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“Glamorama” di Bret Easton Ellis

In un mondo in cui le tagline vanno per la maggiore, Glamorama (1999) potrebbe essere sponsorizzato così: «Quando Ellis incontra Palahniuk nasce un indigeribile pacco di 630 pagine».
Potrei fermarmi qui, credo tu abbia già intuito cosa penso di questo romanzo. Eppure a me Ellis piace, parecchio anche. Glamorama è il suo sesto libro che leggo (su otto che ha scritto) e il primo che ho trovato del tutto respingente (passami il termine). Mi dispiace, so che ci ha messo sette anni a partorirlo, quindi posso solo immaginare lo sforzo.

Di cosa parla Glamorama? Non mi è molto chiaro, cercherò di andare per punti.
La prima parte (circa 200 pagine) contestualizza il personaggio di Victor Ward, modello superficiale perfettamente inserito in un mondo altrettanto superficiale. Nulla di nuovo, è quanto si è già letto nei precedenti lavori di Ellis. È il pane di Ellis, per dirla in altri termini: la feroce critica sociale alla società dell’apparenza di Hollywood e, in generale, del mondo dello spettacolo. Qui non succede assolutamente nulla, ma nulla di nulla.
La seconda parte (altre 200 pagine) è occupata dal viaggio che Victor compie, via nave, per recarsi in Europa e dall’introduzione di nuovi personaggi che ricreano la “scenografia” hollywoodiana nel Vecchio Continente.
La terza e ultima parte (le 200 pagine conclusive) rappresenta il delirio di Victor (ma anche di chi legge). Non si capisce più cosa sia vero e cosa sia falso, dove finisca la realtà e cominci la fantasia del protagonista, drogato e inebetito. Complotti, terrorismo, attentati, film girati durante stragi dinamitarde. C’è di tutto.

Te lo dico chiaramente: sono perfettamente cosciente del discorso metaforico sulla realtà e sulla superficialità, su quello che, insomma, Ellis intende denunciare. E sono anche d’accordo, mi trova sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non si può fare così, non con un volume lungo quanto un vocabolario. È troppo, punto.
Ho citato Palahniuk perché, quando nella trama sono cominciati a comparire terroristi, bombe e complotti, ho pensato a una situazione simile a quella del Fight Club. Magari.
In Glamorama Ellis ha messo il peggio del nonsense presente nei suoi due primi lavori (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) e lo ha mescolato con la violenza di American Psycho, togliendo la struttura che reggeva quei fantastici romanzi e creando un ibrido, appunto, indigeribile.

Curiosità: so che c’è stato un contenzioso con la produzione di Zoolander, all’epoca, risolto con un accordo economico per il quale Ellis non avrebbe più parlato in pubblico della cosa. Effettivamente, pensandoci, Derek Zoolander è l’estremizzazione comica (ma non molto più comica) del modello Victor.

Peccato. Mi mancano solo gli ultimi due romanzi di Ellis, Imperial Bedrooms e Bianco. Li recupererò, sperando di ritrovare il genio.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)

“Lampi” di Dean Koontz

Laura Shane nasce illesa solo grazie all’intervento di un misterioso uomo che impedisce al dottore di turno (un alcolizzato incompetente) di causare danni irreversibili. Lo stesso uomo la salva nuovamente a otto anni, durante una rapina. E poi ancora, qualche tempo dopo, da un maniaco in orfanotrofio. E ancora, e ancora, e ancora.
Laura chiama questo individuo “il custode”, poiché sembra vegliare sempre su di lei. Quando finalmente capisce che lui proviene da un altro tempo, il pericolo vero si avventa sulla sua famiglia, lasciandola vedova e con un figlio da proteggere.
Mi fermo.

Lampi (Lightning) se la batte con Incubi, quanto a noia, e mi dispiace. L’ho letto in poco tempo, nonostante le sue 430 pagine, ma il motivo è dovuto solo a un paio di serate inaspettatamente libere che ho passato con il libro in mano, non certo all’entusiasmo. La trama è interessante, i viaggi nel tempo mi piacciono, la prima parte della storia, in orfanotrofio, mi ha appassionato, ma poi è finita lì.

