne vale sempre la pena.

E ora ti lascio con l’immagine che tutti – peromeno i maschi della specie cresciuti negli anni 80/90 – ricordiamo (non censurata non si trova, chiedo perdono). La mitica prostituta mutante a tre tette.

“Le notti senza sonno” di Gian Andrea Cerone

Una decina di giorni fa IBS.it mi ha inviato una trentina di pagine in anteprima di Le notti senza sonno di Gian Andrea Cerone. Il “patto di marketing” era più o meno questo: tu leggi l’incipit e invii un commento a Guanda e in cambio, al prossimo ordine di libri, noi ti aggiungiamo il romanzo in omaggio. Questo è successo perché io sono un buon cliente – tipo adamantio – di IBS che, a mio parere, rappresenta un ottima alternativa allo strapotere di Amazon. Sarei curioso di sapere come funzioni la cosa, cioè cosa se ne facciano del mio commento, ma temo che questo rimarra per sempre avvolto in un giacobbiano mistero.

Il suddetto commento, in realtà, non era stato poi positivissimo. Questo non tanto per colpa di Cerone, quanto perché io sopporto poco i gialli e, in generale, leggo anche pochi autori italiani. Le due cose insieme, quindi…
Sono prevenuto? Sì, lo sono.
Il cadavere, chissà chi è stato, l’intrigo, eccetera. Diciamolo: un giallo non è quel romanzo che ti ricordi, ha il fascino di un cruciverba o di un sudoku. Ti diverte mentre lo fai-leggi, ma poi lo dimentichi. Poco stimolo alla riflessione (infatti in Italia va tantissimo). Idem per le trame nostrane (non solo dei gialli): a forza di fattorie e fratelloni è richiesta la semplificazione più assoluta, idonea per un pubblico spesso lobotomizzato.

Detto questo, ho inserito il mio ordine – per la cronaca, ho comprato la Trilogia del Drive-in di Lansdale – e IBS ha mantenuto la promessa. Mi aspettavo un libretto e, invece, è arrivato un tomo dalle dimensioni bibliche di quasi 600 pagine. Un grande omaggio per me, insomma, e una prova d’esordio bella impegnativa per l’autore.

Dai, stacco con un po’ di trama. Sigla, siparietto.
Ambientazione: Milano. Periodo: appena prima del lockdown 2020, ombra del Covid inclusa. Durata temporale: otto giorni.
In un cassonetto viene ritrovato il cadavere (taaac) di una donna, le hanno amputato una mano e espiantato i bulbi oculari. Contemporaneamente, un noto gioielliere e commerciante in pietre preziose viene assassinato durante una rapina. I due casi sono affidati al commissario Mandelli e all’ispettore Casalegno. Il primo è un marito devoto con molta esperienza sul campo, è il razionale, per capirci. Il secondo è un beccafighe latin lover parecchio impulsivo, l’eroe. Attorno a loro, una squadra di colleghi composta anche da esperti informatici e anatomopatologi. Mi fermerei qui, trattandosi di un giallo, considera però che l’intreccio, proseguendo nella lettura, diviene parecchio articolato.

Sulle prime sono rimasto un po’ infastidito dalla presenza del Covid, perché è quella caratterizzazione temporale che ultimamente hanno tutti molta fretta di inserire in qualsiasi opera (l’ha fatto perfino King in L’ultima missione di Gwendy). Devo dire, però, che Cerone non esagera in questo e lascia la pandemia sullo sfondo, come utile conto alla rovescia prima dell’imminente lockdown. Il Covid ha quindi una funzione specifica, cioè quella di velocizzare le indagini. Una scelta furba e intelligente per imprimere un maggior ritmo alla storia.

