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“Papillon” di Henri Charrière

La storia di Papillon è nota soprattutto per il film omonimo del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman. Il romanzo è l’autobiografia dello stesso Henri “Papi” Charrière, arrestato nel 1931 in Francia per un omicidio (che lui dichiara di non aver commesso) e condannato ai lavori forzati a vita nella Guyana francese. Durante la sua detenzione, di tredici anni, tenta di evadere per nove volte, diventando il simbolo vivente della ricerca della libertà ad ogni costo.

Prima di dirti cosa penso di questo libro faccio una scelta di fede, cioè prendo per vero tutto quanto sia stato scritto da Charrière. Sono molti quelli che accusano “Papi” di aver mentito su vari aspetti della sua storia, da chi parla di un racconto molto romanzato, a chi lo accusa di aver messo insieme storie di terzi in un unico romanzo. Ecco, io per scelta me ne sbatto.

Non avevo il minimo sospetto che Papillon fosse uno stracazzissimo libro cazzuto come quello che ho scoperto essere. Io ho vissuto con Charrière per 650 pagine, ci sono stato in ogni sua fuga, in ogni avventura. Posso dirti che il film, pur essendo sicuramente molto bello, rappresenta un 30% della storia ed è estremamente semplificato, addirittura si conclude 150 pagine prima della fine del libro. Se non l’hai ancora letto, fallo! FALLO!

Per prima cosa lo stile. Terminata la lettura ti senti come se avessi ascoltato un racconto orale. Tutta la storia è narrata da Papillon (il suo soprannome deriva da una farfalla tatuata sul petto) al tempo presente e in prima persona. Una scelta che accorcia la distanza con il lettore, anzi, l’annulla. Sei in ogni pensiero del protagonista, mangi insieme a lui i millepiedi e gli scarafaggi quando sei rinchiuso in isolamento e rischi di morire di fame.

Papillon è rispettato da tutti, dai criminali ma anche dalle guardie, e da tutte le persone che incontra nelle sue traversie. E questo perché è un persona integra, con dei principi e dei valori. È il solo bianco ad essere accettato nel villaggio degli indios, dove trova pace (e due mogli) per sei mesi durante una delle sue fughe. È anche una marinaio eccellente e per questo è ammirato da chi lo incontra per mare, quando attraversa con una bagnarola 2500 chilometri di oceano.

Leggilo anche solo per conoscere le condizioni disumane in cui venivano detenuti i prigionieri nel bagno penale francese, a largo delle coste dell’America del Sud. Diritti umani talmente calpestati che gli evasi, nelle loro fughe, potevano contare sull’appoggio degli altri stati, come farà poi alla fine Papillon con il Venezuela, chiedendo asilo ed aiuto che spesso non veniva negato. Leggilo per la forza di volontà di Charrière che, sempre e comunque, pensava solo ed esclusivamente ad evadere, in qualunque momento e ovunque si trovasse (le isole sono solo una parte del racconto, Papillon “visita” anche altre strutture detentive).

Charrière ha scritto anche un altro libro, Banco, che parla della sua vita da uomo libero successivamente al 1945. A quanto ho capito non è all’altezza di Papillon, ma conto comunque di leggerlo. (Tutto questo fervore mi ha fatto venire voglia di leggere anche Il conte di Montecristo di Dumas, lo metto nei piani per il 2018.)

Avrei così tanto ancora da dire su questo romanzo. Non ti ho parlato dei bossoli anali contenenti denaro, o degli omicidi d’onore, della corruzione delle guardie, dei commerci tollerati nelle isole, della pesca e dei pescecani mangiauomini. Di perle recuperate sul fondo dell’oceano e delle foglie di coca masticate per avere più energia.
Non ti ho parlato di tante cose, perché questo cazzo di libro te lo devi leggere, non c’è altro modo.

“12 anni schiavo” di Solomon Northup

Penso che scriverò in merito a questo il libro in modo un po’ sparso, così è.

Mi aspettavo un polpettone, essendo stato scritto nel 1853, invece sono stato piacevolmente sorpreso dallo stile fresco (per quanto si possa parlare di stile fresco considerato il tema) e dalla leggerezza con cui sono descritti i 12 anni di schiavitù a cui è stato sottoposto il protagonista, dopo essere stato rapito e privato della identità di uomo libero.

Avevo già visto il film di McQueen, bellissimo come tutti i suoi film, e dopo aver letto il libro non posso che apprezzarne ancora di più la regia. E’ uno di quei pochissimi casi in cui romanzo e trasposizione cinematografica si equivalgono, leggere il libro dopo il film devo ammettere che risulti quasi inutile (dal punto di vista conoscitivo), se non per sentire la storia dalle parole esatte di chi l’ha vissuta.

Questo romanzo ti consente di avere una visione precisa di cosa fosse la schiavitù in quegli anni, anche perchè chi scrive è una persona di cultura, cosa generalmente impossibile perchè gli schiavi venivano appositamente mantenuti nell’ignoranza più totale per evitare problemi. Solomon è invece un uomo che ha studiato, suona il violino e ha doti di artigiano. In realtà si intuisce una certa censura dovuta all’epoca, che limita i sopprusi subiti dagli schiavi alle frustate o comunque a punizioni “descrivibili”. Ma è chiaro, quando si parla di padroni “lussuriosi”, quali altre punizioni dovessero subire. Il padrone ha sullo schiavo qualsiasi diritto.

E’ una sorta di Fuga dal campo 14 del 1850. Quando l’uomo è ridotto in schiavitù il tempo sembra fermarsi, le differenze sono infatti minime a 150 anni di distanza. Quello che più mi colpisce di questi due libri è il concetto, più volte espresso in entrambi i romanzi, secondo cui chi nasce schiavo soffre molto meno rispetto a chi ha avuto modo di conoscere la libertà. E anche così non è forse ben detto. Più precisamente, chi nasce schiavo anela poco alla libertà, non la desidera come ci si aspetterebbe dovrebbe essere, non la immagina, non ha idea di cosa sia. Quello che io mi chiedo, o meglio, che chiedo a te perchè io la mia risposta la conosco, è questo: ormai è chiaro che siamo tutti schiavi, in modo più subdolo e meno cruento di Solomon certo, ma quanto siamo realmente coscienti di esserlo? Dove si ferma la nostra capacità di immaginare una reale libertà mai vista e provata?