Credo che il problema principale di Lampi, per quanto mi riguarda, sia stato l’aver ucciso la sospensione dell’incredulità. E non l’ha fatto con i tunnel temporali – quelli funzionano (ovviamente se li si apprezza) – l’ha fatto con dei dialoghi forzati, per nulla naturali e spontanei, e con personaggi a tratti macchiettistici. L’amica della protagonista, che di lavoro fa la cabarettista, si esprime praticamente solo a battute. Sembra il Groucho di Dylan Dog: una cosa che può funzionare in un fumetto, ma non in un romanzo. I nazisti sono tutti stupidi e quadrati, “cattivi e basta”. Laura si trasforma in Steven Seagal, imparando a utilizzare Uzi e pistole e sapendo muoversi nell’ambiente della criminalità come Scarface. Insomma, mancano la profondità e il realismo.

Se dovessi sintetizzare (o semplificare) al massimo, ti direi che questo romanzo è un buon telefilm. Non è da buttare, si può vedere, ma non è memorabile, anzi. È un po’ come se dovessi ricordarti la settima puntata della terza stagione di Magnum PI

Sembra, da quanto leggo ovunque, che Intensity sia insuperabile: forse è venuto il momento di “sfoderarlo”. In ogni caso, non saranno un paio di libri mediocri a farmi mollare Koontz.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“Later” di Stephen King

Later l’ho letto in due giorni, è un romanzo che si fa divorare. Non tanto per la trama (che non ha nulla di straordinario) quanto perché quando King parla dell’adolescenza o, comunque, mette in campo un protagonista ragazzino, non posso far altro che rimanere ipnotizzato.

Jamie è il figlio di un’agente letteraria, non sa chi sia suo padre e vede le persone morte (l’avevo detto che la storia non era straordinaria, no?). Va tutto abbastanza bene, fa amicizia con un anziano vicino di casa, aiuta qualche trapassato e via dicendo. La sua vita scorre regolare tra alti e bassi, fino a quando non incontra il Male. Mi fermo.

Per qualche motivo ero convinto che questo romanzo fosse un poliziesco con risvolti paranormali: non lo è (un poliziesco, intendo). Sì, la compagna della mamma (strizzatina d’occhio) di Jamie è una poliziotta, ma finisce qui. Non si può nemmeno definire un giallo, Later è un horror di formazione, genere del quale il Re è… Re, appunto. Insomma, non farti troppo influenzare dalla versione americana della copertina, che suggerisce un qualche tipo di mistery (che poi è uguale alla copertina italiana, ma c’è quella pistola con la scritta Hard case crime che, insomma…)

Ancora una volta King ti riporta a quelle amicizie caratterizzate da una grande differenza d’età (l’ultima era ne Il telefono del signor Harrigan, il primo racconto di Se scorre il sangue) che hanno contraddistinto diversi suoi romanzi. Lo fa bene, lo sa fare, lo sappiamo.
Oltre a tutto questo, in Later, c’è una sorta di dedica al mondo che gira attorno ai romanzi e che resta dietro le quinte, quello degli agenti letterari.

Non vorrei che fraintendessi, però, ora che ci penso. Sebbene le similitudini con Il sesto senso siano molte, il romanzo di King non ha nulla a che fare con il film di Shyamalan. La trama si sviluppa in tutt’altro modo e l’intervento del Male (con qualche similitudine con il male supremo di Derry, IT) è molto più approfondito. Se hai confidenza con il regno immaginifico creato da King, non ti sfuggirà di certo il “rituale” che prevede il mordersi la lingua a vicenda con il nemico. La tartaruga è dietro l’angolo, insieme ai Vettori.

Non credo che Later verrà ricordato come uno dei migliori libri di King, però lui ci ha buttato dentro parecchio, questo è indubbio. È un bel punto di connessione tra molte storie, che gli appassionati si potranno godere appieno. È più un romanzo sul come, che sul cosa. È più una sintesi sullo stile, che una nuova aggiunta. A me, comunque, è piaciuto molto, perché ha la leggerezza di Joyland. E poi lo sai che io con Stephen mi sento a casa, ed è in assoluto l’unico autore con il quale mi succeda.