E tu adesso mi chiederai: «Quindi, ti è piaciuto o no Le notti senza sonno
L’ho letto in una settimana scarsa, se non mi fosse piaciuto ci avrei messo molto di più. È un romanzo scorrevole, nonostante la mole, con capitoli brevi. Si presta bene a riempire i “cinque minuti liberi” in accappatoio appena uscito dalla doccia o mentre aspetti che cuocia la pasta. Si fa leggere.
Ho apprezzato lo stile di Cerone, la ricerca dei cliché del genere giallo/poliziesco più vicini alla produzione cinematografica/televisiva che al reale vero e proprio. L’ho trovato molto italiano nel suo volermi convincere della presenza di un serial killer (al primo omicidio sono già tutti sicuri che non sarà l’ultimo) ancora prima che le prove e i fatti lo confermino. Credo che la cosa sia intenzionale, che l’autore ami giocare. Come quando decide di cambiare il punto di vista del narratore, generalmente onniscente, e per un po’ smette di mostrarti chi siano i personaggi all’inizio di un capitolo oppure quando non ti consente di vedere i messaggi ricevuti su un telefono. È come se ti dicesse: «Ehi, io sono qui e so esattamente come dovrebbe funzionare, ma a volte me ne frego». Mi piace il senso di sfida che trasmette questo tipo di scelta.

Se ami i gialli Le notti senza sonno ti piacerà di certo. Io intanto ho tanta roba nuova sulla mia mensola. Oltre a Lansdale, c’è Pasolini, Orwell, Dick e tanto Hemingway. Ho recuperato anche la saga di Narnia

“Timeline – Ai confini del tempo” di Michael Crichton

Se mi segui sai che quando ci metto molto a leggere un libro non è un buon segno. A leggere Timeline – Ai confini del tempo ho impiegato diciassette giorni. È un periodo intenso per me, non ci piove, tuttavia questo romanzo di Crichton non si è fatto amare particolarmente, è un fatto.
Dal romanzo è stato tratto anche un film (omonimo, 2003) che non ho mai visto, con Paul Walker e Gerard Butler, di Richard Donner. Proverò a recuperarlo.

Trama.
Una squadra di storici viene inviata, dal presente, nel XIV secolo per recuperare un professore rimasto bloccato in Dordogna (Francia). Il tutto è organizzato da un’azienda all’avanguardia nello studio dei flussi temporali e dei multiversi (ho semplificato). Seguono avventure, duelli, inseguimenti. Spade, Medioevo e armature, insomma.

Ecco, appunto, duelli e inseguimenti. Troppi, decisamente troppi. È tutto uno scappare e battagliare, per 460 pagine. Non posso dire che il romanzo sia scritto male (ci mancherebbe, è sempre Crichton) o che non sia “divertente”, tuttavia manca proprio di mordente, non sei mai curioso di scoprire come proseguirà la storia. È un malloppo troppo lungo, con così poco intreccio, duecento pagine in meno avrebbero giovato. Forse il formato più corretto, per la storia narrata, è proprio quello del film, ti saprò dire.

P.S. Non leggo molti romanzi storici poiché non mi ritrovo molto nel genere, non mi appassiona. Questo, forse, ha contribuito a rendere Timeline meno digeribile.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Siro” di Francesco Vidotto

Siro è il terzo romanzo che leggo di Francesco Vidotto, dopo Oceano e Fabro. Sto cercando di capire da dove cominciare a parlartene, perché anche Siro mi è piaciuto molto.

La parola che mi viene in mente, di primo acchito, è semplice. Ma cosa significa semplice? Se io ti dicessi che ho letto un romanzo semplice, be’, forse non suonerebbe benissimo. Effettivamente, potresti fraintendere. Eppure Siro, fin dal titolo (il nome del protagonista, diminutivo di Zeffiro), un romanzo semplice lo è.

Lo è nella copertina: un pino, qualche ramo spoglio e una montagna. Eppure io quella copertina continuerei a guardarla, come se da un momento all’altro potessi sentire l’odore umido del bosco e il fresco di una giornata senza sole. Cose semplici, ma vere.
Lo è nella trama: la storia della vita di un pastore che affronta difficoltà quali un grande amore mancato, la morte dei propri cari, i sogni che svaniscono. Non una passeggiata, certo, ma chi non si è mai trovato ad affrontarle? Sono situazioni, se non proprio semplici, comuni.
Lo è nel linguaggio: poiché tutto è raccontato tramite il diario di Siro stesso che, sebbene legga parecchio, non è certo uno scrittore di professione. Anzi, il fatto che sappia scrivere lo rende una specie di mosca bianca, nel suo contesto.