Ora attendo con ansia Billy Summers (uscita USA in agosto). Ah, e ho già preordinato il saggio Guns – Contro le armi, che uscira a maggio in sole diecimila copie (Marotta&Cafiero editori, Scampia).
Chissene della regina: Dio salvi il Re.

Ho letto quasi tutto di Stephen King (me ne mancano 3), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)

“Le ripetizioni” di Giulio Mozzi

È davvero complicato parlarti di questo romanzo. Inizio, perché da qualche parte dovrò pur iniziare, ma sono dieci minuti che osservo lo schermo bianco, decidendo da dove. Non lo so.
Parlarti della trama mi sembra riduttivo (anche se ci arriverò) perché Le ripetizioni, di Giulio Mozzi, va molto oltre il semplice intreccio, il consueto raccontare eventi. Fermati e guarda la copertina, Il ritratto di gentiluomo di Giorgione (cerchia), guarda quegli occhi che sembrano sondarti. Se li fissi per qualche secondo, finirai per distogliere lo sguardo, per paura che quegli occhi si muovano. Ecco, questo è Le ripetizioni, romanzo che, scopro ora, è stato giustamente proposto (da Pietro Gibellini) per il LXXV Premio Strega. Ipnotico è il termine che mi viene più naturale, ma anche inquietante e vero.

Nelle prime pagine (sì, sì, poi ci arrivo alla trama) parla dell’odore del bosso. Il protagonista cerca di ricostruire un ricordo d’infanzia attraverso viaggi, fisici e mentali, perdendosi in una sorta di labirinto mnemonico-olfattivo. Lo ammetto, ho pensato: che palle. Ma era solo perché ero distante da quella particolare tematica. Poi l’argomento è cambiato (non ricordo, al momento, come) e mi sono trovato a leggere qualcosa che conoscevo, che era più attinente alla mia realtà. E, cazzo, se era avvolgente. Era completo. Una perfetta descrizione di emozioni e sensazioni. Ho subito compreso che non avrei sentito mia ogni parte del romanzo (è impossibile, bisognerebbe essere il protagonista), ma che nei momenti in cui questo si sarebbe realizzato sarebbe stato molto destabilizzante.

Le ripetizioni racconta la vita di Mario. O, forse, dovrei dire le vite. Mario ha una futura sposa, Viola; una ex, Bianca, da cui forse ha avuto una figlia; un amante, Santiago, che lo rende schiavo, fisicamente e, soprattutto, mentalmente. Mario ha dentro di sé il Bene e il Male, come tutte le persone che frequenta (fatta eccezione per Santiago, che ha solo il Male). Ed è forse questa la vera ripetizione, quella dell’animo umano che, sia che appartenga a Mario, a Viola, a chi legge o a chi scrive, presenta zone di grande luce e di estrema oscurità. Mario è l’Uomo (per come lo interpreto io, almeno).

Mi è capitato pochissime volte di entrare in questo tipo di intimità con il personaggio di un romanzo. Di sentirmi chiuso dentro il suo cervello. Un’analisi del pensiero profonda e articolata che non è certo facile da digerire, soprattutto nelle perversioni (e ce ne sono) più spinte. Le ripetizioni non è un romanzo per tutti, te lo dico. C’è chi rimarrà sconvolto dalle violenze più estreme, quasi sempre attinenti alla sfera sessuale. Ma, come spesso accade, credo che saranno quelle persone che desiderano puntare il dito per mostrarsi migliori (un po’ come è accaduto per American Psycho di Ellis), senza capire il vero significato delle cose. Senza andare oltre la superficie. Perché il Male esiste, c’è, e fa parte di noi. E trionfa, è evidente.

Seguivo Mozzi sui social e qui su WordPress (con il blog della sua Bottega di narrazione), ma non avevo mai letto un suo libro. So che i precedenti non erano romanzi, ma raccolte di racconti. A questo punto li recupererò, per forza. Magari parto da Il male naturale che è abbastanza discusso (sempre per via di tematiche “difficili”), quindi farà al caso mio.

E ora, scusami, ma mi hanno appena consegnato Later, di Stephen King. Quindi ti saluto.

“Dimenticami Trovami Sognami” di Andrea Viscusi

Ti avevo anticipato che mi sarei dedicato alla lettura di qualche autore italiano, no? Ecco.
Certo, per non correre troppi rischi, mi sono diretto su Andrea Viscusi, del quale ti avevo già parlato per l’antologia L’esatta percezione – Nove racconti (la personale che l’associazione RiLL dedica ad autori di particolare talento). Ho fatto bene, te lo anticipo.

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che si divide in tre parti e in miliardi di universi. Con i dovuti allarmi antispoiler accesi, ti racconto un po’ di trama, senza esagerare. In Dimenticami il protagonista, Dorian, viene selezionato per compiere un innovativo viaggio spaziale. Dovrà stare via per molto, molto tempo e allontanarsi dai suoi affetti, tra i quali la sua compagna Simona. Trovami introduce il personaggio del dottor Novembre, uno psicologo esperto di sogni. Novembre se la vedrà con un paziente particolare che pare avere la capacità di influenzare la realtà. Sognami mescola le carte delle due parti precedenti, delle realtà precedenti, degli universi precedenti… Non aggiungo altro.

Stavo per iniziare questa frase dicendoti che non sono un esperto di fantascienza, che non ne leggo molta e cose così. Poi ho digitato “fantascienza” nella casella di ricerca del blog (per verificare di cosa ti avessi parlato) e mi sono reso conto che tendo a sottostimare la quantità delle mie letture. È vero, probabilmente non potrei essere definito un espertissimo, ma qualcosa l’ho masticato, negli anni. Quindi, con le mie moderate competenze nel settore alieni/viaggispaziali/bracciatentacolateeaffini posso affermare che Viscusi riesce ad aggiungere al genere quel qualcosa che spesso manca: l’emotività. È questa, a mio avviso, la caratteristica più forte che ho apprezzato nel romanzo (non che l’intreccio sia da meno eh, da spaccarsi il cervello). La prima parte della storia, con problemi più terreni, crea l’empatia con i personaggi che ti consente di rimanere loro “attaccato” (concedimi il termine) anche nelle successive, più vicine alla fantascienza classica (e quindi leggermente più fredde). Chapeau.

Non ho letto nemmeno un libro di quelli che l’autore cita nelle note come fonte di ispirazione, magari provvederò. In alcune parti di dialogo con l’Intelligenza Primeva mi sono però tornati alla mente gli scambi con l’entità in Sfera, di Crichton, altro romanzo che mi è piaciuto molto. Non credo che l’associazione sia casuale, anche Viscusi riesce a rendere totalmente credibile quello che scrive, tanto che mentre lo leggi ti pare sia tutto scientificamente dimostrato.

Bene, è quasi mezzanotte e potrei andare a dormire. Ma cosa sognerò? Già perché, se le coincidenze non esistono, i miei sogni potrebbero cominciare a diventare un problema, come quelli del protagonista. Viscusi dichiara (sempre nelle note) di avere un’ossessione per il numero 42. L’editore del libro è Zona 42. Questo blog si chiama PensieroProfondo42. Quindi, sarò io a retconizzare o verrò retconizzato?

“Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy

Cazzo, che romanzo.

Non sarà un inizio raffinato, il mio, ma concedimelo.
Non è un paese per vecchi è il secondo libro che leggo di Cormac McCarthy, dopo La strada, e non ho più alcun dubbio: devo leggere tutto quello che ha scritto. Che poi non ha scritto molto, su Wiki ci sono giusto una decina di titoli in quasi novant’anni di vita (McCarthy è del 1933).

Avevo visto il film omonimo dei fratelli Coen (e l’ho  rivisto appena terminato il romanzo) qualche anno fa. Lo ricordavo per la cazzutissima (ci risiamo) interpretazione di Javier Bardem, non tanto per la trama, che non mi aveva colpito. Invece devo amettere che anche la trama segue il romanzo per filo e per segno, quindi da quel punto di vista è stato fatto un lavoro eccezionale. Tuttavia il libro “è meglio”, come si suol dire.