È tutto molto semplice in Siro, sì, ma di una semplicità devastante. Quella di una vita che si riassume in 170 pagine, come una goccia nell’oceano. Tra miliardi di anni, tra miliardi di persone, c’è Siro che, con la sua semplicità, ti fa capire quanto sia tutto precario, quanto siano poche le cose che contino davvero. I suoi silenzi, le sue sofferenze, ti ridimensionano. Le poche pagine che valga la pena riportare, di un’intera vita, ti costringono ad analizzare il tuo tempo e le tue azioni. E quello che ti resta, alla fine, è un emozione tutt’altro che semplice.

Romanzi che ho letto (per ora) di Francesco Vidotto:
Siro (2011)
Oceano (2014)
Fabro (2016)

“Ero un bullo – La vera storia di Daniel Zaccaro” di Andrea Franzoso

Ero un bullo, di Andrea Franzoso, racconta la storia di Daniel Zaccaro, giovane delinquente di Quarto Oggiaro dalla vita difficile che, dopo diversi “scavalli” (furti di motorini, piccoli borseggi) e rapine in banca, viene arrestato e si redime, riprendendo a studiare e laureandosi. Alla base di tutto, un padre assente e le amicizie sbagliate.

Un romanzo di formazione dedicato ai più giovani, specie quelli che rientrano nella “tipologia Zaccaro” e che, verosimilmente, non lo leggeranno. Franzoso scrive in modo molto scorrevole, ho terminato il romanzo in una sera. La vicenda dovrebbe essere nota per chi segue la cronaca, io non conoscevo Zaccaro perché non sono molto “sul pezzo” (il protagonista è comunque facilmente identificabile nella tipica fauna della periferia degradata).

Non mi dilungherò troppo, mentre te ne parlo mi rendo conto di non essere la persona più idonea a farlo (e non solo perché sono fuori target d’età). L’idea che un cosiddetto bullo possa redimersi è estranea al mio modo di pensare e alla mia esperienza, tanto che anche il protagonista mi ispira, in realtà, poca fiducia e simpatia. Il suo cambiamento mi sembra frutto dell’ennesima ricerca di approvazione. Daniel mi ricorda, più che altro, una canna al vento che si volge al Bene o al Male a seconda del contesto che lo circonda, senza una volontà propria.

Ho avuto la “fortuna” di non trovarmi mai nella posizione di essere un bullo e nemmeno un bullizzato (“fortuna” è tra virgolette perché se il primo ha una scelta, il secondo no). Fatico a voler per forza cercare una giustificazione nella delinquenza, da quella scolastica al vero e proprio “reato”. Te lo dirò in modo franco: chi ruba la mela per riempire lo stomaco può avere un motivo e una scusante, chi ruba e malmena per “fare serata” di scuse non ne ha. Mai.

“L’ultima missione di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

L’ultima missione di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar, è il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Gwendy, dopo La scatola dei bottoni di Gwendy, sempre scritto a quattro mani, e La piuma magica di Gwendy, del solo Chizmar. Si chiude, quindi, l’avventura della ormai sessantaquattrenne – e senatrice – Peterson.

2026, Gwendy è passeggera in una missione spaziale. Ha con sé la scatola dei bottoni e la sua, di missione, è esattamente quella di liberarsene. Nessuno spoiler, tranquillo, è tutto messo in chiaro da subito. Il nemico contro il quale combatte Gwendy, però, è un Alzheimer precoce, forse causato dalla scatola stessa. Un nemico che può pregiudicare la missione, dal momento che Gwendy fatica a ricordare anche come si faccia il nodo alle scarpe. Mi fermo.

12, 36, 64. No, non sto dando i numeri, queste sono le età di Gwendy nei tre romanzi della serie. Nel primo – il più brillante per l’idea, ma terribilmente breve – era una ragazzina impaurita; nel secondo, una donna che aveva già raggiunto parecchi obiettivi; nel terzo, un’anziana vedova con il desiderio di dare un senso alla sua strana vita. Questo era per fare il punto.