Llewelyn Moss, un reduce del Vietnam texano, sta cacciando antilopi sul confine col Messico quando si trova sulla scena di quello che deve essere stato un regolamento di conti. Pick-up bucherellati, uomini bucherellati, cani bucherellati. Tanta droga e una valigetta con due milioni e mezzo di dollari. Moss prende la valigetta e scappa. Sulle sue tracce Anton Chigurh, psiocopatico folle assassino, che cerca la valigetta armato di una bombola ad aria compressa, un fucile e una moneta. Un uomo che sembra la Morte in persona. E, ancora, dietro loro due, lo sceriffo Bell che ce la mette tutta per trovare Moss e salvarlo dal suo destino.

Un romanzo di polvere, sangue e silenzi. Di dialoghi asciutti(ssimi), rimpianti e scelte. Nessuna anima è priva di sofferenza, qui. Chigurh sembra essere l’opposto esatto di un deus ex machina, l’incarnazione dell’assenza di pietà della vita che ti stritola senza possibilità di fuga. Il suo testa o croce ha il sapore di un cancro che ti becca nel momento in cui tutto sta andando per il meglio.

La storia è intervallata da capitoli nei quali, a cose concluse, lo sceriffo Bell riflette sul passato, sul futuro e sul senso dell’esistenza. Questo si perde molto (non del tutto) nel film, nonostante l’ottimo Tommy Lee Jones. In generale la trasposizione perde un po’ quel senso di solitudine che caratterizza i personaggi nel romanzo. Quella sensazione di essere tutti degli inutili sputi nell’Universo, per capirci.

Cazzo, che romanzo.

“Incubi” di Dean Koontz

Melanie, all’età di tre anni, viene rapita dal padre Dylan e per i sei anni successivi la madre Laura ne perde le tracce. Poi Melanie viene ritrovata mentre si aggira nuda e sola in mezzo alla strada. È scappata da una casa delle “torture” dove il padre e altri complici la sottoponevano a esperimenti mirati a raggiungere il completo controllo dell’inconscio, utilizzando una sedia elettrica e una camera di deprivazione sensoriale. Nella casa sono tutti morti, uccisi da qualcuno che possiede una forza sovrumana. Melanie è in stato catatonico e la madre, insieme al detective Dan Haldane, cercano di venire a capo di quanto accaduto. Man mano che le indagini procedono, e che vengono scoperte altre persone implicate negli esperimenti, i cadaveri cominciano a moltiplicarsi. Mi fermo.

Sesto romanzo di Dean Koontz che leggo (gli altri li trovi in fondo al post) e primo a non piacermi. I motivi sono tanti, forse troppi.

Il primo e più incisivo è sicuramente la prevedibilità. La storia è costruita per metà come un horror e per l’altra metà come un poliziesco/giallo. Chi compie gli omicidi?
[SPOILER] Se non fosse già intuibile dai primi capitoli, ci pensa una copertina ai limiti della legalità a fornire la risposta. Inaccettabile questa scelta, è un po’ trovarsi davanti la foto del maggiordomo con il coltello in mano. Non si fa. Pensavo fosse una scelta per sviare i sospetti, invece è solo una scelta del cazzo (quando ci vuole…). [FINE SPOILER]

Il secondo motivo è l’inutile lunghezza. 380 pagine per raccontare qualcosa che avrebbe richiesto meno della metà dello spazio. Concetti ripetuti svariate volte, pippe mentali e inutili descrizioni. Prolisso, punto. Ci ho messo una vita a leggerlo, non ho mai avuto lo stimolo a proseguire, non sono mai stato curioso.

Il terzo è la macchinosità. Di tutto. Della trama, dei ragionamenti, delle emozioni. I protagonisti arrivano ad accettare situazioni inaccettabili attraverso dubbie deduzioni logiche. Le difficoltà psicologiche vengono annullate dall’appiattimento intellettuale dei personaggi, che paiono tagliati con l’accetta. Mi ha ricordato quando si inventano le storie giocando tra bambini e ci si fa andare bene qualsiasi cosa: «Allora facciamo che tu non riesci a uccidermi perché io ho mangiato la caramella dell’immortalità». Certo, come no.