L’ultima missione di Gwendy è senza dubbio l’episodio più corposo (330 pagine vere) della trilogia, con il maggiore approfondimento psicologico della protagonista. È anche il romanzo più kinghiano dei tre, con Gwendy che combatte costantemente con il proprio handicap (come tanti dei personaggi del Re, costretti a vedersela con il Male che li attacca sia da fuori che da dentro). Il finale è all’altezza della storia, te lo dico perché sappiamo che il rischio è quello dello scivolone. Nessun alieno che gioca con gli umani questa volta (vedi The Dome), non temere.

King ti riporta lì, dove tutto è iniziato. Ho amato i richiami alla Torre. La nostalgia dei Vettori. Gli uomini bassi (can-toi) in soprabito giallo. C’è un pagliaccio a Derry. C’è il Male.

Non ho mai ritenuto King uno scrittore verboso o prolisso, ma so che per alcuni il suo modo di narrare risulta troppo lento. Inutile dire che io lo adoro. Credo, però, che il contributo di Chizmar si veda soprattutto in questo: lo stile è molto più veloce e scorrevole. Leggero, si potrebbe dire. Se non hai mai letto nulla di King, la trilogia di Gwendy potrebbe essere un buon primo gradino. Io, invece, attendo con ansia che esca in Italia Chasing the Boogeyman, dello stesso Chizmar (lo anticipano nell’aletta della copertina, non me lo sto inventando).

E finisce così, tra le stelle, perché ora non riesco a pensare ad altro. La forza della Torre mi ha ripreso, chissà che non decida di ricompiere il viaggio con Roland verso il fine-mondo. Ora o più avanti, qui o altrove.
Ci sono altri mondi oltre a questo.
Hile.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)
L’ultima missione di Gwendy (2022, con Richard Chizmar)

I fumetti (sempre solo quelli dii cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)

“La piuma magica di Gwendy” di Richard Chizmar

Gwendy Peterson è tornata o, meglio, non se ne è mai andata. A voler essere pignoli, ad essersene andata era stata la “scatola dei bottoni”, comparsa in La scatola dei bottoni di Gwendy, ed è la scatola ad essere tornata… Gwendy se la ritrova tra le mani a trentasette anni, all’improvviso, così come era accaduto la prima volta. La scatola, come sempre, elargisce dollari Morgan datati 1891, cioccolatini “ricostituenti” e può, ovviamente, causare una catastrofe (ovunque nel mondo) semplicemente schiacciando uno dei suoi pulsanti colorati. Gwendy ora è una donna di successo, attiva in politica e autrice di bestsellers, con molto più controllo sulla propria vita di quanto ne avesse da ragazzina. Tuttavia la scatola non agisce solo in modo evidente e Gwendy lo sa bene. La scatola è una responsabilità. In questa “seconda puntata” Gwendy torna a Castle Rock, dove delle ragazze stanno sparendo misteriosamente, forse per mano di un serial killer. Mi fermo.

La piuma magica di Gwendy è un romanzo davvero molto scorrevole, l’ho letto in due giorni. Temevo che l’assenza di Stephen King si sarebbe fatta sentire, invece Richard Chizmar (del quale non avevo mai letto nulla, se non in accoppiata con il Re) mi ha stupito in modo positivo. È un peccato non poter leggere altro di suo, so che ha scritto anche delle raccolte di racconti, ma mi pare che in Italia non siano state tradotte.

In realtà, in questo romanzo ad essere centrale è Gwendy, più che la storia. La conosci meglio, capisci come ragiona e come è cresciuta. Per più della metà del libro segui le sue giornate e i suoi riti, prima che succeda davvero qualcosa. È difficile tenere viva l’attenzione puntando tutto su un personaggio e lasciando da parte la trama, ma Chizmar ci riesce lo stesso (spero che traducano i suoi racconti al più presto). Immagino che La piuma magica di Gwendy funga proprio da ponte per arrivare a L’ultima missione di Gwendy con un maggiore senso di empatia nei confronti di Gwendy stessa. Se l’obiettivo era questo, Chizmar l’ha centrato. Gwendy mi piace ora, più di prima.

A proposito, ti anticipo che L’ultima missione di Gwendy sarà il prossimo romanzo del quale mi sentirai parlare. Di solito non leggo in sequenza libri collegati tra loro, ma la mia memoria è debole e ho notato che non ricordavo molto del primo episodio della trilogia, quindi non voglio far passare altro tempo prima di concluderla.

“Il giro di vite” di Henry James

Non leggo spesso romanzi gotici e non mi considero, quindi, un esperto del genere. Qui sul blog, infatti, ti ho parlato di pochi titoli. Senza andare cercare in archivio, mi vengono in mente Melmoth l’errante (1820) di Maturin e The woman in black (1983) di Susan Hill. Ovviamente, poi, c’è L’incubo di Hill House (1959) di Shirley Jackson che, peraltro, presenta molti punti di contatto con Il giro di vite (1898) di Henry James. Anzi, partiamo da questi, così almeno ci svaghiamo un po’ perché, come leggerai più avanti, di svago a questo giro ce n’è poco…

Sia il romanzo della Jackson che quello di James parlano di infestazioni, vere o presunte. Entrambi si collocano in quella linea sottile che divide il soprannaturale dalla malattia mentale (sì, lo so, questo è un piccolo spoiler ma non è grave). Inoltre, recentemente, i due libri hanno avuto delle trasposizioni – più “ispirate a”, che altro – per Netflix ad opera di Mike Flanagan, un regista che mi piace molto (se vuoi guardare una sua serie, però, scegli Black Mass). Mentre ho visto The haunting of Hill House prima di leggere il romanzo, con The haunting of Bly Manor è accaduto il contrario. Diciamo che, in qualche modo, a Il giro di vite ci arrivavo preparato. È incredibile: mi è piaciuta più la serie del romanzo (chi mi conosce sa che di serie ne guardo veramente poche e, in linea generale, odio questo tipo di format televisivo-fidelizzante-lobotomizzatore).

La trama è abbastanza conosciuta. Una istitutrice viene inviata a Bly Manor per prendersi cura di due bambini, Miles e Flora. La donna è affiancata da una governante, Mrs. Grose, che la sostiene e la aiuta in tutte le sue scelte. Miles è stato recentemente espulso da scuola, per motivi che non è dato sapersi. In realtà, entrambi i bambini si comportano, agli occhi dell’istitutrice, in modo strano/ambiguo. La donna si convince, così, che Miles e Flora siano segretamente in contatto con i fantasmi di due persone morte che avevano precedentemente servito a Bly (e che lei vede spesso apparire all’interno della proprietà). Mi fermo, per non svelare il finale, ma la trama è tutta qui.

Un pacco, un pacco mostruoso. Un libro che non ho mai avuto voglia di prendere in mano per vedere come proseguisse la storia. Ostico anche nello stile, che risente pesantemente del tempo passato. James è verboso, ridondante e, soprattutto, noioso (casomai non si fosse capito). So di stare sparando su un mostro sacro e intoccabile, ma questo è quello che penso. Il giro di vite è osannato da molti (uno su tutti, Stephen King) come uno dei migliori romanzi gotici mai scritti, ma io l’ho odiato fin dalle prime pagine. Semplicemente, non accade nulla. Mai. La protagonista, inoltre, è vittima di una costante insicurezza che la rende insopportabile. Una sorta di desperate housewife decontestualizzata.

Per completezza, devo dirti che la lettura di questo romanzo è doppia. La prima, la più semplice, è quella che lo ritiene una classica ghost story. La seconda, più ricercata (ma nemmeno troppo), è quella che mette in dubbio la sanità mentale dell’istitutrice e legge l’intera vicenda come se fosse la descrizione della sua pazzia (la storia è narrata da lei sotto forma di diario, quindi si conosce solo il suo punto di vista).  Non saprei quale delle due scegliere, ma spero nella seconda opzione, renderebbe il tutto meno banale.

180 pagine lette in una settimana. Per i primi due giorni mi sono imposto una lettura forzata di 50 pagine al giorno, poi la media è drasticamente calata… Peccato, mi aspettavo davvero tanto, dopo tutte le premesse.

La vita, l'universo e tutto quanto.

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