La sensazione è quella di un libro che sia stato scritto perché doveva essere scritto. Non c’è anima, non c’è passione. Un compitino svolto per la sufficienza.
Può succedere, capiamoci, ma sono contento di aver già letto altro di Koontz perché se fossi partito da Incubi mi sarei fatto un’idea sbagliata (un po’ come approcciare Stephen King partendo da Rose Madder).
Vedremo, ho Lampi e Intensity ancora sullo scaffale.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Cuore Nero (1992)
Il luogo delle ombre (2003)

“La strada” di Cormac McCarthy

La strada (2006) è un romanzo di Cormac McCarthy, vincitore del James Tait Black Memorial Prize e del Premio Pulitzer. Dal libro è stato tratto lo stupendo The Road, di John Hillcoat (suo anche Lawless, molto bello), con Viggo Mortensen. La strada, così come Cecità di Saramago, è uno di quei romanzi che dovrebbero essere consigliati a scuola (non so se oggi esista qualche insegnante abbastanza illuminato, io ne ho avuti pochi).

In un futuro non troppo lontano, dopo un olocausto nucleare (o la caduta di un asteroide – non è specificato), un padre e un figlio camminano lungo la strada in direzione dell’oceano. Da un flashback si scopre che la madre del bambino non ha retto la situazione venutasi a creare dopo il cambiamento e si è suicidata. L’uomo cerca semplicemente di tirare avanti, è chiaro che il mare sia solo un obiettivo come un altro. Tutto è grigio e cosparso di cenere, il cibo è rarissimo e i sopravvissuti molto pochi. È un mondo in cui è saltata ogni organizzazione sociale, i disperati che non sono morti fisicamente lo sono nell’animo e il cannibalismo è diventato per tanti la soluzione alla fame.

Il livello di disperazione che pervade il romanzo è tale da farti sentire lì, a fianco di questi due personaggi senza nome. Potresti essere tu a tenere una pistola carica, pronto a ucciderti, più che a uccidere, e a porre fine anche alla vita di chi non potrebbe andare avanti da solo. La strada è un’analisi perfettamente lucida di quello che potrebbe essere, di quanto tutto il nostro sistema sia precario e come basterebbe poco per ridurci a uno stadio primitivo. L’unico portatore di bontà, non corrotto dal male dell’età adulta, è il bambino, che cerca sempre di aiutare chi sta peggio anche quando questo può rappresentare un rischio. McCarthy ti trasmette benissimo l’angoscia che vive l’uomo, già dalle primissime pagine visibilmente malconcio (tossisce sangue), conscio che presto dovrà abbandonare il bambino a sé stesso. È un padre che insegna al figlio come si fa a spararsi un colpo in bocca, nel caso gli capitasse di dover evitare una morte atroce (vedi: mangiato).

La strada è un capolavoro, uno dei migliori romanzi che abbia letto ultimamente. Ora mi è venuta voglia di rivedere il film.
Ho scoperto tardi McCarthy, autore, tra gli altri, di Non è un paese per vecchi. Recupererò tutti e dieci i suoi romanzi, puoi starne certo.

“Orsanti” di Arturo Curà

Ho comprato questo libro pensando fosse un saggio, per scoprire solo successivamente, quando ormai l’avevo tra le mani, che si trattasse di un romanzo. Orsanti, di Arturo Curà, rientra tra le letture che sto affrontando per studiare gli orsi e il mondo che li circonda(va). Se ricordi, in merito a queste mie “indagini”, poco tempo fa ti ho parlato anche di Gli orsi delle Alpi – Chi sono e come vivono di Filippo Zibordi. Nonostante le mie aspettative fossero diverse, tuttavia, Orsanti mi è piaciuto davvero tanto. È un romanzo carico di storia e di nostalgia nei confronti di una comunità, quella degli “zingari italiani”, ormai perduta.

Gli orsanti, così come i cammellanti, gli scimmianti e, anche , i musicanti, erano quegli uomini (le donne erano poche) che si muovevano dal paese d’origine andando a cercare fortuna in giro per l’Europa con i loro spettacoli. Carovane molto simili a quelle del circo, anche se di dimensioni più ridotte. Un fenomeno nato tra il Settecento e l’Ottocento, ma che ha poi avuto strascichi fino alla prima metà del Novecento.
Io non li conoscevo, anche se la foto in copertina non mi è risultata del tutto nuova, quindi  avevo forse già visto questi ammaestratori di orsi.

Arturo Curà, mancato purtroppo nel 2018, ha dedicato molti studi agli orsanti e li ha condensati, bene, nel romanzo. La storia è quella di un ragazzo che lascia il suo paese perché ha la vocazione per il mestiere di orsante e crea dal nulla la propria compagnia, trasformandola poi in un circo (attività con molte similitudini, come dicevo). I problemi che incontra durante il suo percorso sono quelli che incontravano tutti quelli che sceglievano questa strada. La lontananza da casa (stavano via anche anni), dai famigliari, l’incertezza nel futuro, l’instabilità affettiva. Insomma, tutto ciò che riguarda una tipologia di vita zingara. Di base c’era anche un grande bisogno di libertà e non avere radici stabili. In Orsanti questo dualismo è molto forte, la nostalgia si scontra continuamente con la voglia di essere, appunto, liberi da tutto e da tutti.

Io cercavo notizie riguardo alle condizioni in cui venivano tenuti gli animali e ai metodi utilizzati per ammaestrarli. In verità ho trovato poco a riguardo, il romanzo si concentra molto di più sulla vicenda umana dei personaggi. Non è stato un male – non ci vuole tanto a immaginare che le tecniche di addestramento fossero crudeli (viene solo citato il modo in cui insegnavano all’orso a ballare: in una botte rovente) – mi ha aperto gli occhi su un tipo di vita che non conoscevo immergendomi perfettamente nel contesto.
Davvero un bel romanzo, non l’avrei scovato se non stessi compiendo questa mia ricerca sugli orsi. È un peccato, romanzi del genere dovrebbero essere molto più noti. Orsanti fonde perfettamente la narrativa con la storia, ed è una cosa abbastanza rara.

Nel frattempo ho scoperto che esiste un Museo degli Orsanti a Vigoleno (Piacenza). A questo punto dovrò visitarlo, per forza.

“American Gangster e altre storie di New York” di Mark Jacobson

Questo è un libro che ho trovato al bancone del Libraccio (sia santificato) durante l’edizione 2020 di Librixia (la fiera del libro di Brescia). Due euro e cinquanta centesimi. E meno male. Un acquisto avventato, forse, ma l’American Gangster di Ridley Scott, pur non essendo tra i suoi capolavori, mi era piaciuto (Denzel Washington è sempre cazzutissimo).

Il film racconta la storia vera di Frank Lucas, narcotrafficante di Harlem diventato un gangster, di quelli tosti, dopo la consueta gavetta e la tipica comparsa dal nulla. Una cosa alla Scarface, per capirci. Figo. L’opera di Scott, nasceva, è vero, da un articolo di Mark Jacobson (quello che dà il titolo al libro, pur occupandone solo trenta pagine). Il libro uscì praticamente in contemporanea con il film. Devo aggiungere altro?

Pura opera commerciale, questa raccolta di articoli (sono sette in circa duecento pagine) rappresenta un fantastico esempio di onanismo autoriale. Jacobson scrive molto, molto bene. È crudo, duro, sa far sorridere con il suo freddo cinismo. A tratti, nello stile, mi ricorda Palahniuk. Ma finisce lì, perché quello che racconta non è assolutamente interessante. Le diverse (sono diverse?) storie narrate non stimolano nessuna sensazione, se non, appunto, la lettura di qualche paragrafo particolarmente brillante.

Se dovessi riassumere di cosa parlano questi articoli non saprei nemmeno da che parte iniziare. Basterebbe leggere dieci righe a caso prese nel mezzo, e poi altre dieci e altre dieci ancora. È qualcosa di talmente frammentato da essere indescrivibile. Sembra un elenco della spesa.

Puttane, droga, gang, fattoni e magnaccia si mescolano senza sosta e senza un filo conduttore. Sembra che gli abbiano detto: «Ehi, sta per uscire il film, metti insieme altre pagine a caso insieme all’articolo su Frank Lucas e facciamo un po’ di soldi». Che peccato. Onestamente, non so se Jacobson abbia scritto anche dei romanzi. Se l’avesse fatto ne leggerei volentieri perché, ripeto, lo stile c’è ed è molto forte. Ma questa, questa è solo un’opera senz’anima figlia del mercato.